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Grande successo con circa 600 partecipanti al Convegno nazionale dell’Osservatorio “Il Trauma della guerra” a Torino
Si è svolto a Torino venerdì 17 aprile il III Convegno nazionale dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, promosso e sostenuto dell’ente formatore Scuola e Società, che quest’anno ha inteso affrontare le tematiche della militarizzazione sotto la lente dell’orrore provocato della guerra. Infatti il titolo sul quale le relatrici e i relatori sono state/i chiamate/i a confrontarsi è stato: Il Trauma della guerra. Tra storia, economia, diritto ed educazione dalla Prima Guerra Mondiale ad oggi. Dopo le due edizioni precedenti a Roma (qui il convegno del 2024 e qui quello del 2025), quella di quest’anno a Torino presso la sala del Gruppo Abele è stata di fatto l’edizione che ha riscosso più successo di pubblico tra le iniziative organizzate dall’Osservatorio con circa 400 partecipanti online e circa 200 in presenza. Si tratta di un successo che conferma la scelta di privilegiare una città che è diventata un interessante laboratorio politico, dopo i fenomeni di repressione del dissenso e di restrizione degli spazi di democrazia con lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Ma si tratta anche della conferma del fatto che molte persone si stanno accorgendo di ciò che l’Osservatorio denuncia da anni, e cioè che l’orizzonte della guerra, che ci stiamo lentamente abituando ad accettare, necessita di un universo simbolico, di una narrazione mediatica e di una struttura economica che vengono costruite nelle scuole e nelle università. Il convegno, aperto dal saluto di Lucia Bianco, responsabile del Gruppo Abele che ha ospitato l’evento, e da Giovanna Lo Presti di Scuola e Società, che ha permesso che il Convegno valesse come aggiornamento per i/le docenti, è stato introdotto da Roberta Leoni, presidente dell’Osservatorio, la quale ha spiegato le motivazioni che hanno condotto l’organizzazione a concentrarsi sul tema del Trauma della guerra in continuità con il convegno dello scorso anno, di cui vengono presentati gli atti nel volume Scuole e università di pace. Fermiamo la follia della guerra. Il primo contributo del convegno è arrivato da Bruna Bianchi, docente di storia contemporanea e storia delle donne presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. La professoressa ha dimostrato quali furono le risposte di quelli che, durante la Prima Guerra Mondiale, una volta ritrovatisi al fronte, presero coscienza del loro rifiuto alla guerra. Attraverso un’elegante collezione di documentazioni manicomiali, fotografie e estratti di diari, l’intervento è andato via via riabilitando la figura del disertore. Un’interessante evoluzione, a livello collettivo, che partendo dalle psicosi e passando per forme di disobbedienza e diserzione individuale (e relativa repressione) arriva a una delle ultime foto, in cui una squadra intera (meno uno) di soldati sorride. Hanno disertato insieme e inviano la foto al loro (ex) comandante! Carlo Greppi, storico e scrittore torinese, ha affrontato il tema della guerra nella sua declinazione di resistenza armata al nazifascismo nel corso della Seconda Guerra Mondiale e in particolare si è soffermato sulla dimensione internazionale della Resistenza stessa, così come viene delineata in maniera più circostanziata nel volume Storia internazionale della Resistenza italiana. Greppi ha evidenziato il nesso tra la lotta antifascista della prima ora e la strutturazione della resistenza armata. Carlo Greppi: «In guerra si combatte per la Patria, quando si rifiuta la guerra si combatte per l’umanità». A seguire Maurizio Bonati, medico dell’Istituto Mario Negri di Milano, attraverso ampi passi del suo lavoro scientifico pubblicato ne volume Il cronico trauma della guerra ha evidenziato con drammatica abbondanza di dati quantitativi le conseguenze di lungo periodo dei conflitti armati, soffermandosi sugli effetti di malnutrizione e carestia sui civili, in particolare sui bambini e le bambine e mettendo in evidenza il tema della cronicizzazione dei danni dovuti a questi fenomeni. L’intervento ha permesso di aprire un’importante riflessione sulla fame come arma di guerra, fenomeno che risulta di tragica attualità nella striscia di Gaza. Don Nandino