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MSF: Somalia, a Baidoa metà dei bambini in condizioni estreme
Negli insediamenti per sfollati di 1 bambino su 2 sottoposto allo screening è affetto da malnutrizione acuta e 1 su 4 è gravemente malnutrito: sono i risultati dell’indagine condotta a luglio da Medici Senza Frontiere.  “Dietro ogni numero c’è un bambino – afferma Allara Ali, coordinatrice di progetto per MSF in Somalia – Quello che stiamo vedendo è scioccante e va ben oltre la soglia dell’emergenza. Altrettanto scioccante è la mancanza di urgenza da parte dei donatori, che continuano a ridurre e ritirare i finanziamenti alla Somalia. Sebbene altri attori stiano cercando di rispondere, la loro capacità è limitata dalla mancanza di fondi”. I risultati dell’indagine sono coerenti con il monitoraggio regolare della malnutrizione condotto da MSF a Baidoa, dove le équipe hanno sottoposto a screening più di 21.000 bambini di età inferiore ai 5 anni dall’inizio dell’anno e hanno rilevato livelli di malnutrizione acuta globale intorno al 50%. L’indagine, condotta su 888 nuclei familiari in 14 insediamenti per sfollati a Baidoa, ha inoltre rilevato che un terzo delle famiglie sopravvive con 1 solo pasto al giorno, mentre solo il 2% può permettersi 3 pasti al giorno. MSF rivolge un appello urgente alla comunità dei donatori, alle organizzazioni internazionali e alle autorità sanitarie affinché garantiscano senza ulteriori ritardi una risposta all’emergenza ben coordinata, adeguatamente finanziata ed efficace a Baidoa e nelle altre aree colpite della Somalia. “Il mondo non può aspettare una dichiarazione di carestia prima di agire – afferma Ali di MSF – È necessario agire ora per prevenire la perdita di vite umane”. L’assenza di piogge e il peggioramento della siccità hanno colpito centinaia di migliaia di persone in tutta la Somalia, privando le famiglie di cibo, acqua, raccolti e bestiame. Secondo l’ONU, nei primi 3 mesi del 2026, più di mezzo milione di persone sono state sfollate in Somalia, con 9 sfollamenti su 10 causati dalla siccità. L’85% degli sfollati sono donne e bambini, che sono anche tra le persone maggiormente colpite dalla malnutrizione. Dall’inizio dell’anno, più di 21.000 bambini sono stati ricoverati nelle strutture ambulatoriali per la malnutrizione supportate da MSF a Baidoa — più del doppio del numero registrato nello stesso periodo dell’anno scorso. Da gennaio fino a oggi 2.890 bambini sono stati ricoverati per cure ospedaliere, con un aumento del 78% rispetto allo stesso periodo del 2025. Le cifre del 2025 erano già superiori a quelle dell’anno precedente. Una tendenza simile si sta osservando nel Mudug, dove i ricoveri nelle strutture ospedaliere supportate da MSF sono aumentati del 70% nei mesi di giugno e luglio. “Raramente riusciamo a fare 2 pasti al giorno. Non c’è nessuna organizzazione che ci aiuti. Un’organizzazione ci ha dato un po’ di assistenza in denaro, ma è stato 3 anni fa “, racconta Nuriyo, madre di un bambino in cura per malnutrizione acuta grave a Baidoa. Il morbillo e la difterite si stanno diffondendo in un contesto in cui le campagne di vaccinazione non stanno raggiungendo tutti in modo efficace. Dall’inizio dell’anno, MSF ha curato circa 2.500 casi di morbillo a Baidoa, rispetto ai circa 1.700 casi registrati durante tutto il 2025. Anche le donne incinte e che allattano sono gravemente colpite. Solo negli ultimi 2 mesi, MSF ha ricoverato per malnutrizione più di 2.600 donne incinte e che allattano. Quando le madri sono malnutrite, i rischi si estendono ai loro bambini prima della nascita, durante il parto e nei primi mesi di vita. Per rispondere all’aumento dei pazienti, MSF ha ampliato una struttura medica da 50 a 150 posti letto. Le équipe di MSF hanno inoltre distribuito beni di prima necessità alle famiglie sfollate e stanno trasportando acqua pulita alle comunità sfollate nel Mudug e a Baidoa. Ma le cure mediche e l’assistenza d’emergenza da sole non possono far fronte alla portata di questa crisi. “Un letto d’ospedale può salvare un bambino oggi. Ma non può proteggere quel bambino quando torna in un rifugio senza cibo, senza acqua pulita e senza servizi di base. Senza un supporto completo, compresa la protezione sociale, continueranno a esserci ricadute e nuovi ricoveri” afferma Ali di MSF. Nonostante la gravità della situazione, la Somalia sta perdendo priorità tra i principali donatori, tra cui il Regno Unito e gli Stati Uniti. Nel 2026 il piano di risposta umanitaria della Somalia è stato ridotto del 40% e, a luglio, risultava finanziato per meno di un terzo. I tagli ai finanziamenti stanno indebolendo servizi sanitari già fragili e costringendo il sistema sanitario a far fronte a una crisi che supera di gran lunga le sue capacità.  “La crisi nutrizionale e sanitaria nel sud-ovest della Somalia sta diventando un chiaro esempio di pericolosa indifferenza e di mancata assunzione di responsabilità, mentre la Somalia scivola sempre più in basso nelle priorità dell’agenda globale. La portata di questa crisi dovrebbe essere un campanello d’allarme per la comunità internazionale” afferma Ali di MSF. MSF chiede un urgente potenziamento delle cure ospedaliere per la malnutrizione acuta grave, in particolare per i bambini con complicazioni mediche. È necessario aumentare il numero di posti letto e il personale sanitario, garantendo allo stesso tempo una fornitura continua di alimenti terapeutici, farmaci e attrezzature mediche. MSF chiede inoltre campagne di vaccinazione urgenti per raggiungere le comunità rimaste escluse e quelle difficili da raggiungere, con una copertura più ampia e una distribuzione più efficace. Testimonianza di Nasteho, madre di un bambino in cura per malnutrizione acuta grave a Bumbashar, Baidoa > Nasteho Ibrahim ha già seppellito uno dei suoi gemelli. Il secondo figlio è > ora ricoverato nel centro per il trattamento ospedaliero del Bay Regional > Hospital di Baidoa, dove viene curato per una malnutrizione acuta grave. > > “È una malattia che ha colpito tutti e 6 i miei figli; non ce n’è uno che non > abbia dovuto essere ricoverato in ospedale” racconta Nasteho. > > È la terza volta nella breve vita di suo figlio Ahmed che Nasteho lo porta in > questo ospedale. Era troppo debole per alimentarsi, aveva la febbre, diarrea e > difficoltà respiratorie. Dopo 6 giorni di cure si era ripreso, ma pochi giorni > dopo essere tornato a casa ha avuto una ricaduta. > > “Ieri e il giorno prima ha ricominciato a vomitare e ad avere la diarrea. Poi > ha iniziato di nuovo ad avere difficoltà a respirare e ha smesso di > allattare”. > > Anche la sua pelle porta i segni della malnutrizione. > > “Mio figlio piange continuamente perché ha una lesione, al punto che non > riesco nemmeno a tenerlo in braccio, e non ho latte materno per lui”.  > > Nasteho non riesce a produrre abbastanza latte per nutrirlo, perché anche lei > soffre di malnutrizione. > > “In questo momento non ho latte. Quando gli danno il latte fornito > dall’ospedale, mio figlio si riprende. L’ultima volta gliel’hanno dato e l’ho > portato a casa da qui in buone condizioni di salute. ”. > > La malattia di suo figlio si aggiunge a una situazione familiare difficile. > Nasteho ha perso il lavoro come cuoca quando la scuola dove lavorava ha > chiuso, e ora la famiglia sopravvive con il cibo che vicini e parenti riescono > a portare. > > “Do loro qualunque cibo riusciamo a trovare o quello che riceviamo dai nostri > vicini, perché mio marito non ha un lavoro. Nessuna organizzazione ci ha mai > aiutati. Cerchiamo un’organizzazione che possa aiutarci e continuiamo a > cercare, ma finora non abbiamo ricevuto alcun aiuto. Stiamo affrontando una > grave carenza d’acqua, non abbiamo più acqua dall’inizio della stagione secca. > A parte, occasionalmente, una tanica d’acqua dai vicini o dalle famiglie che > abitano nelle vicinanze, nessuno ci ha nemmeno dato dell’acqua. Abbiamo > bisogno di cibo e acqua”. > > Nasteho non è sfollata. Vive a Baidoa da anni, e questo mostra quanto questa > crisi si estenda ben oltre gli insediamenti per sfollati. I ripetuti ricoveri > di suo figlio riflettono ciò che le équipe di MSF stanno osservando in tutto > lo stato del sud-ovest, dove in un solo anno i ricoveri per malnutrizione sono > più che raddoppiati. Testimonianza di Nuriyo Mo’alin, madre di una bambina in cura per malnutrizione acuta grave a Daudow > Nuriyo Mo’alin ha camminato per ore per portare la figlia in ospedale. > > Dopo 7 giorni di cure per malnutrizione acuta grave e complicazioni associate, > la bambina sta iniziando a riprendersi. > > “Mia figlia è malata; soffre di diarrea e vomito continui. E ora ha sviluppato > anche un’anemia. Non riuscivano a trovare una vena negli arti, così le hanno > inserito la flebo nel cuoio capelluto”. > > Nuriyo è una contadina. Quest’anno, dopo anni di piogge insufficienti, si era > presentata una rara possibilità di seminare, ma la malattia