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Si rafforza la cooperazione militare tra Germania e Israele
> La Bundeswehr (l’esercito tedesco) sta rafforzando la sua cooperazione con le > Forze di difesa israeliane (IDF). Anche la polizia e le autorità per la > sicurezza informatica stanno intensificando la collaborazione con Israele, > mentre le guerre per il dominio in Medio Oriente si stanno inasprendo. La Germania sta sistematicamente ampliando la sua cooperazione con Israele nei settori militare, di polizia e della cybersicurezza. Ciò emerge dagli accordi che le due parti hanno già concluso all’inizio dell’anno e che ora vengono attuati. Il “Patto per la sicurezza e l’informatica” firmato a gennaio prevede una più stretta cooperazione tra le autorità di polizia e la creazione di un “Cyberdome” in Germania; Berlino collabora con Israele per ottenere “conoscenze pratiche da un Paese con un’elevata frequenza di interventi”. Un accordo concluso a febbraio per un significativo rafforzamento della cooperazione militare mira a rendere la Bundeswehr “pronta per la guerra” nella pratica. A tal fine, le forze terrestri israeliane dovrebbero trasmettere all’esercito tedesco le proprie capacità e le proprie esperienze acquisite nelle guerre israeliane passate e attuali. Grazie alla loro “esperienza senza pari nel campo delle operazioni terrestri”, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) aiuteranno la Bundeswehr “ad adattarsi a un contesto globale sempre più instabile”, si legge nel documento. Il rafforzamento della cooperazione avviene nel contesto delle attuali guerre per il dominio in Medio Oriente. “IL PARTNER PIÙ IMPORTANTE AL DI FUORI DELLA NATO” La cooperazione militare tedesco-israeliana [1]iniziò già verso la fine degli anni Cinquanta, quando i militari tedeschi istruirono i soldati israeliani sull’uso dei sistemi d’arma tedeschi forniti in quel periodo. Per gli anni ’80 sono documentati corsi di addestramento militare congiunti sporadici con i cacciatori alpini; a partire dal 1998, oltre ai programmi di scambio per gli aspiranti ufficiali, si sono svolti “incontri regolari a livello di Stato maggiore dell’esercito”.[2] Secondo il governo federale, tra il 1984 e il 2014 “fino a 493” militari israeliani, compresi ufficiali, hanno partecipato a programmi di addestramento e di altro tipo della Bundeswehr; viceversa, 254 soldati tedeschi si sono recati in Israele per programmi di addestramento ed esercitazioni.[3] Non è chiaro, tuttavia, se le cifre corrispondano all’intero ammontare: come risulta da una risposta del governo federale a un’interrogazione del Bundestag, le misure di cooperazione militare con Israele sono talvolta mantenute segrete.[4] La cooperazione non si limita in alcun modo all’esercito; a partire dal 2017, l’aeronautica militare tedesca ha partecipato più volte all’esercitazione aerea israeliana Blue Flag. Nel 2022, l’Ispettore dell’Aeronautica militare, Ingo Gerhartz, ha dichiarato che per la sua forza armata le Forze di difesa israeliane (IDF) sono “il partner più importante al di fuori della NATO”.[5] VERSO L’ESERCITO OPERATIVO La cooperazione militare tedesco-israeliana è stata sistematicamente intensificata a partire dagli anni ’90. Ciò è stato confermato in modo esemplare nel 2002 dal generale di divisione in pensione Helmut Willmann, che negli anni dal 1996 al 2001, in qualità di ispettore dell’esercito, si è occupato, tra l’altro, di istituzionalizzare le relazioni delle sue unità con le forze terrestri israeliane. Poiché all’epoca si stava procedendo alla trasformazione della Bundeswehr “da esercito di pace a esercito operativo”, si era “naturalmente cercato anche il contatto con eserciti che avevano già più esperienza di noi”, ha spiegato Willmann.[6] Era chiaro a tutti che “la collaborazione con l’esercito israeliano ci avrebbe ovviamente portato anche vantaggi dal punto di vista professionale”. Nel 2014, ad esempio, è stato annunciato un viaggio di formazione di militari tedeschi in Israele, apparentemente realizzato solo in ritardo nel 2015, durante il quale erano in programma combattimenti urbani e in gallerie.[7] Il comando dell’esercito tedesco ha dichiarato di essere molto interessato alle “esperienze operative specifiche delle forze armate israeliane”.