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Con la sanatoria del 2020 stabilizzati oltre 130.000 persone. E lo Stato incassa ogni anno 228 milioni di €
La Sanatoria 2020 ha consentito la stabilizzazione di oltre 130.000 persone che oggi vivono e lavorano nel nostro Paese. Ci sono voluti cinque anni alle amministrazioni per concludere la procedura: al 31 dicembre 2025 il 59,75% delle oltre 220.000 istanze presentate si sono trasformate in contratti di lavoro e permessi di soggiorno, con prevalenza del lavoro domestico e assistenza con il 85,21% delle domande. Sono 140 milioni di euro le entrate dirette per lo Stato derivanti dal pagamento di oneri legati alla presentazione delle pratiche, mentre ammonta a 228 milioni di euro l’anno la stima dei contributi dovuti all’ingresso nel mondo del lavoro delle persone regolarizzate. Sono i dati rivelati dalla Campagna Ero Straniero – promossa da A Buon Diritto, ActionAid, ASGI, Federazione Chiese Evangeliche Italiane, Oxfam, Arci, CNCA, CILD – con il report (Ir)Regolarità. Il Report presentato ieri al Senato con il convegno “Regolarizzare fa bene”, offre proposte concrete per superare l’invisibilità, lo sfruttamento delle persone straniere e contrastare la xenofobia. Come si è affrontata finora l’irregolarità? La Campagna propone nel report un’analisi degli strumenti usati negli ultimi vent’anni per contrastare l’irregolarità alla luce dei risultati prodotti. A fine 2025, si stimano in Italia 339.000 persone straniere in condizione di soggiorno irregolare. Nello stesso anno sono stati 6.772 i rimpatri complessivi. Nel quinquennio 2020-2024 sono stati adottati 141.675 provvedimenti di espulsione dal territorio nazionale e sono stati solo 13.491 i rimpatri effettivi (il 9,5% del totale dei decreti di espulsione). I dati dimostrano che i rimpatri raggiungono poche migliaia di persone l’anno con un tasso di efficacia bassissimo in termini di contrasto all’irregolarità e confermano che la strategia politica securitaria che punta su trattenimento e rimpatri per ridurre l’irregolarità non è efficace. Anzi, molte delle misure introdotte hanno generato sempre nuova irregolarità. La popolazione in condizione irregolare, infatti, è alimentata da diversi fattori quali la perdita del titolo di soggiorno, le procedure burocratiche lente o, paradossalmente, gli ingressi programmati per lavoro con il decreto flussi che non si sono trasformati in impieghi e posizioni regolari sul territorio.  L’altro strumento usato finora per intervenire sull’irregolarità e correggere periodicamente tutte le storture che il sistema ordinario non ha saputo o voluto gestire sono state le sanatorie, che ogni volta certamente sono servite a svuotare il bacino delle persone irregolari. Dal 2002 a oggi oltre un milione di persone hanno regolarizzato la loro posizione in Italia attraverso sanatorie. Si tratta, tuttavia, di un bacino destinato, subito dopo, a riempirsi nuovamente a causa di un impianto normativo rigido che non fa altro che produrre nuova irregolarità, decreto flussi incluso. I dati inediti presentati dimostrano perché la sanatoria non può rappresentare l’unica soluzione all’irregolarità. Da un lato, far emergere oltre 130.000 lavoratori e lavoratrici con tutte le tutele e i benefici che ne derivano a livello economico e sociale, è un risultato importante e dimostra quanto sia necessario per questa platea, ma anche per aziende e famiglie, offrire un’occasione per uscire dall’invisibilità. Si pensi alla mole di domande – 85% del totale – presentate per lavoro domestico e all’assistenza e cura delle persona, due dei settori cui era rivolta la regolarizzazione 2020, oltre all’agricoltura, con persone radicate nel territorio che hanno potuto contare su famiglie intenzionate a stabilizzarle. Nello stesso tempo, però, va sottolineato che delle oltre 220.000 istanze presentate, il 40% non sono andate a buon fine. Si tratta, in parte, di pratiche non concluse, archiviazioni e abbandoni della procedura, in parte di pratiche rigettate, circa 43.000, a causa di diverse ragioni, a partire dai tempi lunghissimi dell’esame delle domande, dalle prassi burocratiche complicate e dalle carenze della macchina amministrativa, impreparata ad affrontare un tale carico di lavoro. Un’attesa che in tantissimi casi si è protratta per anni e anni, colpendo sia famiglie e datori di lavoro, che avevano necessità di assumere in tempi brevi (basti pensare al settore domestico o di cura o al lavoro stagionale), sia lavoratori e lavoratrici in attesa di stabilizzarsi e uscire dalla precarietà e che ha compromesso il pieno successo della misura.  