Capovilla, parroco a Marghera e autore con Betta Tusset del volume Sotto il cielo di Gaza, portando sulle spalle una kefiah palestinese, ha costruito il suo intervento partendo da una foto che aveva comprato anni fa nella libreria di Gerusalemme, già allora bersaglio di ripetuti attacchi israeliani. La foto ritraeva due bambine a scuola in un Campo di Rafah nel 1979, entrambe con una mano alzata a chiedere la parola, perché hanno qualcosa da dire. L’immagine evoca un diritto alla scuola brutalmente calpestato, da cui traspare la durezza di una realtà dove le scuole e le università vengono appositamente colpite e poi riempite di mine, in un atto ragionato e deliberato che porta don Nandino a parlare di scolasticidio. Anche don Nandino, come altre relatrici e relatori, mostra la volontà di rinascita e resistenza in questa realtà: tenendo una “mano alzata”, anche lui come le bambine, e leggendo qualche riga di Hanno ucciso Habibi di Shrouq Aila narra di un popolo che, nonostante tutto, continua a studiare e crescere. Dalle parole di Luigi Daniele, docente universitario presso l’Università degli studi del Molise ed esperto di diritto dei conflitti armati, traspare come il genocidio nel territori occupati palestinesi segni la fine di tre secoli di pensiero politico. Oggi guerra, terrorismo di Stato e genocidio sono una cosa sola, ossia la forma in cui gli Stati moderni occidentali perseguono i proprio interessi nazionali. Ma la “democrazia” esiste ancora e anzi si definisce proprio come antitetica a tutto questo, sia come fine sia come mezzo, in un finale di presentazione che ci anima e tanto ci ricorda Les Justes di Albert Camus. Luigi Daniele: «Non esiste una guerra per difendere la democrazia. Guerra e democrazia si combattono sempre, talvolta all’ultimo sangue. La guerra è il terreno più fertile dei totalitarismi». Partendo da alcune citazioni dei precedenti interventi, e chiudendo con La guerra che verrà (1939) di Bertold Brecht, Francesco Schettino, docente di economia politica, ha guardato al tema del trauma della guerra attraverso una lente economica, dal momento che il sistema economico capitalistico trova sempre il modo di risolvere le proprie crisi attraverso la guerra. Schettino ha mostrato e motivato la presenza di una crisi globale attuale che altro non è che un tentativo statunitense di mantenere una supremazia economica già perduta all’inizio degli anni 2000 a favore della Cina, aggiungendo ancora un tassello alla pluralità di sguardi del convegno. Infine Serena Tusini, docente e tra le fondatrici dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, ha illustrato i meccanismi attraverso i quali la leva sta tornando in diversi Paesi europei. Facendo riferimento ai concetti di difesa totale e di resilienza, ha sottolineato come la distinzione tra civile e militare sia superata all’interno di un processo d israelizzazione delle nostre società. L’obiezione di coscienza nelle sue forme storiche non è più dunque praticabile e occorre trasformarla in obiezione totale, così come occorre trasformare la resilienza in resistenza. Davanti ad uno scenario geopolitico decisamente cambiato rispetto al passato, in cui le vecchie categorie sono state sostituite da nuove e in cui l’ordine mondiale si regge su un sistema politico ed economico che fa affari con la guerra, occorre che la società civile si decida ad assumere prese di posizione più radicali per fermare il Trauma della guerra. E anche davanti alla necessità di difendere la Patria, quando la Patria è governata da chi si lancia nell’offesa della Patria degli altri, sarebbe il caso, come suggerisce in chiusura Michele Lucivero, docente e attivista tra i fondatori dell’Osservatorio, di ritornare a leggere le parole che don Lorenzo Milani indirizzava nel 1965 ai cappellani militari: Non discuterò qui l’idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni. Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto (…) di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto. Nell’articolo originale si possono vedere immagini e slides dei vari interventi.     Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
April 20, 2026
Pressenza
Con i disertori russi e ucraini per un mondo senza eserciti e frontiere