della figlia le ha > tolto anche questa opportunità. > > “Dopo le piogge, nei campi sarebbe potuto crescere qualcosa, ma proprio quando > era arrivato il momento di coltivare, mia figlia si è ammalata e non abbiamo > piantato nulla. Negli ultimi anni c’è stata la siccità, e quest’anno non > abbiamo potuto beneficiare di queste piogge perché mia figlia si è ammalata. > Raccogliamo legna da ardere e la portiamo a Baidoa. È l’unico modo che abbiamo > per procurarci da vivere”. > > Dare da mangiare ai suoi figli non è mai stato facile. > > “Ho avuto 7 figli e quella che sto allattando è la più piccola. Il mio solo > latte materno non è mai sufficiente per nutrire i miei figli; gli do il tè fin > dal giorno in cui sono nati. Nella nostra zona le verdure sono praticamente > introvabili. Facciamo solo 2 pasti al giorno, al mattino e alla sera. E anche > riuscire a fare quei 2 pasti è raro. Negli ultimi mesi abbiamo sofferto di una > grave carenza d’acqua; persino gli asini che usavamo per andare a prendere > l’acqua sono morti a causa della siccità”. > > “Non c’è nessuna organizzazione che ci aiuti. Un’organizzazione ci ha dato un > po’ di assistenza. Ci hanno dato 180 dollari per 2 mesi, ma è stato 3 anni > fa”. > > È la prima volta nella sua vita che Nuriyo porta un figlio in ospedale, per > quanto la sua comunità è lontana dall’assistenza medica e della risposta > umanitaria. > > “Di solito le persone vanno a Baidoa, a 8 chilometri di distanza, per cercare > aiuto e risorse, ma noi non siamo nemmeno andati fin lì”. > > Nuriyo ha già sofferto di malnutrizione acuta grave. > > “Ero gravemente malnutrita. Mi hanno curata mentre ero incinta, e poi sono > semplicemente tornata in campagna”. > > Una volta curata, è stata lasciata senza alcun follow-up e ora sua figlia sta > vivendo la stessa situazione.   Redazione Italia
August 11, 2026
Pressenza
A Deir El Balah negli ultimi 30 giorni curati 49 feriti da attacchi israeliani
Coordinatrice medica MSF: “Questo non è un cessate il fuoco, non gli somiglia nemmeno lontanamente” 28 luglio 2026 – Ancora una volta, le équipe mediche di Medici Senza Frontiere (MSF) a Gaza, in Palestina, hanno curato pazienti con devastanti ferite da esplosione causate dagli attacchi aerei delle forze israeliane. Il 25 luglio, 7 raid aerei hanno colpito diverse aree della Striscia tra le 12:00 e le 18:00. In totale, 8 pazienti feriti sono stati trasferiti all’ospedale da campo di MSF ad Al Zawayda, a Deir El Balah. Negli ultimi 30 giorni, le équipe di MSF presso questo ospedale da campo hanno curato 49 pazienti feriti in attacchi aerei israeliani o da cecchini israeliani. Almeno 15 di loro erano bambini. “Uno dei pazienti arrivati sabato era così gravemente ferito che abbiamo dovuto operarlo immediatamente” afferma la dottoressa Randa Masoud, coordinatrice medica di progetto di MSF. “Abbiamo dovuto amputargli 3 arti. Ha inoltre perso completamente la vista da un occhio e, poiché anche l’altro ha subito un trauma importante, molto probabilmente resterà cieco per il resto della sua vita. Meno di 2 ore dopo, un altro attacco aereo ha colpito Deir El Balah, vicino all’ospedale Al-Aqsa. In seguito a quell’episodio, abbiamo inviato 2 volte le nostre ambulanze per soccorrere e trasportare in totale 6 persone. Quello che il personale medico continua a ripetere è che non si tratta affatto di un cessate il fuoco”. L’attacco nei pressi dell’ospedale Al-Aqsa ha colpito l’ingresso della struttura, uccidendo 2 persone e ferendone 10. Oltre ai pazienti feriti in questo attacco, più tardi nello stesso giorno altre persone sono state trasferite dal pronto soccorso dell’ospedale Al-Aqsa al nostro ospedale da campo, poiché il reparto di chirurgia era al completo. La protezione delle strutture sanitarie deve essere garantita. Ogni attacco contro o nelle vicinanze di una struttura sanitaria mette a rischio la vita dei pazienti, dei familiari che li assistono e del personale medico, oltre a interrompere le cure salvavita per tutte le persone che ne dipendono. In tutta la Palestina, le persone sono costantemente sotto attacco da parte delle forze israeliane. Alle ferite fisiche si aggiungono profondi traumi psicologici e ostacoli nell’accesso alle cure. MSF continua a esserne testimone, e i pazienti continuano a pagarne il prezzo. Testimonianza di Randa Masoud (QUI AUDIO in inglese) coordinatrice medica di progetto di MSF.   > “È stata un’altra giornata dura e difficile, in cui abbiamo dovuto affrontare > la terribile situazione di assenza di sicurezza e protezione, i continui > attacchi contro i civili e la violenza incessante che continua a provocare > feriti nella Striscia di Gaza. L’intensificarsi delle violenze e le > testimonianze del personale medico confermano ciò che continuiamo a ripetere > da tempo: questo non è affatto un cessate il fuoco. Non gli somiglia nemmeno > lontanamente. La prima ondata di pazienti è arrivata dopo un attacco aereo ad > Al Zawayda. Diverse persone ferite sono state trasportate con un’auto e > lasciate al nostro pronto soccorso. Uno di loro era in condizioni così gravi > che abbiamo dovuto operarlo immediatamente, procedendo all’amputazione di 3 > arti. Ha inoltre perso completamente la vista da un occhio e, poiché anche > l’altro ha subito un trauma importante, molto probabilmente resterà cieco per > il resto della sua vita. Meno di 2 ore dopo, un altro attacco aereo ha colpito > un’area vicina all’ospedale. In seguito a questo episodio con numerosi feriti, > l’ospedale Al-Aqsa ha chiesto il nostro supporto per alleggerire la pressione > sul pronto soccorso. Abbiamo inviato le nostre ambulanze e, in 2 > trasferimenti, abbiamo trasportato 6 feriti. Le condizioni dei pazienti > variavano da casi gravi a casi molto critici. Alcuni hanno richiesto > interventi chirurgici urgenti in sala operatoria, mentre altri hanno avuto > bisogno di fissazioni esterne per fratture complesse. Si tratta di un livello > di violenza e di traumi estremamente elevato, che mette a dura prova équipe > mediche già stremate e un sistema sanitario vicino al collasso. Tutto questo > avviene in un contesto di disponibilità molto limitata di forniture mediche, > materiali, farmaci e attrezzature sanitarie.  E tutto questo non si ferma. Non > sembra destinato a fermarsi nel prossimo futuro. Per questo è necessario > continuare a chiedere con sempre maggiore forza un vero cessate il fuoco a > Gaza”.   Medecins sans Frontieres
July 28, 2026
Pressenza
Venezuela, AUDIO testimonianze da staff Medici Senza Frontiere
Le persone vivono per strada, il sistema di distribuzione dell’acqua e dello smaltimento dei rifiuti sono collassati 8 luglio 2026 – Testimonianza di Andreas Spaett (QUI AUDIO in inglese), responsabile dei programmi di MSF in Venezuela. “I bisogni sono in continua evoluzione e, in questa fase, la priorità è assistere i sopravvissuti e le persone che vivono ancora per strada, ospitate in campi di accoglienza di diverse dimensioni. Stiamo gestendo cliniche mobili in diversi luoghi, tra cui Playa Verde, che rappresenta il principale centro di accoglienza nello stato di La Guaira, e a Naiguatá. Inoltre, abbiamo esteso il nostro intervento anche a Caracas, dove osserviamo un numero crescente di persone che vivono per strada. Per questo abbiamo attivato una terza clinica mobile nel centro della città. Le necessità maggiori riguardano il supporto alla salute mentale, un ambito che stiamo rafforzando ampliando il nostro team con l’assunzione e la formazione di nuovi psicologi. Abbiamo inoltre avviato interventi nel settore dell’approvvigionamento idrico e dei servizi igienico-sanitari: abbiamo installato servizi igienici dove mancavano e siamo coinvolti nel trattamento dell’acqua per garantire acqua potabile alle persone assistite. Lavoriamo in collaborazione con altri attori umanitari che si occupano di altri servizi, come l’alloggio e la distribuzione di cibo. Nel complesso, la risposta umanitaria sta diventando sempre più strutturata. Parallelamente, stiamo lavorando a una strategia per supportare il Ministero della salute nello sviluppo di una risposta più ampia e strutturata rispetto a quella attualmente disponibile nel supporto alla salute mentale.” Testimonianza di María Gabriela Silensi (QUI AUDIO in spagnolo), responsabile del team di salute ambientale di MSF in Venezuela. “Sul campo stiamo riscontrando difficoltà nell’accesso all’acqua. Le persone hanno accesso all’acqua solo attraverso l’acqua in bottiglia, distribuita grazie alle donazioni di organizzazioni e privati. Il sistema di distribuzione dell’acqua è collassato, quindi stiamo conducendo una valutazione approfondita per capire come possiamo contribuire a garantire un sistema di distribuzione dell’acqua più sostenibile e tempestivo. Per quanto riguarda la gestione dei rifiuti, il sistema è completamente collassato, rendendo estremamente difficile garantire condizioni igienico-sanitarie adeguate. Le persone non hanno accesso