Tag - Myanmar

Quattro anni dopo
24 febbraio 2026: quarto anniversario dell’invasione russa in Ucraina, quando la guerra, quella, già in corso con modalità altre da non farla chiamare guerra, e quella combattuta in tante altre parti del mondo troppo distanti per essere considerate un pericolo per la pace dell’Occidente, bussa alle porte dell’Europa. Bisogna difenderla, la pace, racconta la politica quasi in coro, e per questo bisogna difendere i confini, così sembra ineluttabile riarmarsi. La guerra entra nella quotidianità degli Europei attraverso le immagini dei telegiornali e il dibattito politico tra esponenti di partito, storici e opinionisti. Intanto si aggiunge il conflitto in Palestina, anche quello a partire da una data che non ne segna l’inizio. 24 febbraio 2026: a Palermo, anche oggi, come da quattro anni, c’è chi dice no alla guerra riunendosi in Presidio. Prima ogni domenica mattina, a Piazza Vittorio Veneto, conosciuta in città come “la Statua”, con il suo monumento al milite ignoto, poi in altri luoghi della città che non ferma la sua corsa tra le vetrine e le bancarelle delle festività che si rincorrono, il 24 di ogni mese. Sono le donne dell’Udi, della CGIL e di tante altre realtà come Le Rose Bianche, l’Anpi, Emily, Governo di Lei, Cif, Le Onde, Arcilesbica, Comunità dell’Arca, Movimento nonviolento, Circolo Laudato si’ e con loro cittadini e cittadine che sentono la necessità di non rimanere in silenzio mentre il mondo sprofonda nel baratro di una nuova guerra globale. “Fuori la guerra dalla Storia” recita lo striscione che le accompagna da quattro anni e accanto, sulla strada pedonale di fronte al Teatro Massimo, si aggiungono cartelli che questa storia raccontano in tutti i paesi dove la guerra non tace. Ucraina e Palestina, Iran e Afghanistan, Congo e Sudan, Myanmar e Siria. Dopo l’apertura al ritmo dei tamburi e delle mani degli astanti battute sul petto, con le voci del coro e delle percussioni  di Lucina Lanzara che invocano pace per tutti i Paesi in guerra, attivisti e attiviste si alternano al microfono: di quei Paesi e dei loro popoli raccontano sofferenza e oppressione, chiedono al nostro Paese azioni diplomatiche nel rispetto del costituzionale ripudio della guerra, smascherano, oltre le parole con cui ci vengono ammansite, le intenzioni di governi guerrafondai e i loro interessi economici. Ci raccontano delle donne del Rojava, riunite in assemblea e decapitate, dell’attacco ad Aleppo, dei disertori russi e ucraini, palestinesi e israeliani, giovani che rischiano la prigione e la vita pur di non imbracciare le armi e rendersi complici di torture e massacri, dell’embargo economico statunitense che affama il popolo cubano, impedisce il rifornimento di medicinali salvavita, lascia al buio non solo le case ma anche le scuole e soprattutto gli ospedali. È notizia delle ultime ore la visita dell’ambasciatore di Trump al governatore della Calabria per chiedere l’interruzione della collaborazione dei medici cubani che hanno sostenuto la (mal)sanità calabrese al collasso anche per mancanza di medici. Chi ancora non lo sapeva, apprende come, mentre il paese di Niscemi frana lasciando in sospeso la vita dei suoi abitanti, il Governo stanzia milioni di euro per mettere in sicurezza le antenne del Muos su segnalazione dei militari statunitensi. È tempo di non restare indifferenti, di mobilitarsi tutti insieme per ribaltare il sistema patriarcale che da sempre vede gli uomini e ora, purtroppo, anche le donne, risolvere i conflitti con la forza violenta delle armi, a partire da questo grido delle donne di Palermo che trova la sua eco in tante altre città italiane: il 28 marzo la rete “10 100 1000 piazze di donne per la pace” si riunirà nelle diverse realtà cittadine aderenti in una grande manifestazione nazionale. L’impegno di ogni città verrà “cucito” mettendo insieme in un grande arazzo i tasselli preparati nelle singole realtà. C’è ancora tempo, per chi volesse, in ogni parte d’Italia, di unirsi a questo progetto di rappresentazione simbolica della pace attraverso il lavoro di sapienza antica delle donne! Molti passano, indaffarati, qualcuno si siede e ascolta, come un gruppo di giovanissimi seduto sul marciapiede. La luce di piccole candele illumina l’invito alla nonviolenza nelle bandiere con le armi spezzate. È l’educazione alla nonviolenza, a partire dai primi anni di vita di ogni bambino e bambina, l’unica strada per interrompere una Storia in cui la pace è solo una tregua nel susseguirsi dei conflitti armati! “Fuori la guerra dalla Storia!”         Maria La Bianca
February 25, 2026
Pressenza
Cinque anni dall’ultimo colpo di stato militare in Myanmar