[8] Per quanto riguarda le relazioni militari in costante intensificazione, nell’ottobre 2021 l’addetto militare presso l’ambasciata tedesca a Tel Aviv, il colonnello Jürgen Haffner, ha dichiarato che esiste “un interesse incredibilmente stretto della Bundeswehr per le forze armate israeliane e viceversa”. La frequenza delle visite reciproche è “incredibilmente elevata”.[9] VERSO LA CAPACITÀ BELLICA Attualmente – in un momento in cui la Bundeswehr vuole diventare direttamente “pronta per la guerra” – la sua cooperazione con le forze armate israeliane, esperte di guerra, viene ulteriormente rafforzata. Il 20 febbraio, otto mesi dopo la prima guerra di aggressione di Israele contro l’Iran e pochi giorni prima del secondo attacco americano-israeliano contro il Paese, l’ispettore dell’esercito tedesco, il tenente generale Christian Freuding, e il comandante delle forze di terra israeliane, il maggiore generale Nadav Lotan, hanno firmato un accordo di cooperazione volto a stringere stretti legami tra le forze di terra dei due Paesi in quattro ambiti. Secondo quanto riferito da un portavoce dell’esercito, sono previsti “addestramento ed esercitazioni” comuni, uno “sviluppo congiunto delle capacità”, nonché lo “scambio di principi operativi” e “programmi di scambio, in particolare per i giovani ufficiali e gli aspiranti ufficiali”.[10] In occasione della firma dell’accordo, Freuding sarebbe stato «informato da Lotan sugli insegnamenti tattici tratti dall’attuale guerra», si legge in un rapporto; non è chiaro a quale delle attuali guerre di Israele ci si riferisse.[11] Prosegue affermando che, con la loro “impareggiabile competenza nel campo delle operazioni terrestri”, le IDF aiutano la Bundeswehr “ad adattarsi a un contesto globale sempre più instabile”. Da ciò nasce “un’alleanza estremamente funzionale”. “CONOSCENZE PRATICHE” Oltre agli armamenti e alle forze armate, la Repubblica Federale di Germania e Israele sta anche ampliando la cooperazione tra le loro autorità di repressione e di sicurezza informatica. L’11 gennaio il ministro federale dell’Interno Alexander Dobrindt e il primo ministro Benjamin Netanyahu hanno firmato un “Patto per la sicurezza e la cybersicurezza”, che, tra le altre cose, mira a intensificare ulteriormente la cooperazione tra gli apparati di polizia dei due Paesi – già considerata stretta – e, inoltre, a migliorare il “rilevamento e la difesa dai droni”, a promuovere la “creazione di un centro comune per l’intelligenza artificiale e l’innovazione nel campo della cybersicurezza” e a favorire anche lo “scambio e il networking sul tema del Cyberdome”. Secondo il Ministero federale dell’Interno, il “Cyberdome” è “un sistema parzialmente automatizzato per il rilevamento, l’analisi e la risposta agli attacchi informatici”.[12] Resta da chiarire se per “reazione” si intendano anche i contrattacchi, i cosiddetti hackback. Secondo una dichiarazione del governo federale, il ministro federale dell’Interno Dobrindt si aspetta complessivamente dallo “scambio con Israele conoscenze pratiche da un Paese con un’elevata frequenza di impiego”.[13] IL DOMINIO NEL MEDIO ORIENTE Con l’intensificarsi della già stretta cooperazione tra le industrie degli armamenti [14], le forze armate e gli apparati repressivi e di sicurezza dei due Paesi, Germania e Israele si avvicinano più che mai nei settori chiave dell’uso della forza statale interna ed esterna. Mentre la parte tedesca può imparare e trarre vantaggio dalle esperienze e dalle competenze israeliane, Israele stringe ancora di più a sé la Repubblica Federale – in una situazione in cui le guerre per il dominio in Medio Oriente si stanno intensificando. Da un lato, il dominio occidentale vacilla; l’Iran finora ha tenuto testa nella guerra contro gli Stati Uniti e Israele, mentre l’Arabia Saudita si è alleata con il Pakistan e la Turchia nel nuovo Accordo della Mecca per ottenere in futuro una maggiore indipendenza dagli Stati Uniti in termini di sicurezza [15]. Dall’altro lato, Israele sta continuando ad espandere il proprio potere in Medio Oriente nelle sue guerre attuali; in tal modo, si propone alle élite al potere in Germania come un punto di