a servizi igienici né a docce. MSF sta lavorando per creare un sistema di gestione dei rifiuti nei centri di accoglienza che supportiamo, con l’obiettivo di prevenire l’insorgere di malattie nel medio e lungo periodo. Inoltre, stiamo costruendo docce per offrire alle persone condizioni igieniche dignitose, affinché possano lavarsi. Stiamo anche realizzando servizi igienici, perché al momento la defecazione all’aperto è molto diffusa a causa della mancanza di strutture adeguate.” MSF in Venezuela Nei primi giorni della risposta, i team di MSF hanno effettuato oltre 120 consultazioni mediche, principalmente per patologie croniche, infezioni respiratorie e malattie della pelle, e hanno fornito circa 50 sessioni di supporto psicologico, sia individuali che di gruppo, attraverso le cliniche mobili. MSF ha distribuito kit di emergenza per il trattamento dei traumi e forniture mediche sufficienti ad assistere quasi 10.000 persone ferite. Inoltre, ha donato 8,5 tonnellate di farmaci, attrezzature mediche e materiali per l’igiene e la sanificazione per supportare le strutture sanitarie messe a dura prova dall’emergenza. L’Ufficio stampa di Medici Senza Frontiere Medecins sans Frontieres
July 9, 2026
Pressenza
La resistibile ascesa delle destre – 2
di Enrico Semprini Questo elaborato è il secondo di una serie che continuerà nelle prossime settimane. Gli argomenti che saranno approfonditi sono i seguenti: La remigrazione – (il primo è stato pubblicato il sei giugno) la psicologia di massa del fascismo; il ruolo dell’irrazionalità e delle religioni. Il piano del lavoro è in corso di sviluppo e ad oggi non
Flottilla rapita: la complicità nel PD milanese
Come voleva il sindaco Sala resta il gemellaggio con Tel Aviv. Nelle stesse ore del sequestro di civili disarmati in acque internazionali spuntano 6 consiglieri comunali della maggioranza a votare con la destra di Mario Sommella (*) C’è una geografia morale che si rivela tutta in una sera di maggio. Mentre nelle acque internazionali del Mediterraneo orientale i commando della
BRESCIA: DOMENICA TORNA LA BIBLIOTECA VIVENTE DI MEDICI SENZA FRONTIERE
Domenica 19 aprile alle ore 15.00 a Palazzo Averoldi, contrada Santa Croce 38 a Brescia, torna “La Biblioteca Vivente – I libri che prendono vita”, organizzata anche quest’anno dal gruppo di volontari di MSF Brescia. Durante il pomeriggio, quattro persone racconteranno storie della loro vita, esperienze, scelte effettuate, il proprio impegno umbanitario. Partecipano in quanto “Libri Viventi”: * Mariangela Ferrari: volontaria per Vol.Ca. associazione che opera nell’ambito penitenziario a Brescia. * Mariam Ghassan: referente per Brescia dei Giovani Palestinesi d’Italia. * Noga Kadman: ricercatrice in diritti umani, attivista per la rete Mai Indifferenti-Voci ebraiche per la pace. * Fausta Orsi: operatrice di Medici Senza Frontiere, ginecologa, con missioni in Yemen, Afghanistan, Ciad. Presentiamo l’iniziativa con Natalia Vantini del Gruppo volontari di Brescia di Medici Senza Frontiere. Ascolta o scarica Ci siamo fatti anticipare qualcosa della sua storia da Fausta Orsi, ginecologa con esperienza di missioni in Yemen, Afghanistan e Ciad. Ascolta o scarica
April 17, 2026
Radio Onda d`Urto
Sudan/Darfur: droni infieriscono sui civili
La coordinatrice delle emergenze di Medici Senza Frontiere nel Darfur, Muriel Boursier, denuncia che, a seguito di 5 attacchi con droni condotti dalle Forze Armate Sudanesi (SAF), da domenica sera in meno di 24 ore i team di Medici Senza Frontiere hanno prestato soccorso a 56 persone ferite e registrato 2 decessi: > Nel Darfur occidentale, i team di MSF dell’Ospedale Universitario di El > Geneina hanno curato 25 persone, tra cui 4 bambini, ferite in un attacco > avvenuto nei pressi della città domenica notte. > > Lunedì mattina, MSF ha assistito 3 feriti a seguito di un attacco con droni > che ha colpito l’affollato mercato di Tululu lungo la strada Zalingei-Geneina. > > Nel Darfur centrale, i team di MSF hanno curato 28 feriti presso l’ospedale > universitario di Zalingei a seguito di 4 attacchi con droni nella regione. > > Sono stati segnalati anche 2 decessi. > > Mentre il Sudan entra nel suo quarto anno di guerra, questi attacchi da parte > delle Forze Armate Sudanesi dimostrano un totale disprezzo per la vita dei > civili. > > Le persone vengono uccise sulle strade e nei mercati. Non c’è alcun luogo > sicuro. > > Entrambe le parti in conflitto stanno attaccando e uccidendo civili, come > fanno da anni. Ciò deve finire immediatamente, questo livello di violenza e > sofferenza inflitta non può continuare. > > La crisi umanitaria in Sudan è una delle più gravi al mondo e, negli ultimi > tre anni, i civili hanno subito violenze estreme che hanno devastato ogni > aspetto della loro vita. > > MSF è presente in 9 stati del Sudan, dove risponde alle emergenze fornendo > assistenza medica di base. Ancora una volta, chiediamo alle parti in conflitto > in Sudan di proteggere i civili. Redazione Italia
