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Decreto anti-maranza”: un testo culturale “oltre il moderno” – di Pietro Saitta
Probabilmente non vi è alcuna ragione per scrivere l’ennesimo articolo scandalizzato e critico sull’atrocità del decreto “anti-maranza”. Farlo sembrerebbe postulare l’esistenza di interlocutori e di razionalità classiche. Implicherebbe, cioè, l’illusione di muoversi entro spazi sociali in cui a contare sono la capacità di pressione dell’opinione pubblica, l’interesse per le argomentazioni razionali sui temi della [...]
August 1, 2026
Effimera
L’Italia delle professioni invecchia e i giovani pagano il conto
In cinquant’anni l’età mediana della popolazione è salita da 33 a 49 anni, i giovani si sono dimezzati e gli over 65 sono raddoppiati. Questo squilibrio demografico si riflette direttamente sulla libera professione: meno ingressi, più pensionamenti, percorsi più lenti. Le nuove generazioni faticano a entrare, mentre la platea dei professionisti si sposta verso età sempre più mature, ampliando la distanza tra giovani e senior lungo tutto il ciclo di vita. È quanto emerge dal rapporto “Generazioni a confronto tra demografia e redditi”, realizzato dall’Osservatorio di Confprofessioni e curato da Ludovica Zichichi, Camilla Lombardi e Alessia Negrini. La ricerca rivela che nel 2025 i lavoratori dipendenti under 35 rappresentano il 24% del totale, mentre tra i liberi professionisti scendono al 16% e tra gli altri indipendenti al 15%. L’età mediana dei professionisti raggiunge i 50 anni tra gli uomini e 46 tra le donne che, pur essendo mediamente più giovani, stanno rapidamente convergendo verso le fasce più mature. Il lavoro dipendente mantiene una struttura più equilibrata grazie a canali di ingresso più standardizzati, mentre la libera professione richiede tempi di avviamento più lunghi, stabilità economica iniziale e reti consolidate, condizioni che favoriscono le generazioni più mature e rendono più selettivo l’ingresso dei giovani. Il rapporto tra under 35 e over 55 evidenzia un ricambio generazionale già debole nel 2015 e ulteriormente peggiorato nel 2025. Tra gli uomini la presenza dei giovani resta strutturalmente bassa; tra le donne il vantaggio iniziale si riduce fino a scendere, a partire dal 2022, sotto la soglia della parità. “Nel lavoro dipendente, si legge nel Rapporto, si osserva un processo di invecchiamento contenuto e relativamente uniforme, che riflette comunque il più ampio cambiamento della struttura demografica della popolazione. L’età mediana passa da 44 anni nel 2015 a 46 anni nel 2025, con differenze di genere limitate: uomini e donne partono da un livello simile e presentano nel 2025 uno scarto ridotto, con le donne leggermente più mature. Anche il rapporto giovani/maturi diminuisce nel tempo, coerentemente con l’invecchiamento generale, ma resta su livelli prossimi alla parità per entrambi i sessi e mostra differenze di genere contenute. Il comparto mantiene, quindi, una struttura per età relativamente bilanciata. Il quadro muta significativamente nel lavoro indipendente e in particolare tra i liberi professionisti. L’età mediana risulta più elevata e differenziata per sesso: nel 2025 raggiunge i 50 anni tra gli uomini e i 46 tra le donne. Tale divario riflette una diversa stratificazione temporale dell’ingresso nella professione, con una componente femminile mediamente più giovane in quanto più recentemente inserita. Guardando al rapporto tra giovani e maturi, il quadro appare ancora più chiaro. Tra i liberi professionisti il ricambio è già debole nel 2015 e peggiora nel 2025, con un numero di giovani nettamente inferiore a quello dei lavoratori più maturi.” Parallelamente all’invecchiamento degli occupati, cambia la distribuzione dei redditi lungo il ciclo di vita. Se nel 1987 i giovani tra 25 e 34 anni percepivano redditi pari al 97% della media complessiva, nel 2022 scendono al 78%: quasi 20 