riferimento per l’influenza in una regione geostrategicamente importante, ma fortemente contesa. -------------------------------------------------------------------------------- NOTE: [1] Vedere Rüstungskooperation mit Israel. [2] Otfried Nassauer, Christopher Steinmetz: Cooperazione militare tra Germania e Israele. Berliner Informationszentrum für Transatlantische Sicherheit. Research Report 2003.1. Berlin, Settembre 2003. Vedere anche „Im nationalen Interesse Deutschlands“ (III). [3], [4] Risposta del Governo Federale a un’interpellazione dei parlamentari Christine Buchholz, Jan van Aken, Annette Groth ed altri della coalizione Die Linke. Deutscher Bundestag, Documento 18/2787. Berlino, 09.10.2014. [5] Stephan Jeglinski: Premiato ispettore delle forze aeree con la medaglia Ernst-Cramer. bundeswehr.de 24.05.2022. [6] Daniel Marwecki: Assoluzione? Israele e la ragion di Stato tedesca. Gottinga 2024. [7] Thorsten Jungholt: La Bundeswehr dovrebbe imparare in Israele a combattere nei tunnel. welt.de 10.08.2014. [8] Thorsten Jungholt: La Bundeswehr dovrebbe imparare in Israele il combattimento urbano. welt.de 30.08.2015. [9] «Non vorrei scambiarmi con nessuno». bundeswehr.de 21.10.2021. [10] L’esercito tedesco e quello israeliano concordano la collaborazione. israelnetz.com 25.02.2026. [11] John Meister: Deepening military ties between IDF and Bundeswehr. blogs.timesofisrael.com 21.02.2026. [12] Si estende la collaborazione per la cybersicurezza con Israele. bmi.bund.de 12.01.2026. [13] Risposta del Governo federale all’interrogazione parlamentare presentata dai deputati Jan Köstering, Clara Bünger, Doris Achelwilm, altri deputati e dal gruppo parlamentare Die Linke. Deutscher Bundestag, Drucksache 21/4306. Berlin, 23.02.2026. [14] Vedere Rüstungskooperation mit Israel. [15] Vedere Das Mekka-Abkommen und die Folgen. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI FILOMENA SANTORO. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. GERMAN-FOREIGN-POLICY.com
October 5, 2026
Pressenza
Scambio di lettere tra Andrés Lasso e Noa relativo al festival Re-Imagine Peace
Pubblichiamo molto volentieri e con l’accordo degli interessati questo scambio di lettere avvenuto in questi giorni tra Andrés Lasso e Achinoam Nini (Noa) e che riguarda anche il festival Re-Imagine Peace che si svolgerà a Firenze questo fine settimana. Gentile Noa (Achinoam Nini), sono Andrés Lasso,  un attivista pacifista ed ecologista di Firenze, attivo nella rete Firenze Città Operatrice di Pace. Ho potuto leggere il suo scambio di messaggi in pubblico con il blogger palestinese Karem Rohana (Karem from Haifa), relativo al festival che lei presiederà in questa città, e mi sono scaturite alcune considerazioni che ci tenevo a sottoporle. Lei inizia la sua risposta dicendo che vede in Karem molta rabbia e frustrazione. Tempo fa Karem, di rientro in Italia con un volo Tel Aviv-Ciampino, è stato seguito da sconosciuti in auto, che poi in 4 lo hanno preso a calci e pugni sotto casa. Evidentemente qualcuno aveva ricevuto i dati del suo volo e ha voluto “dare una lezione”. Quel qualcuno è rimasto impunito. L’evento non ha avuto granché risonanza sui giornali, si fatica a trovare un trafiletto sui principali media. Cosa che capita spesso rispetto alle sofferenze e alle ingiustizie subite dai palestinesi, che suscitano poco clamore, soprattutto nella loro terra ma evidentemente non solo lì. Pensare a quanta risonanza avrebbe avuto l’evento se l’aggredito proveniente da Tel Aviv avesse avuto non la nazionalità di Karem, ma quella israeliana, è qualcosa che fa molto riflettere e fa capire che per buona parte del nostro sistema mediatico e politico, non tutte le ingiustizie, e le persone, sono uguali. Questo genera rabbia e frustrazione e da quel che tocchiamo con mano, anche rassegnazione. Così come l’impunità, che in quel caso riguarda persone ignote, mentre per molti fatti che avvengono a Gaza, o nei territori illegalmente occupati in Cisgiordania, riguarda spesso persone che agiscono a volto scoperto, che filmano i propri crimini di guerra, che umiliano attivisti davanti alle telecamere come successo persino a parlamentari italiani. Questa impunità genera rabbia e frustrazione. Spero che lei a Firenze