Oggi comincia il processo per genocidio della popolazione rohingya
I Rohingya rappresentano più di un milione di persone, e sono un gruppo etnico
musulmano originario soprattutto dello stato di Rakhine, sulla costa occidentale
del Myanmar (nome cambiato nel 1989 prima si chiamava Birmania), che invece è
prevalentemente buddista. Nel 1948, la Birmania ottenne l’indipendenza, ma, nel
1962, un colpo di stato rovesciò il governo birmano. Durante il governo della
giunta militare, al potere per quasi mezzo secolo dal 1962, i Rohingya sono
stati duramente discriminati, a causa del forte nazionalismo delle autorità, che
li definivano individui alieni al Myanmar, “sgradevoli come orchi”. Inoltre la
legge sulla cittadinanza del 1982, non incluse i Rohingya tra i più di 130
gruppi etnici ufficialmente riconosciuti nel Paese, rendendoli di fatto
immigrati illegali. In mancanza dello status di cittadini, i Rohingya sono
vulnerabili e soggetti a discriminazioni.
“Essere un Rohingya in Birmania non è semplice. Bisogna ottenere un permesso
speciale per sposarsi e viaggiare – anche per cercare lavoro o commerciare,
recarsi dal medico o partecipare a un funerale – e in alcune zone le famiglie
non possono avere più di due figli. Molti Rohingya sono costretti al lavoro
forzato, affrontano arresti arbitrari, confische di beni, tassazione
discriminante, violenza fisica e psicologica. Ai giovani Rohingya, inoltre, non
è garantito il diritto all’istruzione”.
Persino i monaci buddisti partecipano a questa segregazione, infatti alcuni
reputano i Rohingya come una minaccia inquinante per la purezza religiosa
buddista, quindi non permettono i matrimoni misti e boicottano i loro negozi,
raggiungendo un preoccupante livello d’incitamento all’odio. Portavoce di questa
campagna è il Movimento 969, il cui inno ufficiale contiene frasi come “vivono
sulla nostra terra, bevono la nostra acqua e non portano rispetto”, guidato dal
monaco buddista Ashin Wirathu, che ha già scontato 8 anni di carcere per
incitamento all’odio ed è stato rilasciato grazie a un’amnistia. Parlando dei
musulmani, Wirathu ha più volte affermato che “Si può essere pieni di gentilezza
e amore, ma non si può dormire accanto a un cane rabbioso”. La situazione
cominciò a degenerare già nel 2012, quando, dopo lo stupro e l’uccisione di una
giovane donna buddista, ci furono scontri che portarono a morti e dispersi,
oltre che al saccheggio e alla distruzione di interi villaggi. Nel 2017, in
seguito di attacchi armati a check point dell’esercito birmano nel Rakhine da
parte del Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), i militari hanno intrapreso una
sistematica operazione repressiva contro i Rohingya. Nel corso di queste azioni
furono incendiati interi villaggi, decine di migliaia di persone vennero uccise
e decine di migliaia di donne furono stuprate. A partire dall’agosto 2017, oltre
730.000 civili sono stati costretti a scappare in Bangladesh, stabilendosi nei
campi profughi alla frontiera, dove la quasi totalità vive ancora oggi in
condizioni disastrose e senza cittadinanza riconosciuta da parte del Bangladesh.