punti percentuali di reddito persi in 35 anni. La tradizionale curva “a campana” si abbassa nelle età iniziali e si sposta in avanti nelle fasi centrali, segnalando una maturità economica più tardiva e un avvio professionale più ripido. Nel lavoro indipendente le differenze sono ancora più marcate: alla fine degli anni ’80 i giovani autonomi guadagnavano il 20% in più dei senior, mentre nel 2022 guadagnano il 16% in meno. L’analisi evidenzia un divario generazionale persistente: i giovani restano stabilmente sotto la fascia mid‑career (35–54 anni), i senior sopra, con una distanza che nel lavoro autonomo continua ad ampliarsi. Le nuove generazioni faticano a entrare nella libera professione, le opportunità di progressione economica sono più lente, i redditi iniziali più bassi e la distanza dai senior tende ad ampliarsi soprattutto dopo la crisi del 2008, che ha colpito in modo asimmetrico le generazioni più giovani, prive di posizioni consolidate. Le differenze di genere si intrecciano con quelle generazionali, con le giovani donne che mostrano divari leggermente inferiori rispetto ai giovani uomini, ma solo perché l’intera distribuzione dei redditi femminili è più compressa. Non è un vantaggio, bensì un segnale di fragilità strutturale. “Le pari opportunità non rappresentano un semplice vessillo da esibire”, ha sottolineato Raffaele Loprete, delegato di Confprofessioni a Giovani, Pari opportunità e Politiche Gender Gap. “Sono un principio di governo, una leva di politica economica, una responsabilità verso la comunità nazionale. Un Paese che valorizza il merito, che offre ai giovani le condizioni per costruire il proprio futuro e che consente alle donne di esprimere pienamente il proprio talento è un Paese che cresce, innova e si rafforza. In definitiva, è un Paese migliore”. E Giulia Maddalena, coordinatrice della Consulta Giovani di Confprofessioni, ha aggiunto: “Partendo da questi dati, la Consulta avvierà nelle prossime settimane, in collaborazione con l’Osservatorio delle Libere Professioni, una ricerca dal titolo <Il lavoro che vorrei>, rivolta a laureandi e neo laureati, con l’obiettivo di capire quali caratteristiche del lavoro orientino le scelte delle nuove generazioni. Siamo convinti che questo sia il punto di partenza necessario per formulare proposte concrete: servono azioni mirate a ridurre i divari generazionali e di genere, per non perdere una generazione di nuovi liberi professionisti”. Qui il Rapporto: https://confprofessioni.eu/wp-content/uploads/2026/07/Generazioni-a-confronto-tra-demografia-e-redditi_7-luglio-2026-2.pdf Giovanni Caprio
July 15, 2026
Pressenza
Infermieri: senza ricambio generazionale rischiamo implosione
L’Italia è il Paese più anziano dell’Unione europea. Secondo la recente indagine Eurostat l’età media ha raggiunto 49,1 anni e il 24,7% della popolazione ha più di 65 anni, il valore più alto nel contesto comunitario. Un dato che non rappresenta solo una fotografia demografica, ma un indicatore diretto dell’aumento strutturale di cronicità, fragilità e bisogno di assistenza continuativa. Una professione che invecchia insieme al Paese Se l’Italia è la popolazione più anziana d’Europa, anche la principale forza assistenziale del sistema sanitario presenta uno squilibrio anagrafico preoccupante. I monitoraggi della Fondazione GIMBE evidenziano che oltre il 50% degli infermieri italiani dipendenti del nostro SSN supera i 50 anni. La fascia più numerosa è quella compresa tra i 51 e i 55 anni (18,2%), seguita dai 56-60 anni (16,14%), mentre una quota significativa ha già superato i 60 anni. Solo il 3,16% ha meno di 25 anni, dato che fotografa con chiarezza il vuoto generazionale. Il confronto europeo, sulla base dei report OCSE (Health at a Glance: Europe), rende il quadro ancora più netto: mentre in Italia l’età media degli infermieri del SSN sfiora i 56-57 anni, in Germania è di 40,6 anni, in Spagna e Regno Unito di 