possa ascoltare le testimonianze di nostri concittadini, fermati illegalmente in acque internazionali da Israele, vessati, picchiati, privati di oggetti personali, solo per aver tentato di aprire un canale umanitario, di portare cibo e medicine alle vittime di un genocidio. Per molti può essere difficile “immaginare la pace” dove c’è una così plateale e abissale ingiustizia, dove chi commette crimini non viene mai condannato, ma nemmeno perseguito. In questo contesto non possiamo limitarci a guardare ad una dimensione interiore, pur importantissima. Anche perché ogni persona ha i propri tempi per guarire dalle ferite, e ferite così profonde come quelle di chi ha perso la casa, i figli, i fratelli, i genitori, gli arti, possono necessitare una vita intera per rimarginare. Ma intanto, mentre queste ferite guariscono, la giustizia deve fare il suo corso, deve andare avanti. Quando viaggiai in Croazia nel 2002, sentivo nella popolazione croata molto odio verso i serbi. La guerra era finita da dieci anni. Probabilmente in Serbia avrei sentito l’opposto verso i croati. Ma anche se quell’odio ancora permaneva nei cuori, le persone avevano da quasi dieci anni ripreso a vivere, le case erano state ricostruite, le attività della vita normale ripartite. Guarire i cuori è importante, ma intanto bisogna che finisca ciò che ha generato quelle ferite. Con i corpi ancora sotto le macerie a Gaza, con le bombe che continuano a uccidere, anche neonati, giornalisti, medici, quotidianamente, con le devastazioni nella West Bank, con l’apartheid e il genocidio, la prima cosa da fare è che tutto questo finisca. Se poi ci vorrà una vita intera perché chi ha perso tutto, riesca a guardare senza rabbia un cittadino della nazione che lo ha reso orfano, vedovo, invalido, senza casa, dovremo aspettare quel tempo. Ma nel frattempo che le vittime siano ascoltate, i carnefici puniti, le case, le scuole e gli ospedali ricostruiti. Abbiamo incontrato nella nostra città degli obiettori di coscienza israeliani, che hanno pagato con il carcere la loro scelta di non voler collaborare con un esercito occupante e con il genocidio. Alcuni hanno parlato a volto coperto, per non essere riconosciuti in video dal proprio paese, che evidentemente potrebbe far pagare loro le testimonianze di vita che ci hanno riportato. Abbiamo ascoltato, in commissione Pace del comune di Firenze, un attivista israeliano che ha mostrato dei video shock di quanto avviene quotidianamente in Cisgiordania occupata. In Regione Toscana abbiamo ascoltato la testimonianza della Hind Rajab Foundation e del tanto materiale che hanno ottenuto direttamente dai soldati dell’IDF, sui crimini di guerra compiuti e spesso “sfoggiati” sui social network. Non possiamo lasciare soli queste persone ad affrontare l’ingiustizia e l’impunità, nemiche della pace. Sole a cercare una “accountability”, un rispondere delle proprie responsabilità, ineludibile necessità per la riconciliazione. Come ci ha spiegato molto bene il direttore della Hind Rajab Foundation di fronte alle istituzioni toscane, è la giustizia che ri-umanizza le vittime, che smettono di essere solo dei numeri, ma umanizza anche i carnefici, togliendoli dal piano del “disumano”, per riportarli al piano delle relazioni umane e della giustizia umana in cui le azioni hanno delle conseguenze. Senza tutto questo rischiamo di cercare una pace astratta, di specchiarci in questo concetto come Narciso sul lago, innamorandoci dei nostri buoni sentimenti, ma senza riuscire a far compiere quel passo decisivo perché l’orrore finisca, e finisca subito. Non so se Karem accetterà il suo invito al confronto o se la sua rabbia glielo impedirà. Io che non sono palestinese, ma che sono comunque arrabbiato (perché 20mila bambini uccisi impunemente generano rabbia) sono disponibile a questo dialogo. Spero in ogni caso che il festival che lei presiederà parli di tutto questo. Che da esso si levino parole di denuncia e richieste concrete. Per la liberazione del dottor Abu Safya ad esempio, da un anno e mezzo detenuto, vessato e probabilmente torturato, senza processo, come migliaia di altri suoi concittadini, anche minorenni. Per l’ingresso di aiuti umanitari, cibo medicine, per il ritorno delle