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«Waking Hours»: il confine europeo nel buio della notte
C’è un’Europa che prende forma solo di notte, lontano dai riflettori e dalle narrazioni ufficiali. Un’Europa di foreste attraversate al buio, di fuochi accesi tra gli alberi, di spari che rimbombano in lontananza e di un confine – quello tra Serbia e Ungheria – che smette di essere una linea sulle mappe per diventare spazio vissuto, attraversato, temuto. Waking Hours, film documentario di Federico Cammarata e Filippo Foscarini 1, nasce proprio da lì, da quello che gli autori definiscono «un teatro oscuro e una dimora provvisoria», dove «la materia del visibile si sfalda» e il confine europeo si manifesta come esperienza concreta di attesa, sopravvivenza e invisibilità. Selezionato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia e da oggi nelle sale italiane 2, è girato interamente di notte lungo una delle tratte più battute della rotta balcanica. Gli autori seguono la vita quotidiana di alcuni passeurs afgani che vivono nascosti nelle foreste, in attesa di accompagnare le persone migranti oltre la soglia dell’area Schengen. Non un’inchiesta tradizionale né un racconto esplicativo: «Alla logica dell’investigazione istituzionale – spiegano – opponiamo una contro-investigazione poetica e civile, che non cerca colpevoli ma crea ascolto». Il film affida così al suono, alle luci intermittenti e all’oscurità il compito di raccontare ciò che resta ai margini dello sguardo e della rappresentazione. Coprodotto da Volos Films Italia con Cosma Film e Rai Cinema, e distribuito da Luminalia, Waking Hours ha ricevuto due premi alla Mostra di Venezia e un’attenzione critica significativa. La sua forza sta in una scelta radicale di messa in scena: «La foresta non è sfondo né cornice, ma il corpo vivo e il cuore pulsante del film». Il buio non è assenza, ma «condizione esistenziale: buio di foresta, buio di paura, buio di desiderio, buio dell’invisibilità politica». In questo spazio sospeso, cinema del reale e teatro si fondono, mentre la rotta balcanica resta «una presenza persistente che lavora ai margini dell’inquadratura», senza mai essere mostrata frontalmente. Waking Hours arriva ora nelle sale italiane con una distribuzione diffusa che attraversa il paese, invitando il pubblico a un’esperienza cinematografica rara e immersiva. Un attraversamento, come lo definiscono gli stessi Cammarata e Foscarini: «La foresta è la nostra barca. Il cinema, il nostro attraversamento». INTERVISTA A FEDERICO CAMMARATA E FILIPPO FOSCARINI a cura di Dario Zonta IN CHE MODO SIETE ARRIVATI A FILMARE AL CONFINE TRA SERBIA E UNGHERIA? COME SIETE INCAPPATI NEI CLAN DI PASSEUR? Questo film è nato completamente per errore. Ci trovavamo a viaggiare nella regione a nord della Serbia perché volevamo filmare la “fioritura del Tibisco”, un fenomeno naturale unico nel suo genere che avviene una volta l’anno appunto sulle rive del fiume Tibisco. Centinaia di migliaia di insetti, chiamati “effimere”, dopo una gestazione di tre anni passati sul letto limaccioso del fiume, escono in massa dall’acqua durante il tramonto e cominciano a volare. La loro vita è effimera, dura solo poche ore e in questo tempo volano freneticamente sopra l’acqua nel tentativo di riprodursi. Il fiume Tibisco è circondato da fitti boschi che in estate ricordano quasi una giungla. Il caso ha voluto che mentre ci addentravamo attraverso la vegetazione, in cerca del punto più adatto da cui filmare la “fioritura”, ci imbattessimo in uno dei tanti gruppi che presidiava la foresta. Eravamo partiti solo per 3 o 4 giorni, giusto il tempo di filmare gli insetti. Siamo finiti per restare lì quasi un mese. NELLA SCENA INIZIALE DEL FILM SI VEDE UN VIA VAI DI MACCHINE E TAXI CHE PORTANO GRUPPI DI PERSONE. IL NUMERO COSPICUO DI PERSONE CHE GESTISCONO QUESTE ATTIVITÀ LASCIA IMMAGINARE CHE TUTTO QUESTO SIA CONOSCIUTO, SE NON ADDIRITTURA TOLLERATO, E CHE GENERI ADDIRITTURA UN INDOTTO. CI DITE QUALCOSA SU QUESTO ASPETTO? È un fenomeno