Alla luce di tali risultati, emerge l’esigenza, non più rinviabile, di superare le sanatorie e di favorire l’ingresso o il ritorno di lavoratori e lavoratrici nel mercato del lavoro regolare e garantendo la loro piena inclusione socio-lavorativa, anche alla luce del forte impatto positivo in termini economici e di sicurezza sociale che ciò comporta. Ero straniero propone, quindi, di introdurre un meccanismo di regolarizzazione su base individuale, sempre accessibile sulla base di requisiti precisi (disponibilità di un lavoro, legami familiari, radicamento nel territorio), verificabili e sottoposto a controlli. Un meccanismo capace di trasformare lavoro nero e precarietà in contratti di lavoro, dignità, tutele, contributi, inclusione sociale e stabilità nei territori. Qui il dossier “(Ir)Regolarità. Perché un nuovo paradigma è necessario”: https://erostraniero.it/wp-content/uploads/2026/09/Dossier_EroStraniero_Regolarizzazione2020_Settembre26.pdf.  Giovanni Caprio
September 23, 2026
Pressenza
La scuola italiana invasa dai saraceni
Sta creando scalpore l’annuncio riguardante gli imminenti provvedimenti “antinvasione saracena” della scuola italiana urlato da Giorgia Meloni alla festa dei giovani neofascisti. Può essere dunque utile commentare tali annunciati provvedimenti e calarne il reale significato nel contesto scolastico. Meloni annuncia un decreto volto a limitare al 30% la presenza degli […] L'articolo La scuola italiana invasa dai saraceni su Contropiano.
September 22, 2026
Contropiano
L’estrema povertà degli stranieri
In Italia un terzo delle famiglie composte soltanto da stranieri  vive in povertà assoluta.  E avere un lavoro spesso non basta: è infatti povero anche il 29,1% delle famiglie con almeno uno straniero in cui la persona di riferimento è occupata.  Mentre in Europa si moltiplicano trasferimenti, rimpatri ed esternalizzazione delle frontiere, Alleanza contro la povertà rilancia questi numeri e questo tema, chiedendo di riportare al centro persone, diritti e inclusione. E lo fa affrontando i principali nodi che caratterizzano il dibattito attuale.  Primo, i “dublinanti”, da alcuni giorni tornati al centro delle cronache: Germania, Austria, Svizzera, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi hanno annunciato o avviato infatti trasferimenti verso l’Italia, considerata responsabile dell’esame delle loro domande.  “Come questo tema si intrecci con la povertà (o almeno con la marginalità), sottolinea Alleanza contro la povertà, è evidente dai numeri: nel 2024 in Italia sono state presentate 151.120 domande d’asilo, mentre le Commissioni territoriali hanno esaminato 78.565 prime istanze. Alla fine dell’anno risultavano circa 180mila richiedenti asilo in attesa di una decisione, quindi in condizioni di grave precarietà sociale ed economica. Dietro i numeri delle domande d’asilo, dei trasferimenti e dei rimpatri ci sono persone, titolari di diritti fondamentali che le politiche pubbliche hanno il dovere di rendere concretamente esigibili. Dati nazionali sull’incidenza della povertà tra i soli richiedenti asilo non esistono. Esistono però indicatori molto chiari della loro fragilità economica. Chi è ospitato nei centri governativi o nei CAS riceve 2,50 euro al giorno per le spese personali, circa 75 euro al mese. Per chi resta fuori dall’accoglienza la legge italiana non prevede alcun contributo economico. Inoltre, dal 12 giugno 2026 il richiedente deve aspettare 90 giorni dalla formalizzazione della domanda prima di poter lavorare, contro