Nazioni Unite a Gaza, per l’ingresso di giornalisti stranieri, per la punizione di quei coloni e di quei soldati che sembrano non interessare ai tribunali israeliani. Per la cancellazione di una pena di morte selettiva, che può diventare strumento ulteriore di pulizia etnica. Io la pace la immagino con queste premesse, la immagino così. Spero che l’immaginario che sarà attivato dal festival che lei presiederà, sia sulla stessa lunghezza d’onda. Cordiali saluti, Andrés Lasso Lettera aperta ad Andrés Caro Andrés, grazie per avermi scritto. Il tuo messaggio mi ha colpito. Mi sono chiesta da dove cominciare e mi sono resa conto che c’è solo un punto da cui partire: dalla mia storia. Provengo da una famiglia di ebrei yemeniti giunti in Terra Santa tra il 1895 e il 1915, quando era ancora conosciuta come Palestina sotto dominio straniero. Perché vennero? Perché non avevano scelta. Per generazioni avevano vissuto tra i loro vicini musulmani. Avevano l’aspetto arabo, proprio come me. Parlavano arabo. Condividevano usanze, cibo, musica e vita quotidiana. La differenza era che erano ebrei. Un giorno, questo bastò per costringerli ad abbandonare le loro case. Fuggirono attraverso il deserto per più di un anno, nascosti e protetti dai beduini, finché non raggiunsero la terra che da secoli era presente nelle loro preghiere. Non si tratta di una storia isolata. Si è ripetuta in gran parte del mondo arabo. Alcuni sono riusciti a fuggire. Molti no. La storia ebraica è costellata di esili, persecuzioni, sfollamenti e dolore. La fondazione dello Stato di Israele ha rappresentato, per milioni di ebrei, la fine di duemila anni di apolidia e vulnerabilità.Quando avevo due anni, i miei genitori si trasferirono negli Stati Uniti mentre mio padre proseguiva gli studi. Temendo che io e mio fratello potessimo perdere la nostra identità, ci mandarono in scuole ebraiche religiose. Lì mi inculcarono un’unica versione dei fatti. Non sapevo nulla dei palestinesi. Nulla della Nakba. Nulla dell’altra storia che si svolgeva parallelamente alla mia. Già poco più che ventenne ero diventata una cantante di successo in Israele e all’estero. Poi i giornalisti stranieri cominciarono a farmi domande sul conflitto israelo-palestinese. Con mio grande imbarazzo, non avevo risposte. Così cominciai a leggere. Ho scoperto un’intera realtà che nessuno mi aveva mai insegnato. Mi ha sconvolta. Poi sono arrivati gli Accordi di Oslo. Per la prima volta, la pace sembrava possibile. Quando sono stata invitata a cantare a una manifestazione per la pace a sostegno del primo ministro Yitzhak Rabin, ho accettato senza esitazione. Ho cantato. Pochi minuti dopo, Rabin è sceso dallo stesso palco. È stato assassinato proprio dietro di me. Quella notte ha cambiato per sempre la mia vita. Ho deciso che, se la fiaccola della pace fosse caduta, avrei dedicato la mia vita a cercare di portarla di nuovo in alto. Per più di trent’anni ho fatto proprio questo. Mi sono opposta all’occupazione. Mi sono opposta all’estremismo nella mia stessa società. Mi sono espressa contro Benjamin Netanyahu e contro chi predica l’odio. Ho sostenuto la pari dignità, la parità dei diritti e una soluzione a due Stati. Ho marciato, cantato, scritto, discusso, manifestato, raccolto fondi per cause umanitarie e mi sono schierato al fianco di israeliani e palestinesi che rifiutano di arrendersi alla disperazione. Il prezzo da pagare è stato enorme. Sono stata minacciata, calunniata, derisa, boicottata e diffamata. La mia carriera ne ha risentito profondamente. Ho perso opportunità e amicizie. Eppure non mi sono mai pentita di aver scelto questa strada, perché credo che la voce di un’artista non abbia senso se non può essere messa al servizio dell’umanità. Ciò che oggi mi addolora di più non è l’odio degli estremisti. Me lo aspetto. Ciò che mi spezza il cuore è essere respinta da persone che sostengono di cercare proprio quel futuro che ho dedicato la mia vita a costruire. Qual è la mia colpa? Che insisto sul fatto che israeliani e palestinesi un giorno dovranno vivere insieme? Che mi rifiuto di disumanizzare entrambi i popoli? Che credo che il dialogo non sia resa, ma coraggio? Non biasimo Karim per il suo dolore. Come potrei? Provo dolore per ciò