complesso, raccontato poco, che tra l’altro cambia in base al tipo di confine. Le informazioni relative a queste organizzazioni non sono tante. Noi abbiamo visto un tassello di qualcosa di enorme, sfiorando appena la punta di un iceberg. Sulle prime non è stato immediato distinguere un passeur da chi non lo era. È un fenomeno stratificato: tendenzialmente quelli che vivono dentro le foreste sono coloro che lavorano e che organizzano i passaggi. I migranti arrivano nei modi più disparati: alcuni arrivano nei centri di accoglienza vicino alle città, ma noi abbiamo visto anche intere famiglie arrivare nella cittadina più vicina al border e sistemarsi in una struttura ricettiva, tipo un b&b, in attesa della chiamata. SI TRATTA QUINDI DI UN EVENTO, QUELLO DEL PASSAGGIO, CHE COINVOLGE DIVERSI LIVELLI E SFERE, COMPRESI GLI AFFITTACAMERE E I TASSISTI, E TUTTO QUELLO CHE C’È INTORNO. Si, è cosi. Ma non bisogna immaginare un taxi che passa ogni tanto, ma una vera e propria orda, sempre notturna; taxi che si muovono avanti e indietro in mezzo al nulla, in prossimità del bosco lasciano i gruppi di persone che vengono prese in consegna dai clan che li nascondono tutta la notte dentro la foresta e con le prime luci dell’alba vengono portate dall’altro lato. Naturalmente c’era molta polizia, noi abbiamo incontrato nel secondo viaggio anche Frontex, la polizia europea di frontiera, dispiegata sempre dal lato serbo. Il fenomeno dei taxi veniva più o meno ostacolato, nel senso che c’erano dei posti di blocco che periodicamente li fermavano… senza però arrestare il flusso. È logico immaginare che ci fosse un indotto, un sistema economico che permettesse tutto questo. Poi c’è stata una operazione massiccia di Frontex e della polizia serba che ha fatto piazza pulita. Si parla di una situazione che si era stratificata negli anni, quindi era sicuramente a beneficio di tanti, questo lo si percepiva, era tangibile. QUANTO COSTA ATTRAVERSARE IL CONFINE? Per attraversare un confine le cifre sono simili, sia per quanto riguarda l’attraversamento dalla Libia, che per quanto riguarda gli attraversamenti nei vari confini nell’area balcanica, che sia la Bulgaria, la Grecia, la Serbia o la Bosnia… In media un migrante, un rifugiato, spende all’incirca 10.000 euro in tutto, distribuendo il denaro nei vari passaggi e confini. Non è però un percorso lineare, nel senso che ci sono poi i respingimenti, per cui ci sono persone che vengono ricondotte nel posto da cui hanno provato ad entrare, ci riprovano anche tre, quattro, cinque, sei, sette, otto volte. Ci sono persone che provano e riprovano e poi finiscono per non entrare mai. ALCUNI DEI MIGRANTI POI SONO DIVENTATI PASSEUR: DA CHI SONO COMPOSTI QUESTI CLAN, NON SOLTANTO DAL PUNTO DI VISTA DELLE ETNIE? Non è sempre chiaro quale sia la soglia tra il contrabbandiere e il migrante; uno dei protagonisti del film lo racconta esplicitamente, dicendo di aver provato più volte l’attraversamento, di essere stato all’interno dell’area Schengen, di essere stato in Bosnia piuttosto che in Austria o in Italia, e poi a causa dei respingimenti si è trovato costretto a tornare indietro. Nelle foreste abbiamo incontrato molti afghani, persone che fuggivano dal regime talebano, la maggior parte di lingua Farsi, persone che per lunghi anni sono stati migranti e poi a un certo punto, non potendo più rientrare nei loro luoghi d’origine e non potendo più stare in Europa, per i respingimenti o per le condizioni lavorative inadatte per poter sopravvivere, hanno deciso di fare proprio questa scelta forzata di vivere ai margini, lungo i confini tra i vari stati per aiutare altri ad entrare in Europa. Ci sono però anche gruppi di persone che vanno lì per fare questa specifica attività di organizzazione del passaggio, quindi non occasionalmente… Alcuni vanno lì apposta per fare quello, per collocarsi proprio sulla soglia e guadagnare, altri ci finiscono. Ci sono vari motivi per cui un singolo fa una scelta così pericolosa, vivendo in condizioni simili a quelli che fanno la