Sono passati quattro anni dall’accelerazione violenta della guerra impressa dall’invasione russa dell’Ucraina. Il conflitto è sempre più aspro: i morti sono centinaia di migliaia su entrambi i lati del fronte. Il governo italiano si è schierato in questa guerra inviando armi, arrivando a schierare 3.500 militari nelle missioni in ambito NATO nell’est europeo. Presto aprirà una base militare Italiana in Bulgaria. La guerra in Ucraina ha nel proprio DNA uno scontro inter-imperialistico di enorme portata, che rischia di innescare un conflitto ben più ampio, tra potenze dotate anche di armi atomiche.  Fermarla, incepparla, sabotarla è una necessità imprescindibile. In Ucraina ci sono duecentomila disertori, in Russia decine di migliaia di persone hanno attraversato i confini per sottrarsi alla chiamata alle armi.  In Russia e in Ucraina gli antimilitaristi si battono perché le frontiere siano aperte per chi si oppone alla guerra. Noi facciamo nostra la lotta per spezzare i confini e per l’accoglienza di obiettor*, renitent* e disertor*. Noi non ci arruoliamo né con la NATO, né con la Russia. Rigettiamo i vergognosi giochini di Trump, Putin e dell’UE sulla pelle di popolazioni stremate dalla guerra, messe a tacere da regimi, che reprimono duramente chi vi si oppone concretamente. Il prezzo di questa guerra lo paga la povera gente. Ovunque. Lo pagano oppositori, sabotatori, obiettori e disertori che subiscono pestaggi, processi e carcere. Lo paghiamo noi tutti stretti nella spirale dell’inflazione, tra salari e pensioni da fame e fitti e bollette in costante aumento. Provate a immaginare quante scuole, ospedali, trasporti pubblici di prossimità si potrebbero finanziare se la ricerca e la produzione venissero usate per la vita di noi tutti, per la cura invece che per la guerra. Il decreto riarmo del governo Meloni prevede un miliardo di euro per rendere sempre più mortale l’arsenale a disposizione delle forze armate italiane. L’Italia è impegnata in ben 43 missioni militari all’estero, in buona parte in Africa, dove le truppe tricolori fanno la guerra ai migranti e difendono gli interessi di colossi come l’ENI. Vari progetti di legge puntano al graduale ritorno della leva obbligatoria sospesa nel 2005. Serve carne da cannone per le guerre che vedono l’Italia in prima fila. Le scuole e le università sono divenute terreno di conquista per l’arruolamento dei corpi e delle coscienze. L’industria bellica italiana, in prima fila il colosso Leonardo, fa profitti miliardari. L’Italia vende armi a tutti i Paesi in guerra. Un business di morte. Occorre capovolgere la logica perversa che vede nell’industria bellica il motore che renderà più prospera L’Italia. Un’economia di guerra produce solo altra guerra. La guerra è anche interna. Il governo risponde alla povertà trattando le questioni sociali in termini di ordine pubblico: i militari dell’operazione “strade sicure” li trovate nelle periferie povere, nei CPR, nelle stazioni, sui confini. Ogni forma di opposizione sociale e politica viene criminalizzata con un insieme di norme vecchie e nuove che garantiscono una sempre maggiore impunità alla polizia e trasformano in reati normali pratiche di lotta. Solo un’umanità internazionale potrà gettare le fondamenta di quel mondo di libere e uguali che può porre fine alle guerre. Oggi ci vorrebbero tutti arruolati. Noi disertiamo.  Noi non ci arruoliamo a fianco di questo o quello Stato imperialista. Rifiutiamo la retorica patriottica come elemento di legittimazione degli Stati e delle loro pretese espansionistiche. In ogni dove. Non ci sono nazionalismi buoni. Noi siamo al fianco di chi, in ogni angolo della terra, diserta la guerra. Vogliamo un mondo senza frontiere, eserciti, oppressione, sfruttamento e guerra. Facciamo appello perché tra il 21 e il 24 febbraio si tengano in ogni città iniziative di informazione e lotta. Assemblea Antimilitarista assembleantimilitarista@gmail.com   Redazione Italia
February 10, 2026
Pressenza
Volevano 210 miliardi per farli combattere altri due anni
Fare pronostici è sempre un azzardo. Lo sanno bene tutti quelli che, dalle stelle alle stalle, da Mario Draghi a Il Foglio passando per tutti i gradi intermedi, hanno via via pronosticato un colpo di Stato contro Putin, la sconfitta sul campo della Russia, il rapido crollo dell’economia russa e […] L'articolo Volevano 210 miliardi per farli combattere altri due anni su Contropiano.