Anche quest’anno, gli esuli birmani, un po’ ovunque nel mondo, hanno commemorato l’anniversario del colpo di stato militare del primo febbraio 2021 che ha posto fine a quell’esperimento di democrazia, sempre sul filo del rasoio, durato quasi un decennio, che ha portato in prigione Aung San Suu Kyi e tanti altri politici del suo partito, e da allora non se n’è più saputo nulla. Centinaia di birmani della diaspora si sono raccolti davanti alle ambasciate del loro paese per protestare in grandi numeri da Londra a Busan nella Korea del Sud a Tokyo a Taipei. L’associazione per i prigionieri politici (AAPP) riporta che all’interno di due prigioni in Myanmar gruppi di donne hanno protestato cantando una canzone rivoluzionaria e sono state poi messe in isolamento. Qui in Thailandia al confine con la Birmania è una ricorrenza che, per tutti quelli che fanno parte o sostengono la Resistenza, segna un momento di condivisione delle lotte, si ricordano i morti e si cerca di fare il punto delle sconfitte e di immaginare una via per il futuro, per un altro anno di rivoluzione. È del 30 gennaio la comunicazione ufficiale di un importante risultato che dovrebbe portare la rivoluzione a dei grandi passi avanti. I rappresentanti di alcuni gruppi armati etnici e alcuni rappresentanti dell’esercito della resistenza per la democrazia, nonché il governo di unità nazionale per la democrazia, il NUG, hanno reso ufficiale che le negoziazioni dei mesi scorsi per creare un fronte comune ha raggiunto finalmente un accordo condiviso. In termini concreti significa che questi gruppi armati saranno coordinati da un’unica leadership. La frammentazione delle lotte dei vari gruppi etnici, è da sempre il principale ostacolo per portare la resistenza vittoriosa su tutto il territorio birmano. Si tratta di un notevole passo avanti anche se in questo “consiglio federato” non partecipano ancora tutti i gruppi armati presenti in Myanmar ma solo la metà degli otto Stati: i Kachin, Karenni, Karen e Chin. L’obiettivo è quello di arrivare a costruire una Birmania confederata, che fu il sogno del padre di Aung San Suu Kyi e dei suoi compagni nel 1947, quando gettarono le basi per un governo democratico dopo aver ottenuto l’indipendenza dal giogo inglese. Una Birmania confederata significa che le numerose minoranze etniche presenti nel paese, potranno convivere con uguali diritti in uno stato confederato. Attualmente la giunta militare del Myanmar riconosce otto minoranze etniche principali che a loro volta raggruppano altre minoranze presenti nel loro territorio. Nel 1962 il generale Ne Win compì il primo dei tre colpi di stato e pose fine a 14 anni di governo democratico e al sogno di una Birmania confederata. Da quel momento le minoranze etniche sono entrate in uno stato di guerriglia permanente con l’esercito del governo militare: si tratta di più di 60 anni di guerra, la più lunga del pianeta. Le minoranze etniche sono distribuite ai confini della Birmania, in zone prevalentemente montuose, il gruppo dominante è quello dei Bamar-da cui il nome Burma (Birmania)- e occupa tutta la piana centrale partendo dal delta fertilissimo dell’Irrawaddy. Ogni minoranza etnica ha la sua milizia e di questa frammentazione ne guadagna l’esercito militare che mette gli uni contro gli altri. Ne approfitta anche la Russia e la Cina che vendono loro le armi. In particolare la Cina le vende sia alla guerriglia sia all’esercito dei militari. Fiorella Carollo
February 7, 2026
Pressenza
Timor Est denuncia il Myanmar per crimini di guerra e contro l’umanità
Il 2 febbraio, la Chin Human Rights Organisation (CHRO) e il Myanmar Accountability Project (MAP) hanno rilasciato una dichiarazione in cui annunciano l’avvio di un procedimento giudiziario da parte delle autorità giudiziarie di Timor Est contro la giunta del Myanmar, incluso il suo leader, Min Aung Hliang, in merito a presunti crimini di guerra e crimini contro l’umanità. È la prima volta che un membro dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) avvia azioni di questo tipo contro un altro Stato membro dell’ASEAN. Salai Za Uk, Direttore Esecutivo della CHRO: “Considerata la storia di Timor Est e le umiliazioni subite dal popolo timorese nella sua lotta per l’indipendenza, c’è un reale senso di solidarietà con il popolo del Myanmar, contro il quale la giunta infligge barbarie spaventose quasi ogni ora”. Il fascicolo penale presentato al procuratore timorese comprende prove inconfutabili dello stupro di gruppo ai danni di una donna incinta di sette mesi davanti al marito; del massacro di dieci persone, tra cui un giornalista e un ragazzo di 13 anni, tra le otto persone a cui sono state legate le mani dietro la schiena e tagliate la gola; dell’uccisione deliberata di un pastore cristiano e di tre diaconi; di un attacco aereo sproporzionato e indiscriminato contro un ospedale, in cui sono morti quattro membri del personale medico e quattro pazienti, e di una serie di attacchi contro chiese cristiane, infrastrutture civili protette dal diritto internazionale. Chris Gunness, direttore del Myanmar Accountability Project (MAP), che sostiene le cause legali contro la giunta birmana, ha dichiarato: “Questa è una pietra miliare significativa nel lungo cammino del popolo birmano verso giustizia, libertà e dignità. La strada da percorrere sarà irta di ostacoli, ma questo caso invia un segnale forte. Il popolo birmano sta affermando forte e chiaro che giustizia e responsabilità sono una parte indispensabile della loro lotta contro la dittatura e la tirannia”. Fonte: Mizzima News Fiorella Carollo