che ha vissuto. Provo dolore ogni singolo giorno per Gaza, per i suoi bambini, per le sue famiglie, per le sofferenze inimmaginabili che continuano a sopportare. Provo dolore per gli ostaggi e le loro famiglie. Per le vittime del 7 ottobre. Per i palestinesi che vivono sotto l’occupazione. Per gli israeliani che vivono nella paura. Per ogni bambino a cui è stato rubato il futuro da leader che traggono profitto da una guerra senza fine. La mia rabbia non è diretta contro le vittime. È diretta contro i sistemi, le ideologie e i leader che continuano a sacrificare esseri umani innocenti per preservare il potere. L’orrore deve finire. Questo significa Hamas. Significa i coloni violenti. Significa Ben-Gvir e Smotrich. Significa Netanyahu. Significa Hezbollah. Significa il regime iraniano. Significa razzismo, antisemitismo, islamofobia, suprematismo bianco, fanatismo religioso, corruzione politica e ogni industria che trae profitto dalla guerra mentre la gente comune seppellisce i propri figli. Nessuno di questi mostri appartiene a una sola nazione. La crudeltà non conosce bandiere. E nemmeno la compassione. Spesso mi chiedono dove sia la mia tribù. La mia tribù è composta da coloro che scelgono la vita. Coloro che rifiutano la vendetta. Coloro che riconoscono l’umanità della persona che hanno di fronte. Coloro che proteggono i bambini invece di sacrificarli all’ideologia. Esistono tra gli israeliani. Esistono tra i palestinesi. Esistono ovunque. Questa è la tribù a cui appartengo. Dobbiamo anche abbandonare l’illusione che ogni tragedia abbia un solo autore e ogni popolo una sola identità. Il mondo non è diviso tra santi e mostri. Non lo è mai stato. Senza compromessi, senza immaginazione, senza il coraggio di immaginare un futuro condiviso, ci condanniamo a una ripetizione infinita dello stesso dolore. Ecco perché abbiamo creato Re-Imagine Peace. Non per abbellire la realtà. Non per cancellare l’ingiustizia. Non per fingere che tutto sia uguale. Ma per dimostrare che, anche in mezzo a un dolore inimmaginabile, ci sono ancora esseri umani disposti a sedersi insieme, a creare insieme, a piangere insieme e a immaginare insieme. Questo, per me, non è normalizzazione. È resistenza contro la disperazione. Quindi invito voi – e Karim – a non giudicarci da lontano. Venite. Ascoltate. Metteteci alla prova. Interrogateci. Incontrate gli straordinari israeliani e palestinesi che hanno rischiato la carriera, la reputazione, le relazioni e talvolta persino la propria incolumità per stare insieme. Concedete loro, se non altro, il rispetto della vostra presenza. Sto scrivendo queste parole dalla Germania, dove ho appena tenuto una serie di bellissimi concerti. Ottant’anni fa, gli antenati del mio popolo furono massacrati su questa terra. Oggi sono qui, una donna ebrea libera di origini arabe, a cantare canzoni di pace. Se la storia ci insegna qualcosa, è proprio questo: gli esseri umani possono scegliere un’altra strada. Credo, con ogni fibra del mio essere, che un giorno israeliani e palestinesi vivranno in pace. Non perché sia inevitabile. Perché è necessario. E perché un numero sufficiente di persone, da entrambe le parti, si rifiuta di rinunciare a quel sogno. Le mie braccia rimangono aperte a te, a Karim e a chiunque sia disposto a percorrere quella strada difficile insieme a noi. Martedì sarò a Firenze. Se desideri incontrarmi mercoledì, cercherò volentieri di trovare il tempo. Con amicizia, speranza e solidarietà, Noa Risposta di Andrés Lasso grazie per il messaggio e per la condivisione del suo vissuto personale. Grazie anche per l’invito per mercoledì, purtroppo per motivi di organizzazione familiare non riuscirò a essere presente. Volevo rispondere ad alcune delle molte questioni che pone nella sua mail. Ad un certo punto, dopo aver raccontato delle difficoltà, ostacoli e conflitti che comporta il suo impegno, chiede “dove è la mia colpa, il mio peccato?”