December 26, 2025
Contropiano
Ucraina. Salvate il soldato Arseniy
Le migliaia di soldati ucraini intrappolati nella sacca di Pokrovsk confermano che la prosecuzione della guerra contro la Russia – come chiedono i leader guerrafondai europei – stia diventando un mattatoio non più sopportabile per l’Ucraina. I dati sui soldati ucraini caduti – così come quelli russi – non vengono […] L'articolo Ucraina. Salvate il soldato Arseniy su Contropiano.
November 5, 2025
Contropiano
“Gli italiani in guerra”. Rapporto CENSIS sulla percezione italiana dei conflitti e del riarmo
Il 18 luglio è stato pubblicato il Rapporto del CENSIS dal titolo “Gli italiani in guerra Indagine sulla percezione dei conflitti e sul riarmo nella società italiana”. In 32 pagine si riassume alla perfezione ciò che purtroppo la società italiana respira: guerra e riarmo. “Le immagini dei conflitti armati in corso in diverse regioni del mondo si riversano quotidianamente nei nostri schermi televisivi con una forza che scuote l’opinione pubblica: i bagliori delle esplosioni squarciano il buio, le colonne di fumo si innalzano come presagi inquietanti, le sirene riecheggiano tra le rovine delle città ridotte in macerie. I telegiornali trasmettono senza sosta scene di devastazione, corpi feriti, esistenze spezzate. Non è più il tempo delle narrazioni astratte o dei remoti filtri mediatici: la guerra è cruda, reale, tangibile. I leader mondiali si alternano sulle tribune con discorsi dai toni ostili, intrisi di propaganda, mentre le diplomazie internazionali si muovono su un terreno scivoloso, tra minacce sottili e alleanze sempre più fragili.” – si legge nell’introduzione. L’indagine del CENSIS sulla percezione della guerra nella società italiana e sul riarmo tratteggia un Paese che osserva il caos globale con insicurezza, sebbene non si sia ancora raggiunto il livello di allarme. Secondo i dati del CENSIS, la possibilità che il Paese venga coinvolto in un conflitto armato entro i prossimi cinque anni è stimata al 31% dal campione intervistato, con variazioni che riflettono le diverse sensibilità dei diversi gruppi sociali: le persone meno istruite stimano un rischio del 35%, i laureati si attestano al 29%, mentre gli over 65, più cauti, indicano il 25%. Solo il 16% esclude categoricamente questa eventualità, mentre un altro 16% ritiene che le probabilità superino il 50%. È un’Italia che non si abbandona a facili allarmismi, ma che avverte il peso di un mondo instabile e si prepara con il suo proverbiale pragmatismo, radicato in una storia di adattamento alle avversità e di gestione delle crisi. Dal Rapporto emerge chiaramente che la popolazione italiana è vittima della propaganda bellica occidentale fondata sulla costruzione di “nemici necessari”. Infatti secondo il CENSIS, quando si chiede agli italiani chi rappresenti al momento “la principale minaccia militare”, le risposte delineano un immaginario plasmato dalle cronache recenti e da un’attenzione rinnovata alle recenti dinamiche globali: per il 50% è la Russia “il pericolo più tangibile”, seguita dai Paesi islamici (secondo il 31%, con un picco del 37% tra i laureati). Solo il 23% (il 27% tra i più istruiti) indica gli Stati Uniti come “una potenziale fonte di rischio”: un segnale di sfiducia verso un alleato storico percepito come “meno affidabile rispetto al passato”, ma al contempo una totale incomprensione della realtà se pensiamo che gli USA sono state causa della maggior parte della guerra negli ultimi 150 anni di storia. La percezione di pericolosità segue, a distanza, Israele (16%), Cina (12%), Corea del Nord (10%) e Turchia (3%). Un dato indicativo il fatto che Israele venga percepito così poco pericoloso un Paese che dagli anni Quaranta è artefice di un’occupazione militare coloniale illegale delle Terre Palestinesi, di una sistema razzista d’apartheid nei confronti della popolazione palestinese e, dalla Nakba del 