43 anni, nei Paesi Bassi di 42 anni. Significa che l’Italia registra un divario anagrafico di circa 15 anni rispetto ai principali partner europei. Aumento delle patologie croniche e impatto sulla professione L’invecchiamento della popolazione comporta un incremento strutturale delle patologie croniche – diabete, scompenso cardiaco, BPCO, fragilità geriatrica e pluripatologie – che richiedono monitoraggio continuo, assistenza territoriale e presa in carico stabile. In Italia oltre il 40% degli over 65 convive con almeno due patologie croniche e la gestione della cronicità rappresenta ormai la quota prevalente dell’attività assistenziale. Questo scenario incide direttamente anche sulla salute dei professionisti sanitari. La letteratura scientifica internazionale segnala una prevalenza elevata di disturbi muscolo-scheletrici tra gli infermieri, con percentuali che superano il 60% per la lombalgia nel corso della vita lavorativa (studi pubblicati su riviste come BMC Musculoskeletal Disorders e International Journal of Nursing Studies). Turnazioni prolungate, movimentazione pazienti e carichi fisici ripetuti espongono in modo particolare una forza lavoro con età media elevata. In un contesto in cui oltre il 50% degli infermieri del SSN ha più di 50 anni, l’aumento della cronicità nella popolazione si intreccia con una maggiore esposizione dei professionisti a patologie lavoro-correlate, con ricadute su assenteismo, idoneità parziali e sostenibilità organizzativa. UFFICIO STAMPA SINDACATO NURSING UP Redazione Italia
February 16, 2026
Pressenza
L’Italia che cambia: meno dialetto, meno matrimoni, più anziani al lavoro
In quasi quarant’anni in Italia l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in famiglia si è ridotto di oltre due terzi, dal 32% nel 1988 al 9,6% nel 2024. Nel 2024 quasi una persona su due (48,4%) parla solo o prevalentemente italiano in tutti i contesti relazionali, in crescita rispetto al 40,6% del 2015. 7 persone su 10 (69,5%) dichiarano di conoscere almeno una lingua straniera (9,4 punti percentuali in più rispetto al 2015), con l’inglese che si conferma la lingua straniera più diffusa (58,6%), seguita dal francese (33,7%) e dallo spagnolo (16,9%). I livelli di conoscenza delle lingue straniere restano comunque alquanto bassi: oltre la metà della popolazione (56,2%) dichiara un livello al massimo sufficiente della lingua straniera che conosce meglio. Sono alcuni dei dati di un recente report dell’ISTAT. L’uso esclusivo del dialetto resta relegato alla cerchia familiare e amicale. Poco più di una persona su 10 (11,2%) utilizza solo o prevalentemente il dialetto in almeno un ambito relazionale: il 9,6% in famiglia, l’8% con gli amici e il 2,6% con gli estranei. Molto contenuta è la quota di chi parla solo o prevalentemente dialetto in tutti gli ambiti relazionali (2,3%). Infine, una persona su 10 (10,1%) parla un’altra lingua in almeno un contesto relazionale, quota che varia in base alla lingua madre posseduta: è pari al 3,1% tra le persone di lingua madre italiana, mentre sale al 69,1% tra chi è di lingua madre straniera. Anche sul luogo di lavoro si utilizza sempre più l’italiano (dal 77,5% del 2015 all’81,1% del 2024) e sempre meno il dialetto, sia in modo esclusivo (dal 3,4% all’1,9%) sia combinato con l’italiano (dal 15,8% al 12,8%). Qui il Report dell’Istat: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/01/REPORT_lingue-e-dialetti-def.pdf. Oltre al dialetto, a diminuire in Italia sono anche i matrimoni, le separazioni e  i divorzi. Sempre l’ISTAT ha certificato che nel 2024 sono stati celebrati in Italia 173.272 matrimoni, il 5,9% in meno rispetto al 2023. I matrimoni religiosi presentano un calo consistente rispetto all’anno precedente (-11,4%), accentuando una tendenza alla diminuzione in atto da tempo. Sono state celebrate 29.309 nozze con almeno uno sposo straniero (il 16,9% del totale dei matrimoni), con un