Nel 2018, le Nazioni Unite hanno definito quanto verificatosi contro i Rohingya
un vero e proprio episodio di pulizia etnica, mentre secondo l’Alto
commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani esiste un rischio concreto
di genocidio, come appare dall’evidente intenzione delle forze di sicurezza
birmane di distruggere, in tutto o in parte, questo gruppo etnico. In questa
situazione, Aung San Suu kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991, dal 2016
Consigliera di Stato e alla guida del Ministero degli Esteri del Myanmar, ha
sempre avuto una posizione ambigua, e, a tal proposito, la missione
indipendente, istituita dalle Nazioni Unite nel marzo 2017, ha dichiarato come
Aung San Suu kyi “non ha usato la sua posizione di capo di fatto del governo, né
la sua autorità morale, per contrastare o impedire lo svolgersi degli eventi
nello stato di Rakhine”. Chiaramente tutto ciò a minato la stima internazionale
verso la Premio Nobel, tanto che, nel 2018, Amnesty International gli revocò il
premio “Ambasciatore della coscienza” che gli aveva conferito nel 2009. Nel
dicembre 2019, Aung San Suu kyi è stata convocata dalla Corte di Giustizia
dell’Aja a rispondere delle accuse, rivolte al governo birmano, di genocidio
contro i Rohingya. Tali accuse erano state portate all’attenzione della Corte
dallo Stato del Gambia, che ha sostenuto in questo caso che esistesse una
violazione della Convenzione sulla prevenzione e punizione del crimine di
genocidio e che le storie dei Rohingya gli avevano ricordato quanto accaduto in
Ruanda. Nel caso dei rohingya però Suu Kyi è accusata di aver permesso la loro
persecuzione da parte dell’esercito. Davanti alla Corte, Suu Kyi difese quella
campagna sostenendo che fosse una risposta lecita all’insorgenza dei gruppi
armati, e definì le accuse di genocidio «un quadro incompleto e fuorviante della
situazione nel Rakhine». Nel gennaio 2020, la Corte ordinò al Myanmar di
proteggere i Rohingya da un genocidio, definendoli “gruppo protetto dalla
Convenzione”, tuttavia il 1°febbraio in Myanmar ci fu un colpo di stato, che
portò al potere una giunta militare che sta combattendo una sanguinosa guerra
civile contro vari gruppi armati dissidenti.
Quest’oggi, 12 gennaio 2026, presso la Corte internazionale di giustizia (ICI),
il principale organo giudiziario delle Nazioni Unite, sono iniziate le udienze
del processo che dovrà stabilire se il Myanmar ha compiuto un genocidio nei
confronti della popolazione rohingya. L’accusa di genocidio dell’ICI fa seguito
a una richiesta presentata dal Gambia nel 2019, con il sostegno
dell’Organizzazione per la cooperazione islamica. Nella prima settimana di
udienze, il Gambia, illustrerà le sue argomentazioni dal 12 al 15 gennaio.
Undici Stati hanno depositato dichiarazioni di intervento: Canada, Paesi Bassi,
Regno Unito, Maldive, Slovenia Danimarca, Francia, Germania, Repubblica
Democratica del Congo, Belgio e Irlanda. Il Myanmar, che nega di aver compiuto
un genocidio, potrà quindi presentare il suo caso davanti alla corte dal 16 al
20 gennaio. La Corte Internazionale di Giustizia ha anche assegnato tre giorni
per l’audizione dei testimoni. Queste udienze però saranno chiuse al pubblico e
ai media.
Si tratta di un processo storico, perché per la prima volta i giudici si
pronunceranno nel merito di una controversia per genocidio intentata da uno
stato non leso (il Gambia) contro un altro, in difesa dei diritti di una
popolazione. Il capo della Commissione d’indagine dell’ONU sul Myanmar, Nicholas
Koumjian, a Reuters ha detto che «è probabile che il caso stabilisca un
importante precedente su come il genocidio viene definito e su come possa essere
dimostrato». Si tratta di un processo che potrebbe durare anni. Molti esperti
concordano inoltre sul fatto che potrebbe avere delle conseguenze che vanno
oltre gli eventi che si propone di accertare, influenzando quindi anche l’esito
di altri processi internazionali con caratteristiche simili.
Fonti
https://www.ilpost.it/2026/01/12/processo-genocidio-myanmar-icc/?utm_medium=social&utm_source=telegram&utm_campaign=lancio;
https://it.gariwo.net/educazione/approfondimenti/genocidio-rohingya-22891.html;
https://www.notiziegeopolitiche.net/myanmar-la-corte-di-giustizia-accusera-le-autorita-di-aver-commesso-genocidio-contro-la-comunita-rohingya/
Andrea Vitello