MEDIO ORIENTE: INTERVISTA A ZAGROS HIWA, PORTAVOCE DELL’UNIONE DELLE COMUNITÀ DEL KURDISTAN (KCK)
Radio Onda d’Urto ha intervistato Zagros Hiwa, portavoce del KCK, l’Unione delle
Comunità del Kurdistan, organizzazione ombrello del confederalismo democratico.
Nell’intervista, Zagros Hiwa espone il punto di vista del movimento di
liberazione del Kurdistan su quanto sta accadendo in Medio Oriente, in
particolare in Siria del nord-est e Rojava, in Iran e all’interno dello stato
turco con il processo di pace in corso.
L’intervista di Radio Onda d’Urto a Zagros Hiwa, portavoce dell’Unione delle
Comunità del Kurdistan (KCK). Ascolta o scarica.
Di seguito la trascrizione integrale dell’intervista:
Zagros Hiwa, iniziamo dalla situazione critica di attacco all’esperienza
dell’autogoverno in Siria del nord-est e in Rojava. Cosa sta succedendo in
Siria? Quali sono i piani e gli obiettivi delle potenze egemoniche? Qual è
l’analisi e quali sono gli obiettivi del KCK in questo caso?
Risposta: Quello che sta succedendo ora in Siria è un genocidio contro quasi
tutti i cittadini, tutti i gruppi presenti in Siria. Come sapete, i drusi e gli
alawiti sono stati vittime di genocidio e massacri lo scorso anno per mano di Al
Jolani. Ora, l’esercito jihadista di Damasco si è rivolto contro i curdi, i
cristiani, gli armeni e gli altri gruppi della Siria settentrionale, che hanno
guidato la lotta contro Daesh. Possiamo dire che Daesh ora domina la Siria, e
quei combattenti, uomini e donne, che hanno sconfitto Daesh nel nord della Siria
sono ora sotto attacco, sotto pesanti attacchi sferrati dalla stessa mentalità
di Daesh, che ha ricevuto legittimità politica ed economica dalle potenze
egemoniche.
Il popolo curdo sta affrontando una minaccia molto pericolosa alla propria
esistenza. Il sistema libero e democratico è sotto pesanti attacchi, coordinati
e finanziati da potenze regionali e internazionali. I curdi e altre entità
religiose ed etniche in Siria stanno ora conducendo una resistenza esistenziale
contro l’esercito jihadista di Al Joulani.
Cento anni fa, le potenze egemoniche hanno diviso il Medio Oriente in molti
stati nazionali diversi: arabi, turchi, persiani. Ora vogliono dividere
ulteriormente questi stati in piccole isole governate da jihadisti e le
cosiddette “dittature benevole”. Come sapete, hanno consegnato l’Afghanistan ai
talebani, hanno consegnato la Siria a Daesh e a Jolani, e ora sembra che abbiano
tradito le rivolte del popolo iraniano e che stiano per lasciare l’Iran a una
nuova versione degli ayatollah che hanno portato al potere 50 anni fa.
Le potenze egemoniche, a quanto pare, si sono spartite la Siria tra loro. Il sud
della Siria è stato lasciato a Israele e altre parti della Siria sono state
lasciate in balia della Turchia e dei suoi alleati jihadisti del cosiddetto
governo di transizione siriano. Qui, l’obiettivo è quello di sopprimere
qualsiasi sistema democratico di autogoverno in Medio Oriente e di avviare una
nuova forma di colonizzazione per altri cento anni.
Nell’ambito di questo piano, ai curdi sono stati negati i loro diritti più
fondamentali. Ciò che è stato pianificato contro i curdi è il proseguimento
della campagna genocida contro di loro iniziata 100 anni fa. Insomma, per i
curdi non è cambiato nulla.
Quanto ho detto finora è la nostra analisi. Il KCK continuerà a lottare per
l’esistenza e la libertà dei curdi. I risultati ottenuti finora sono stati
raggiunti attraverso la lotta. E solo la lotta può proteggerli.
Naturalmente, siamo determinati a portare avanti questa lotta attraverso la
politica democratica nel quadro del nostro obiettivo più ampio di costruire una
comunità democratica e una società democratica. Allo stesso tempo, daremo pieno
sostegno alla resistenza dei nostri popoli contro gli attacchi genocidi di un
gruppo jihadista e di regimi dittatoriali.
Passiamo ora all’Iran: dal vostro punto di vista cosa sta succedendo? Qual è la
posizione del KCK sulla rivolta popolare e le sue implicazioni regionali?
