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Trasferito dal CPR di Gradisca a Gjadër senza provvedimento: risarcito il danno per violazione dei diritti fondamentali
AVV. MARGHERITA SALERNO 1, DOTT. RAFFAELE BIONDO 2 Con la sentenza del 10 febbraio 2026 (R.G. n. 10914/2025), il Tribunale di Roma ha condannato il Ministero dell’Interno al risarcimento del danno non patrimoniale per il trasferimento di un cittadino straniero trattenuto nel CPR di Gradisca verso il centro albanese di Gjader in assenza di un provvedimento scritto e motivato, con violazione, nel caso concreto, dei diritti fondamentali garantiti dagli artt. 13 e 97 Cost., dalla legge 241/1990 e dall’art. 8 CEDU. LA VICENDA Il caso riguarda un cittadino algerino, padre di due minori affidati ai nonni materni, coinvolto in un percorso di valutazione della capacità genitoriale disposto dal Tribunale per i Minorenni, che prevedeva incontri monitorati con i figli. La sera del 10 aprile 2025, mentre era trattenuto nel CPR di Gradisca, veniva improvvisamente prelevato con l’indicazione generica che sarebbe stato trasferito a Brindisi. Dopo circa venti ore di viaggio – in pullman e su nave militare, con i polsi legati da fascette di velcro “con la facoltà di toglierle solamente per andare in bagno, in due sole occasioni” – scopriva di trovarsi invece a Gjadër, in Albania, a centinaia di chilometri dai suoi figli e senza possibilità di proseguire il percorso genitoriale disposto dall’autorità giudiziaria minorile. Nessun provvedimento gli era stato notificato, nessuna motivazione fornita, nessuna valutazione della sua situazione concreta risultava agli atti. Come testimoniato dalla compagna in un messaggio inviato all’europarlamentare Cecilia Strada, “era convinto fino all’ultimo momento di essere diretto a Brindisi”. IL RAGIONAMENTO DEL TRIBUNALE Il Tribunale muove dalla natura del trattenimento amministrativo, qualificato dalla Corte Costituzionale (sent. n. 96/2025) come “situazione di assoggettamento fisico all’altrui potere” che comporta un’ingerenza nel diritto alla libertà personale tutelato dall’art. 13 Cost. e dall’art. 6 della Carta dei diritti fondamentali UE.  Il punto innovativo è l’interpretazione estensiva del concetto di libertà personale compiuto dall’organo giudicante: la libertà personale non è limitata alla “possibilità di disporre del proprio essere fisico”, ma abbraccia la “disponibilità di sé stessi”, comprensiva della libertà morale e della “pretesa dei singoli all’autodeterminazione”. In questa prospettiva, una decisione amministrativa restringe la libertà quando, limitando la “disponibilità della propria persona”, incide “sulla personalità morale e sulla dignità sociale del singolo”. Ne deriva una conseguenza di rilievo sistematico: l’essere già in una situazione di restrizione della libertà non impedisce una lesione ulteriore dello stesso diritto derivante da una nuova decisione che incide sulla sfera fisica, psichica e morale. Chi è trattenuto non diventa un “non-soggetto” privo di tutele: ogni interferenza successiva richiede sempre e comunque il rispetto delle garanzie costituzionali. Il secondo aspetto valorizzato dal Tribunale è il principio di legalità sostanziale (art. 97 Cost.), da cui scaturisce la regola generale della procedimentalizzazione (L. 241/1990). Il Tribunale respinge l’eccezione ministeriale – “nel nostro ordinamento non è prevista l’emissione di un provvedimento amministrativo relativo al trasferimento di uno straniero già trattenuto in altra struttura” – affermando che “tutta l’azione amministrativa è tendenzialmente assoggettata ad un obbligo di procedimentalizzazione, sicché la decisione finale viene espressa nella forma del provvedimento”. Richiamando l’art. 1, co. 1, L. 241/1990 con particolare riferimento ai criteri