L’Italia che cambia: meno dialetto, meno matrimoni, più anziani al lavoroIn quasi quarant’anni in Italia l’uso esclusivo o prevalente del dialetto in
famiglia si è ridotto di oltre due terzi, dal 32% nel 1988 al 9,6% nel 2024. Nel
2024 quasi una persona su due (48,4%) parla solo o prevalentemente italiano in
tutti i contesti relazionali, in crescita rispetto al 40,6% del 2015. 7 persone
su 10 (69,5%) dichiarano di conoscere almeno una lingua straniera (9,4 punti
percentuali in più rispetto al 2015), con l’inglese che si conferma la lingua
straniera più diffusa (58,6%), seguita dal francese (33,7%) e dallo spagnolo
(16,9%). I livelli di conoscenza delle lingue straniere restano comunque
alquanto bassi: oltre la metà della popolazione (56,2%) dichiara un livello al
massimo sufficiente della lingua straniera che conosce meglio.
Sono alcuni dei dati di un recente report dell’ISTAT. L’uso esclusivo del
dialetto resta relegato alla cerchia familiare e amicale. Poco più di una
persona su 10 (11,2%) utilizza solo o prevalentemente il dialetto in almeno un
ambito relazionale: il 9,6% in famiglia, l’8% con gli amici e il 2,6% con gli
estranei. Molto contenuta è la quota di chi parla solo o prevalentemente
dialetto in tutti gli ambiti relazionali (2,3%). Infine, una persona su 10
(10,1%) parla un’altra lingua in almeno un contesto relazionale, quota che varia
in base alla lingua madre posseduta: è pari al 3,1% tra le persone di lingua
madre italiana, mentre sale al 69,1% tra chi è di lingua madre straniera. Anche
sul luogo di lavoro si utilizza sempre più l’italiano (dal 77,5% del 2015
all’81,1% del 2024) e sempre meno il dialetto, sia in modo esclusivo (dal 3,4%
all’1,9%) sia combinato con l’italiano (dal 15,8% al 12,8%). Qui il Report
dell’Istat:
https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/01/REPORT_lingue-e-dialetti-def.pdf.
Oltre al dialetto, a diminuire in Italia sono anche i matrimoni, le separazioni
e i divorzi. Sempre l’ISTAT ha certificato che nel 2024 sono stati celebrati in
Italia 173.272 matrimoni, il 5,9% in meno rispetto al 2023. I matrimoni
religiosi presentano un calo consistente rispetto all’anno precedente (-11,4%),
accentuando una tendenza alla diminuzione in atto da tempo. Sono state celebrate
29.309 nozze con almeno uno sposo straniero (il 16,9% del totale dei matrimoni),
con un decremento dell’1,4% rispetto al 2023. Nei primi nove mesi del 2025 i
dati provvisori indicano una nuova diminuzione dei matrimoni (-5,9%) rispetto
allo stesso periodo del 2024. A influenzare il calo delle nozze è, in primo
luogo, la riduzione della consistenza numerica delle generazioni più giovani, da
attribuire alla denatalità persistente. Questo fattore di ordine strutturale si
accompagna a importanti cambiamenti di natura culturale che si riflettono sulle
scelte familiari e sulla propensione a contrarre matrimonio. La diminuzione
tendenziale dei primi matrimoni, al netto delle oscillazioni di breve periodo,
si accompagna alla progressiva diffusione delle libere unioni (convivenze more
uxorio) che possono costituire sia un’alternativa stabile al matrimonio sia una
forma di convivenza transitoria che può precedere le nozze. Le libere unioni
invece sono quasi quadruplicate tra il biennio 2000-2001 e il biennio 2023-2024
(da circa 440mila a più di un milione e 700mila), un incremento da attribuire
soprattutto a quelle di celibi e nubili. Sei matrimoni su 10 sono celebrati con
rito civile, un rito più diffuso nelle seconde nozze (95,1%), essendo spesso una
scelta obbligata, e nei matrimoni con almeno uno sposo straniero (91,8% contro
il 55,1% nei matrimoni di sposi entrambi italiani). Calano anche le unioni
civili: le 2.936 unioni civili tra coppie dello stesso sesso costituite presso
gli Uffici di Stato Civile dei Comuni italiani nel 2024 evidenziano un calo
rispetto all’anno precedente (-2,7%) confermato anche dai dati provvisori dei
primi nove mesi del 2025 (-3,1% rispetto allo stesso periodo del 2024). Si
conferma anche nel 2024 la prevalenza di unioni tra uomini (1.608 unioni, il
54,8% del totale), stabili rispetto all’anno precedente (56,1%). Nel 2024 sono
stati celebrati in Italia 173.272 matrimoni, il 5,9% in meno rispetto al 2023.
Continua infine anche il calo di separazioni e divorzi: nel 2024 le separazioni
sono state complessivamente 75.014, il 9,0% in meno rispetto all’anno
precedente. I divorzi sono stati 77.364, il 3,1% in meno rispetto al 2023 e il
21,9% in meno nel confronto con il 2016, anno in cui sono stati finora i più
numerosi (99.071).
Qui per approfondire i dati dell’Istat:
https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/01/MATRIMONI-UNIONI-SEPARAZIONI-DIVORZI_anno-2024.pdf.
Ad aumentare, invece, è l’età dei nostri lavoratori: nel 2024, ultimo anno per
cui sono disponibili i dati, l’età media dei lavoratori dipendenti del settore
privato presenti in Italia ha sfiorato i 42 anni, con un incremento di quattro
anni rispetto al 2008, quando si attestava poco sotto i 38. Oggi un dipendente
su tre ha superato la soglia dei cinquant’anni. Negli ultimi sedici anni
l’aumento dell’età media di operai e impiegati è stato marcato e continuo; solo
dal 2020 il dato ha mostrato una sostanziale stabilizzazione, senza tuttavia
invertire la tendenza di fondo verso un progressivo invecchiamento della forza
lavoro.
La fotografia è stata scattata dall’Ufficio studi della CGIA, che ha
sottolineato come l’invecchiamento della popolazione non sia un tema solo
demografico, ma anche un problema economico, soprattutto per le piccole e micro
imprese. “In molti Paesi europei, e in Italia in particolare, evidenzia la CGIA,
il ricambio generazionale nel mercato del lavoro si è inceppato. O quasi. I
lavoratori che vanno in pensione non sempre vengono sostituiti da giovani in
numero sufficiente e questo squilibrio sta diventando un vincolo strutturale
alla crescita. Per le piccole aziende il primo rischio è operativo. La carenza
di manodopera riduce la capacità produttiva e rende più difficile presidiare
ruoli chiave, soprattutto nei settori tecnici e manifatturieri. Non si tratta
solo di trovare persone, ma di trovare competenze adeguate in tempi compatibili
con le esigenze aziendali. Il risultato è una maggiore incertezza nei processi e
una crescente fragilità organizzativa”.
Qui tutti i dati della CGIA:
https://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2026/01/Etadipendenti-24.1.26.pdf.
Giovanni Caprio