1948, è l’autore principale di quello che lo storico israeliano Ilan Pappe ha definito “genocidio incrementale” verso il popolo palestinese, sfociato nell’ottobre 2023 con l’attuale genocidio sistematico in corso. Sebbene secondo il CENSIS questo mosaico di percezioni rivela “un Paese che osserva con attenzione gli scacchieri internazionali”, credo che questo riveli la diffusa superficialità con cui gli italiani guardino ai fenomeni internazionali, oltre al fatto che l’opinione degli italiani sia ancora troppo poco critica e si acconti di opinioni preconfezionate eterodirette dalla propaganda mainstream, soprattutto su Israele, la cui hasbara continua a promuoverne un’immagine idilliaca o comunque volta a giustificare tout court il suo “diritti a difendersi”. Per il resto si può essere concordi con il CENSIS sul fatto che la popolazione italiana si sente esposta a molteplici incertezze in un mondo sempre più frammentato e imprevedibile. Il rapporto descrive un dato positivo: “Ormai consapevoli che l’epoca della pace garantita dai mercati globali è tramontata, gli italiani si muovono con cautela in un mondo che appare sempre più vacillante, dove le certezze di un tempo si sgretolano sotto il peso di nuove sfide geopolitiche, rivalità tecnologiche e lotte economiche.” Di fronte all’ipotesi di una guerra, gli italiani dimostrano di non essere un popolo di guerriero, fortunatamente: “Gli italiani non mostrano slanci patriottici, né ambizioni di gloria. Tra i 18 e i 45 anni, la fascia d’età più direttamente coinvolgibile in caso di mobilitazione, solo il 16% si dichiara pronto a combattere, con una chiara differenza di genere: il 21% degli uomini contro il 12% delle donne. Il 39% si proclama pacifista e quindi protesterebbe, il 26% preferisce delegare la difesa a soldati professionisti e a mercenari stranieri, il 19% confessa senza remore che sceglierebbe la fuga per evitare il fronte e il dramma del conflitto.” La società si mostra però poco incline al sacrificio bellico. Solo il 16% degli italiani si dichiara pronto a combattere per la patria o per un ideale, mentre una maggioranza ben più ampia sceglierebbe la protesta pacifista o addirittura la diserzione. Il Rapporto sottolinea che “la crisi demografica che affligge il Paese” sarebbe il problema dell’Italia: la denatalità ha ridotto drasticamente il numero dei giovani, un problema che non riguarda solo il mercato del lavoro, ma anche la difesa nazionale. I capi di Stato Maggiore si trovano di fronte a un dilemma complesso: come rafforzare l’esercito in assenza di giovani. Evidentemente siamo ad un potenziale punto di svolta: come cantava Fabrizio De Andrè in “Girotondo” nel 1968, “la guerra finirà per il soldato che non ci andrà”.  Sul tema del potenziamento della sicurezza nazionale, gli italiani si dividono in modo netto. Solo il 25% sostiene in ogni caso un incremento delle risorse finanziarie destinate alla difesa, anche a costo di sacrificare voci di spesa cruciali come la sanità e le pensioni, per adattarsi a vivere in un mondo più pericoloso. Colpisce però che il 26% preferirebbe delegare la difesa a mercenari stranieri, come se questo non fosse già stato un fallimento l’americanizzazione della difesa che abbiamo avuto in Europa con la delega totale alla NATO. Sembra che 1 italiano su 10 si dica favorevole a dotare il Paese di un arsenale nucleare: un’opzione che, pur minoritaria, segnala un mutamento di sensibilità in una parte della popolazione volta ad inseguire la logica della deterrenza nucleare. Una deterrenza nucleare che è ormai diventata insostenibile in quanto le 9 potenze nucleari nel mondo detengono complessivamente più di 12.000 testate (1): un numero lontano dal picco di oltre 70.000 raggiunto nel 1986, ma ancora rilevante nonostante il Trattato di Non-Proliferazione del 1970 e il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari del 2021. Nonostante ciò, secondo