di “pubblicità e trasparenza”, e co. 2-bis che stabilisce l’obbligo di “collaborazione e buona fede”, i giudici sostengono che la scelta del trasferimento, pur discrezionale, “non si sottrae alle regole generali dell’esercizio dell’attività amministrativa, tanto più quando coercitiva e incidentale su persona assoggettata all’altrui potere”. Nell’ambito delle garanzie procedurali emerge un “noyau dur irrinunciabile”: “un obbligo informativo che discende […] dalla conformazione dell’agire amministrativo ai criteri di pubblicità e trasparenza e al rispetto dei principi di collaborazione e buona fede”. In concreto, il trattenuto deve sapere “attraverso un provvedimento, dove, quando e perché”. Questa conclusione ha “carattere generale e sistematico” e garantisce l’autodeterminazione poiché permette che “il trattenuto sia reso edotto in modo completo del contenuto delle decisioni amministrative a carattere coercitivo”. Il Ministero ha tentato di difendersi citando l’art. 3, co. 4, L. 14/2024, ai sensi del quale il trasferimento a Gjadër “non fa venire meno il titolo del trattenimento né produce effetti sulla procedura amministrativa”. Sul punto, il Tribunale precisa che la norma fa salvo il vigore originario, nel senso che non occorre una nuova convalida di trattenimento, ma non sostituisce un provvedimento specifico. Il decreto iniziale indicava Gradisca, non Gjadër: “la scelta di trasferire è frutto di una nuova e diversa spendita di potere autoritativo incidente sulla libertà personale”, che richiede garanzie proprie. Le conclusioni sono rafforzate dal fatto che i trasferimenti avvengono dopo “valutazione e selezione su criteri come […] la sussistenza di stretti legami personali e familiari sul territorio nazionale”, evidentemente non compiute dall’Amministrazione. E infatti, nel caso di specie il trasferimento ha compromesso il diritto alla vita privata e familiare (art. 8 CEDU; artt. 2, 29, 31 Cost.), impedendo il “percorso di valutazione prognostica della capacità genitoriale che prevede incontri monitorati tra il minore e il padre” (Trib. Minorenni Piemonte). Il Ministero non ha provato che tali “modalità specifiche, finalizzate a garantire il benessere della prole”, fossero assicurate da Gjadër: il mero richiamo alla regola generale dei contatti all’esterno dei centri è stato ritenuto insufficiente dal Tribunale. Invocando, infine, l’art. 3 Convenzione New York 1989 (che prevede l’“interesse superiore del fanciullo […] preminente”), i giudici impongono scelte proporzionate e frutto di procedure eque: l’ingerenza deve sì essere “prevista dalla legge”, ma altresì motivata da “esigenze imperative” e bilanciata tra interessi pubblici e privati. La decisione assume rilievo non solo per il riconoscimento del danno nel caso concreto, ma soprattutto perché afferma un principio di carattere generale: anche nei confronti di persone già trattenute, il trasferimento in altra struttura costituisce una nuova manifestazione di potere autoritativo incidente sulla libertà personale e deve quindi essere formalizzato mediante un provvedimento scritto, motivato e conoscibile dall’interessato. Viene così sancita, in termini chiari, l’illegittimità dei trasferimenti disposti in assenza di un atto formale, ponendo un limite a prassi amministrative caratterizzate da decisioni non documentate e sottratte al controllo giurisdizionale. Tribunale di Roma, sentenza del 10 febbraio 2026 1. Avvocata del Foro di Roma, con studio in via Durazzo 12 a Roma esercita la professione nel settore del diritto dell’immigrazione, con particolare attenzione al diritto di asilo e alla tutela dei diritti fondamentali delle persone straniere. Coordinatrice dell’APS Attiva Diritti e socia ASGI, svolge attività di consulenza e formazione e collabora con diverse realtà associative impegnate nella difesa dei diritti delle persone migranti, adottando un approccio attento alle discriminazioni e alle questioni di genere (email: margheritasalerno@gmail.com) ↩︎ 2. Praticante avvocato e volontario di Attiva Diritti ↩︎