i 60 previsti in precedenza”. La povertà è estremamente diffusa anche tra i rifugiati già riconosciuti: una categoria diversa e, almeno in teoria, più tutelata grazie allo status ottenuto. Eppure, un’indagine UNHCR stima che il 43,5% viva di questi in povertà assoluta, il 67% sotto la soglia di povertà relativa e il 26% in grave deprivazione materiale e sociale. Se la povertà è così diffusa perfino dopo il riconoscimento della protezione, tanto più deve esserlo tra chi è ancora sospeso nell’attesa, con pochi euro in tasca e un accesso limitato al lavoro e ai percorsi d’integrazione. Ma questo possiamo solo ipotizzarlo, perché dati, appunto, non ce ne sono. C’è poi, caldissimo in questa caldissima estate, il tema della remigrazione, introdotta il 17 gennaio 2026 con la raccolta delle firme per la proposta di legge popolare “Remigrazione e riconquista”. Il testo definisce la remigrazione come il ritorno “volontario e assistito” nei Paesi d’origine degli stranieri regolarmente presenti in Italia da almeno 12 mesi, dei richiedenti asilo disposti a rinunciare alla domande e dei titolari di permessi temporanei in scadenza. La platea potenzialmente interessata è quindi molto ampia: alla fine del 2024 i cittadini non comunitari con regolare permesso di soggiorno erano oltre 3,8 milioni. Chi aderisce riceverebbe un incentivo, ma dovrebbe accettare il divieto di tornare stabilmente in Italia. La proposta prevede inoltre un Fondo per la remigrazione (1 miliardo di euro l’anno, incrementabile fino a 2 miliardi), una tassa del 3% sulle rimesse inviate all’estero, l’abolizione della programmazione annuale dei flussi di ingresso per lavoro, l’espulsione obbligatoria dello straniero regolare condannato in via definitiva per un delitto e la revoca della cittadinanza acquisita per naturalizzazione in caso di condanna per una serie molto ampia di reati. “I rischi sono evidenti, sottolinea Alleanza contro la povertà. Primo, sottrarre risorse all’integrazione aumenta povertà e marginalità. Secondo, tassare le rimesse colpisce il reddito di famiglie che spesso vivono in Paesi poveri. Terzo, incentivare la partenza dei regolari può inoltre aggravare la carenza di lavoratori: in Italia – lo ricordiamo – gli occupati stranieri sono 2 milioni e 514mila, ovvero il 10,5% del totale. Con punte del 30,9% nei servizi, del 20% in agricoltura, del 18,5% in alberghi e ristoranti e del 16,9% nell’edilizia”. C’è un intreccio evidente tra essere stranieri ed essere poveri nel nostro Paese: nel 2024 viveva in povertà assoluta il 35,2% delle famiglie composte soltanto da stranieri, contro il 6,2% delle famiglie di soli italiani, quasi sei volte tanto. Se poi si allarga l’analisi a tutte le famiglie con almeno uno straniero, l’incidenza sale al 30,4%, pari a circa 716mila famiglie. E il lavoro non basta: è povero il 29,1% delle famiglie con stranieri in cui la persona di riferimento è occupata, contro il 4,2% di quelle italiane. La ragione emerge anche dai dati del Ministero del Lavoro: la retribuzione media annua dei lavoratori non comunitari è inferiore del 30,4% rispetto a quella dell’insieme dei lavoratori. Pesano la concentrazione nelle qualifiche più basse, la discontinuità dei contratti e il minor numero di giornate retribuite. E anche l’accesso alle misure di contrasto è spesso sbarrato: per ottenere l’Assegno di inclusione un cittadino di un Paese terzo deve possedere uno specifico titolo di soggiorno e risiedere in Italia da almeno cinque anni, gli ultimi due continuativi. L’ultimo rapporto dell’Asylum Information Database (Country Report: Italy – 2024 Update), pubblicato nel luglio 2025 segnala che, nonostante l’incidenza della povertà sia quasi sei volte più alta, nel maggio 2024 soltanto il 9,5% delle famiglie beneficiarie dell’Adi era straniero. L’Alleanza contro la povertà chiede: 1. La revisione e il rafforzamento delle attuali misure di contrasto alla povertà, riducendo da cinque a due anni continuativi il requisito di residenza in Italia per accedere all’Assegno di inclusione; 2. il potenziamento dell’accoglienza