decremento dell’1,4% rispetto al 2023. Nei primi nove mesi del 2025 i dati provvisori indicano una nuova diminuzione dei matrimoni (-5,9%) rispetto allo stesso periodo del 2024. A influenzare il calo delle nozze è, in primo luogo, la riduzione della consistenza numerica delle generazioni più giovani, da attribuire alla denatalità persistente. Questo fattore di ordine strutturale si accompagna a importanti cambiamenti di natura culturale che si riflettono sulle scelte familiari e sulla propensione a contrarre matrimonio. La diminuzione tendenziale dei primi matrimoni, al netto delle oscillazioni di breve periodo, si accompagna alla progressiva diffusione delle libere unioni (convivenze more uxorio) che possono costituire sia un’alternativa stabile al matrimonio sia una forma di convivenza transitoria che può precedere le nozze. Le libere unioni invece sono quasi quadruplicate tra il biennio 2000-2001 e il biennio 2023-2024 (da circa 440mila a più di un milione e 700mila), un incremento da attribuire soprattutto a quelle di celibi e nubili. Sei matrimoni su 10 sono celebrati con rito civile, un rito più diffuso nelle seconde nozze (95,1%), essendo spesso una scelta obbligata, e nei matrimoni con almeno uno sposo straniero (91,8% contro il 55,1% nei matrimoni di sposi entrambi italiani). Calano anche le unioni civili: le 2.936 unioni civili tra coppie dello stesso sesso costituite presso gli Uffici di Stato Civile dei Comuni italiani nel 2024 evidenziano un calo rispetto all’anno precedente (-2,7%) confermato anche dai dati provvisori dei primi nove mesi del 2025 (-3,1% rispetto allo stesso periodo del 2024). Si conferma anche nel 2024 la prevalenza di unioni tra uomini (1.608 unioni, il 54,8% del totale), stabili rispetto all’anno precedente (56,1%). Nel 2024 sono stati celebrati in Italia 173.272 matrimoni, il 5,9% in meno rispetto al 2023. Continua infine anche il calo di separazioni e divorzi: nel 2024 le separazioni sono state complessivamente 75.014, il 9,0% in meno rispetto all’anno precedente. I divorzi sono stati 77.364, il 3,1% in meno rispetto al 2023 e il 21,9% in meno nel confronto con il 2016, anno in cui sono stati finora i più numerosi (99.071). Qui per approfondire i dati dell’Istat: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/01/MATRIMONI-UNIONI-SEPARAZIONI-DIVORZI_anno-2024.pdf. Ad aumentare, invece, è l’età dei nostri lavoratori: nel 2024, ultimo anno per cui sono disponibili i dati, l’età media dei lavoratori dipendenti del settore privato presenti in Italia ha sfiorato i 42 anni, con un incremento di quattro anni rispetto al 2008, quando si attestava poco sotto i 38. Oggi un dipendente su tre ha superato la soglia dei cinquant’anni. Negli ultimi sedici anni l’aumento dell’età media di operai e impiegati è stato marcato e continuo; solo dal 2020 il dato ha mostrato una sostanziale stabilizzazione, senza tuttavia invertire la tendenza di fondo verso un progressivo invecchiamento della forza lavoro. La fotografia è stata scattata dall’Ufficio studi della CGIA, che ha sottolineato come l’invecchiamento della popolazione non sia un tema solo demografico, ma anche un problema economico, soprattutto per le piccole e micro imprese. “In molti Paesi europei, e in Italia in particolare, evidenzia la CGIA, il ricambio generazionale nel mercato del lavoro si è inceppato. O quasi. I lavoratori che vanno in pensione non sempre vengono sostituiti da giovani in numero sufficiente e questo squilibrio sta diventando un vincolo strutturale alla crescita. Per le piccole aziende il primo rischio è operativo. La carenza di manodopera riduce la capacità produttiva e rende più difficile presidiare ruoli chiave, soprattutto nei settori tecnici e manifatturieri. Non si tratta solo di trovare persone, ma di trovare competenze adeguate in tempi compatibili con le esigenze aziendali. Il risultato è una maggiore incertezza nei processi e una crescente fragilità organizzativa”. Qui tutti i dati della CGIA: https://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2026/01/Etadipendenti-24.1.26.pdf. Giovanni Caprio