rotta, sebbene in un altro ruolo. È un sistema stratificato, vanno immaginate veramente come delle agenzie di viaggio, divise per clan di appartenenza. Ci saranno anche dei gruppi sporadici che nascono autonomamente, ma la maggior parte sono tutti molto organizzati. Ci sono afghani, siriani, pakistani, marocchini o tunisini: a volte si identificano proprio con dei nomi, spesso tratti da veri battaglioni militari considerati d’elite. LO SCONTRO TRA BANDE DENTRO ALLE FORESTE È STATO UNO DEI MOTIVI PER CUI IN QUELLA ZONA IL FENOMENO È STATO INTERROTTO. I clan, confrontandosi tra di loro, hanno per un lungo periodo generato una guerra a bassa tensione costante, per cui tutte le notti in quel confine si sparava. Di conseguenza la gendarmeria serba, coordinata da Frontex, ha deciso di intervenire, di rompere questa economia, che comunque era un’economia che non riguardava soltanto i clan, ma anche i locali, gli stessi serbi. Anche l’impennata numerica degli arrivi in Serbia nel biennio 2022/23 è stata la causa dell’interruzione. E c’era poi anche un motivo di geopolitica locale, perché la Serbia concedeva un visto temporaneo che permetteva alle persone provenienti dagli stati che non riconoscevano l’autonomia del Kosovo di entrare nel paese. Quello era il motivo per cui tante persone dal Marocco, dall’Afghanistan o dalla Siria entravano in Serbia senza troppe difficoltà per poi provare ad attraversare. Una parte della violenza invisibile del posto era legata all’economia, come in qualsiasi altro posto sulla terra; lì le persone venivano considerate come merce da contrabbandare, da portare da un posto ad un altro, ma c’erano anche altre merci che giravano, come le armi. I clan non si portavano le armi da casa: ogni qual volta spuntava un kalashnikov nascosto tra gli alberi, quasi sempre proveniva dalla guerra in ex-Jugoslavia. Da dove arrivavano queste armi? Un giornalista di Balkan Insight ha parlato di una forte presenza della mafia albanese, per quanto riguardava il discorso del controllo delle rotte, così per il traffico di armi. Ciò fa capire che la dinamica è molto più articolata di quanto si potrebbe immaginare. IN CHE MODO I VARI GRUPPI DI MIGRANTI ATTRAVERSANO QUELLA PARTE DI CONFINE? Dipende dal budget di cui si dispone, avere più soldi significa attraversare nascosti dentro ai veicoli, e costa qualche migliaio di euro. Nel caso, invece, dell’attraversamento “povero”, quello da poche centinaia di euro, si tratta di attraversare con delle lunghe scale che loro fabbricano e buttano sulle reti della recinzione ungherese. La prima recinzione, quella principale, è alta tre metri e mezzo, piena di filo spinato, dietro ce n’è un’altra, per cui è un doppio attraversamento che deve essere fatto. In alcuni punti i passeur riescono a rompere la recinzione, in altri invece si scavalca proprio con le scale, come se fosse una cinta medievale. QUANTO SONO DURATE LE RIPRESE? In altri progetti abbiamo avuto il tempo di fare delle ricerche, dei test per capire come muoverci. In questo caso non c’è stato il tempo, abbiamo iniziato subito a filmare. In totale siamo stati sul posto per cinque settimane. Le prime a cavallo tra giugno e luglio del 2023, poi siamo tornati in Italia, abbiamo guardato il materiale e abbiamo deciso di tornare in un’altra stagione, a ottobre. In Vojvodina c’è un’escursione termica piuttosto importante, siamo passati da una estate caldissima a una situazione in cui faceva già molto freddo, cinque gradi di media. In autunno siamo stati tre settimane e siamo riusciti a porre le basi di una relazione con il gruppo di persone che stavamo filmando, cosa fondamentale, con l’idea di tornare nuovamente. Eravamo in una fase crescente della relazione con loro, avevamo pianificato di rientrare a dicembre per continuare la nostra ricerca, per continuare a girare, ma già in ottobre avevamo visto che l’area si stava a poco a poco militarizzando, avevamo notato una presenza più cospicua di Frontex, avevamo un po’ letto il fatto che lì le cose stavano per cambiare, ma