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Kassel (Germania), l’Osservatorio e la refusenik Ayana Gerstmann al secondo congresso nazionale contro il ritorno della leva
L’11 e il 12 aprile si è tenuto a Kassel (Germania), il secondo congresso nazionale contro il ritorno della leva e la militarizzazione della società tedesca. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Ayana Gerstmann, refusenik israeliana, hanno contribuito intervenendo alla sessione dedicata alla prospettiva internazionale. Mentre la Germania ha approvato la nuova legge sulla leva a dicembre 2025, Crosetto aveva promesso per marzo 2026 una proposta di legge per la sua reintroduzione in Italia. La fase critica sviluppatasi però con l’attacco all’Iran a livello internazionale e con la vittoria del NO al referendum ha rallentato i piani. Risulta così che la Germania si trovi in un certo senso in una situazione che anticipa quella italiana. La nuova legge tedesca è in linea con il cosiddetto “modello scandinavo” di reclutamento, con quanto fatto da parte di altri stati europei negli ultimi anni e con la dottrina militare della Difesa Totale: l’obiezione di coscienza in senso classico, come rifiuto al servizio militare, è prevista e parte integrante del sistema bellico. Il servizio civile infatti a cui si aderisce “rifiutando” la leva è fatto in modo tale da preparare anche la società civile a sostenere i conflitti, sia attraverso le loro competenze civili (senza mai né imbracciare né vedere armi!) sia attraverso un lavorio ideologico che porta alla creazione del Nemico e alla naturalizzazione della guerra. Un tale servizio civile fa il paio con la militarizzazione delle scuole, che in Germania come in Italia cerca di agire attraverso interventi di forze armate e dell’ordine nelle aule e addirittura attraverso l’introduzione di materie scolastiche come la “difesa nazionale” in Lituania, ore settimanali al pari di letteratura o geografia in cui però si “gioca” a fare orientamento o si impara la storia (e l’eroismo) delle forze armate. Forse è per questo che in Germania come in Svezia hanno il concetto di obiezione di coscienza totale, che prevede non solo il rifiuto del servizio militare (obiezione di coscienza classica) ma anche il rifiuto di ogni forma di partecipazione allo sforzo bellico del proprio paese. In particolare, per esempio, il rifiuto della schedatura della popolazione in età da leva tramite questionari o visite mediche e il rifiuto dei lavoratori di contribuire alla guerra, che sia trasportando armi nel caso delle e dei portuali, producendo il sapere funzionale a produrle nel caso di ricercatori e ricercatrici universitari, o permettendo alle forze armate di entrare nelle scuole nel caso di docenti. Il congresso di Kassel è stato organizzato da cinque realtà antimilitariste tedesche, fra cui Società Tedesca per la Pace – Resistenti di Guerra Uniti (DFG-VK) e Disarmare Rheinmetall (Rheinmetall Entwaffnen). DFG-VK è un’organizzazione storica tedesca (fondata nel 1892) per l’obiezione di coscienza. Rheinmetall Entwaffnen è un’organizzazione del 2018 che in un certo senso trova corrispondenza nei nostri portuali. Fanno azioni di boicottaggio alla produzione e al trasporto di armi. Organizzano anche un campo estivo all’anno che vede migliaia di partecipanti e che è stato recentemente oggetto di forte repressione da parte dello stato tedesco. L’obiettivo con cui è stato lanciato il congresso era quello di costituire una rete di solidarietà al movimento giovanile tedesco di rifiuto della leva. L’idea è: “Come adulti, è nostra responsabilità mettere a disposizione ai giovani tutte le risorse di cui potrebbero necessitare e a cui abbiamo più facile accesso in quanto adulti”. Nella pratica questo significa, come si legge anche dalla dichiarazione finale del congresso: supporto economico (per esempio per il pagamento anche delle sanzioni comminate a chi rifiuta di compilare il questionario), supporto legale e supporto informativo (dal “Che faccio quando mi arriva la lettera per andare a compilare il questionario?” al “Cos’è la cognitive warfare?”). Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, siamo stati invitate a condividere il lavoro di ricerca di Serena Tusini sul ritorno della leva in Europa (presentato durante il Convegno Nazionale dell’Osservatorio dell’anno scorso e da marzo disponibile anche online) e la situazione italiana per quanto riguarda ritorno della leva e militarizzazione della società. Il nostro intervento si è inserito senza soluzione di continuità dopo quello di Ayana Gerstmann, una ragazza refusenik israeliana. Con il supporto legale, mediatico e non solo dell’organizzazione israeliana Disertori (Mesarvot), Ayana ha attraversato due mesi di carcere per poi esser giudicata incapace di intendere e rilasciata. Riportiamo alcune cose che abbiamo trascritto mentre parlava, per noi notevoli se viste alla luce della Difesa Totale.  > « Il fondamento della società israeliana è l’esercito: lo considerano la cosa > più importante della società. Si ritiene che la cosa più importante sia > l’eroica lotta dei soldati nell’esercito. Sono quasi considerati sacri, > specialmente coloro che sono morti per difendere il Paese.» > > « Si può essere cittadini a pieno titolo solo se si è stati soldati per alcuni > anni. Altrimenti, non si è degni di far parte di questa “insiemezza”.» > > « È molto difficile opporsi a questo. Ci sono conseguenze sociali. Non ti > trattano bene. Anche le persone che hanno problemi di salute e che l’esercito > non ha voluto, anche quelle persone vengono guardate con sospetto.» > > « L’ingiustizia, ciò che sta accadendo in Cisgiordania, non è nota. Molte > persone non lo sanno. Pensano che sia un’altra bugia dei progressisti che > vogliono solo diffondere menzogne sull’IDF. Molte persone non sanno cosa sta > succedendo qui. I media in Israele quasi non ne parlano.» > > « È molto difficile prendere una decisione indipendente sul fatto di entrare o > meno nell’esercito. È così chiaro che fa parte della vita di ogni persona, è > il percorso normale: scuola, esercito, università. La gente non pensa che ci > sia un’altra opzione.» E invece, grazie ad un’obiezione di coscienza totale e collettiva, un’altra opzione c’è. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
3,5%: quando la nonviolenza vince
di Bruno Lai BUON COMPLEANNO a Erica Chenoweth! Non tutti conoscono Erica Chenoweth, che invece, a mio parere, merita attenzione. Erica Chenoweth è una docente universitaria statunitense, insegna alla Harvard Kennedy School ed al Radcliffe Institute for Advanced Study. Si occupa di azione nonviolenta e resistenza civile e presso l’Harvard’s Carr Center for Human Rights Policy dirige addirittura un Laboratorio
Libertà di insegnamento in tempo di guerra: un’assemblea on line contro la censura nelle scuole
Alla luce degli atti repressivi e di censura che stanno colpendo le scuole L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università convoca un’assemblea online per il 29 Dicembre alle 18:00 per preparare per l’inizio del 2026 un’adeguata mobilitazione con tutte le realtà presenti sui territori. A seguito di alcuni post sui social e sui giornali di esponenti locali della destra è partita una interpellanza parlamentare e una rapidissima ispezione del Ministero dell’Istruzione e del Merito atta ad accertare gli avvenimenti. Sul banco degli “imputati” Francesca Albanese invitata online da alcuni istituti comprensivi a parlare di Palestina. I fatti riguardano scuole della Toscana, dell’Emilia Romagna e delle Marche [Educare sotto ispezione: la vicenda dell’Istituto Enrico Mattei di San Lazzaro (BO)] ; in alcuni casi gli ispettori non sono arrivati a giudicare l’operato di docenti e presidi, perché la presenza di Albanese era legata a una richiesta degli studenti e delle studentesse dentro un’assemblea regolarmente convocata. Albanese nelle scuole secondarie? Oggi a lei il diniego, domani a noi tutti L’invito a Francesca Albanese, relatrice speciale per le Nazioni Unite per il territorio palestinese occupato, era finalizzato a presentare il suo ultimo libro: “Quando il mondo dorme. Storie, parole