Università, capitale umano e lavoro in ItaliaGiuseppe Travaglini partendo dalle recenti affermazioni del Governatore Panetta
sul sottofinanziamento del sistema universitario, sui bassi rendimenti salariali
del capitale umano e sui pochi laureati collega tali problemi alle
caratteristiche del nostro sistema produttivo, in particolare alle deboli
innovazioni e alla stagnazione della produttività. Per invertire queste tendenze
e consolidare il legame tra istruzione superiore e crescita occorre un forte
incremento del finanziamento universitario e delle risorse per ricerca, sviluppo
e innovazione.
Nel dibattito recente sul ruolo dell’istituzione universitaria come fattore di
crescita non solo culturale, ma anche economica e sociale, è stata
frequentemente richiamata l’idea che il sapere e il confronto critico
rappresentino un bene pubblico essenziale, in grado di potenziare la capacità di
un Paese di orientarsi e adattarsi nelle fasi di trasformazione economica,
tecnologica e sociale di particolare intensità. Questa tema è stato ripreso dal
Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, in occasione dell’inaugurazione
dell’anno accademico 2025-2026 dell’Università di Messina. Al centro della sua
analisi la domanda di istruzione universitaria come risultato di una pluralità
di fattori, tra cui le opportunità occupazionali percepite, i costi diretti e
indiretti della formazione e la qualità complessiva dell’offerta formativa. Come
sottolineato da Panetta, negli ultimi dieci anni la quota di giovani in possesso
di un titolo universitario è cresciuta, ma rimane significativamente inferiore a
quella registrata nei paesi leader europei come Germania e Francia. A pesare
sono non solo gli elevati tassi di abbandono, ma anche la persistente difficoltà
di tradurre il percorso universitario in profili professionali e occupazionali
coerenti e adeguatamente valorizzati dal sistema produttivo.
In questo contesto emerge un nodo analitico spesso sottovalutato: la solidità e
la competitività del sistema universitario influenzano direttamente la domanda
di istruzione universitaria. Un’elevata qualità della didattica, un adeguato
sistema di servizi e di diritto allo studio, un forte grado di
internazionalizzazione, insieme a una capacità significativa di ricerca e di
trasferimento tecnologico, accrescono la credibilità dell’investimento formativo
e contribuiscono a ridurre i fattori che scoraggiano l’iscrizione e il
completamento dei percorsi di studio. Un rafforzamento strutturale
dell’università non risponde dunque solo a esigenze di offerta, ma rappresenta
una leva decisiva per ampliare e qualificare la domanda di istruzione terziaria.
Risorse. Il rafforzamento della competitività del sistema universitario italiano
richiede un adeguato incremento delle risorse. Attualmente, l’università
italiana soffre di un sottofinanziamento strutturale rispetto agli standard
internazionali: le risorse pubbliche destinate all’istruzione terziaria non
superano lo 0,6 per cento del PIL, a fronte di una media OCSE pari a circa l’1,3
per cento e di una media europea prossima all’1,1 per cento. Tale divario mette
in evidenza la persistente sottovalutazione del ruolo strategico dell’università
quale infrastruttura fondamentale per lo sviluppo economico, sociale e culturale
del Paese. Un percorso credibile di riallineamento agli standard europei, in
particolare a quelli di Germania e Francia, richiederebbe oggi un incremento
iniziale delle risorse nell’ordine di almeno 1 miliardo di euro, necessario per
avviare un processo di convergenza verso il “campo gravitazionale” dei
principali sistemi universitari europei. In direzione opposta, il finanziamento
reale del sistema universitario italiano ha registrato una contrazione continua,
stimabile complessivamente intorno al 20 per cento nel periodo 2014–2025, con
effetti cumulativi rilevanti sulla sostenibilità finanziaria degli atenei e
sulla loro capacità di pianificazione strategica. Tale dinamica espone il
sistema a un rischio di natura sistemica, accentuando i divari territoriali ed
economici e producendo ricadute negative sulla formazione del capitale umano e
del capitale sociale, in particolare nelle aree più fragili del Paese.