non immaginavamo così rapidamente. Invece, una settimana dopo il nostro rientro in Italia, ai primi di novembre, ci arriva una telefonata da uno dei ragazzi del gruppo chiedendoci aiuto; un messaggio molto allarmante in cui si diceva che erano nascosti da tre giorni lungo il confine ungherese, in mezzo ai boschi, senza poter mangiare né bere. Anche l’organizzazione che all’inizio ci aveva aiutato, No Name Kitchen, ci disse che per loro era diventato impossibile raggiungere le aree delle foreste perché la zona era stata completamente militarizzata; in un weekend, si immagina di violenza, la polizia ha sostanzialmente ripulito tutto, tutti i boschi dell’area, portando poi le persone in centri di detenzione a sud della Serbia. Durante l’operazione Frontex e la stessa Gendarmerie serba non ha fatto praticamente distinzione tra gruppi di trafficanti e migranti nel momento che sono intervenuti per ripulire queste zone. Quasi tutte le persone che hanno catturato sono state criminalizzate automaticamente e messe nei centri di detenzione. Nel caos di quel fine settimana qualcuno è riuscito a fuggire ma dei ragazzi non ne abbiamo saputo più nulla. Per noi il montaggio è stato anche una specie di elaborazione del lutto, l’elaborazione di una relazione che ci è stata completamente tolta: la nostra idea era quella di continuare il nostro sviluppo, continuare a riprendere, ma la realtà ci ha risposto diversamente. Ci siamo allora detti di provare a tradurre il materiale, cercando di capire che cosa avevamo raccolto nelle ore di girato, e da lì abbiamo deciso di restituire quella che è stata la nostra esperienza. DA QUELLO CHE SAPETE, ADESSO IL PASSAGGIO, CIOÈ LA ROTTA, DOVE SI È DIREZIONATA? I punti di passaggio sono sempre in movimento perché le cose mutano velocemente, come i confini stessi perché il punto è entrare dentro Schengen; quindi, il confine è tra un paese che è dentro Schengen e uno che non lo è; e come sappiamo c’è una evoluzione perché i paesi, quelli che sono stati tradizionalmente di confine, iniziano a entrare in Schengen anche loro… Varie cose cambiano, soprattutto negli ultimi anni, ma sicuramente il fenomeno non si arresta. Quello che noi sappiamo è che in Serbia, che nel 2023 era veramente una sorta di autostrada, ora non lo è più, si è molto ridotto il fenomeno; quello che è successo in un primo momento è che c’è stata una spaccatura, come nei tubi il liquido è andato a ingrossare le fila di altre rotte già esistenti, dalla Bosnia e dalla Croazia. Ciò che sappiamo è che la situazione a seguito di questo rubinetto chiuso in Serbia, si è spostata in Bosnia e in Bulgaria. PERCHÉ AVETE FILMATO SEMPRE DI NOTTE? Il bosco fa più paura di notte che di giorno, però di fatto era un contesto più sicuro. Poi loro la sera si radunavano intorno al fuoco negli accampamenti ed era per noi importante stare con loro e la sera era il miglior momento, era il momento di lavoro perché stavano costantemente in comunicazione con altri, ma era anche un momento di raccoglimento, non ci si poteva spostare, quindi un mix di questi fattori è il motivo per cui abbiamo girato di notte. VI SIETE TROVATI IN SITUAZIONI PERICOLOSE? Qualsiasi operazione artistica è tale se ti sottopone a dei rischi, è sempre un viaggio verso l’ignoto. Rispetto alla nostra esperienza, eravamo in uno stato di allerta continua, chiaramente, ma nell’accampamento, intorno al fuoco, si era riusciti a creare una specie di bolla che ci distanziava dal resto del contesto, che era molto violento, non soltanto per gli scontri tra i clan, ma perché i confini, per loro stessa natura, sono contesti di pericolo e di violenza. Con i passeur non abbiamo mai percepito direttamente un senso di pericolo o di paura, ed è stato un elemento fondamentale anche per le riprese, perché in situazioni di paura eccessiva modifichi il linguaggio del film: diventa più un mestiere da reporter d’assalto. Il film, nella sua forma, restituisce un contesto che ci permettesse di restare, di posizionarci con un treppiede, di dare spazio non