April 14, 2026
Pressenza
Sudan, 3 anni di guerra in 3 parole: catastrofe, impunità e atrocità
Tre anni di guerra in Sudan si riassumono in 3 parole: catastrofe, atrocità e impunità. Catastrofe perché si tratta della crisi umanitaria più grave al mondo, con circa 14 milioni di persone costrette a fuggire dalle loro case. Atrocità perché le persone vengono massacrate a causa della propria etnia, subendo torture, fame e violenza. Impunità perché questa guerra viene combattuta senza alcun riguardo per i civili e in palese violazione del diritto internazionale umanitario. “Il mondo deve agire ora. La crisi in Sudan non è solo una catastrofe umanitaria, ma un fallimento politico collettivo” dichiara il dr. Javid Abdelmoneim, presidente internazionale di Medici Senza Frontiere (MSF). “Non solo le parti in conflitto e i loro alleati devono adottare misure immediate e concrete per proteggere la popolazione, ma devono essere anche ritenute responsabili delle violazioni in corso. La popolazione sudanese deve essere protetta in ogni momento, ovunque si trovi”. Lo scontro tra le Forze Armate Sudanesi (SAF) e le Forze di Supporto Rapido (RSF), insieme ai gruppi alleati di entrambe le parti, ha provocato uno smantellamento sistematico dei servizi essenziali su cui la popolazione fa affidamento, tra cui l’assistenza sanitaria, la protezione e la sicurezza alimentare e di base. Nel 2025, i team di MSF hanno curato più di 7.700 pazienti vittime di violenza fisica – inclusi feriti per arma da fuoco – hanno fornito oltre 250.000 visite mediche di emergenza e hanno condotto più di 4.200 visite per casi di violenza sessuale, molto spesso utilizzata come arma di guerra, e che colpisce in primo luogo le donne. Nello stesso periodo, più di 15.000 bambini sotto i 5 anni sono stati ricoverati nei programmi nutrizionali ospedalieri di MSF a causa della malnutrizione acuta, una condizione in aumento, che aggrava il rischio di decesso per malattie altrimenti curabili. Nel loro insieme, questi dati dimostrano che, al di là delle vittime dirette del conflitto, la violenza incessante sta infliggendo un danno profondo e di vasta portata, con gravi conseguenze per la salute della popolazione. Un sistema sanitario indebolito e preso di mira Nel corso del conflitto, i programmi di vaccinazione sono stati interrotti e i sistemi di sorveglianza sanitaria compromessi, accelerando la diffusione di malattie e ritardando l’individuazione delle epidemie. La risposta umanitaria internazionale — compresa quella delle agenzie delle Nazioni Unite, in particolare nel Darfur — non è ancora sufficiente a prevenire perdite evitabili di vite umane. I tagli ai finanziamenti stanno peggiorando ulteriormente una situazione già disastrosa, e ancora una volta sono le persone a pagarne il prezzo: muoiono per cause prevenibili perché le autorità sudanesi e la comunità internazionale non riescono a venire in loro aiuto. MSF ha assistito a ricorrenti focolai di malattie mortali, ma prevenibili, in tutto il Sudan: dal morbillo nel Darfur all’epatite E nello Stato di Jazeera, fino al colera nel Khartoum o nel Nilo Bianco. Nel 2025 MSF ha curato più di 12.000 pazienti colpiti da morbillo e quasi 42.200 colpiti da colera. Queste ondate stanno costando la vita alle persone più vulnerabili, specialmente bambini e donne in gravidanza. “La mia bambina è nata prematura, perché la guerra ci ha costretti a fuggire da Omdurman mentre ero incinta” racconta Ferdos Salih, madre di una bambina di 11 mesi colpita da morbillo e malnutrizione acuta grave, ricoverata all’ospedale universitario di El Geneina, nel Darfur occidentale. “Ha sofferto molto a causa dei ripetuti ricoveri. Inoltre, non era stata vaccinata a causa della guerra”. Gli ospedali sono stati saccheggiati, bombardati e occupati. Il personale medico è stato minacciato, arrestato o costretto a fuggire, mentre alle ambulanze è stato impedito di raggiungere i feriti. Da aprile 2023, più di 2.000 persone