Risposta: Beh, il regime iraniano è in rovina. I cinquant’anni di governo
dell’Ayatollah, i cinquant’anni di governo dei mullah non hanno portato altro
che esecuzioni, torture, pressioni, corruzione, povertà, disoccupazione
all’interno del Paese e instabilità regionale all’esterno, a livello regionale.
Sembra che il regime abbia perso la sua rilevanza ideologica e la sua
legittimità politica. L’economia è crollata e la maggior parte delle persone non
può permettersi nemmeno una vita povera. Non riescono ad arrivare a fine mese.
Ecco perché la gente non vede alcun futuro per sé in questo sistema. Vuole un
cambiamento. Un cambiamento reale, autentico, ma il regime è troppo corrotto per
cambiare. Ecco perché la gente è scesa in piazza per rivendicare il proprio
diritto più naturale. Purtroppo, il regime e le sue milizie hanno compiuto
massacri nelle strade di Teheran, Mashhad, Isfahan e in tutte le città
dell’Iran. Hanno ucciso migliaia e migliaia di persone. Questo è un massacro. Il
mondo non dovrebbe rimanere in silenzio di fronte a tutto questo.
Questa rivolta popolare è la continuazione della rivoluzione per la libertà
delle donne, avvenuta nel 2022. Le rivolte in Iran tendono a seguire un
andamento ascendente. Ogni rivolta supera la precedente in termini di portata,
partecipazione e rivendicazioni. L’Iran tende a collegare queste rivolte
all’intervento delle potenze straniere e le accusa di interferire negli affari
iraniani. Queste affermazioni non sono di per sè prive di senso, ma negano il
fatto che il popolo iraniano voglia libertà e democrazia. E non voglia essere
governato da ideologie medievali.
Naturalmente, le potenze internazionali vogliono investire in queste rivolte.
Vorrebbero manipolare queste rivolte. Finché il regime iraniano continuerà a
ignorare le legittime richieste dei popoli, queste rivolte saranno manipolate da
potenze straniere che non hanno a cuore né il popolo iraniano né lo stesso
regime. A loro interessano solo i propri interessi. E al momento sembra esserci
una sorta di accordo tra l’Iran e gli Stati Uniti. Vorrei che il regime iraniano
avesse fatto concessioni al popolo invece di capitolare alle imposizioni delle
potenze internazionali.
Infine, come sta procedendo il processo di pace in Turchia? Quali sono gli
obiettivi e le prospettive del movimento di liberazione a riguardo?
Risposta: Il processo di pace è giunto allo stadio attuale grazie a tutte le
misure unilaterali adottate dal Movimento di Liberazione del Kurdistan. Il PKK
si è sciolto, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale, ha bruciato le sue
armi e ha ritirato le sue forze dalla Turchia. Tuttavia, lo Stato turco non ha
ancora adottato misure concrete in risposta a tutte queste iniziative
unilaterali. Lo Stato turco sembra riconoscere l’esistenza dei curdi solo a
parole, solo a livello retorico. Non è stata intrapresa alcuna azione legale e
non è stata ancora dimostrata la necessaria volontà politica.
La stessa commissione istituita in parlamento per la risoluzione della questione
curda non ha nemmeno permesso alle Madri per la Pace di parlare in curdo. Oltre
a tutto ciò, il leader Apo (Abdullah Öcalan, ndr) è tenuto in ostaggio nella
prigione di Imrali da 27 anni consecutivi e questa situazione continua ancora
oggi. È ancora lì, in isolamento.
Il suo diritto alla speranza non è stato riconosciuto dal sistema di giustizia
turco. Più correttamente, dal sistema di ingiustizia turco. Gli viene negato il
diritto di lavorare e vivere in condizioni di libertà. Ora, con gli attacchi al
Rojava, in Kurdistan, il processo corre rischi vitali. Lo Stato turco parla di
pace all’interno della Turchia, ma fa sì che il jihadista Al Jolani attacchi i
curdi ad Aleppo e in altre parti della Siria.
Quindi, l’obiettivo principale, diciamo, resta la soluzione democratica della
questione curda in Turchia e in tutte le altre parti del Kurdistan. La soluzione
democratica della questione curda richiede la democratizzazione di tutti gli
Stati interessati. Intendo dire Iraq, Turchia, Iran e Siria. A tal fine,
attribuiamo importanza prioritaria alla costruzione di una società democratica
attraverso la politica democratica. In tal modo, attribuiamo un ruolo di primo
piano alla lotta delle donne e alla lotta dei giovani, nonché alla protezione
dell’ambiente naturale.