Richiedente asilo e pericolosità sociale: non convalidato il trattenimento per assenza di “elementi oggettivi”
Il caso riguarda un cittadino albanese trattenuto dalla Questura di Perugia presso il CPR di Gorizia ai sensi dell’art. 6, comma 2, del d.lgs. n. 286/1998. Il provvedimento di trattenimento era motivato dalla presunta pericolosità sociale del richiedente – fondata su precedenti penali e di polizia -, dal rischio di fuga e da presunte false attestazioni sulle generalità, in ragione della presentazione, tramite il difensore e a mezzo PEC, di una domanda reiterata di protezione internazionale. Il decreto in commento è molto importante perché in tali casi la gran parte dei giudici che si occupano delle convalide per i trattenimenti per pericolosità sociale convalidano a priori non operando nessun vaglio, affidandosi a ciò che dice l’amministrazione che non produce mai la prova così come statuito dalle norme e dalla giurisprudenza. Il cittadino veniva dunque condotto presso il CPR di Gorizia e trattenuto per l’intera durata dell’esame della domanda di protezione internazionale, previa richiesta di convalida del provvedimento. La difesa tempestivamente depositava una memoria dove forniva la prova dei legami familiari, la sussistenza di un contratto di lavoro, forniva la sentenza di assoluzione del Tribunale di Perugia dall’accusa dei maltrattamenti in famiglia, la sentenza del Tribunale per i Minorenni dove ordinava il rientro presso il nucleo del padre dei minori valutando il percorso positivo, l’ordinanza della messa alla prova nell’unico procedimento penale pendente e, quindi si opponeva alla convalida facendo presente che si trattava di un richiedente primario e che stante l’assenza di pericolosità nell’attualità e del rischio di fuga egli aveva diritto a permanere da uomo libero per esaminare la domanda reiterata. La Corte di Appello di Perugia all’esito della discussione in camera di consiglio non convalidava il trattenimento adottando un provvedimento che è un vero trattato in quanto evidenza i criteri di valutazione in caso di trattenimento del soggetto richiedente c.p. primario e gli elementi di riscontro della dedotta pericolosità sociale devono infatti essere oggettivi e non affidati a meri sospetti o illazioni. Corte di Appello di Perugia, decreto del 22 settembre 2025 Si ringrazia l’Avv. Uljana Gazidede per la segnalazione e il commento.
Nei CPR le violazioni non vanno in vacanza, anzi aumentano
Nel periodo natalizio, mentre l’attenzione pubblica si abbassa e anche l’intervento di monitoraggio è reso più difficile, nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio non ci sono feste e regali. Anzi, è proprio quando cala lo sguardo esterno che diventa più facile che avvengano le violazioni più gravi e che queste restino nascoste. I fatti dimostrano, effettivamente, quanto sia dura la realtà della detenzione ammnistrativa tra abusi, fragilità ignorate e nuove odiose strette sull’uso dei telefoni personali delle persone trattenute. Chi sicuramente non è andato in vacanza è la Rete “Mai più lager – NO ai CPR” che ha proseguito il suo lavoro incessante di monitoraggio e denuncia. In particolare, la Rete ha tenuto i riflettori accesi sul CPR di Gradisca d’Isonzo (Gorizia), dove è in atto una sistematica sottrazione degli smartphone alle persone trattenute. «Un fatto gravissimo che rischia di cancellare ogni possibilità di testimonianza dall’interno del centro», ha scritto la rete, parlando di «una finestra sull’abisso che viene deliberatamente chiusa». La misura impedisce di