soltanto alla questione migratoria, ma anche a un loro spazio di intimità. Posizionare un treppiede in un contesto simile, racconta già qualcosa. All’inizio del film ci sono i taxi, luci nella notte che illuminano questa massa oscura… non lo so se si percepisce, forse esiste solo nell’universo dell’invisibile, però quello era uno spazio in cui avevamo costantemente paura: paura, prima di tutto, di essere visti. I taxi non erano consapevoli che stavamo filmando: quelle immagini sono state girate con un teleobiettivo molto spinto. Era quella un’area in cui c’erano i clan più violenti, clan che abbiamo avuto modo di incontrare, perché avevamo tentato un accesso anche con altri gruppi. Avevamo paura della polizia, perché non eravamo autorizzati. È importante sottolineare che non eravamo autorizzati a stare lì, tanto quanto i migranti e i passeur. C’è stata una testata giornalistica locale, nel periodo in cui stavamo facendo le riprese, che voleva realizzare un servizio per il telegiornale: sono stati presi a sassate dai clan del bosco. Questo è interessante, perché racconta il nostro posizionamento. Al di là di come noi percepiamo loro, è anche molto interessante capire come noi siamo stati percepiti da loro: noi stessi potevamo risultare un pericolo. 1. Federico Cammarata (1993) e Filippo Foscarini (1990) iniziano la loro collaborazione al Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo, dove si diplomano nel corso di Documentario. Sin dal primo lavoro insieme, Tardo agosto (2021), adottando un approccio personale che vale loro l’attenzione dei festival internazionali, da DocLisboa ai Popoli, da Beldocs allo Yamagata International Documentary Film Festival. Waking Hours è il loro primo lungometraggio documentario. ↩︎ 2. Le date previste (in aggiornamento): 2 febbraio – Bologna, Cinema Modernissimo 3 febbraio – Modena, Sala Truffaut 9 febbraio – Roma, Cinema Troisi 10 febbraio – Torino, Cinema Massimo 13 febbraio – Genova, Cinema Nickelodeon 16 febbraio – Roma, Cinema Tibur 17 febbraio – Vicenza, Cinema Odeon (da confermare) 18 febbraio – Venezia, Cinema Giorgione 18 febbraio – Livorno, Cinema 4 Mori 19 febbraio – Padova, Cinema Fronte del Porto 20 febbraio – Verona, Circolo del Cinema 21 febbraio – Roma, Azzurro Scipioni 24 febbraio – Torino, Piccolo Cinema 25 febbraio – Milano, Cinema Anteo 4 marzo – Pesaro, Cinema Solaris (da confermare) 4 marzo – Fano, Cinema Masetti 4 marzo – Senigallia, Cinema Gabbiano 9 marzo – Bergamo, Cinema del Borgo 10 marzo – Brescia, Nuovo Eden 11 marzo – Mantova, Cinema Mignon (da confermare) 12 marzo – Pordenone, Cinema Zero 13 marzo – Trieste, Cinema Ariston (da confermare) 18 marzo – Rovigo, Cinema Duomo 23 marzo – Pisa, Cinema Arsenale ↩︎
Waives’ Stories: un cortometraggio sulla violenza dei confini
> Nel rispetto di tutte le persone schiacciate dai confini, > che il mare sia testimone di vita. Waives’ Stories è un cortometraggio che vuole mostrare come i confini continuino ripetutamente ad esercitare violenza sulle persone, schiacciandole e respingendole. È una creazione che vuole mantenere i riflettori sulle violazioni create da accordi, finanziamenti, e politiche, ed evidenziare la soggettività di ogni persona che affronta viaggi inimmaginabili attraversando interi continenti. Abbiamo raccolto diverse storie in Tunisia e riflettuto soprattutto sulle stragi, incrementate dall’esternalizzazione dei confini europei, che avvengono continuamente nel Mar Mediterraneo (ma non solo), ormai sempre più spazio di morte invece che di condivisione. Unendo passione per lo stop-motion e consapevolezza sociopolitica di questa violenza sistemica, Waives’ stories è un invito a fermarsi e ascoltare, dando valore ad ogni vita riportata dal mare. Aurora Suma (storywriter) and Rabii Gobji (regia e animazione)
September 25, 2025
Progetto Melting Pot Europa
«The Ashes of Moria», un docufilm a cinque anni dall’incendio