February 4, 2026
Pressenza
Si sono concluse le elezioni farsa in Myanmar
Quasi contemporaneamente alle udienze della Corte Internazionale di Giustizia, che si sono concluse ieri 29 gennaio e vedrà ora la Corte impegnata a valutare le prove fornite sia dagli avvocati del Gambia che da quelli del Myanmar riguardo il genocidio dei rohingya, domenica 25 gennaio si sono concluse in Myanmar quelle che i birmani chiamano sham elections cioè le elezioni farsa. Stamane, sono ripresi dopo settimane di tregua i combattimenti al di là del confine. Posso sentire il tuono delle armi dopo più di un mese di silenzio. In territorio birmano i combattimenti si svolgono tra le truppe della giunta militare e quelle della guerriglia della minoranza etnica Karen. I Karen combattono contro il governo militare dal 1962 quando appunto un militare Ne Win  ha posto fine a 14 anni di governo democratico è con esso al sogno di una Birmania confederata. Il partito di Aung San Suu Kyi  ha ripreso in mano quel sogno e dal 2021 l’ha continuato la resistenza e il governo ombra (NUG).  Thinzar Shunlei Yi, Vicedirettrice della “Campagna contro le elezioni farsa” e rappresentante del Movimento per lo Sciopero Generale,  ha affermato recentemente in un’intervista a Inside Myanmar: “Su un totale di 330 comuni in Myanmar, il piano elettorale graduale della giunta ne ha inclusi solo 193; lascia intendere che i restanti si trovano in aree non controllate dalla giunta o dove si scontrano con forti ostilità. E di questi 193, le elezioni in altri 56 sono già state annullate, mentre altri rimangono incerti”.  Per queste ragioni le associazioni birmane, nonché il Governo di Unità Nazionale (NUG), cioè il governo democratico ombra, chiedono alla comunità internazionale di non riconoscere l’esito delle elezioni. La giunta militare ha una lunga tradizione di elezioni farsa, che perde regolarmente scatenando campagne di arresti nei confronti dei parlamentari eletti e dei loro sostenitori. Non ha fatto eccezione per le ultime elezioni democratiche che si sono tenute nel paese nel novembre 2020 quando era ancora al governo Aung San Suu Kyi e il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia.  In realtà, come affermato da più commentatori birmani, le elezioni servono alla Giunta militare per darsi una parvenza di Governo civile.  Sono state fortemente volute dal governo cinese che cerca di stabilizzare la zona su cui ha estesi interessi economici.  Fiorella Carollo
January 30, 2026
Pressenza
Il genocidio dei Rohingya alla Corte Internazionale di Giustizia: un caso storico
Il caso che si discute alla Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) dal 12 gennaio per le prossime settimane e si chiude il 29 gennaio, è di rilevanza storica. Secondo alcuni avvocati, esso infatti permetterà alla Corte di definire che cosa costituisce un genocidio e getterà le basi per quando la Corte dovrà affrontare l’accusa di genocidio nei confronti di Israele. Sotto processo è la giunta militare del Myanmar. I fatti in esame sono accaduti nell’agosto del 2017 quando le forze di sicurezza dell’esercito hanno iniziato un indiscriminata campagna di massacri, stupri e incendi contro la minoranza musulmana dei Rohingya nella parte nord dello stato del Rakhine. 700 mila persone hanno dovuto fuggire nel vicino Bangladesh e a tutt’oggi 1.300.000 persone sono rinchiuse nei campi profughi in Cox nel Bangladesh e dipendono completamente dall’aiuto umanitario internazionale. Nel novembre del 2019 lo stato del Gambia ha presentato istanza alla Corte (ICJ) di una possibile violazione della convenzione di Ginevra del 1948 sul genocidio. Secondo quella convenzione qualsiasi Stato ha il diritto di presentare istanza se crede che un altro Stato stia violando la convenzione. Nel dimostrare che vi è intento di genocidio un ruolo fondamentale lo ricopre  la violenza basata sul genere (GBV), cioè che vi sia un intento preciso di colpire le donne e le bambine con violenza e stupri. e anche violenza ginecologica. I fatti accaduti nell’agosto del 2017 non sono nuovi. L’esercito ha da molto tempo sottoposto i Rohingya a crimini contro l’umanità, parliamo di apartheid, pulizia etnica, persecuzioni e privazioni della libertà. Dalla fine del 2023, i Rohingya si sono ritrovati tra due fuochi, da una parte l’esercito della giunta militare e dall’altra le milizie della minoranza etnica Arakan con il risultato che anche quest’ultimi hanno compiuto uccisioni indiscriminate incendi e rastrellamenti allo scopo di arruolare i civili nelle loro fila.  Da quando il Gambia ha presentato la sua denuncia alla Corte la situazione è cambiata, oggi lo stato del Rakhine è quasi completamente in mano alle milizie dell’esercito Arakan (AA), una minoranza etnica, che lo ha sottratto all’esercito della giunta militare, al potere dal primo febbraio del 2021. Fiorella Carollo