January 30, 2026
Pressenza
Il 14% degli over 65 in Italia è a rischio isolamento e meno del 30% è una risorsa per la comunità
L’invecchiamento attivo è stato definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 2002 come “il processo di ottimizzazione delle opportunità di salute, partecipazione e sicurezza per migliorare la qualità della vita delle persone che invecchiano“. Numerosi studi internazionali testimoniano infatti il legame positivo esistente tra l’invecchiare in maniera attiva e i benefici sulla salute fisica e psicologica, inclusa la percezione di una maggiore qualità e soddisfazione della vita. Eppure, il 14% degli over 65 in Italia è a rischio di isolamento sociale, non ha cioè nessun tipo di contatto con altre persone in una settimana normale, e appena il 29% degli anziani rappresenta una risorsa per i propri familiari o per la collettività. E’ quanto evidenziano i dati della sorveglianza Passi d’Argento pubblicati di recente. Come è noto, l’isolamento sociale può incidere notevolmente sulla qualità della vita e, oltre a condizionare gli aspetti della vita di relazione, può compromettere le attività quotidiane e il soddisfacimento delle principali necessità. Per stimare il rischio di isolamento sociale fra le persone ultra 65enni, la sorveglianza Passi d’Argento fa riferimento sia alla frequentazione di punti di incontro e aggregazione (come il centro anziani, la parrocchia, i circoli o le associazioni culturali o politiche) sia al solo fare “quattro chiacchiere” con altre persone, considerando a rischio di isolamento sociale la persona che in una settimana normale non ha svolto nessuna di queste attività. Nel biennio 2023-2024, il 73% degli intervistati riferisce di non aver frequentato alcun punto di aggregazione, mentre il 15% dichiara che, nel corso di una settimana normale, non ha avuto contatti, neppure telefonici, con altre persone e complessivamente il 14% degli intervistati riferisce di non aver fatto né l’una né l’altra cosa e di fatto ha vissuto in una condizione a rischio di isolamento sociale. La condizione di isolamento sociale mostra poche differenze di genere (15% fra le donne vs 13% fra gli uomini), ma molte differenze per età (32% fra gli ultra 85enni vs 10% fra i 65-74enni), per istruzione  (23% tra chi ha un basso livello di istruzione vs 9% fra persone più istruite) e condizioni economiche (27% fra chi ha molte difficoltà economiche vs 10% fra chi non ne ha). Tale condizione sembra più frequente fra i residenti nelle Regioni meridionali che nel resto del Paese (19% vs 11% nel Centro e 10% nel Nord).  Passi d’Argento “misura” anche il contributo che le persone ultra 65enni offrono alla società fornendo sostegno all’interno del proprio contesto familiare e della comunità, attraverso due domande che indagano se l’intervistato nei 12 mesi precedenti abbia accudito o fornito aiuto a parenti o amici, conviventi o non conviventi. Una terza domanda raccoglie informazioni su eventuali attività di volontariato svolte a favore di anziani, bambini, persone con disabilità, presso ospedali, parrocchie, scuole o altro. Accanto a queste domande, ve ne sono altre inerenti la partecipazione a eventi sociali, come gite o soggiorni organizzati, o corsi di formazione. Dai dati di Passi d’Argento 2023-2024 emerge che il 29% degli anziani intervistati rappresenta una risorsa per i propri familiari o per la collettività: il 17% si prende cura di congiunti, il 15% di familiari o amici con cui non vive e il 6% partecipa ad attività di volontariato. Questa capacità/volontà di essere risorsa è una prerogativa femminile (32% fra le donne vs 25% negli uomini), si riduce notevolmente con l’avanzare dell’età (coinvolge il 36% dei 65-74enni, ma solo il 14% degli ultra 85enni) ed