. Ci tengo a precisare che la mia lettera non ha un intento di giudicare la sincerità e la bontà del suo impegno, neanche di fare polemica, ma di dare una chiave di lettura dei conflitti che emergono oggi dentro all’attivismo pacifista e di suggerire quelle che sono a mio avviso le priorità per porre fine allo sterminio di un popolo che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Riconosco anche che la mia posizione è probabilmente una posizione più comoda. Io non vivo in Israele, lei sì e dunque il suo impegno si inserisce in un contesto potenzialmente conflittuale, fortemente intossicato di suprematismo e di razzismo che viene appreso fin dalla scuola, dove anche dire parole di buon senso e di comprensione per l’altro può generare enormi problemi e ritorsioni di vario genere. Fatte queste premesse, c’è secondo me un punto importante. Lei scrive che “nessuno ha il monopolio della sofferenza”. E’ vero, basta guardare ciò che avviene oggi in Sudan, ma anche in altre parti del mondo. Eppure sembra che qualcuno abbia invece il monopolio dell’impunità. Quando nel 94 avveniva il genocidio dei tutsi in Rwanda, il mondo non aveva del tutto contezza di cosa stesse succedendo. Oggi il genocidio a Gaza avviene sotto gli obiettivi di migliaia di cellulari, con soldati IDF che postano sui social i loro crimini di guerra come trofei senza che nessuno venga perseguito dalle istituzioni del proprio paese. Quando Sudafrica e Zimbabwe praticavano l’apartheid, erano sottoposti dal mondo a sanzioni, economiche persino sportive, e quella pressione del mondo aiutò il superamento di quell’abominio. Oggi l’apartheid contro i palestinesi, certificato da quanto ha scritto la International Court of Justice nel luglio 2024,Corte riconosciuta da 197 paesi, non genera alcuna conseguenza. Il dossier sul genocidio della Commissione ONU non genera reazioni, non genera alcuna reazione la parola degli esperti, inclusi israeliani come Amos Goldberg, Omer Bartov e altri storici dell’Olocausto che dicono “siamo davanti a un caso da manuale di genocidio”. E qui viene la preoccupazione di molti attivisti, in una città come Firenze un tempo all’avanguardia su certi temi, ma che negli ultimi anni è stata molto più timida di altre città italiane rispetto alla denuncia di ciò che sta accadendo. E in un paese come l’Italia, che dopo USA e Germania è tra i principali complici del genocidio e potrebbe in futuro essere chiamato a rispondere di tale complicità presso la ICJ, stando a quanto scritto nella convenzione sul genocidio del ’48. Perché il timore di molti è quello della normalizzazione e dell’assuefazione a un orrore che ha pochi termini di paragone nella storia recente. Perché ciò che molti di noi ritengono è che il tema della “accountability” dei crimini sia fondamentale. (Su questo consiglio di ascoltare questo intervento del Dr. Abou Jahjaj nell’incontro che abbiamo organizzato in Regione Toscana: https://www.youtube.com/watch?v=wJZBPS4cvAM ) Nessun altro paese ha ucciso 300 giornalisti. Nessun altro paese ha ucciso e torturato medici e paramedici in tal quantità e con tale tranquillità. Nessun altro paese è arrivato al palazzo di vetro a Neww York e ha stracciato la carta delle Nazioni Unite davanti all’assemblea. Nessun altro paese ha arrestato parlamentari europei in acque internazionali in una operazione di pirateria. Inoltre tra i machete che nel 94 in Rwanda hanno compiuto il genocidio rwandese, e i droni programmati per riconoscere neonati e ucciderli mentre vengono allattati al seno da madri palestinesi, c’è un salto di qualità nell’organizzazione dello sterminio, che non può essere sottaciuta, che dovrebbe smuovere il mondo intero. E dunque anche se non c’è “il monopolio della sofferenza” ed è un compito arduo fare la classifica storica degli orrori compiuti dall’uomo contro l’uomo, oggi il genocidio a Gaza costituisce la bancarotta etica e morale dell’intero Occidente, perché questo orrore in diretta streaming è strettamente legato all’impunità, al sapere che nessuna conseguenza c’è per coloro che uccidono o torturano palestinesi, per chi spara ai bambini, o impedisce a cibo e medicine di arrivare a destinazione, o ha distrutto pressoché ogni ospedale, scuola, comprese quelle realizzate dalla cooperazione e dalle ONG dei nostri paesi. E l’impunità è garantita non da un governo, ma da un sistema molto pervasivo di connivenza che coinvolge anche i nostri paesi europei. Quando visitai Israele e Palestina nel 2012, apprezzai molto realtà che si spendono per la riconciliazione. Come