January 25, 2026
Pressenza
Oggi comincia il processo per genocidio della popolazione rohingya
I Rohingya rappresentano più di un milione di persone, e sono un gruppo etnico musulmano originario soprattutto dello stato di Rakhine, sulla costa occidentale del Myanmar (nome cambiato nel 1989 prima si chiamava Birmania), che invece è prevalentemente buddista. Nel 1948, la Birmania ottenne l’indipendenza, ma, nel 1962, un colpo di stato rovesciò il governo birmano. Durante il governo della giunta militare, al potere per quasi mezzo secolo dal 1962, i Rohingya sono stati duramente discriminati, a causa del forte nazionalismo delle autorità, che li definivano individui alieni al Myanmar, “sgradevoli come orchi”. Inoltre la legge sulla cittadinanza del 1982, non incluse i Rohingya tra i più di 130 gruppi etnici ufficialmente riconosciuti nel Paese, rendendoli di fatto immigrati illegali. In mancanza dello status di cittadini, i Rohingya sono vulnerabili e soggetti a discriminazioni.  “Essere un Rohingya in Birmania non è semplice. Bisogna ottenere un permesso speciale per sposarsi e viaggiare – anche per cercare lavoro o commerciare, recarsi dal medico o partecipare a un funerale – e in alcune zone le famiglie non possono avere più di due figli. Molti Rohingya sono costretti al lavoro forzato, affrontano arresti arbitrari, confische di beni, tassazione discriminante, violenza fisica e psicologica. Ai giovani Rohingya, inoltre, non è garantito il diritto all’istruzione”. Persino i monaci buddisti partecipano a questa segregazione, infatti alcuni reputano i Rohingya come una minaccia inquinante per la purezza religiosa buddista, quindi non permettono i matrimoni misti e boicottano i loro negozi, raggiungendo un preoccupante livello d’incitamento all’odio. Portavoce di questa campagna è il Movimento 969, il cui inno ufficiale contiene frasi come “vivono sulla nostra terra, bevono la nostra acqua e non portano rispetto”, guidato dal monaco buddista Ashin Wirathu, che ha già scontato 8 anni di carcere per incitamento all’odio ed è stato rilasciato grazie a un’amnistia. Parlando dei musulmani, Wirathu ha più volte affermato che “Si può essere pieni di gentilezza e amore, ma non si può dormire accanto a un cane rabbioso”. La situazione cominciò a degenerare già nel 2012, quando, dopo lo stupro e l’uccisione di una giovane donna buddista, ci furono scontri che portarono a morti e dispersi, oltre che al saccheggio e alla distruzione di interi villaggi. Nel 2017, in seguito di attacchi armati a check point dell’esercito birmano nel Rakhine da parte del Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), i militari hanno intrapreso una sistematica operazione repressiva contro i Rohingya. Nel corso di queste azioni furono incendiati interi villaggi, decine di migliaia di persone vennero uccise e decine di migliaia di donne furono stuprate. A partire dall’agosto 2017, oltre 730.000 civili sono stati costretti a scappare in Bangladesh, stabilendosi nei campi profughi alla frontiera, dove la quasi totalità vive ancora oggi in condizioni disastrose e senza cittadinanza riconosciuta da parte del Bangladesh. Nel 2018, le Nazioni Unite hanno definito quanto verificatosi contro i Rohingya un vero e proprio episodio di pulizia etnica, mentre secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani esiste un rischio concreto di genocidio, come appare dall’evidente intenzione delle forze di sicurezza birmane di distruggere, in tutto o in parte, questo gruppo etnico. In questa situazione, Aung San Suu kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991, dal 2016 Consigliera di Stato e alla guida del Ministero degli Esteri del Myanmar, ha sempre avuto una posizione ambigua, e, a tal proposito, la missione indipendente, istituita dalle Nazioni Unite nel marzo 2017, ha dichiarato come Aung San Suu kyi “non ha usato la sua posizione di capo di fatto del governo, né la sua autorità morale, per contrastare o impedire lo svolgersi degli eventi nello stato di Rakhine”. Chiaramente tutto ciò a minato la stima internazionale verso la Premio Nobel, tanto che, nel 2018, Amnesty International gli revocò il premio “Ambasciatore della coscienza” che gli aveva conferito nel 2009. Nel dicembre 2019, Aung San Suu kyi è stata convocata dalla