il CENSIS in Italia sembrerebbe cresce una posizione “neutralista”. L’Italia del 2025 si rivela, tutto sommato, un Paese che non ama la guerra, ma che si prepara a fronteggiarla con pragmatismo. La diffidenza verso le potenze globali, inclusi gli alleati storici, si accompagna a una fiducia limitata nelle proprie capacità militari e a un forte desiderio di neutralità. “La neutralità emerge come il principio guida della politica estera auspicata dagli italiani: una bussola che riflette una vocazione storica a evitare coinvolgimenti diretti nei conflitti armati.” – afferma il CENSIS. Peccato che questo neutralismo riguardi solo l’indecisione di schierarsi nei conflitti con una parte piuttosto che con l’altra e non sia invece chiara la posizione per volere un Paese neutrale libero dalla NATO e da qualsiasi alleanza militare. La Nato rimane infatti un pilastro imprescindibile per il 49% degli italiani, con un consenso più forte tra i laureati (55%) e gli over 65 (57%), che vedono nell’alleanza atlantica una garanzia di stabilità. Tuttavia, il 18% preferirebbe alleanze a geometria variabile, l’8% propone l’uscita dalla Nato per affidarsi esclusivamente alle forze nazionali e un significativo 25% non ha un’opinione chiara in proposito, riflettendo un’incertezza diffusa su come orientarsi nel nuovo mondo divenuto più instabile e pericoloso. Parallelamente, il 58% degli italiani guarda con favore alla creazione di un sistema di difesa europeo integrato, con un esercito unico e un comando unificato per tutti i 27 Stati membri dell’Ue (si raggiunge il 72% tra gli anziani). Solo il 22% si oppone invece a qualsiasi forma di riarmo, il 10% preferirebbe accordi solo con i Paesi europei più forti (come la Francia, che dispone dell’arma nucleare) e l’8% punta sull’autosufficienza militare: una scelta che il rapporto giudica come “minoritaria, che appare marginale in un contesto di forte interdipendenza internazionale”. Sarebbe in realtà quest’ultima a rappresentare il vero significato di neutralità. Insomma, possiamo vedere che siamo di fronte anche una modificazione del concetto di “neutralità”, ridotto ad un’idea scarna e prematura ben lontana dall’avvicinarsi a posizioni pacifiste. La stessa “neutralità” possiamo notarla nelle posizioni che gli italiani hanno sui due principali conflitti in atto: * Sul conflitto russo-ucraino, il 33% (il 40% tra i giovani) sostiene una coalizione a favore di Kiev, solo il 5% si schiera con Mosca, ma il 62% preferisce una “posizione neutrale”, evitando rischi che potrebbero esporre il Paese a conseguenze imprevedibili; * Nel conflitto mediorientale, il 21% è a favore dei palestinesi (il 29% tra i giovani, il 27% tra i laureati), il 9% sostiene Israele, ma il 70% invoca la “neutralità”, confermando la tendenza a non prendere posizione in contesti complessi che dividono l’opinione pubblica. Questa situazione, più che definire una posizione neutrale, sembra invece esprimere – per la maggior parte – indifferenza ed equidistanza: due elementi non propriamente positivi per una democrazia. Dai dati emerge che gli italiani preferiscono non schierarsi perchè non sono in grado di riconoscere, nei presenti conflitti, l’oppresso, l’oppressore e il ruolo delle potenze estere che si divertono a giocare a Risiko con la pelle di intere popolazioni. L’equidistanza, in situazioni di ingiustizia, non è un fatto positivo, ma una conseguenza della grande operazione di confusione che l’informazione mainstream ha prodotto. Come diceva Malcolm X: “Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono”. Ed ecco che nel dubbio generato dalla confusione, gli italiani non si esprimono e non sanno chiaramente a chi esprimere la propria solidarietà. Individuare gli oppressioni non è una logica bellica o polarizzante, ma una presa di posizione che aiuta a stabilire la pace. E’ il punto di partenza per stabilire la pace e riconoscere le