inviare a legali e familiari documenti, immagini e video, cioè «gli unici strumenti che in passato hanno permesso di far emergere ciò che accade davvero nei CPR». Una versione respinta dalla Questura di Gorizia attraverso una dichiarazione alla stampa locale, secondo cui «la comunicazione con legali e famiglie è garantita tramite telefoni speciali» e le restrizioni sarebbero motivate da esigenze di sicurezza. Ma per la Rete si tratta di «un ulteriore arretramento delle garanzie» in uno dei pochi centri da cui finora sono filtrate testimonianze dirette. «Senza immagini, senza documenti, senza possibilità di comunicare liberamente», osservano, «la detenzione amministrativa diventa totalmente invisibile». E il tema della detenzione invisibile è tornato anche in Parlamento con il caso di Assan, giovane senegalese con problemi psichiatrici, trattenuto per circa otto mesi nel CPR di via Corelli, poi trasferito in Albania e poi sparito nel nulla.  In un intervento pubblicato su l’Unità, la Rete ha definito «incresciosa» la replica del ministro dell’Interno Piantedosi alle precise domande dell’on. Ilaria Cucchi durante l’ultimo question time, accusandolo di aver eluso i nodi centrali della vicenda. «Le parole del Ministro sono state un saggio dell’antica arte del rigiro di frittata», scrive, sottolineando le contraddizioni tra l’idoneità al trattenimento certificata a Milano e l’inidoneità per vulnerabilità psichica riconosciuta pochi giorni dopo nel CPR albanese di Gjadër. «Se Assan è entrato sano nel CPR di via Corelli», osservano, «allora questa è la prova della patogenicità di questi luoghi». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Mai più lager – NO ai CPR (@noaicpr) Secondo la Rete, Piantedosi non ha spiegato come sia stato possibile trattenere per circa otto mesi una persona con disturbi psichici, in violazione dell’articolo 3 del Regolamento nazionale CPR, né ha chiarito «perché il ragazzo sia stato trasferito in Albania poche ore dopo che la sua presenza era stata denunciata pubblicamente». Resta soprattutto senza risposta la domanda su quanto accaduto dopo il rientro in Italia: «Cosa significa che Assan si è reso irreperibile?», chiedono. «Cosa ci si aspetta da una persona riconosciuta vulnerabile e incapace di provvedere a se stessa?». Per Mai più lager – NO ai CPR, «lo Stato oggi non sa dove si trovi perché, una volta dichiarata l’inidoneità, lo ha semplicemente scaricato come un rifiuto ingombrante». L’ultimo post di denuncia della Rete è di ieri e riguarda sempre il CPR di via Corelli (ente gestore Ekene), dove in poche settimane si sono moltiplicate le testimonianze su persone trattenute in condizioni di grave vulnerabilità psichica. «Sono trascorsi pochissimi giorni da quando abbiamo ricevuto quel video sconcertante che riprendeva uno dei detenuti urlare agitato lungo il corridoio del proprio settore, ed è arrivata un’ulteriore testimonianza di un caso di estrema fragilità». La persona, scrive la Rete, «con un sorriso fisso in volto, di una tenerezza disarmante, non risponde facilmente neppure alla richiesta del suo nome e non sembra in grado di badare a se stessa, avendo bisogno di aiuto anche per vestirsi». Una persona che, aggiunge, «sarebbe stata trovata così per strada». Per Mai più lager – NO ai CPR, uno degli aspetti più inquietanti e brutali riguarda la funzione assunta dai CPR, ossia «quella di rinchiudere persone con problemi di fragilità psichica delle quali non ci si vuole prendere cura». Persone che, sottolinea la Rete, «andrebbero curate, accudite e seguite per ottenere un permesso per cure mediche», ma che invece «vengono detenute per mesi in totale abbandono» e poi «messe su un aereo, sedate e legate», oppure «rilasciate improvvisamente sul territorio, spesso in città diverse da quelle in cui