è minore fra le persone con un basso livello di istruzione (21% fra chi ha al più la licenza elementare vs 38% fra i laureati) e tra chi ha difficoltà economiche (24% fra chi ne ha molte vs 32% fra chi non ne ha). Nelle Regioni del Sud la quota di “anziani risorsa” è mediamente più bassa che nel resto del Paese (25% nel Sud vs 32-33% nel Centro-Nord). La partecipazione a eventi sociali coinvolge il 23% degli ultra 65enni: il 19% dichiara di aver partecipato a gite o soggiorni organizzati, il 5% frequenta un corso di formazione (lingua inglese, cucina, uso del computer o percorsi presso università della terza età). La partecipazione a questi eventi sociali si riduce con l’età (coinvolge il 28% dei 64-75enni, ma appena l’8% degli ultra 85enni) ed è decisamente inferiore fra le persone con un basso livello d’istruzione (10% fra chi ha al più la licenza elementare vs 38% fra i laureati) e tra chi ha difficoltà economiche (13% vs 26%), fra i cittadini stranieri rispetto agli italiani (17% vs 22%) ed è anche leggermente minore e fra le donne rispetto agli uomini (21% vs 23% L’analisi geografica non evidenzia differenze statisticamente significative. Svolgere un’attività lavorativa retribuita è poco frequente (7%) ed è prerogativa di persone con un più alto titolo di studio (26% vs 2% tra chi al più ha la licenza elementare). Qui per approfondire le ricerche della sorveglianza Passi d’ Argento: https://www.epicentro.iss.it/passi-argento/dati/partecipazione; https://www.epicentro.iss.it/passi-argento/dati/isolamento:   Giovanni Caprio
October 28, 2025
Pressenza
«Un giorno guarderai indietro e vedrai che stavi sempre fiorendo»*
Christine Born a colloquio con l’esperto di etica, teologo e gerontologo Dr. Heinz Rüegger sul tema della vecchiaia. Dr. Heinz Rüegger, 72, esperto di etica, teologo e gerontologo di Zollikerberg presso Zurigo, si occupa da oltre 30 anni del tema dell’invecchiamento. Soprattutto durante il suo lavoro come teologo capo presso il Diakoniewerk Neumünster di Zollikerberg, si è confrontato con tematiche geriatriche. E anche ora, dopo il pensionamento, continua a occuparsi del tema della vecchiaia, tiene corsi e conferenze e scrive al riguardo. La sua esperienza è questa: «Il tema dell’invecchiamento è una nicchia. L’etica della vecchiaia non è oggetto di studio intenso, quindi io offro qualcosa di speciale. Sono «appassionatamente anziano» e rifletto sul mio invecchiamento nel mio lavoro». Zeitpunkt: Possiamo influenzare il nostro invecchiamento? Dr. Heinz Rüegger: Sì, è possibile guidarlo. L’invecchiamento è plastico, non è una legge ferrea. È in gran parte modellabile e malleabile. Posso fare qualcosa per la mia salute fisica e mentale, per la mia integrazione sociale e il mio atteggiamento filosofico-spirituale. Tutti noi siamo influenzati da determinate immagini sull’età. Alcune di esse possono paralizzarci, quindi dovremmo esserne consapevoli. Vale la pena riflettere sul proprio copione di vita riguardo all’età. Quando si riflette sull’età, esiste una lunga tradizione occidentale, un dialogo filosofico sull’arte di vivere. Si tratta di una filosofia della «buona vita» che non segue un approccio normativo. La «letteratura consolatoria» affronta il tema dell’invecchiamento fin dall’antichità. Una parte di essa è anche il «lamento della vecchiaia». Certamente la vecchiaia può essere motivo di lamentela, ma invecchiare non deve necessariamente significare declino e miseria. Già solo spostando la propria prospettiva interiore dall’«anti-invecchiamento» al «pro-invecchiamento», a mio parere si ottiene qualcosa. Si può quindi accettare la vecchiaia più come un’opportunità e una sfida. Z: La vecchiaia viene spesso associata a perdita, malinconia, tristezza, solitudine e colori grigi. Qual è la sua opinione al riguardo? HR: Non si può negare che l’invecchiamento comporti una diminuzione, soprattutto in età avanzata. La visione negativa della