diffusa nel SAI e percorsi immediati di lingua, formazione, lavoro e casa per richiedenti asilo e rifugiati; 3. il contrasto al lavoro povero, allo sfruttamento e al caporalato, con la garanzia di alloggi dignitosi (anche sulla base del recente decreto PA) e trasporti pubblici, il superamento dei ghetti, controlli, monitoraggi e piena applicazione dei contratti; 4. che le risorse pubbliche siano investite nell’inclusione, non sottratte ai servizi per finanziare l’allontanamento degli stranieri regolari; 5. che si rafforzino, con norme e risorse, il SAI, gli affidi e i tutori volontari e sia garantito, tutte le volte che è possibile e necessario, il prosieguo amministrativo fino a 21 anni. L’Alleanza contro la povertà durante questa estate ha mantenuto alta l’attenzione contro la povertà per i diritti e l’inclusione con la serie di approfondimenti “La povertà non ha ferie”. Questo è il terzo approfondimento. I primi due hanno avuto per tema gli “anziani” e la “disabilità e i caregiver”. Qui la prima puntata della serie “La povertà non ha ferie”, dedicata alle persone anziane: https://alleanzacontrolapoverta.it/news/la-poverta-non-ha-ferie-una-serie-estiva-a-puntate-per-conoscerla-meglio-primo-focus-anziani/;  Qui la seconda puntata dedicata a disabilità e caregiver: https://alleanzacontrolapoverta.it/news/estate-disabilita-e-caregiver-quasi-3-famiglie-su-10-a-rischio-poverta/.  Giovanni Caprio
September 10, 2026
Pressenza
Lo schifo dell’”Onda di Rabbia” in America Latina
Ad agosto, il miliardario di destra Abelardo de la Espriella ha assunto la presidenza della Colombia, promettendo di portare avanti un programma di estrema destra, nonostante avesse vinto con meno di un punto percentuale sul candidato di sinistra Iván Cepeda. È tipico dell’estrema destra di un tipo particolare assumere qualsiasi […] L'articolo Lo schifo dell’”Onda di Rabbia” in America Latina su Contropiano.
August 20, 2026
Contropiano
Argentina. Milei scatena la repressione, ma la legge sulla proprietà agli stranieri si è fermata
Nonostante le condizioni meteorologiche ostili e l’annuncio del giorno prima che il governo avrebbe rimosso la legge sulla “stranierizzazione della terra” dal suo progetto, una folla di manifestanti ha riempito la Plaza de los Congresos per chiarire che “la patria non è in vendita.” A quel punto il governo di […] L'articolo Argentina. Milei scatena la repressione, ma la legge sulla proprietà agli stranieri si è fermata su Contropiano.
August 8, 2026
Contropiano
L’Italia sta demograficamente in piedi solo grazie all’immigrazione
Dopo i 141mila del 2024, l’anno scorso gli espatri sono diminuiti, attestandosi a 109mila unità (-22,7%), con un saldo migratorio negativo di italiani che da -83mila si riduce a -53mila. E’ l’immigrazione straniera, invece, che nonostante una lieve flessione (383mila; -2,5%) – continua a sostenere il saldo migratorio con l’estero, che passa da +263mila nel 2024 a +296mila nel 2025. Tornano a crescere i trasferimenti di residenza tra Comuni italiani: nel 2025 sono stati un milione 455mila, oltre 70mila in più rispetto al 2024. Intanto, il Mezzogiorno continua a perdere popolazione, prevalentemente giovani: tra il 2019 e il 2025 il Sud ha perso 150mila giovani laureati italiani di 25-34 anni. La perdita deriva soprattutto dai trasferimenti verso il Centro-Nord (-122mila unità) a cui si accompagna un saldo negativo anche con l’estero (-28mila). Sono alcuni dei dati del recente Report dell’ISTAT su “Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente – Anni 2024-2025”. “Il biennio appena trascorso, sottolinea l’ISTAT, è caratterizzato da una ripresa della mobilità interna e da un contenimento delle emigrazioni per l’estero, mentre le immigrazioni dall’estero rimangono sostenute, particolarmente quelle di cittadini stranieri. Il saldo con l’estero resta positivo e si rafforza, ma continua a essere sostenuto quasi esclusivamente dalla componente straniera, mentre per gli italiani permane una perdita netta, seppur ridotta”. Più in dettaglio, nel 2025 i trasferimenti interni tornano