Wage premium. Il profilo più critico richiamato dal Governatore nel suo
messaggio concerne i rendimenti privati dell’istruzione universitaria. In Italia
il premio salariale associato al conseguimento della laurea rimane infatti
contenuto: un laureato trentenne percepisce in media una retribuzione superiore
di circa il 20 per cento rispetto a un diplomato. Si tratta di un differenziale
significativamente inferiore a quello riscontrabile negli altri principali Paesi
europei. Le retribuzioni dei giovani laureati risultano infatti sensibilmente
più elevate in Germania, dove superano in media dell’80 per cento quelle dei
coetanei italiani, e nettamente superiori anche in Francia, con uno scarto di
circa il 30 per cento. Tali differenziali, lungi dal ridursi, mostrano una
tendenza all’ampliamento nel corso del tempo, segnalando una persistente
debolezza nella capacità del sistema economico italiano di valorizzare il
capitale umano ad alta qualificazione.
Questo contesto contribuisce a spiegare, nel caso italiano, una domanda di
istruzione universitaria strutturalmente contenuta e poco dinamica, nonché una
più elevata propensione alla mobilità internazionale dei giovani con livelli di
istruzione più elevati. Negli ultimi anni una quota significativa di laureati
italiani ha infatti scelto di trasferirsi all’estero, con incidenze
particolarmente marcate nelle discipline tecnico-scientifiche, dove la domanda
di competenze qualificate risulta più sostenuta nei principali Paesi avanzati.
È tuttavia necessario chiarire un punto analitico cruciale. Il basso wage
premium associato al titolo universitario non deriva da un’eccessiva offerta di
lavoro qualificato, ma riflette piuttosto la debolezza strutturale del sistema
produttivo nazionale e la conseguente insufficienza della domanda di lavoro ad
alta qualificazione. Tale carenza è strettamente connessa alla carenza degli
investimenti produttivi, alla prolungata stagnazione della produttività e al
persistente ritardo tecnologico dell’economia italiana. Da almeno un quarto di
secolo la produttività del lavoro mostra una dinamica sostanzialmente piatta,
con effetti diretti sulla crescita delle retribuzioni reali, rimaste pressoché
stagnanti, soprattutto se confrontate con l’evoluzione registrata in Germania e
in Francia, dove i salari reali hanno evidenziato aumenti significativi.
Università e specializzazione produttiva. In un modello di specializzazione
produttiva concentrato prevalentemente in settori a basso valore aggiunto e a
ridotta intensità tecnologica, la capacità di assorbimento del capitale umano
qualificato risulta inevitabilmente limitata. Ne consegue una compressione dei
rendimenti privati dell’istruzione universitaria, che contribuisce a indebolire
gli incentivi all’investimento in formazione terziaria e ad alimentare processi
di selezione avversa e di emigrazione dei profili più qualificati.
La scarsa competitività del sistema produttivo italiano è strettamente connessa
a un assetto distributivo del reddito nazionale che continua a favorire le
posizioni di rendita rispetto al rischio imprenditoriale. In numerosi comparti,
la redditività è stata preservata prevalentemente attraverso strategie di
adattamento al contesto, compressione dei costi e protezione dei margini,
piuttosto che mediante investimenti in capitale umano e tecnologico. Quando
l’incentivo dominante è consolidare rendite anziché promuovere innovazione, gli
investimenti restano strutturalmente insufficienti e l’innovazione si manifesta
in maniera episodica e frammentaria.
Da tale dinamica emerge una relazione cumulativa di particolare rilevanza per
comprendere le debolezze del sistema economico italiano. Investimenti limitati
si associano a basso valore aggiunto e scarsa innovazione; una limitata
innovazione si traduce in produttività contenuta; una produttività stagnante
determina salari modesti. In questo quadro anche il rendimento dell’istruzione
universitaria si indebolisce, poiché le competenze e la conoscenza non trovano
adeguata valorizzazione nel sistema produttivo. In altre parole, finché la
struttura produttiva non si orienta verso settori a più elevato contenuto di
conoscenza, la domanda di laureati cresce lentamente, l’università fatica ad
attrarre risorse e talenti, e la fuga di capitale umano si configura come un
costo strutturale per il Paese.
Uscire da questa “trappola della produttività” richiede l’adozione di politiche
coerenti su due fronti. Sul versante della formazione universitaria e della
ricerca pubblica, è necessario un incremento stabile e pluriennale del
finanziamento ordinario, capace di sostenere il rafforzamento delle
infrastrutture, dei servizi agli studenti, del diritto allo studio, dei processi
di internazionalizzazione e del trasferimento tecnologico. Sul versante del
sistema produttivo, è imprescindibile un significativo intervento di politica
industriale per favorire l’aumento degli investimenti in ricerca, sviluppo e
innovazione, accompagnato da un cambio di scala che avvicini l’Italia ai
principali Paesi guida europei, rendendo strutturali gli strumenti di
connessione tra ricerca pubblica e capacità innovativa privata.