e ferite della Palestina”, un percorso didattico, legato alla tragica attualità, che tuttavia ha provocato una pronta reazione politica di esponenti della destra (articoli sulla stampa locale e gli immancabili post sui social), che hanno chiesto la verifica di eventuali estremi di reato per Albanese; a ciò è seguita l’iniziativa del ministro Giuseppe Valditara con l’invio di ispettori che, a distanza di pochissimi giorni, sono entrati nelle scuole “incriminate” per valutare l’operato dei/delle docenti e verificare se sia stato garantito quel contraddittorio funzionale a scongiurare il rischio di “indottrinamento ideologico“. E proprio in questi ultimi giorni, in un istituto superiore dell’Emilia Romagna, con circolare della dirigenza, è stato annullato l’incontro con due refusenik, ossia obiettori di coscienza israeliani, organizzato da Assopace Palestina. Un’iniziativa di censura o di prudenza vista la nota ministeriale del 7 novembre che invoca il pluralismo e il contraddittorio? A nostro avviso si è voluta impedire la presenza di voci scomode e non allineate con i desiderata governativi. Detto in altri termini, ogni qual volta parliamo di Palestina, di colonialismo di insediamento e dei civili palestinesi vittime dei bombardamenti israeliani dovremmo chiamare Smotrich oppure Gallant e Netanyahu, sui quali pende un mandato di cattura per crimini contro l’umanità da parte della Corte Penale Internazionale? Se oggi dovessimo invitare in una scuola lo storico israeliano antisionista Ilan Pappé dovremmo forse convocare l’ambasciatore di Israele o uno dei ministri che rivolgendosi agli arabi e ai palestinesi utilizza termini razzisti? O un ufficiale dell’esercito contro cui esistono prove dirette per crimini di guerra? E ogni qual volta si registrano presenze di militari nelle scuole denunciate dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università perché il ministro Valditara non invoca il contraddittorio? Non si parli di attualità A non essere gradita al ministro Giuseppe Valditara è proprio l’attualità, eppure da quando esistono le assemblee studentesche sono gli argomenti vissuti a provocare indignazione e il bisogno di approfondimenti. Si è parlato anche di estremi di reato perché la relatrice Francesca Albanese avrebbe “accusato l’attuale governo di essere fascista e complice di un genocidio” e sono state promesse azioni giudiziarie nei suoi confronti per tutelare il buon nome della maggioranza. In realtà sono le sue relazioni presentate all’Onu ad essere sul banco degli imputati a totale sprezzo del diritto internazionale. Chiedere la fine di rapporti commerciali con Israele è una richiesta inammissibile? O deve essere bandita ogni domanda relativa alle complicità politiche, finanziarie e industriali dello Stato italiano con Israele? Sono proprio l’accusa di genocidio e il racconto della Nakba che si vogliono bandire dalle scuole. Queste sono peraltro le stesse riflessioni di tanti e tante docenti, genitori, studenti e studentesse che registrano l’instaurarsi di un clima autoritario nelle scuole al fine di impedire l’autonomia e la libertà di insegnamento. Le ispezioni assumono allora una valenza politica perché vengono vissute negli istituti come un atto intimidatorio contro docenti, studenti e studentesse: non sono le sanzioni o i richiami a preoccupare, ma la continua intromissione del Ministero nella vita scolastica con l’utilizzo dei controlli e dei provvedimenti disciplinari per seminare paura, rassegnazione e silenzio. Ci siamo posti in questi giorni ulteriori domande: le scuole italiane sono divenute un covo di settari ed estremisti? E ogni azione della docenza necessita di un controllo da parte del Ministero come si faceva in epoca fascista? Si alimenta il sospetto sui/sulle docenti, sulla loro professionalità, si punta direttamente a condizionare le decisioni degli organi collegiali e, a nostro avviso, è anche l’inizio di una campagna antisindacale. I prossimi mesi diranno se i nostri argomenti sono fondati o meno. Quanto accade nelle scuole è soltanto un tassello di quanto