a crescere rispetto al 2024, passando da 1 milione 385mila a 1 milione 455mila (dati provvisori): un aumento di oltre 70mila movimenti, pari al +5,1%. La crescita riguarda sia gli italiani (+34mila), sia gli stranieri, (+36mila), ma con un’accelerazione relativa più intensa tra questi ultimi, pari al +14,8% contro il +3,0% degli italiani. Questo fa salire anche il peso degli stranieri sui trasferimenti interni, che passa dal 17,9% del 2024 al 19,5% del 2025. Sul versante delle immigrazioni dall’estero, invece, il 2025 segna una lieve flessione: secondo i dati provvisori, gli ingressi complessivi scendono da 452mila a 440mila unità, con una riduzione di 12mila immigrazioni (-2,6%). Il calo interessa sia gli italiani di rientro (rimpatri), che scendono da 58mila a 56mila (-3,4%), sia gli stranieri, che passano da 393mila a 383mila (-2,5%). La componente straniera rappresenta la quota largamente prevalente delle immigrazioni dall’estero, oltre l’87% del totale. Il cambiamento più marcato riguarda però le emigrazioni verso l’estero. Rispetto al valore molto elevato di 189mila emigrazioni registrate nel 2024, nel 2025 le uscite scendono a 144mila (dati provvisori), con una contrazione di quasi 45mila movimenti (-23,7%). La riduzione interessa gli stranieri (-26,5%), ma è rilevante anche per gli italiani: dopo il picco di 141mila registrato in seguito all’introduzione di norme più stringenti sull’iscrizione all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE), gli espatri si attestano, infatti, a 109mila (-32mila, il 22,7% in meno rispetto all’anno precedente). Di conseguenza, nel 2025 il saldo migratorio con l’estero aumenta a +296mila (dati provvisori), dopo che nel 2024 era risultato pari a +263mila unità. L’incremento è dovuto quasi interamente alla riduzione delle emigrazioni dei cittadini italiani, il cui saldo resta negativo, ma passa da -83mila nel 2024 a -53mila nel 2025. Per gli stranieri, invece, il saldo rimane ampiamente positivo e in lieve crescita, passando da +345mila a +348mila. E’ ancora il Centro-Nord a essere favorito dalla mobilità interna, con il Nord che si conferma l’area del Paese più attrattiva e dinamica rispetto alla mobilità interna, registrando un volume di ingressi dalle altre ripartizioni geografiche superiore a quello delle uscite. Nel 2025, il tasso migratorio interno si attesta a +1,6 per mille residenti nel Nord-est e a +1,3 per mille nel Nord-ovest. Anche il Centro presenta un saldo positivo, pari a +0,5 per mille, ma con una capacità attrattiva più contenuta rispetto alle regioni settentrionali. A livello regionale, il valore più elevato si osserva in Emilia-Romagna (+2,1 per mille), mentre tra le province spicca Pavia, con un tasso pari a +5,3 per mille. All’opposto, il Mezzogiorno continua a mostrare una dinamica migratoria interna sfavorevole: le partenze verso il resto del Paese non sono compensate da un equivalente volume di arrivi. Nel 2025, i tassi migratori interni restano negativi sia nel Sud (-2,6 per mille) sia nelle Isole (-1,8 per mille). Le perdite più accentuate si registrano in Basilicata (-5,5 per mille) e in Calabria (-3,8 per mille); a livello provinciale, il valore più sfavorevole è rilevato a Matera (-6,3 per mille). E anche nel 2025, in continuità con gli anni precedenti, la mobilità interna si concentra prevalentemente su distanze brevi: quasi il 60% dei trasferimenti avviene tra Comuni della stessa provincia, oltre il 16% tra province diverse della stessa regione, mentre circa un quarto dei movimenti riguarda trasferimenti interregionali. All’interno di questi ultimi, rimane stabile il peso dei flussi dal Mezzogiorno verso il Centro-Nord, che rappresentano oltre un terzo dei movimenti interregionali. In particolare, nel 2025 i trasferimenti dal Mezzogiorno al Centro-Nord sono pari a circa 112mila, in lieve diminuzione rispetto all’anno precedente (-1,6%). I movimenti lungo la direttrice opposta, dal Centro-Nord verso il Mezzogiorno, ammontano invece a 67mila (+6,3%). Ne deriva una perdita netta per il Mezzogiorno pari a circa 45mila residenti, a conferma del persistente squilibrio negli scambi migratori interni a favore delle regioni centro-settentrionali. E’ la Lombardia ad attrarre maggiormente: quasi tre su 10 hanno come destinazione questa Regione, che si conferma la principale meta dei flussi provenienti da gran parte delle regioni meridionali. Qui il Report: https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/08/Statistica-report_Migrazioni-interne-e-internazionali-della-popolazione-residente_ANNI-2024-2025.pdf Giovanni Caprio
