Nell’UE è iniziato lo scaricabarile sulla tassa agli extraprofitti delle aziende petrolifere
«Tassare gli extraprofitti è competenza degli Stati membri, che possono agire
sulla base della legislazione nazionale». Con queste brevi ma concise parole, la
Commissione europea ha cassato la proposta di introdurre un meccanismo di
tassazione degli extraprofitti delle aziende petrolifere su scala europea. La
proposta era stata avanzata da sei Paesi, tra cui Italia e Germania: i promotori
chiedevano l’introduzione di una tassa che restituisse ai cittadini parte dei
guadagni straordinari realizzati dalle grandi aziende petrolifere a seguito del
conflitto con l’Iran. È iniziato, insomma, un gioco di scarico delle
responsabilità, in cui Bruxelles rimanda la questione agli Stati membri e i
governi nazionali chiamano in causa l’Europa. Se il governo italiano pare
nascondere una spaccatura interna, con il ministro Tajani che afferma che
«bisogna colpire chi fa speculazioni» e che Eni non sarebbe «tra questi», l’UE
dimentica il precedente del 2022, quando venne introdotto un analogo meccanismo
per far fronte alla crisi energetica provocata dalla guerra in Ucraina.
A chiedere che l’UE discuta l’introduzione di un meccanismo comune di tassazione
degli extraprofitti erano stati sei Paesi dell’UE, che, guidati dalla Germania,
hanno inviato una lettera alla Commissione in cui evidenziavano il «bisogno di
un approccio congiunto che garantisca che coloro che traggono profitto dalla
crisi facciano la loro parte nel ridurre l’onere per il pubblico in generale».
Il contenuto della lettera ha iniziato a circolare a partire dal 23 agosto ed è
stato confermato sin da subito da un comunicato della vicecapogruppo di Fratelli
d’Italia alla Camera, Augusta Montaruli. I portavoce della Commissione ne hanno
confermato la ricezione ieri, 25 agosto, rispondendo alle domande dei
giornalisti in sede di conferenza stampa.
«Temete che ci siano questioni legali, problemi di natura giuridica come
l’aggiramento dell’unanimità, oppure c’è una ragione economica per cui siete
scettici al riguardo?», ha chiesto un giornalista in merito alla possibilità di
introdurre la tassa sugli extraprofitti. «Quello che posso dire è che la
tassazione degli extraprofitti è una competenza degli Stati membri, che possono
agire sulla base della propria legislazione nazionale», ha risposto una
portavoce della Commissione; «Tuttavia, tali misure devono essere conformi al
diritto europeo. Pertanto, gli Stati membri possono avvalersi dei propri poteri
fiscali nazionali per affrontare i costi dell’equità sociale e, in questo
contesto, possono adottare misure di tassazione degli extraprofitti, se lo
desiderano». Un botta e risposta istituzionale che di fatto rispedisce al
mittente la richiesta di tassare gli extraprofitti. Un giornalista ha rimarcato
che nel 2022 è stata introdotta una tassa analoga, ma la portavoce si è limitata
ad affermare che, in tale occasione, «si trattava di circostanze eccezionali, in
cui i prezzi avevano raggiunto livelli senza precedenti».
La guerra israelo-statunitense contro l’Iran non accenna a fermarsi e i prezzi
delle materie prime e del carburante rimangono fuori scala. La stagione estiva
si avvicina al termine e il governo italiano ha già utilizzato una parte
consistente delle proprie risorse per provare a contenere i prezzi dei
carburanti attraverso il taglio alle accise, una misura che, visto l’andamento
dei prezzi, pare avere più messo una pezza che risolto la situazione. Il 24
agosto, dopo svariate proroghe, il provvedimento è scaduto, salvo poi essere
esteso in extremis con un intervento che ha confermato il ricorso alle
cosiddette accise mobili: un meccanismo che consente di utilizzare
l’extragettito IVA derivante dall’aumento dei prezzi dei carburanti per ridurre,
attraverso un decreto ministeriale, le accise applicate alla vendita. Il
problema è che le risorse disponibili non sembrano sufficienti a garantire una
riduzione dei prezzi per un periodo prolungato: gli effetti dell’intervento
termineranno oggi stesso, 26 agosto, e nel pomeriggio è in programma una
riunione del Consiglio dei ministri per discutere nuovamente del tema.
Al momento, una delle ipotesi sul tavolo è proprio quella di tassare gli
extraprofitti dei colossi del petrolio, così da restituire ai consumatori parte
dei guadagni straordinari legati alla crisi. Non tutti i membri del governo,
però, sembrano favorevoli a questa soluzione. Tajani ha infatti messo in dubbio
l’opportunità di introdurre una specifica tassazione degli extraprofitti: «Il
concetto di extraprofitto è un concetto che non esiste in diritto», ha detto ai
microfoni di RTL 102.5; «esistono i profitti. Io mi preoccuperei piuttosto delle
speculazioni da parte delle grandi aziende; nel caso, bisogna sanzionare e
colpire chi specula ai danni dei cittadini». Il vicepremier si è comunque detto
favorevole ad aprire una discussione con i colossi del petrolio per individuare
una forma di contributo all’economia nazionale: «Io sono per trovare soluzioni
concrete, così come abbiamo fatto con le banche. C’è stata una lunga trattativa,
ma alla fine c’è stato un contributo positivo da parte di banche e
assicurazioni. Con le imprese petrolifere si può dialogare per fare in modo che
ci sia un contributo positivo per la nostra economia».
Il riferimento di Tajani è agli interventi varati dal governo nel corso della
legislatura corrente. Una prima forma di tassazione straordinaria fu introdotta
nel 2023, con un prelievo del 40% sull’incremento del margine di interesse delle
banche, poi modificato e accompagnato dalla possibilità di accantonare una
riserva in alternativa al versamento, soluzione percorsa dalla maggior parte
degli istituti finanziari. Nel 2025 il governo ha invece puntato su un «un
contributo volontario» di banche e assicurazioni; lo stesso Tajani, parlando
della manovra, sottolineava che «non è stata imposta nessuna tassa sugli
extraprofitti»: le banche potevano aderire mettendo a disposizione risorse
attraverso diverse modalità, tra cui l’anticipo di imposte e l’utilizzo di
deduzioni, beneficiando in cambio di vantaggi fiscali, tra cui la possibilità di
affrancare volontariamente gli utili accantonati nel 2023 con un’aliquota
ridotta dal 40 al 27,5%. Nel 2026 sono state invece introdotte misure
obbligatorie, tra cui l’aumento temporaneo di due punti percentuali dell’IRAP
per banche, intermediari finanziari e assicurazioni, oltre a limitazioni alla
deducibilità di alcune componenti fiscali.
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