situazione di ingiustizia. Lo stesso avvenne con la fine dell’apartheid bianca e razzista in Sudafrica ad opera del movimento di liberazione di Nelson Mandela: prima si pose fine all’ingiustizia e poi si lavorò per costruire la giustizia e la convivenza, giorno dopo giorno, con un lungo processo di riconciliazione. Non schierarsi dalla parte dell’oppresso, significa ignorare il problema e quindi essere un ostacolo. Negli attuali conflitti, possiamo affermare che gli italiani si stabiliscono sempre per quello che sono: eterni moderati che non si schierano per paura di schierarsi contro i più forte. L’indagine del Censis delinea però un’Italia che guarda al caos globale con un misto di realismo e disincanto. Si legge: “La fine della pace dei mercati segna l’ingresso in un’era di nuova competizione per assicurarsi le risorse naturali e logistiche. La corsa al riarmo è già iniziata e la guerra non è più un’ipotesi remota: bombardamenti, invasioni, persino la minaccia nucleare sono scenari che si fanno sempre più concreti. Eppure, gli italiani non cedono all’allarmismo. La percezione del rischio rimane moderata, l’opposizione alla guerra come soluzione è netta, e le alleanze, pur con qualche crepa, sono viste come una rete di sicurezza indispensabile. Neutralisti per convinzione o per calcolo opportunistico, gli italiani si muovono con prudenza in un mondo che sembra aver smarrito ogni stabilità, scommettendo sulla diplomazia, ma senza farsi illusioni sulla tenuta di un ordine globale ormai compromesso. La consapevolezza di vivere in un’epoca di transizione si accompagna a un’ansia trattenuta, a un senso di fragilità di fronte a un futuro incerto, in cui la pace appare un bene sempre più prezioso.” Nonostante ciò, è il governo italiano (che dalle ultime votazioni sembra rappresentare la maggioranza degli italiani elettori) a non essere nè “neutralista”, nè “disertore”, nè tantomeno “pacifista”. Scrive il CENSIS: “Nel 2024, l’Italia ha destinato alla difesa 35,6 miliardi di dollari, pari all’1,5% del Pil, secondo le stime della Nato. Un impegno che posiziona il nostro Paese al 5° posto tra gli alleati per la spesa in termini assoluti, alle spalle di Stati Uniti, Germania, Regno Unito e Francia. L’allocazione del 21,6% del budget era orientata all’equipaggiamento – armamenti, mezzi militari, tecnologie di comunicazione –, superando così la soglia del 20% indicata come obiettivo dall’alleanza atlantica (tab. 14). Questo sforzo si inserisce in un trend di crescita rilevante. In dieci anni, la spesa militare italiana è aumentata del 46,0% in termini reali: un segnale di adattamento a un contesto geopolitico sempre più instabile.”  Il fatto che l’Italia sia tra i Paesi NATO che meno spende in spese militari, non nega che il riarmo condotto dal Governo Meloni sia completamente in controtendenza rispetto alla posizione – seppur blanda, confusa e contraddittoria – degli italiani che con la guerra non vogliono avere a che fare. Un riarmo ingiustificabile.   Rapporto CENSIS “Gli italiani in guerra Indagine sulla percezione dei conflitti e sul riarmo nella società italiana” https://www.censis.it/sites/default/files/downloads/Gli%20italiani%20in%20guerra.pdf (1) La Federazione Russa possiede 5.459 testate, gli Stati Uniti 5.177, consolidando la loro supremazia strategica. Seguono la Cina (600 testate atomiche), la Francia (290), il Regno Unito (225), l’India (180), il Pakistan (170), Israele (90) e la Corea del Nord (50). Come si può bene vedere l’Iran non è presente perchè non ha un programma nucleare militare, ma bensì un programma nucleare civile per altro costantemente monitorato dall’AIEA come testimonia la lettera inviata dal Ministro degli Affari Esteri iraniano il 22 maggio 2025 indirizzata al Segretario Generale e al Presidente del Consiglio di Sicurezza ONU per prevenire gli attacchi israeliani ai siti iraniani. Lorenzo Poli
July 24, 2025
Pressenza