Il progetto di riforma del MUR. In un contesto segnato da una debole
valorizzazione economica e sociale dell’istruzione universitaria, il MUR ha
avviato un processo di riforma del sistema universitario, con l’obiettivo
dichiarato di intervenire su alcuni snodi centrali del suo funzionamento. Le
misure previste riguardano il finanziamento ordinario, l’assetto di governo
degli atenei, le procedure di reclutamento, il ruolo del Consiglio Universitario
Nazionale e il sistema di valutazione della ricerca e della didattica. Nel loro
complesso, questi interventi mirano a riorganizzare il modello di università
pubblica, incidendo su strutture e meccanismi consolidati.
Tuttavia, al di là dell’enfasi riformatrice, tali misure appaiono in larga parte
scollegate dai nodi strutturali che condizionano la domanda di istruzione
universitaria e ne comprimono il valore economico sul mercato del lavoro. In
particolare, esse non affrontano in modo diretto né il problema della scarsa
valorizzazione della laurea, né quello del ridotto wage premium, che
rappresentano il principale deterrente all’investimento in istruzione terziaria
da parte delle famiglie e degli studenti. Intervenire prevalentemente su assetti
organizzativi, procedure di valutazione e meccanismi di governance, in assenza
di un rafforzamento sostanziale del finanziamento pubblico e di una strategia
complessiva di sviluppo e innovazione capace di assorbire e remunerare capitale
umano altamente qualificato, rischia di produrre effetti limitati o meramente
formali.
Questo scollamento tra ambizioni riformatrici e risorse disponibili emerge con
particolare evidenza nella legge di Bilancio 2026, che fallisce completamente
nel potenziare il finanziamento del sistema universitario. La manovra lascia
infatti sostanzialmente inalterato il livello del finanziamento dell’università
statale, senza prevedere un incremento strutturale del FFO in grado di sostenere
l’ampliamento dell’offerta formativa, il rafforzamento della ricerca, il
miglioramento della terza missione, ossia la valorizzazione e il trasferimento
della conoscenza prodotta dall’università verso il contesto esterno con il
contributo diretto allo sviluppo economico, sociale, culturale e civile della
società e dei territori. Tale scelta miope conferma l’assenza di una reale
priorità politica attribuita all’università dal Governo e ne indebolisce
ulteriormente la capacità di incidere sui meccanismi di valorizzazione del
titolo di studio e sui differenziali salariali associati alla laurea. Ancora più
problematica appare la marginalizzazione, nel disegno riformatore, di ciò che
dovrebbe costituirne uno dei perni strategici: il rilancio del sistema
produttivo nazionale verso la digitalizzazione e la rivoluzione tecnologia
dell’IA per ridurre il divario con gli standard europei e internazionali,
rafforzando in concerto la capacità dell’università di generare competenze
avanzate e conoscenza trasferibile al sistema produttivo.
Conclusioni. L’università italiana rappresenta un bene pubblico strategico, in
quanto contribuisce alla formazione del capitale umano e sociale e al
rafforzamento della capacità innovativa del Paese. Il suo progressivo
indebolimento incide negativamente sia sulla qualità dell’offerta formativa sia
sulla domanda di istruzione universitaria. In questa prospettiva, il
ridotto wage premium dei laureati in Italia non va interpretato come un fenomeno
isolato, ma come il sintomo di una più ampia stagnazione produttiva e
tecnologica, riconducibile a modelli di specializzazione a basso valore aggiunto
e a un livello insufficiente di investimenti in ricerca e innovazione, spesso
sostenuti da assetti di rendita consolidati. Interrompere questo circolo vizioso
e restituire pieno valore allo studio e alla formazione universitaria richiede
un rafforzamento strutturale del finanziamento degli atenei e un deciso aumento
delle risorse destinate alla ricerca, fino a raddoppiare l’impegno in rapporto
al PIL. Solo in presenza di un sistema universitario più solido e competitivo
sarà possibile stimolare la domanda di istruzione universitaria e orientare il
Paese verso una traiettoria di crescita più sostenuta, innovativa e inclusiva.
Pubblicato il 18 gennaio 2026 sul Menabò di Etica ed Economia