Corte di Giustizia dell’Aja a rispondere delle accuse, rivolte al governo birmano, di genocidio contro i Rohingya. Tali accuse erano state portate all’attenzione della Corte dallo Stato del Gambia, che ha sostenuto in questo caso che esistesse una violazione della Convenzione sulla prevenzione e punizione del crimine di genocidio e che le storie dei Rohingya gli avevano ricordato quanto accaduto in Ruanda. Nel caso dei rohingya però Suu Kyi è accusata di aver permesso la loro persecuzione da parte dell’esercito. Davanti alla Corte, Suu Kyi difese quella campagna sostenendo che fosse una risposta lecita all’insorgenza dei gruppi armati, e definì le accuse di genocidio «un quadro incompleto e fuorviante della situazione nel Rakhine». Nel gennaio 2020, la Corte ordinò al Myanmar di proteggere i Rohingya da un genocidio, definendoli “gruppo protetto dalla Convenzione”, tuttavia il 1°febbraio in Myanmar ci fu un colpo di stato, che portò al potere una giunta militare che sta combattendo una sanguinosa guerra civile contro vari gruppi armati dissidenti. Quest’oggi, 12 gennaio 2026, presso la Corte internazionale di giustizia (ICI), il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, sono iniziate le udienze del processo che dovrà stabilire se il Myanmar ha compiuto un genocidio nei confronti della popolazione rohingya. L’accusa di genocidio dell’ICI fa seguito a una richiesta presentata dal Gambia nel 2019, con il sostegno dell’Organizzazione per la cooperazione islamica. Nella prima settimana di udienze, il Gambia, illustrerà le sue argomentazioni dal 12 al 15 gennaio. Undici Stati hanno depositato dichiarazioni di intervento: Canada, Paesi Bassi, Regno Unito, Maldive, Slovenia Danimarca, Francia, Germania, Repubblica Democratica del Congo, Belgio e Irlanda. Il Myanmar, che nega di aver compiuto un genocidio, potrà quindi presentare il suo caso davanti alla corte dal 16 al 20 gennaio. La Corte Internazionale di Giustizia ha anche assegnato tre giorni per l’audizione dei testimoni. Queste udienze però saranno chiuse al pubblico e ai media.  Si tratta di un processo storico, perché per la prima volta i giudici si pronunceranno nel merito di una controversia per genocidio intentata da uno stato non leso (il Gambia) contro un altro, in difesa dei diritti di una popolazione. Il capo della Commissione d’indagine dell’ONU sul Myanmar, Nicholas Koumjian, a Reuters ha detto che «è probabile che il caso stabilisca un importante precedente su come il genocidio viene definito e su come possa essere dimostrato». Si tratta di un processo che potrebbe durare anni. Molti esperti concordano inoltre sul fatto che potrebbe avere delle conseguenze che vanno oltre gli eventi che si propone di accertare, influenzando quindi anche l’esito di altri processi internazionali con caratteristiche simili. Fonti https://www.ilpost.it/2026/01/12/processo-genocidio-myanmar-icc/?utm_medium=social&utm_source=telegram&utm_campaign=lancio; https://it.gariwo.net/educazione/approfondimenti/genocidio-rohingya-22891.html; https://www.notiziegeopolitiche.net/myanmar-la-corte-di-giustizia-accusera-le-autorita-di-aver-commesso-genocidio-contro-la-comunita-rohingya/   Andrea Vitello
January 12, 2026
Pressenza
L’espulsione dei Rohingya da Myanmar è un grande errore
Nel gioco della geopolitica, forse la regola più importante è “prima l’interesse personale”. Nel Rakhine (regione occidentale del Myanmar precedentemente chiamata Arakan, N.d.r), ogni attore, compresa la giunta militare, il governo civile e la Lega Unita di Arakan (ULA) e l’Esercito Arakan (AA) hanno cercato il proprio interesse, creando una situazione complessa per i Rohingya. Ma “espellere i Rohingya dal Rakhine” è stato il più grande errore di calcolo strategico da parte della giunta e dell’allora governo civile della National League for Democracy (NLD) guidato da Suu Kyi. Prima della pulizia etnica Rohingya del 2017, il Rakhine aveva una popolazione in cui circa il 55% delle persone era buddista, il 43% musulmano, l’1,2% cristiano, lo 0,3% indù e lo 0,1% seguiva l’animismo. Chiaramente, c’erano solo due gruppi importanti, vale a dire i buddisti Rakhine e i musulmani Rohingya. Con 1,2 milioni di Rohingya espulsi dal Rakhine nel vicino Bangladesh, i buddisti Rakhine ora godono di una maggioranza di circa l’80%. Il desiderio del popolo Rakhine di una nazione Arakan/Rakhine indipendente o forse di uno stato Rakhine autonomo è cresciuto come risultato di questa circostanza. Poiché la Lega Unita di Arakan (ULA) o l’Esercito Arakan (AA) ottiene il pieno sostegno dei buddisti Rakhine, l’AA ora sogna un paese Arakan/Rakhine autonomo o addirittura indipendente. L’espulsione dei Rohingya, quindi, ha chiaramente giovato all’ULA/AA e ai buddisti Rakhine. L’ULA/AA ora detiene la posizione di autorità governativa de facto nello stato di Rakhine, che è