avviene nell’intera società dove censura e repressione colpiscono intellettuali come il prof. Angelo d’Orsi, i centri sociali come Askatasuna, i movimenti studenteschi, gli attivisti per la Palestina, le persone che non rinunciano a esprimere un pensiero critico come l’imam Mohamed Shahin e infine i resistenti palestinesi come Anan Yaeesh e tutte le realtà conflittuali oggetto di repressione per il decreto sicurezza. Alla luce dei fatti appena descritti, L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università convoca un’assemblea online da tenersi il 29 Dicembre alle 18:00. Urge preparare un’adeguata risposta e mobilitazione da condividere con tutte le realtà presenti sui territori per l’inizio 2026. DEMOCRAZIA E AUTONOMIA DIDATTICA NON SI INGABBIANO! Per seguire l’assemblea entra nella riunione in Zoom https://us02web.zoom.us/j/81571709889?pwd=fUhfagxxq781tj9dTOmkdaamWCDDaP.1 Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
December 28, 2025
Pressenza
Israele: giovani-refusenik-bruciano-gli-ordini-di-arruolamento
Riceviamo testo e video dalla associazione ‘Pungolo rosso’ https://pungolorosso.com/2025/07/20/tel-aviv-giovani-refusenik-bruciano-gli-ordini-di-arruolamento-nellesercito-del-genocidio-video/ “Pubblichiamo un breve video di una manifestazione di protesta promossa da Mesarvot (organizzazione israeliana a supporto degli obiettori di coscienza) che ha avuto luogo lo scorso martedì 15 luglio a Tel Aviv, al termine della quale alcuni giovani refusenik hanno bruciato i documenti di coscrizione nell’esercito israeliano. Questa iniziativa non ha certo coinvolto enormi masse (siamo nell’ordine di grandezza delle decine), ma ha comunque il suo valore perché è avvenuta in un periodo in cui nella società israeliana impazza un’isteria genocidaria nei confronti del popolo palestinese. Per quanto storicamente ci siano state periodiche ondate in cui il numero di aderenti a questa prospettiva è cresciuto (per lo più in coincidenza con i periodi di maggiore tensione del conflitto israelo-palestinese) salvo poi rifluire, la renitenza alla leva in Israele rimane ancora, purtroppo, un fenomeno marginale. [Tutt’altra cosa è l’esenzione di stato dalla leva per gli ultra-ortodossi.] Ciò che è di particolare rilievo in questa testimonianza filmata è la natura del rifiuto espresso dai manifestanti, consapevoli che davanti ad un genocidio il dovere di ciascun individuo dotato di coscienza umana è quello di resistere e opporsi materialmente come può. Una presa di posizione contro la guerra ai palestinesi, questa, ben lontana da quella delle folle che richiedono a gran voce una tregua che consenta la liberazione degli ostaggi-prigionieri tutt’ora nelle mani di Hamas, ma non per questo sono contrarie ai piani colonialisti di Israele in Palestina e, più in generale, nel Medio Oriente. La posizione di questi giovani dimostranti, in larga parte adolescenti, è netta: quello che l’esercito israeliano sta compiendo (del tutto in continuità con l’azione intrapresa sin dalla fondazione di Israele, ricordano giustamente) è un genocidio. E a perpetrarlo è ciascun soldato, a prescindere dal grado del suo inquadramento nelle fila dell’IDF. «Che sia al fronte o nelle retrovie, ogni soldato è complice dell’assassinio in corso», «chiunque indossi un’uniforme è complice dell’omicidio di massa»: questi alcuni degli slogan scanditi dai manifestanti in corteo, a cui si accompagna, in uno degli interventi di chiusura la perentoria definizione delle forze armate israeliane quali «il nemico a cui dobbiamo resistere». Molti di loro hanno già scontato periodi di carcerazione in quanto renitenti alla leva (tra quanti rilasciano una dichiarazione nel filmato è presente anche Itamar Greenberg, della cui diserzione abbiamo già parlato in un post dello scorso agosto), e ai restanti non sarà certo risparmiata questa esperienza. Il coraggio mostrato nell’affrontare la situazione sfavorevole e questa prospettiva li rende degni del nostro rispetto e della nostra ammirazione. Crescete e moltiplicatevi! “ Antonio Ghibellini
July 23, 2025
Pressenza