Cinque anni dopo l’incendio che tra l’8 e il 9 settembre 2020 ha distrutto il campo di Moria sull’isola di Lesbo, le sue macerie continuano a pesare sulle vite di chi vi ha vissuto e sulla memoria collettiva europea. Il documentario The Ashes of Moria, scritto da Majid Bakhshi e Davide Marchesi e prodotto da ColoreFilm, raccoglie le voci di persone migranti, operatori e attivisti che hanno conosciuto da vicino quella realtà. Attraverso le loro testimonianze, il film ricostruisce la durezza quotidiana del campo, le ferite che ha lasciato e il ruolo che ha avuto – e che continua ad avere – nelle politiche europee di deterrenza, contenimento e detenzione dei migranti. Un racconto, quindi, che evidenzia lo stretto legame nel laboratorio greco tra la violenza delle frontiere e i campi di confinamento, e che oggi arriva in Italia grazie alla distribuzione esclusiva di Altreconomia sul proprio canale YouTube. Credits: Prodotto da ColoreFilm Scritto da Majid Bakhshi e Davide Marchesi Regia e montaggio: Davide Marchesi Assistente al montaggio: Alessio Dicandia Distribuzione in esclusiva per l’Italia: Altreconomia Interviste: Mo Zaman Zahra Gardi Mo Aliko Masouma Hussaini Zahra Mohammedi Jack Ferguson Carlotta Passerini Lefteris Papagiannakis Majid Bakshi Davide Marchesi Patrick Münz Spyros Galinos
September 12, 2025
Progetto Melting Pot Europa
Rosarno Film Festival “Fuori dal Ghetto”: online il bando della 4ª edizione
È online il bando per partecipare alla quarta edizione del Rosarno Film Festival – Fuori dal Ghetto, l’iniziativa culturale che, ormai da quattro anni, intreccia cinema, lotte sociali e diritti dei lavoratori agricoli. Il festival si svolgerà tra ottobre e novembre 2025, in concomitanza con la stagione di raccolta degli agrumi nella Piana di Gioia Tauro, e vedrà ancora una volta la partecipazione diretta dei braccianti e degli studenti delle scuole superiori, che comporranno la giuria chiamata a premiare i cortometraggi in concorso. Quest’anno il tema centrale sarà lo sfruttamento del lavoro e la sicurezza sul lavoro, una delle emergenze sociali più gravi e diffuse in Italia. Il concorso intende accendere i riflettori su violazioni quotidiane legate a orari, salari, contributi, ferie e condizioni di salute, che toccano trasversalmente il mondo agricolo da nord a sud: dalla Piana di Gioia Tauro in Calabria a Saluzzo in Piemonte, da Nardò in Puglia a Latina nel Lazio, fino a Ragusa in Sicilia. Il lavoro nero, il caporalato e le pratiche di sfruttamento colpiscono infatti non solo i lavoratori stranieri ma anche molti italiani, alimentando ghettizzazione e invisibilità. La rassegna cerca perciò di raccogliere storie di vita: racconti di accoglienza negata e soprusi, ma anche esperienze di riscatto, di convivenza e lavoro regolare che mostrano come sia possibile costruire economie solidali e comunità resilienti, capaci di contrastare spopolamento ed emarginazione. Fuori dal Ghetto nasce con l’obiettivo di dare voce a chi vive condizioni di sfruttamento e marginalità, trasformando il cinema in uno strumento di denuncia, dialogo e inclusione. Nel corso delle edizioni, l’evento è cresciuto in visibilità e partecipazione, attirando associazioni, registi, attori e attivisti dall’Italia e dall’estero. Il festival è promosso da Mediterranea Hope – Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia, Rete Comunità Solidali e S.O.S. Rosarno, con l’adesione di una rete sempre più ampia di realtà sociali, culturali e solidali, tra cui Sea Watch, ResQ, ZaLab, Campagne Aperte, RiMaflow, Acmos, ICS – Consorzio Italiano Solidarietà, oltre a numerose associazioni e collettivi impegnati nei territori. MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE * Le opere dovranno avere una durata massima di 20 minuti. * Formato consigliato: Mpg4 (1920×1080), max 2 GB, preferibilmente tramite WeTransfer. * La selezione è a cura della direzione artistica, che informerà gli autori del risultato tramite telefono o email. * I lavori devono essere inviati entro il 30 settembre 2025 Scarica il bando
Eritrea: la diaspora accusa Rai3 di aver riscritto la realtà