dominato dai buddisti. La giunta militare controlla solo tre delle diciassette township di Rakhine: Sittwe, Kyaukphyu e Manaung, mentre AA ne controlla attualmente quattordici. Le municipalità di Maungdaw, Buthidaung e Rathedaung, un tempo conosciute come la casa dei Rohingya, sono ora tutte sotto il controllo dell’AA. Se i Rohingya fossero rimasti nella provincia di Rakhine, il rapporto tra Rakhine e Rohingya oggi sarebbe stato di circa 55 : 43. Di conseguenza, i buddisti Rakhine, essendo circa la metà della popolazione, non potevano rivendicare un paese indipendente in base alla loro identità etnica. Ciò giustifica chiaramente il motivo per cui i buddisti Rakhine sono stati coinvolti anche nell’espulsione dei Rohingya dallo stato Rakhine. I conflitti storici tra questi due gruppi sorsero durante la seconda guerra mondiale. In quel periodo, i musulmani Rohingya, che erano alleati con gli inglesi, combatterono contro i buddisti Rakhine locali alleati con i giapponesi. Dopo l’indipendenza nel 1948, il nuovo governo di unione del paese a maggioranza buddista sottopose i Rohingya a un’ampia discriminazione sistematica nel paese. L’esercito del Myanmar, purtroppo, si è costantemente opposto ai Rohingya negli scontri tra buddisti Rakhine e musulmani Rohingya. La Giunta ha sempre ignorato che i Rohingya non avessero mai chiesto la separazione o uno Stato Rakhine indipendente; tutto quello che chiedevano era la cittadinanza e il diritto di vivere nella loro patria come altri gruppi etnici. Quindi, non c’è mai stata alcuna minaccia alla sovranità o all’integrità territoriale del Myanmar da parte del popolo Rohingya. Sfortunatamente, nonostante le ampie prove della presenza etnica dei Rohingya in Myanmar per generazioni, la maggior parte degli attori interni li vede ancora come migranti coloniali e postcoloniali britannici dal vicino Bangladesh. > ‘A Comparative Vocabulary of Some of the Languages Spoken in the Burma Empire’ > di Francis Buchanan (1799), che è stato ripubblicato nel 2003, afferma che, > tra i gruppi nativi di Arakan, ci sono i “maomettani, che si sono da tempo > stabiliti in Arakan, e che si definiscono Rooinga, o nativi di Arakan”. Il > Classical Journal del 1811 identificò la “Rooinga” come una delle lingue > parlate nell ‘”Impero birmano”. Nel 1815, Johann Severin Vater elencò “Ruinga” > come gruppo etnico con una lingua distinta in un compendio di lingue > pubblicato in tedesco. Ignorando la storia, il Myanmar considera ancora oggi i Rohingya come immigrati illegali e non cittadini. Così, la persecuzione dei Rohingya è andata oltre ogni limite. Violente repressioni su larga scala mirate ai Rohingya — come l’ Operazione King Dragon nel 1978e l’ Operazione Clean and Beautiful Nation nel 1991 — costrinsero centinaia di migliaia di persone a fuggire verso il Bangladesh. Lo spietato assalto dell’esercito del Myanmar ai villaggi rohingya nell’agosto 2017 ha segnato l’inizio della fase più recente e probabilmente più grave della persecuzione dei rohingya. In seguito, il capo dell’agenzia delle Nazioni Unite per i diritti umani ha descritto le azioni dei militari come “un esempio da manuale di pulizia etnica”, “atti di barbarie orribile” e possibilmente “atti di genocidio”. La persecuzione ha costretto oltre un milione di Rohingya a fuggire nel vicino Bangladesh, mentre migliaia sono fuggiti in India, Tailandia, Malesia e altre parti dell’Asia sud-orientale. Nella realtà odierna, per salvare l’integrità territoriale di Rakhine e Myanmar, c’è solo una strada per il governo del Myanmar, ed è quella di rimpatriare i Rohingya a Rakhine, restituendo loro la cittadinanza e creando un equilibrio. Gli attori regionali e globali non possono permettersi di sedersi e guardare la caduta di Rakhine come un  qualsiasi attore non statale, perché questo incoraggerà molti gruppi ribelli e separatisti nelle regioni dell’Asia sud-orientale, minacciando la sicurezza e la stabilità. -------------------------------------------------------------------------------- Imran Hossain, docente al Dipartimento di Business Administration, Bangladesh Army International University of Science and Technology (BAIUST), (MBA), (BBA), Università di Rajshahi. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dall’inglese di Filomena Santoro. Revisione di Thomas Schmid. Pressenza New York
October 29, 2025
Pressenza
Materiali convegno | Le guerre degli uomini. Conflitti contemporanei, patriarcato, lavoro vivo – di Cristina Morini
Una recensione al libro di S-Connessioni precarie, Nella Terza guerra mondiale. Un lessico politico per il presente, DeriveApprodi, Bologna 2025, pp.116, euro 15,00 * * * * * Con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, il 24 febbraio 2022, la guerra ha conquistato il tempo presente, diventando cardine della politica, dell’economia e del diritto. [...]