sono state fermate, senza alcuna presa in carico». Nel mirino finiscono anche le responsabilità sanitarie. «Non faremo un passo indietro sulla denuncia della connivenza delle varie figure coinvolte nel funzionamento dei CPR», afferma la Rete, chiamando in causa chi «attesta l’idoneità al trattenimento anche di soggetti in queste condizioni», i pronto soccorso che «li ricevono e fingono di non vedere» e le strutture ospedaliere convenzionate che «avallano con il proprio operato luoghi di tortura, fornendo una garanzia di presidio medico che in realtà è solo fittizia». Un sistema che, aggiunge, «sta assumendo sempre più i contorni di una deriva manicomiale». Approfondimenti/CPR, Hotspot, CPA CPR E SALUTE: UN DIALOGO MULTIDISCIPLINARE Confronto sugli effetti patogeni della detenzione amministrativa e sulle forme di resistenza 10 Maggio 2024 Sul piano politico e sociale, intanto, prosegue la mobilitazione contro l’apertura di nuovi CPR. A Trento, dopo la manifestazione che ha portato in piazza oltre 1.700 persone, il Coordinamento regionale No CPR rilancia il percorso di opposizione con una nuova assemblea promossa giovedì 15 gennaio. «I CPR non hanno nulla a che vedere con la sicurezza», afferma, «ma servono a privare della libertà persone che spesso non verranno mai rimpatriate». Una posizione condivisa anche dal vescovo di Trento, Lauro Tisi, che ha definito il CPR «una nuova barbarie che apre all’abisso della disumanità». A rafforzare il fronte critico è arrivata anche la presa di posizione del Consiglio regionale dell’Ordine degli assistenti sociali, che parla di «interrogativi profondi rispetto alla tutela della dignità umana» e mette in guardia dalle «ripercussioni disgreganti sul lavoro quotidiano di costruzione di legami e coesione sociale». In un contesto segnato dall’imminente entrata in vigore del Patto europeo su migrazione e asilo, la detenzione amministrativa nei Paesi dell’Ue e in alcuni Stati “prescelti” extra Ue, come l’Albania e altri Paesi dei Balcani, rischia di diventare il modello europeo di gestione delle migrazioni. Ed è proprio per questo che quando cala l’attenzione, quando è Natale o estate, diventa ancora più urgente continuare a guardare dentro questi luoghi e mobilitarsi.
Marco Cavallo torna a camminare per i diritti
Marco Cavallo, simbolo della lotta per la libertà e i diritti, il cavallo azzurro, nato nel 1973 dai pazienti e operatori del manicomio di San Giovanni a Trieste durante l’esperienza di Franco Basaglia, attraverserà i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) italiani, in cui vengono trattenute persone straniere in attesa di rimpatrio. «Strutture che,» – spiegano i promotori – «per molti versi, ricordano gli OPG, ma che forse sono ancor più crudeli dal punto di vista umano». Notizie/CPR, Hotspot, CPA MARCO CAVALLO SCENDE IN PIAZZA: UN VIAGGIO CONTRO I CPR, LAGER DEL PRESENTE Si parte con una manifestazione a Gradisca d'Isonzo - Gorizia il 6 settembre 29 Luglio 2025 Il progetto, lanciato a febbraio dal Forum Salute Mentale ha raccolto decine di adesioni da associazioni, gruppi, operatori, comitati, attivisti 1. Il viaggio partirà ufficialmente il 6 settembre da Gradisca d’Isonzo 2, da uno dei CPR più duri dove le violenze sistematiche e le condizioni degradanti sono state documentate più volte. Una scelta tutt’altro che casuale quindi: questo centro è da sempre teatro di violenze, malattie lasciate senza cura e abusi quotidiani. Denunce recenti della rete Mai più lager – No CPR hanno raccontato l’estate di chi è rinchiuso lì: celle roventi, scabbia che si diffonde senza che le autorità intervengano, ragazzi che tentano il suicidio, autolesionismi ripetuti. E ancora le denunce di pestaggi notturni con manganelli, come quello che a maggio ha colpito un giovane con problemi psichici