Martedì 15 luglio 2025, Rai3 ha trasmesso La Grande Bugia – Eritrea andata e ritorno, un documentario a cura di Francesca Ronchin e Salomon Mebrahtu. Il programma ha sollevato forti critiche da parte della diaspora eritrea, per il modo in cui mette in discussione la narrazione consolidata sull’esilio politico degli eritrei, mostrando migranti che tornano nel proprio paese d’origine durante l’estate, “senza ripercussioni” e “riaccolti dal paese”. LA VOCE CRITICA DELLA DIASPORA L’associazione Eritrea Democratica ha risposto con una lettera aperta indirizzata alla Direzione di Rai3, in cui esprime “profonda preoccupazione e indignazione” per i contenuti del documentario. «La trasmissione, a nostro avviso – sottolinea l’associazione – diffonde una narrazione distorta e pericolosa sulla realtà eritrea e sulla diaspora, legittimando di fatto la propaganda del regime di Asmara e delegittimando l’esperienza di migliaia di veri rifugiati politici». La lettera contesta anche la selezione delle testimonianze incluse nel documentario: «Molti degli intervistati – benché presentati come eritrei incontrati o contattati casualmente – si mostrano apertamente favorevoli, se non collaborativi, nei confronti del regime. Alcuni di loro, pur avendo ottenuto protezione internazionale in Italia dichiarando di essere fuggiti da persecuzioni e violenze, ripropongono oggi esattamente l’immagine della diaspora diffusa dalla dittatura, contraddicendo quanto affermato nel proprio percorso d’asilo». L’associazione denuncia il rischio che simili rappresentazioni alimentino sospetti e ostilità nei confronti della comunità eritrea rifugiata, e invita la società civile a una presa di posizione collettiva: «Ogni firma è per noi importante: è un gesto di solidarietà e un contributo alla tutela della verità, della dignità dei rifugiati, della libertà di informazione e del dovere di responsabilità che spetta al servizio pubblico radiotelevisivo». Un messaggio forte, rivolto a studiosi, attivisti, associazioni e cittadine e cittadini, affinché si uniscano per difendere la verità storica e politica sull’Eritrea e sull’esilio forzato di tanti suoi abitanti. Per sottoscrivere la petizione clicca qui LE REAZIONI NEL MONDO DELL’INFORMAZIONE Anche l’associazione Carta di Roma è intervenuta sul documentario con un editoriale firmato da Vittorio Longhi, che richiama l’attenzione sul contesto di censura e repressione in Eritrea. PH: Gianluca Costantini (In occasione del 19º anniversario della scomparsa dei prigionieri di coscienza eritrei, nel 2019 si è tenuta a Washington “Let Them Shine”, una performance commemorativa) «Ricordiamo – scrive Longhi – che l’Eritrea vanta il triste primato della più lunga detenzione al mondo di giornalisti. Dal 2001 almeno undici uomini sono in carcere per aver tentato di fondare organi di informazione libera e chiedere il rispetto del diritto di espressione, presupposto di qualsiasi democrazia. Oggi nel paese non esiste stampa indipendente: l’unica emittente è la televisione di Stato, EriTV, sotto il pieno controllo del regime». Non a caso, sottolinea l’editoriale, l’Eritrea si colloca all’ultimo posto (180°) nell’Indice della Libertà di Stampa pubblicato da Reporters Without Borders. «Questo documentario – conclude l’associazione Eritrea Democratica – è una macchia sulla credibilità di chi accoglie. È un’offesa per chi ha sofferto e continua a vivere con traumi profondi. Ma può diventare anche un’occasione, se ben gestita, per fare chiarezza e porre fine a un’ambiguità che da troppo tempo viene tollerata». Anche la conclusione dell’editoriale di Carta di Roma è netta: «Il documentario ci appare un pessimo esempio di giornalismo libero e indipendente, come invece ci si aspetterebbe dal servizio pubblico. Sembra piuttosto un allineamento acritico e ossequioso ai progetti di cooperazione e investimento promossi dall’attuale governo italiano in collaborazione con il regime eritreo. Oltre ai limiti giornalistici, inquietano le possibili conseguenze sul piano della protezione internazionale per gli eritrei in fuga dalla dittatura».