October 20, 2025
Effimera
Myanmar: negate sistematicamente cure mediche in carcere
Quattordici organizzazioni umanitarie*, fra le quali Amnesty International, hanno espresso profonda preoccupazione per le notizie sul crescente numero di persone morte in custodia in Myanmar, in particolare negli ultimi quattro anni e mezzo, periodo segnato da un’erosione senza precedenti del rispetto e della tutela dei diritti umani. Dall’inizio del colpo di stato militare del 2021 si stima che circa 1.800 persone siano morte sotto la custodia della giunta militare, spesso in seguito alla negazione sistematica dell’accesso all’assistenza sanitaria o a ferite non trattate, subite durante interrogatori violenti dopo l’arresto. Le organizzazioni hanno firmato un appello per chiedere con urgenza che i militari di Myanmar garantiscano alle persone private della libertà l’accesso a cure mediche adeguate, equivalenti per qualità e disponibilità a quelle messe a disposizione nel paese, e che tali cure siano accessibili a tutte le persone detenute, senza alcuna forma di discriminazione. È stata inoltre richiesta la cessazione immediata delle torture e di ogni altra forma di maltrattamento nei confronti delle persone detenute. Secondo quanto riportato da organi di stampa indipendenti e gruppi impegnati nel monitoraggio delle carceri, nel luglio 2025 diverse persone sono morte in luoghi di detenzione differenti. Ma Wutt Yee Aung, 26 anni, attivista studentesca arrestata dalle forze militari nel settembre 2021 per accuse di terrorismo e incitamento, è morta intorno al 19 luglio nel carcere di Insein, a Yangon. L’Unione degli studenti dell’università di Dagon ha espresso timori sul fatto che il decesso possa essere stato causato da lesioni alla testa riportate durante gli interrogatori e dall’assenza di cure adeguate da parte dell’amministrazione penitenziaria, nonostante le ripetute richieste della famiglia affinché fosse trasferita in un ospedale esterno al carcere. Lo stesso giorno Ko Pyae Sone Aung, 44 anni, rappresentante della sezione del partito Lega nazionale per la democrazia nel Comune di Belin, nello stato di Mon, sarebbe morto nel carcere di Thaton dopo essere stato violentemente picchiato. Secondo la Human Rights Foundation of Monland, Ko Pyae e altre quattro persone sarebbero state colpite con manganelli e prese a calci all’addome. Fonti locali hanno inoltre espresso preoccupazione per il fatto che la morte possa essere stata favorita dalla mancata somministrazione di cure mediche appropriate per ipertensione, diabete e occlusioni arteriose. Ko Pyae, arrestato nel gennaio 2022, era stato condannato a sei anni di carcere per accuse di sedizione e terrorismo. All’inizio di luglio altri due prigionieri politici sono morti in carceri diverse, sempre a causa di complicazioni mediche. In un rapporto pubblicato nel settembre 2024 l’ufficio dell’Alta Commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani ha dichiarato che almeno 1.853 persone erano morte in custodia dal colpo di stato del 2021. Secondo i dati raccolti da osservatori sul campo, tra gennaio e luglio 2025 sono morte in custodia oltre 70 persone. Di queste almeno 59 sarebbero decedute nel carcere di Obo, nella città di Mandalay, crollato dopo il terremoto di magnitudo 7.7 che ha colpito il Paese a marzo. Tra le vittime figurano anche persone detenute arbitrariamente, incarcerate unicamente per il loro sostegno, reale o presunto, a gruppi di opposizione, tra cui la Lega nazionale per la democrazia, destituita dalla giunta militare con il colpo di stato del 2021. Il numero effettivo potrebbe essere più elevato, a causa degli ostacoli nel reperire e verificare le informazioni, dovuti soprattutto alle gravi restrizioni all’accesso alle carceri e alla chiusura forzata di numerose testate giornalistiche. Il rapporto dell’Alta Commissaria del 2024 definisce inoltre le torture e i maltrattamenti in custodia militare una pratica “diffusa”, in particolare nei centri per gli interrogatori e nelle basi militari ma anche nelle carceri, come la tristemente nota prigione di Tharyarwaddy, a Bago. In questi contesti vengono segnalate violenze fisiche e psicologiche, compresa la violenza sessuale, con l’obiettivo di estorcere confessioni o ottenere informazioni su persone sospettate di avere legami con gruppi contrari alle forze militari. I prigionieri politici, soprattutto coloro che partecipano a proteste pacifiche all’interno delle carceri contro le violazioni subite, vengono puniti con pestaggi brutali, isolamento prolungato, nuove accuse penali e, in alcuni casi, trasferimenti punitivi in luoghi di detenzione più remoti o, peggio ancora, uccisi durante questi trasferimenti. Secondo il Political prisoners network-Myanmar, un’organizzazione di monitoraggio, almeno 190 prigionieri politici sono morti tra il 2021 e luglio 2025 a causa di interrogatori condotti con modalità violente, maltrattamenti o per la mancata prestazione di cure mediche adeguate. Nonostante la vasta documentazione su queste pratiche da parte di organizzazioni nazionali e internazionali, non risulta che alcun funzionario della giunta militare sia stato chiamato a rispondere dei decessi e delle violenze all’interno delle carceri. È importante sottolineare che le torture