August 6, 2026
Pressenza
“Sempre più poveri, sempre più a lungo”: i dati del Report 2026 sulla povertà della Caritas
La povertà va assumendo sempre più i contorni di una “strutturale normalità”, radicandosi e diventando una condizione stabile nella vita di molte famiglie. Lo sottolinea il Report statistico nazionale 2026 sulla povertà in Italia di Caritas Italiana, che offre una lettura e un approfondimento sulle fragilità che attraversano il Paese, a partire dai dati raccolti nel 2025 dalla rete dei centri di ascolto, dei servizi e delle opere presenti nei territori, In dieci anni il numero degli over 65 incontrati dalla rete Caritas è cresciuto del 191%, a fronte di una crescita complessiva dell’utenza pari al 48%. È un dato che richiama l’attenzione su un intreccio sempre più stretto tra povertà economica, invecchiamento, fragilità sanitaria, indebolimento delle reti familiari e isolamento sociale. Accanto all’invecchiamento cresce infatti anche la solitudine. Le persone sole sono passate, nello stesso arco temporale, da un’incidenza del 23,8% al 32,9%. Le traiettorie di vita sono spesso attraversate da eventi critici, quali lutti, separazioni o altre forme di rottura biografica, che possono compromettere la disponibilità di risorse economiche, relazionali e sociali. In questa prospettiva, la povertà si mostra sempre di più come progressivo assottigliarsi dei legami, delle relazioni di prossimità e delle possibilità concrete di essere accompagnati nei momenti di maggiore difficoltà. Il Report evidenzia inoltre il rafforzarsi dei bisogni sanitari (+69%), compresi quelli di natura psicologica, e la presenza sempre più rilevante dei lavoratori poveri, condizione che assume particolare rilievo nelle fasce centrali di età, raggiungendo il 31,7% tra i 35-44enni e il 31% tra i 45-54enni. Si tratta di persone che, pur avendo un’occupazione, non riescono a sottrarsi a situazioni di vulnerabilità economica e sociale (nel 2015 questo fenomeno si attestava il 13,3%). Sono le famiglie con figli il nucleo principale della domanda di aiuto: il 52% delle persone seguite convive infatti con figli minori. Resta molto forte anche il tema abitativo, non soltanto nella forma più estrema della mancanza di una dimora (sono state oltre 24mila le persone “senza casa” e “senza tetto” incontrate), ma anche nelle crescenti difficoltà legate alla gestione della casa: affitti, utenze, spese ordinarie, condizioni abitative precarie o inadeguate. L’abitare continua così a rappresentare uno degli snodi più delicati della povertà in Italia, perché incide sulla stabilità delle famiglie, sulla salute, sui percorsi educativi e sulla possibilità stessa di progettare il futuro.  E sono sempre di più le persone di nazionalità straniera a rivolgersi ai servizi della Caritas: delle oltre 282mila persone accompagnate nel corso dell’anno, il 56,7% risulta di nazionalità straniera, il 41,6% di cittadinanza italiana; a loro si aggiunge poi, come di consueto, una piccola percentuale di persone apolidi o con doppia cittadinanza. “La distribuzione territoriale delle presenze, si legge nel Rapporto,  conferma differenze ormai strutturali tra Nord e Sud del Paese, coerenti con i dati Istat sulla popolazione residente. Nelle regioni settentrionali l’incidenza di cittadini stranieri resta più elevata, mentre di contro nel Mezzogiorno la componente italiana risulta quella preponderante (62% nel Sud e 65,4% nelle Isole). Rispetto al passato, tuttavia, proprio in queste aree si registra una crescita significativa della componente straniera: in