e fisici, o la violenza contro S., ventenne che a fine agosto si è procurato tagli profondi e, dopo aver chiesto aiuto e filmato la risposta sprezzante degli agenti, è stato picchiato per strappargli il cellulare dalle mani. «Agosto è il mese peggiore,» – sottolineano le attiviste nella sintesi di quanto accaduto in questo mese – «in cui emarginazione ed abbandono si fanno più vivi e i già scarsi servizi del gestore (presidio della salute compreso) che diventano inconsistenti quando non si estinguono del tutto». Tutto questo avviene in un contesto in cui l’uso degli smartphone, consentito a Gradisca e a Milano (ma non negli altri CPR, compreso quello in Albania), permette di far filtrare qualche prova. Negli altri centri regna invece il buio, con un telefono a sezione e nessuna possibilità di documentare, lasciando campo libero a insabbiamenti e violenze impunite. Un viaggio di solidarietà e testimonianza Il viaggio – frutto di un lavoro collettivo che sta coinvolgendo associazioni, gruppi e cittadini – prevede diverse tappe. Marco Cavallo consegnerà alle persone trattenute nei CPR lettere scritte dai sostenitori, portando un messaggio di vicinanza e speranza. Sarà accompagnato da bandiere realizzate con tessuti di scarto, simbolo poetico di legami e vite intrecciate. Il regista Giovanni Cioni documenterà l’intero percorso per realizzare un film che custodisca e diffonda le voci raccolte lungo la strada. Il 5 settembre, alle 17, al cinema Ariston di Trieste, amici, sostenitori, cittadini e associazioni potranno salutare Marco Cavallo prima della partenza, con la presentazione del progetto da parte dello psichiatra Peppe Dell’Acqua e la proiezione del film Noi siamo gli errori che permettono la vostra intelligenza della regista Erika Rossi. Il viaggio toccherà poi Milano, Roma, Palazzo San Gervasio, Brindisi e Bari, con iniziative pubbliche e momenti di confronto documentati sul Forum Salute Mentale. Questo viaggio si intreccia con la campagna “180 Bene Comune. L’arte per restare umani”, promossa dal Forum Salute Mentale. La legge 180 non è soltanto quella che ha chiuso i manicomi, ma un presidio di civiltà che riguarda tutti: parla di diritti, di riconoscimento dell’altro, della capacità di convivere tra diversità – dentro e fuori di noi. Oggi, mentre si tenta di dimenticare quella legge, i CPR rischiano di diventare le nuove istituzioni della segregazione e della violenza sociale. È per questo che Marco Cavallo ha deciso di rimettersi in viaggio. Ha nitrito di rabbia nell’apprendere cosa accade dentro questi luoghi, con il desiderio di abbatterne i muri; poi, parlando con Peppe Dell’Acqua, ha riconosciuto che questo è ancora una volta il suo momento: trasformare la collera in cammino, in testimonianza, in denuncia. «Sono vecchio e stanco» – confida – «ma ogni volta che mi chiamano in questi luoghi di dolore non posso che rimettermi in movimento» 3. 1. Adesioni a questo link ↩︎ 2. Per sostenere il progetto clicca qui ↩︎ 3. Leggi: Sono una bandiera di libertà: per questo viaggerò nei Cpr italiani. Veronica Rossi intervista Marco Cavallo ↩︎
Marco Cavallo scende in piazza: un viaggio contro i CPR, lager del presente
Marco Cavallo è una grande scultura azzurra, alta circa quattro metri, realizzata nel 1973 dai pazienti e dagli operatori del manicomio di San Giovanni a Trieste, durante l’esperienza di Franco Basaglia. Nella sua pancia, i ricoverati inserirono biglietti con i loro desideri. Il 21 gennaio 1973 Marco Cavallo fu portato fuori dal manicomio in un corteo che abbatté muri fisici e simbolici. Quel momento divenne il simbolo della lotta contro l’internamento psichiatrico e per la libertà, contribuendo alla riforma che chiuse i manicomi in Italia. Oggi Marco Cavallo torna a camminare per abbattere un’altra forma di esclusione: i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). Il progetto, lanciato a febbraio, dal Forum Salute Mentale e inserito nella campagna nazionale #180 Bene Comune, ha già raccolto decine di adesioni da associazioni, gruppi, operatori, comitati, attivisti e reti locali e nazionali 1. Un fronte plurale che chiede con forza la chiusura dei CPR e la fine della detenzione amministrativa. «Come poteva il Forum della Salute Mentale, che tanto si è battuto per la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari e che accompagnò il Cavallo azzurro nelle manifestazioni, restare indifferente davanti allo scandalo dei CPR?» scrive Francesca de Carolis, una delle voci editoriali del Forum. «Strutture che, per molti aspetti, ricordano gli OPG, ma che sono ancora più crudeli. Qui sono rinchiuse persone il cui “reato” è stato varcare un confine, spinte da guerre, difficoltà economiche e dal desiderio legittimo di una vita migliore. Migranti colpevoli di “desiderio di vivere”». Nel suo articolo de Carolis racconta come Marco Cavallo si muova verso i CPR per denunciarne l’orrore. Oggi in Italia ci sono dieci CPR, nati con la legge Turco-Napolitano del 1998 e trasformati nel tempo, con la recente legge Minniti-Orlando che ha prolungato la detenzione fino a 180 giorni. Il viaggio ufficiale di Marco Cavallo partirà il 6 settembre con una manifestazione a Gradisca d’Isonzo. Nei mesi successivi farà tappa a Milano, Roma, Gradisca e altre città. Ogni fermata di questo percorso di denuncia, sarà un’occasione per portare alla luce la realtà dei CPR, raccontare storie dimenticate e denunciare la disumanizzazione di chi vi è rinchiuso. Ogni tappa prevede assemblee pubbliche, performance, letture e momenti di riflessione collettiva. Il Forum Salute Mentale ha lanciato anche una campagna di raccolta fondi per coprire le spese del viaggio (trasporti, accoglienza, materiali, supporto tecnico), coinvolgendo concretamente la società civile. Marco Cavallo non è solo una scultura: è un corpo collettivo in cammino, una memoria che non vuole tacere, un sogno di libertà senza confini. Unitevi al viaggio. 1. Qui le adesioni ↩︎
Bari, fuoco e repressione nel CPR: la protesta che nessuno vuole vedere
In Puglia sono attualmente attivi due Centri di Permanenza per il Rimpatrio: uno a Bari-Palese, l’altro a Restinco, frazione di Brindisi 1. Entrambe le strutture si trovano in aree periferiche, militarizzate e difficilmente accessibili da osservatori esterni. Quello di Bari 2 è attivo come CPR dal 2017; ad oggi, vi sono state trattenute circa 750 persone. Ed è proprio in questo centro che, nella notte tra il 22 e il 23 luglio, è esplosa una nuova protesta. Le persone recluse hanno appiccato incendi all’interno dei moduli detentivi, incendiando materassi e suppellettili. Alcuni si sono rifugiati sui tetti per sfuggire al fumo, lanciando slogan come “libertà” e “tutti liberi”. Le rivolte sono l’esito di condizioni di detenzione estreme: caldo insopportabile, scarsa igiene, cibo avariato, deterioramento della salute fisica e mentale. Gli attivisti della rete Mai più lager – No ai CPR documentano un clima di disperazione, con episodi di autolesionismo e tentativi di fuga, in un contesto in cui l’unico orizzonte possibile resta la detenzione stessa. Secondo quanto riferito dai collettivi locali – che denunciano le «condizioni disumane» del centro e si sono recati subito sul posto documentando con foto e video gli incendi – una delle persone trattenute ha riportato fratture agli arti durante un tentativo di fuga, restando intrappolata per ore senza ricevere soccorsi. La Prefettura ha dichiarato che l’assistenza medica è avvenuta tempestivamente, ma la discrepanza tra le dichiarazioni ufficiali e le testimonianze raccolte all’interno alimenta il sospetto che il sistema