e i maltrattamenti nei confronti delle persone detenute, ampiamente documentati, rappresentano solo una delle molteplici dimensioni della drammatica situazione dei diritti umani nel paese, che continua a richiedere un’attenzione e un intervento costanti da parte della comunità internazionale. Dall’inizio del colpo di stato del 2021 la giunta militare del Myanmar ha ucciso oltre 7.000 persone, in gran parte civili, e ha incarcerato arbitrariamente quasi 30.000 persone. Oltre 3,5 milioni di persone risultano sfollate internamente a causa dei conflitti armati in corso. Organizzazioni per i diritti umani hanno documentato bombardamenti aerei indiscriminati da parte dell’esercito, che hanno causato la morte di persone civili all’interno di scuole, durante cerimonie nuziali, nei rifugi e persino nei giorni successivi al terremoto del marzo 2025. A questi si aggiungono il blocco degli aiuti umanitari e altre gravi violazioni che potrebbero costituire crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Le organizzazioni hanno ribadito la loro richiesta alla giunta militare del Myanmar affinché ponga fine immediatamente alle torture e ai maltrattamenti nei confronti delle persone detenute e intervenga con urgenza per migliorare le condizioni di detenzione, allineandole alle Regole minime delle Nazioni Unite per il trattamento delle persone detenute (“Regole Mandela”) e ad altri standard internazionali in materia. Alle persone detenute deve essere garantito l’accesso tempestivo e adeguato all’assistenza sanitaria, compresa la possibilità di essere trasferite in strutture ospedaliere esterne quando le cure necessarie non sono disponibili all’interno delle carceri. Occorre inoltre rafforzare la fornitura di medicinali e altri beni essenziali nei luoghi di detenzione, anche permettendo l’ingresso degli aiuti internazionali e l’accesso delle organizzazioni umanitarie e sanitarie e dei familiari, che possano consegnare cibo, medicinali e altri beni di prima necessità. L’appello delle Ong alla giunta militare del Myanmar è anche quello di scarcerare immediatamente tutte le persone detenute arbitrariamente. *ALTSEAN-Burma Amnesty International Articolo 19 Asian Forum for Human Rights and Development (FORUM-ASIA) Assistance Association for Political Prisoners Athan – Freedom of Expression Activist Organization Burma Campaign UK Chin Human Rights Organization Exile Hub Fortify Rights Human Rights Foundation of Monland Manushya Foundation Myanmar Peace Museum Political Prisoners Network – Myanmar Politics for Women Myanmar Amnesty International
August 5, 2025
Pressenza
Bangladesh : nuova ondata di profughi Rohingya dal Myanmar
Nuova ondata di profughi Rohingya L’Unhcr lancia l’allarme: i fondi si stanno esaurendo mentre è in corso un’ennesima fase migratoria di chi cerca rifugio in Bangladesh L’Unhcr, l’Agenzia ONU per i Rifugiati, rende noto che almeno 150.000 rifugiati Rohingya sono arrivati a Cox’s Bazar, in Bangladesh, negli ultimi 18 mesi. Nella nota diffusa dall’Agenzia Onu si spiega che “Gli episodi mirati di violenza e le persecuzioni nello Stato di Rakhine, insieme al conflitto in corso in Myanmar, continuano a costringere migliaia di Rohingya a cercare protezione in Bangladesh. Questo flusso di rifugiati Rohingya verso il Bangladesh, distribuito su più mesi, rappresenta il più ampio dalla crisi del 2017, quando circa 750.000 persone fuggirono dalle violenze nel loro Stato di origine”. Mentre l’Agenzia sta procedendo al riconoscimento degli ultimi arrivati e provvedendo con i suoi partner ai bisogni della nuova ondata di profughi birmani, si stima che molti altri vivano informalmente nei campi già sovraffollati dell’area di Cox Bazar. La stragrande maggioranza è composta da donne e bambini. Mentre per ora è stato possibile offrire servizi di base, come alimentazione, assistenza medica, istruzione e beni essenziali – scrive l’Unhcr – senza fondi immediati, anche questi interventi rischiano di interrompersi. L’accesso a ripari adeguati e ad altri bisogni fondamentali rimane insufficiente a causa della carenza di risorse. “Nell’attuale contesto di grave crisi globale di finanziamenti, i bisogni urgenti sia dei nuovi arrivati sia di chi è già presente – sostiene l’Unhcr – rischiano di rimanere insoddisfatti, e i servizi essenziali per l’intera popolazione Rohingya sono a rischio collasso”: l’assistenza sanitaria subirà forti interruzioni entro settembre, mentre il combustibile da cucina (GPL) terminerà. Entro dicembre, anche l’assistenza alimentare sarà sospesa. L’istruzione per circa 230.000 bambini – inclusi 63.000 tra i nuovi arrivati – è a rischio interruzione. Il confine tra Bangladesh e Myanmar resta ufficialmente chiuso e sorvegliato dalle autorità di frontiera locali. Nel corso degli anni, il sostegno del Bangladesh e della comunità internazionale è comunque stato cruciale per rispondere ai bisogni primari dei rifugiati Rohingya e offrire loro protezione. Oggi, ogni aspetto dell’assistenza è compromesso dalla scarsità di fondi. L’Agenzia e i suoi partner umanitari invitano nuovamente la comunità internazionale a dimostrare solidarietà concreta verso il Bangladesh e gli altri Paesi della regione che accolgono rifugiati Rohingya. Atlante delle guerre
July 22, 2025
Pressenza