vecchiaia è molto diffusa. Tutti noi siamo in parte formati in questo modo e ci concentriamo troppo sugli aspetti negativi. A questo si aggiunge anche il problema della «vergogna dell’età». Le persone anziane a volte si vergognano di essere vecchie e si chiedono se hanno ancora il diritto di godersi appieno la vita e di vivere tutto ciò che essa comporta. Ecco perché è così importante dire sì alla vecchiaia e riconoscerne il senso e la dignità. Hermann Hesse una volta ha affermato: «Per dare un senso alla vecchiaia e adempiere al proprio compito, bisogna accettare la vecchiaia e tutto ciò che essa comporta. Bisogna dire sì». Z: Qual è il suo motto sul tema della vecchiaia? HR: «Vivere significa invecchiare». Non esiste altra vita. L’invecchiamento è un processo di sviluppo senza fine. La vecchiaia è una fase della vita come tutte le altre, quindi porta con sé un potenziale speciale e vuole essere vissuta come uno sviluppo. «Per l’amor di Dio, non rimanete giovani, ma invecchiate con gioia e allegria». Questa è un’altra frase importante. A questo scopo è utile il pro-aging illuminato. Trovo particolarmente appropriata e toccante l’affermazione del filosofo Thomas Rentsch: «Invecchiare è diventare se stessi nel tramontare». Z: Come si presenta il suo sviluppo personale nella terza età? HR: Rifletto sul tema della vecchiaia insieme ad altre persone durante convegni e seminari. Si tratta per lo più di adulti di mezza età. C.G. Jung diceva che la seconda metà della vita viene vissuta in modo diverso dalla prima. Con la mia attività desidero anche promuovere il dialogo su questa fase della vita nella società, aumentare l’accettazione dell’invecchiamento, ammorbidire e ampliare le immagini dell’età. In questo modo posso riflettere anche sul mio invecchiamento. Sento più serenità, maggiore libertà, la disponibilità a lasciarmi andare, a essere semplicemente me stesso. Per me, la contemplazione passa in primo piano. Il mio obiettivo è fare pace con la propria finitezza. Inoltre, scrivo anche su questo argomento, come nel libro «Lebenskunst des Alterns» (L’arte di invecchiare), pubblicato nel 2023. È interessante notare che le proprie convinzioni possono cambiare notevolmente con l’età. Possono verificarsi spostamenti tettonici interiori. Si ha bisogno di nuove risposte. Ma noto in me stesso che si è meno guidati dall’ideologia, si diventa più aperti, più modesti e più tolleranti. Dobbiamo renderci conto di una cosa: la vita non offre una risposta pronta. Si può lasciarla aperta. Tuttavia, anche nella vecchiaia la psicoterapia può aiutare a comprendere e chiarire meglio la propria vita. In età avanzata è difficile dire sì alla riduzione. Diventa piuttosto impegnativo per noi. Invecchiare bene e consapevolmente è un’arte raffinata e deve essere praticata. Z: Come affrontare la paura della morte? HR: Molte persone hanno paura della morte. Nella nostra società prevale una concezione negativa della morte, una sua patologizzazione. Un articolo molto recente pubblicato sulla rivista medica The Lancet sostiene che la morte debba tornare al centro della coscienza sociale. Il valore della morte – «the value of death» – deve essere nuovamente riconosciuto. La fede può aiutare a guardare alla propria vita con gratitudine. Nel Nuovo Testamento non si trova molto sul tema della vecchiaia, ma l’Antico Testamento parla di persone «anziane e sazie di vita». La vita consiste quindi nel soddisfare la propria fame di vita. Dovremmo soprattutto apprezzare gli aspetti positivi dell’invecchiamento. -------------------------------------------------------------------------------- *Citazione di Morgan Harper Nichols La dottoressa Christine Born è giornalista diplomata e autrice. Si interessa di politica, cultura, pedagogia, psicologia e argomenti che riguardano la natura. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dal tedesco di Thomas Schmid ZEITPUNKT
July 24, 2025
Pressenza