operi in una condizione di opacità. L’intervento delle forze dell’ordine per sedare le proteste è stato descritto come violento da attivisti e testimoni diretti, con punizioni collettive e isolamento forzato. PROTESTA DI INIZIO LUGLIO E PROCESSO LAMPO Anche all’inizio di luglio erano state denunciate proteste da parte dei detenuti. La segnalazione era stata lanciata dalla comunità Intifada Studentesca, che ha riferito di «tantissime persone salite sui tetti in segno di rivolta» durante il primo fine settimana del mese, per chiedere di parlare con la direttrice della struttura. Un episodio specifico, avvenuto nei primi giorni di luglio, ha visto tre persone recluse – tutti incensurate – protagoniste di una protesta interna più contenuta, che è però sfociata in arresti in flagranza. Nel processo per direttissima, davanti al giudice Mario Matromatteo, hanno spiegato di aver agito dopo settimane di condizioni igienico-sanitarie degradanti e totale mancanza di ascolto da parte delle autorità. Dopo tentativi pacifici, come lo sciopero della fame, hanno deciso di protestare in modo più eclatante. «Portateci in carcere, ma non di nuovo in quell’inferno», è una delle frasi che hanno detto. 3 Assistiti dalle avvocate Loredana Liso e Uliana Gazidede, i tre hanno patteggiato sei mesi di reclusione con pena sospesa (dequalificati da “organizzatori” a semplici partecipanti), mentre il giudice ha disposto il trasferimento degli atti e del verbale dell’udienza alla Procura, affinché siano verificate le condizioni del centro e accertate eventuali responsabilità legate alla sua cattiva gestione. ATTI DI AUTOLESIONISMO Il 1° maggio 2025 un giovane trattenuto all’interno del centro, dopo una settimana di sciopero della fame, è stato portato all’ospedale San Paolo di Bari in seguito all’ingestione di shampoo. Accanto alla denuncia dell’evento, sono emerse testimonianze su atti di autolesionismo compiuti da un secondo “ospite” del centro e sul tentato suicidio di un terzo. L’assemblea No CPR Puglia ha inoltre segnalato l’abuso di psicofarmaci, l’uso sistematico di isolamento dei detenuti, l’erogazione di pasti deteriorati e una scarsa assistenza medica. STRETTA DEL GOVERNO SULLE VISITE ISPETTIVE NEI CPR Non sarà semplice, ora, poter appurare i fatti e verificare le condizioni dei detenuti: il diritto di ispezione sulle strutture è stato progressivamente compromesso. Una circolare del Ministero dell’Interno, datata 18 aprile 2025, ha introdotto nuove restrizioni formali all’accesso di parlamentari, consiglieri regionali ed eurodeputati nei CPR. Le visite “ispettive” sono state ridimensionate – nella pratica, ostacolate – imponendo che gli accompagnatori siano “soggetti funzionalmente incardinati”, una condizione non prevista dalla normativa primaria, che di fatto limita l’accesso indipendente a queste strutture di detenzione amministrativa. Approfondimenti/Circolari del Ministero dell'Interno/CPR, Hotspot, CPA CPR: VIETATO ENTRARE Il Ministero dell’Interno limita e depotenzia le visite ispettive ai Centri di Permanenza per i Rimpatri Avv. Arturo Raffaele Covella 18 Luglio 2025 Intanto in provincia di Gorizia, al CPR di Gradisca d’Isonzo, attivisti della rete No CPR e trattenuti denunciano da settimane la diffusione di un’epidemia di scabbia tra i reclusi, in un contesto di sovraffollamento, scarsa igiene e cibo di bassa qualità. Le tensioni, legate anche alla diffusione della malattia, hanno generato proteste ripetute. Non c’è più tempo da perdere. I CPR vanno chiusi. 1. Alla fine del 2024, la capienza effettiva della struttura era tornata a 48 posti. Fonte Action Aid. ↩︎ 2. La scheda di questo CPR su Action Aid ↩︎ 3. Bari, protesta dei migranti nel Cpr di Palese: atti ai Pm sulle condizioni del centro, La Gazzetta del Mezzogiorno (10 luglio 2025) ↩︎