Gli asini di Gaza requisiti dall’esercito in volo per Parigi
di Michele Giorgio,
Il Manifesto, 22 luglio 2025.
Beni preziosi. Appartengono ai palestinesi. I soldati israeliani dopo averli
presi nella Striscia li consegnano a una no profit. Ma quella che viene
descritta come un’emergenza veterinaria poi non prevede la restituzione ai
proprietari. Anzi molti asini di Gaza sono stati portati in aereo in Francia.
Asini che trasportano carretti a Gaza. Foto S. Alghorra/Ansa
Per svariati decenni l’alba di Gaza si è sposata alla perfezione con il rumore
dei ferri battuti sull’asfalto dagli asini e lo stridio dei carretti a quattro
ruote guidati da venditori ambulanti. «Abu Saber», come in arabo è spesso
chiamato l’asino in onore della sua pazienza e forza, è stato presente in tanti
aspetti della vita quotidiana di Gaza. Nel corso degli anni questa presenza è
stata gradualmente sostituita da quella dei più rumorosi tuk tuk, i veicoli a
tre ruote a motore più funzionali al trasporto di persone e merci. La
conseguente riduzione del numero di asini nella Striscia è stata accelerata da
un provvedimento israeliano di qualche anno fa che ha vietato l’importazione a
Gaza di questi animali: ufficialmente per proteggerli. Poi, dopo il 7 ottobre
2023, i raid aerei, le offensive israeliane e la fame – per esseri umani e
animali – hanno ucciso, secondo i dati dell’ONU il 43% di asini, cavalli e muli.
Al momento ci sarebbero a Gaza poco più di 2.500 animali da tiro e da soma.
Eppure, i tipici toni acuti e bassi del raglio non cessano. Anzi, l’asino a Gaza
è tornato ad essere prezioso. Il suo costo si è triplicato, perché da semplice
trasportatore che tira un carretto di legno a causa della mancanza di
carburante, è diventato, subito dietro le ambulanze, il principale «mezzo di
soccorso» per i feriti di Gaza diretti agli ospedali, o a ciò che ne resta. Il
nobile animale, che accompagna da migliaia di anni il genere umano, grazie alla
sua grande forza, a Gaza rasa al suolo da Israele, riesce a muoversi tra le
macerie, sulle strade dilaniate dalle bombe e in altri contesti difficili e
rischiosi, contribuendo a salvare vite umane. Le sue zampe servono a portare in
groppa e sui carretti gli sfollati nel triste peregrinare tra un punto e
l’altro, sotto gli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano. Proprio in
queste ore, migliaia di palestinesi di Deir al-Balah, con ogni mezzo possibile
si dirigono verso l’area di Mawasi, nel sud di Gaza, sotto l’urto dell’offensiva
israeliana entrata in una nuova e più violenta fase.
Qualche settimana fa, «Abu Saber» ha avuto un riconoscimento pubblico a Gaza,
quando un gruppo di giovani ha organizzato per lui una festa popolare con il
tappeto rosso, le decorazioni e i fiori, per celebrarlo e ricompensarlo per ciò
che ha sopportato, assieme agli esseri umani, a cominciare dalla fame e dalla
sete causate dalla chiusura imposta dall’esercito israeliano.
Il numero degli animali da lavoro, intanto, continua a scendere a Gaza. Non solo
la denutrizione, la mancanza d’acqua e le bombe rischiano di far sparire gli
asini proprio nel momento in cui servono di più. Da tempo, militari e civili
israeliani si «preoccupano» di recuperare gli animali sopravvissuti ai raid
aerei o usciti da Gaza in cerca di cibo e acqua. E per «salvarli» li portano
nello stato ebraico, sottraendoli ai palestinesi. La tv pubblica Kan ha
confermato che i soldati hanno rastrellato molte decine di asini nelle zone
invase all’interno della Striscia di Gaza durante la guerra, perché erano
«malati, abbandonati o feriti». L’operazione è stata presentata come un
«soccorso veterinario d’emergenza», ma di fatto costituisce la confisca forzata
di proprietà civili durante un conflitto armato.
Gli asini, in buona parte, vengono affidati alla «Starting Over Sanctuary», una
no-profit israeliana situata nel Moshav Herut (Kfar Saba), che da anni,
accoglie, nutre e cura asini assieme a cavalli, pecore, capre, cani e gatti.
«Siamo soltanto una struttura di assistenza agli animali feriti, moribondi, che
hanno subito abusi dagli esseri umani, non facciamo politica», premette Sharon
Cohen, accogliendoci nella fattoria dove gli animali da lavoro convivono con
quelli domestici. La donna afferma di aver fatto della salvezza e cura degli
asini di ogni provenienza la «missione della sua vita». Ci conferma, senza
precisarne il numero, che parecchi degli oltre mille asini presenti «sono stati
recuperati a Gaza e intorno ad essa» ma, ripete, «non dalla nostra struttura:
noi ci limitiamo ad aver cura di animali ammalati, denutriti, disidratati,
lasciati senza cibo e acqua per giorni».
La fattoria di «Starting Over Sanctuary» nel Moshav Herut. (Foto di Michele
Giorgio)
A Gaza però sono tutti denutriti: esseri umani e animali. L’acqua manca per
tutti. Le restrizioni israeliane agli aiuti alimentari non fanno eccezioni. «In
21 mesi abbiamo potuto consegnare solo 2.000 tonnellate di mangime a Gaza: metà
prima della tregua a inizio 2025 e altre mille durante il cessate il fuoco. Poi
quasi più nulla. E una parte dell’orzo destinato agli animali è stata usata
dalla popolazione per sfamarsi», ci dice un esperto delle Nazioni Unite.
I palestinesi, da parte loro, sottolineano che in ogni caso si tratta di una
sottrazione degli asini ai loro legittimi proprietari da parte dei soldati.
Inoltre, sarebbero centinaia – almeno 400 – e non poche decine gli animali da
lavoro presi a Gaza. E tanti di loro sono stati mandati, a bordo di aerei, in
Francia e Belgio. Il 18 maggio 2025, il primo gruppo di asini – 58 – è partito
dall’aeroporto Ben Gurion verso quello di Liegi, in Belgio, e da lì ha raggiunto
rifugi per animali. Un altro gruppo è stato destinato allo zoo La Tanière, nei
pressi di Chartres. La Francia ha dato alla vicenda una dimensione particolare,
con gli asini che raccontano una storia di «fuga dall’inferno». In ogni caso gli
asini di Gaza sono stati portati via ai palestinesi.
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