sono state uccise e 720 ferite in 213 attacchi a strutture sanitarie in tutto il paese — nel 2025, secondo l’OMS, in Sudan si è verificato l’82% di tutti i decessi globali causati da attacchi alle strutture sanitarie. Nello stesso periodo, MSF ha documentato 100 attacchi contro il proprio personale, le strutture supportate e le forniture mediche. Il 2 aprile, un attacco all’ospedale di Al Jabalain, che secondo fonti locali sarebbe stato compiuto dalle RSF, ha causato 10 vittime, tra cui 7 membri del personale medico, alcuni dei quali avevano precedentemente lavorato con MSF. Solo 2 settimane prima, il 20 marzo, un attacco contro l’ospedale di El Daein, nel Darfur orientale, che, sempre secondo fonti locali, sarebbe stato compiuto dalle SAF, ha causato la morte di 70 persone, tra cui 15 bambini. Eppure, nonostante le minacce costanti, i ripetuti attacchi da entrambe le parti in conflitto e la continua indifferenza internazionale, i volontari e il personale medico sudanese continuano a dimostrare una dedizione straordinaria, impegnandosi a fornire assistenza dove è più necessaria. “Le autorità sudanesi continuano a rendere talvolta impossibile per MSF e altri attori umanitari fornire o potenziare le cure salvavita — sia bloccando il nostro ingresso in determinate aree, sia impedendoci di svolgere le nostre attività anche dopo il nostro arrivo” afferma Amande Bazerolle, capomissione di MSF in Sudan. “L’impossibilità di intervenire costringe MSF in una posizione inaccettabile: incapace di rispondere a sofferenze e morti evitabili nonostante sia pronta e disposta a farlo”. Oggi, la vasta regione del Kordofan – nella parte centro-meridionale del paese – è la zona di conflitto più instabile e attiva e si teme che possa diventare il prossimo teatro di atrocità, come è già accaduto in passato in altre regioni, tra cui il Darfur, il Khartoum o la Gezira. È anche una delle aree meno accessibili per le organizzazioni umanitarie, il che rende le comunità ancora più vulnerabili man mano che la violenza si intensifica. Un ciclo di violenza inarrestabile contro i civili Negli ultimi mesi, MSF ha osservato un preoccupante cambiamento nelle modalità della guerra, compreso un uso massiccio di droni sia da parte delle RSF che delle SAF. Questi attacchi si verificano sempre più spesso ben oltre le linee del fronte, prendendo di mira infrastrutture logistiche e zone civili densamente popolate. Da febbraio, MSF ha prestato soccorso a circa 400 persone ferite da attacchi con droni che hanno colpito zone civili nel Ciad orientale e in varie aree del Darfur. Secondo le Nazioni Unite, questi attacchi hanno causato la morte di oltre 500 civili dal 1° gennaio al 15 marzo di quest’anno. “I team di MSF stanno accogliendo pazienti con ferite orribili: ferite trapassanti, arti amputati, ustioni devastanti – molti dei quali sono già morti quando arrivano in ospedale” afferma Muriel Boursier, coordinatrice delle emergenze di MSF nel Darfur. “La portata della violenza e delle atrocità a cui assistiamo è insopportabile”. Questi attacchi, condotti in evidente violazione del diritto internazionale umanitario, non sono sempre diretti contro obiettivi militari. Ciò segna l’ennesimo grave deterioramento di un conflitto in cui le sofferenze della popolazione continuano ad aggravarsi. Un fallimento politico collettivo La crisi in Sudan non è solo una catastrofe umanitaria: è anche un fallimento politico collettivo. Dopo 3 anni di quella che è diventata la più grave crisi umanitaria al mondo, la risposta dei governi e delle organizzazioni internazionali non è riuscita a soddisfare nemmeno le aspettative più elementari. I ripetuti avvertimenti sulle atrocità, comprese quelle commesse contro le comunità non arabe a El Fasher da parte delle RSF, non hanno portato ad alcuna azione significativa. Nel frattempo, bambini, madri e altre persone nelle comunità continuano a morire ogni giorno, sia a causa della violenza indiscriminata contro i civili, incluse uccisioni di massa, fame, torture e stupri, sia per la mancanza dei servizi di base che il sistema umanitario internazionale dovrebbe fornire. Da aprile 2023, quasi 14 milioni di persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case e molte sono dovute fuggire più volte, perdendo tutto. Le due parti in conflitto, che in precedenza formavano il governo del Sudan, stanno smantellando la capacità del paese di proteggere, curare e sostenere la propria popolazione. “Ora più che mai, la