Tent of Nations Nassar farm, vicino a Betlemme, dove campeggia la scritta “we refuse to be enemies” in inglese ebraico e arabo. Eppure quella realtà, da anni lotta per il riconoscimento della propria presenza in quel luogo. Nonostante i documenti dei tempi dell’impero ottomano, dei tempi del protettorato inglese eccetera, i tribunali israeliani continuano a non riconoscere quel diritto. Sono in questi 14 anni cambiati governi e parlamenti, ma nessun cambiamento per quella situazione come per tante altre. Lavorare per la riconciliazione è doveroso, pur sapendo che è un lavoro lungo. Ci può volere una vita per far cambiare idea a qualcuno, ci può volere una o due generazioni per superare l’odio. Ma far rispettare il diritto, si può fare anche oggi, subito, se lo vogliamo, se il mondo si attiva in questo senso, prendendo in mano gli strumenti del diritto. Alcuni dei quali sono elencati anche nei pronunciamenti di ICJ e di luglio 2024. Per questo il mio auspicio, è che la presenza nel festival di Pizzaballa, di Combatants for peace, di realtà che apprezzo, faccia sentire una voce chiara su questo punto. Che il riconoscimento della sofferenza dell’altro, del fatto che “non c’è un monopolio della sofferenza” non ci porti a creare magari involontariamente una narrazione “simmetrica” tra aggredito e aggressore tra chi ha bisogno dell’aiuto del mondo intero per rialzarsi e ritrovare la propria dignità calpestata e violentata, e chi ha bisogno dell’aiuto del mondo intero per fermarsi e rendere conto della devastazione che ha generato. Redazione Italia
July 6, 2026
Pressenza
#Marocco arricchisce il suo arsenale bellico made in #Israel #áfrica Industrie di sistemi militari dello Stato ebraico fanno affari d'oro con Rabat. Sistemi missilistici di ultima generazioni pronti per colpire i "ribelli" #saharawi Missili terra-aria made in Israel per le forze armate del Marocco. Fonti militari di Rabat confermano che è diventato pienamente operativo il sistema di “difesa” aerea e antimissile BARAK MX prodotto dalla holding industriale bellica IAI-https://antoniomazzeoblog.blogspot.com/2026/01/marocco-arricchisce-il-suo-arsenale.html
January 10, 2026
Antonio Mazzeo
#Marocco arricchisce il suo arsenale bellico made in #Israel #áfrica Industrie di sistemi militari dello Stato ebraico fanno affari d'oro con Rabat. Sistemi missilistici di ultima generazioni pronti per colpire i "ribelli" #saharawi Fonti militari di Rabat confermano che è diventato pienamente operativo il sistema di “difesa” aerea e antimissile BARAK MX prodotto dalla holding industriale bellica IAI,,Valore presunto della commessa 540 milioni di dollari. https://www.africa-express.info/2026/01/09/marocco-arricchisce-il-suo-arsenale-bellico-made-in-israel/
January 9, 2026
Antonio Mazzeo
#stopthegenocideingaza🇵🇸 Lezioni di #pace L’accordo di cessate-il-fuoco ha tremato nelle ultime ventiquattro ore. L’esplosione di un veicolo militare israeliano a #Rafah, nel Sud della Striscia di #Gaza, ha provocato una dura reazione delle #Idf. #Israel https://www.youtube.com/watch?v=DVAw1tOkIwE
October 21, 2025
Antonio Mazzeo
#stopthegenocideingaza🇵🇸 La #GUERRA arriva nel #MEDITERRANEO: FUOCO contro la GLOBAL #SUMUD FLOTILLA La nave umanitaria è stata colpita da un proiettile sganciato da un drone. #Israel https://www.youtube.com/watch?v=dxbQgZbY0oU
September 10, 2025
Antonio Mazzeo
#stopthegenocideingaza🇵🇸 Partnership nello #spazio tra l’Italia e l’industria #militare israeliana #israel Lanciato a bordo di un missile SpaceX Falcon 9 il satellite NAOS realizzato da OHB SpA; le telecamere sono di #Elbit Systems Ltd., #Haifa). https://pagineesteri.it/2025/08/29/mondo/partnership-nello-spazio-tra-litalia-e-lindustria-militare-israeliana/
August 29, 2025
Antonio Mazzeo
La guerra a Gaza “deve finire ora”, lo chiedono 25 paesi
Un gruppo di 25 paesi, tra cui la Francia, Gran Bretagna, e stavolta anche l’Italia, hanno chiesto a Israele di porre fine alla sua guerra di 21 mesi contro Gaza e hanno detto che la sofferenza dei civili palestinesi ha “raggiunto nuove profondità”. I paesi firmatari sono Gran Bretagna, Francia, […] L'articolo La guerra a Gaza “deve finire ora”, lo chiedono 25 paesi su Contropiano.
July 22, 2025
Contropiano