Rifondazione Comunista, Ezio Locatelli: “Campo largo? Ci sono responsabilità di un’intera classe politica su riarmo, guerra, alleanze militari e coperture politiche”
Rifondazione Comunista – con la segreteria di Maurizio Acerbo – ha deciso, a
maggioranza risicata (ha vinto per un voto) del Comitato Politico Nazionale, di
cercare di entrare in coalizione col centrosinistra. Una scelta storica che non
succedeva dal 2008, smentendo clamorosamente quanto affermato nel documento
approvato dall’ultimo Congresso:
“…Non si pone quindi il tema di un nostro ingresso nel centrosinistra o nel
cosiddetto campo largo sia perché esso così com’è non è in grado di
rappresentare un argine alla destra, sia perché stante la nostra debolezza
saremmo sostanzialmente ininfluenti.”
E si è proposta di fatto l’alleanza col campo largo. A tal proposito si è
espresso in modo lucido Ezio Locatelli, già segretario provinciale di
Rifondazione Comunista di Torino dal 2012, ruolo che ha ricoperto per quasi
dieci anni, e membro della segreteria nazionale del partito con l’incarico di
responsabile organizzazione dal giugno 2016 al giugno 2019 e da dicembre 2021 a
dicembre 2025, terminando il suo incarico dopo il XII Congresso del PRC. Dal
febbraio 2026 torna a coprire la carica di segretario provinciale a Bergamo di
Rifondazione Comunista. Di seguito le sue dichiarazioni:
“Intanto penso che per prima cosa non dobbiamo dismettere il nostro impegno
contro la guerra. Una guerra che in tutta evidenza ha assunto una centralità
pressoché assoluta negli accadimenti di questi mesi con un salto di qualità dei
crimini perpetrati. Ci è mancato solo, ma di poco, nei giorni scorsi di arrivare
all’uso dell’atomica nella guerra contro l’Iran. Non basta dire che al vertice
di questa guerra terroristica ci sono due figure come Trump e Netanyahu da
combattere come figure di eccezione, fuori controllo rispetto a un quadro che
tutto sommato rimarrebbe un quadro democratico. No, ci sono le responsabilità
del nostro governo e di un’intera classe dirigente in tema di riarmo, di guerra,
di alleanze militari, di coperture politiche.
L’elenco sarebbe lungo. Penso alle politiche guerrafondaie perseguite da Ursula
Von der Leyen. Quest’ultima all’indomani dei primi bombardamenti sull’Iran
parlava di una “opportunità”, di una “nuova speranza” per il popolo iraniano.
Roba da cacciarla seduta stante. Eppure continua ad avere il sostegno di una
maggioranza di forze conservatrici e di centrosinistra di cui fa parte
integrante il Pd. Il Pd su cui da alcuni mesi a questa parte noto che l’attuale
gruppo dirigente del partito ha rimosso ogni critica.
Io credo che avesse ragione Emanuell Todd in una recente intervista a dire che
gli europei, le elites europee, con poche eccezioni, con le loro grida di
guerra, la loro corsa al riarmo, le loro ostilità contro la Russia sono
corresponsabili dell’evoluzione di una guerra che è diventata guerra a tutto
campo. Una guerra che è diventata un chiaro indicatore della profondità della
crisi di un intero sistema che non funziona più. Non funziona più sul piano
economico, sociale, a partire dal declino degli Usa come potenza economica
globale, non funziona più sul piano democratico.
Ecco io che il ritorno alla centralità della guerra, la trasformazione
dell’economia in economia di guerra segna, la fine della fase democratica del
capitalismo iniziata nel 1945. Questo il punto. Questa crisi trova il suo
alimento o in una crisi generale, nel capitalismo finanziarizzato e di guerra.
Per questo credo che l’insistenza monotematica sul pericolo di destra sia
inconcludente nel momento in cui non si tiene conto di questa crisi generale,
sistemica che ha portato milioni di persone, i giovani in primo luogo, a
disertare le urne, a pensare fuori dagli schemi.
Per questo credo, non per settarismo ma per sano realismo, che anche su questo
piano, più propriamente politico, c’è la necessità di scelte radicali in quanto
radicale è la crisi che stiamo attraversando. Il bivio che abbiamo davanti, più
che mai, è tra socialismo o barbarie.
Quella che stiamo vivendo, in tutta evidenza, è un’epoca di transizione. Credo
che in quest’epoca più che mai abbiamo la necessità di non rimanere intrappolati
in discussioni politicistiche o alleanze bipartisan che sono parte di un sistema
indifendibile, all’origine del disastro e del rischio di una vera e propria
catastrofe.
Io credo che le forze per una risposta in avanti, di alternativa ci siano. Sono
quelle forze non rilevate nei sondaggi elettorali ma che si sono palesate nelle
grandi manifestazioni contro il genocidio, contro la guerra. Sono quelle forze
di nuova generazione che hanno decretato la vittoria del NO al referendum, un No
che è cresciuto nei movimenti, non nei Palazzi.
Ecco io penso che dobbiamo ripartire da qui. Siamo tutti consapevoli che
esistono orientamenti diversi al nostro interno. Ritengo che la cosa più
sbagliata sia stata quella di trasformare questa diversità in divisione con una
gestione monocratica ed escludente della metà del partito. Ma al di là di questo
penso che in presenza di orientamenti diversi sia giusto e necessario dare la
parola alle iscritte e agli iscritti. Per tempo e non per finta quando i giochi
sono fatti. Questo è quello che prevede lo Statuto. Mettere in discussione un
fatto di democrazia è un fatto gravissimo che non può essere in alcun modo
tollerato.”
Redazione Sebino Franciacorta