protezione dei civili, il rispetto delle strutture sanitarie, la responsabilità per le atrocità e l’accesso umanitario sono urgenti e non negoziabili” conclude Amande Bazerolle di MSF. “3 anni di guerra sono già costati al Sudan un prezzo incalcolabile. Permettere che questa traiettoria continui rischia di condannare un’intera generazione”. Le parti in conflitto e i loro alleati devono adottare misure immediate e concrete per proteggere i civili. Devono essere ritenuti responsabili delle violazioni in corso, che stanno infliggendo immense sofferenze alla popolazione. Gli attori internazionali influenti devono esercitare con urgenza una pressione diplomatica significativa su coloro che finanziano, armano o sostengono politicamente le parti in conflitto. Anche se finora hanno tragicamente fallito nell’usare la loro influenza per fermare le atrocità di massa, esiste ancora una possibilità per influenzare la situazione e prevenire ulteriori crimini. Il silenzio e l’inazione stanno contribuendo a prolungare le sofferenze di milioni di persone. Medecins sans Frontieres
April 13, 2026
Pressenza
LIBIA: ULTIMATUM A MSF. DEVE LASCIARE IL PAESE ENTRO IL 9 NOVEMBRE
Il Ministero degli affari esteri libico ha ordinato a Medici Senza Frontiere di lasciare il paese entro il 9 novembre. L’espulsione sembra voler proseguire l’ondata repressiva che, dallo scorso marzo, sta colpendo le organizzazioni umanitarie che operano nella parte occidentale del Paese. Il 27 marzo 2025 l’équipe di MSF aveva infatti ricevuto l’ordine di sospendere le attività che, in Libia, svolge in collaborazione con le autorità locali. Un ordine – sopraggiunto dopo la chiusura imposta dall’Agenzia per la sicurezza interna (ISA) e l’interrogatorio di diversi membri del suo staff – che ha colpito anche altre 9 organizzazioni umanitarie che operano nella stessa zona. Tuttavia, dopo circa due mesi e mezzo di la sospensione forzata da parte delle autorità libiche, MSF ha potuto riprendere le proprie attività, incentrate principalmente sull’assistenza ai rifugiati e alle persone migranti di passaggio nel Paese. Ora questo nuovo ordine, giunto senza alcuna motivazione specifica, rischia di rimettere tutto in discussione. “Siamo profondamente rammaricati per questa decisione e preoccupati per le conseguenze che avrà sulla salute delle persone che assistiamo – dichiara Steve Purbrick, responsabile dei programmi MSF in Libia, attraverso le pagine del sito dell’organizzazione medico-umanitaria  – Riteniamo di avere ancora un ruolo importante da svolgere in Libia, in particolare nella diagnosi e nel trattamento della tubercolosi, nel supporto al sistema sanitario libico, ma anche nel garantire l’accesso all’assistenza sanitaria ai rifugiati e alle persone migranti che sono escluse dalle cure e soggette a detenzioni arbitrarie e gravi violenze”. Ai microfoni di Radio Onda d’Urto il racconto e l’analisi di Candida Lobes, Advocacy Manager di MSF Italia, con cui abbiamo approfondito anche i contorni del comunicato diramato oggi dall’ONG per chiedere – a pochi giorni dal rinnovo automatico previsto per il 2 di novembre – l’interruzione dell’accordo Italia-Libia in quanto “perpetua scellerate politiche di respingimento e detenzione sulla pelle delle persone alimentando nel Mediterraneo il numero delle morti in mare.” Ascolta o scarica
October 30, 2025
Radio Onda d`Urto
PALESTINA: “DA QUI AD OTTOBRE GAZA POTREBBE NON ESISTERE PIÙ”. L’INTERVISTA A MARTINA MARCHIÒ, APPENA RIENTRATA DALLA STRISCIA
Martina Marchiò è infermiera torinese, classe 1991. La prima volta che è partita in missione con Medici Senza Frontiere era il 2017. Da poco è rientrata da Gaza, dove era stata anche un anno fa. Ha così avuto modo di vedere il rapido deterioramento delle condizioni di vita delle persone. Ha rischiato la vita, dato che a Gaza non esiste un luogo sicuro neanche per gli operatori umanitari. Nell’intervista che vi proponiamo abbiamo chiesto a Martina di dipingere il quadro del genocidio al quale ha assistito. Si tratta di uno spaccato estremamente duro e desolante, nel quale tuttavia si cerca con difficoltà di restare umani. Martina Marchiò è responsabile delle attività mediche per l’ONG francese, vi proponiamo la sua testimonianza (23 minuti).Ascolta o scarica Martina Marchiò è anche autrice di diversi libri. Lo scorso anno Infinito edizioni ha pubblicato la sua ultima opera intitolata: “Brucia anche l’umanità. Diario di un’infermiera a Gaza”.  
July 24, 2025
Radio Onda d`Urto