particolare tra il 2024 e il 2025 sale dal 34,7% al 37% nel Sud e dal 27,7% al 33,5% nelle Isole”. La componente più numerosa è quella africana (47,1%), seguita da quella europea (23,8%), asiatica (14,7%) e americana (14,3%). Rispetto all’anno precedente si registra una crescita significativa dell’incidenza asiatica, che tra il 2024 e il 2025 ha superato, seppur di poco, quella americana. Le prime dieci nazionalità di provenienza degli assistiti sono: Marocco, Perù, Romania, Nigeria, Ucraina, Tunisia, Albania, Senegal, Pakistan ed Egitto. Il quadro risulta sostanzialmente stabile rispetto al 2024 ed è nel complesso coerente con la composizione della popolazione straniera residente in Italia: sei di questi Paesi figurano infatti anche tra le principali collettività straniere presenti sul territorio nazionale. Il Rapporto pone l’accento sul tema della dinamica salariale, che negli ultimi decenni ha rappresentato uno degli elementi di maggiore debolezza del mercato del lavoro italiano. “Secondo i dati OCSE, sottolinea la Caritas, tra il 1991 e il 2023 l’Italia è l’unico tra i principali Paesi europei a registrare una riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni (-3,4%), a fronte di una crescita media del 25% nei Paesi OCSE. Anche nel periodo più recente, segnato dalla forte ripresa dell’inflazione, le retribuzioni reali hanno subito una contrazione dell’8%, mentre in Francia, Germania e Spagna il potere d’acquisto è rimasto sostanzialmente stabile o ha registrato lievi incrementi. Il ritardo nei rinnovi contrattuali, la copertura solo parziale dell’inflazione e alcuni elementi del sistema fiscale e contrattuale hanno contribuito a limitare la capacità di recupero delle retribuzioni. Queste dinamiche aiutano a comprendere perché l’occupazione non rappresenti più automaticamente una protezione dal rischio di povertà. La crescita del lavoro povero costituisce infatti una delle trasformazioni più rilevanti degli ultimi anni: bassi salari, precarietà contrattuale, part-time involontario e discontinuità occupazionale rendono sempre più frequenti situazioni in cui il reddito percepito risulta insufficiente a garantire condizioni di vita adeguate”. Qui il Rapporto 2026 “La Povertà in Italia secondo i dati della Rete Caritas”: https://www.caritas.it/wp-content/uploads/sites/2/2026/06/CI_Report_2026_completo_15Giugno2026.pdf.    Giovanni Caprio
June 17, 2026
Pressenza
Giovedi 29 gennaio giornata di mobilitazione dei lavoratori stranieri in Italia
Il 29 gennaio in più di 10 piazze in Italia i lavoratori stranieri manifesteranno per richiedere il rispetto dei diritti di tutti. Insieme a USB saranno in piazza nelle varie città decine di associazioni, organizzazioni e forze sociali e politiche: presidi sono previsti a Roma, Catania, Acate, Salerno, Foggia, Napoli, […] L'articolo Giovedi 29 gennaio giornata di mobilitazione dei lavoratori stranieri in Italia su Contropiano.
January 28, 2026
Contropiano
Indesiderati e discriminati. I giovani di origine straniera abbandonano l’Italia
Riceviamo e pubblichiamo questo articolo di Luca Di Sciullo, Presidente del Centro Studi e Ricerche Idos C’è un nesso tra il recente fallimento del referendum sulla cittadinanza e il boom di espatri di giovani di origine straniera diventati italiani per acquisizione? Sì, ed è un nesso molto diretto: quello tra la storica assenza di una reale politica di integrazione – ridotta ormai all’occasionale soddisfacimento di bisogni essenziali (lingua, casa salute…) – e la persistente visione della cittadinanza, da parte degli italiani “veri”, come di un premio, un privilegio da concedere a chi si “assimila”: una visione che fa sentire ai nuovi italiani di essere trattati sempre come ospiti indesiderati. E che smaschera tutto l’autolesionismo di una nazione che si permette di espellere un capitale umano preparato e di talento nonostante la sua disastrosa situazione demografica. INDESIDERATI E DISCRIMINATI: PERCHÉ I GIOVANI ITALIANI DI ORIGINE STRANIERA ABBANDONANO L’ITALIA V’è un nesso – e se sì qual è? – tra il fallimento “per diserzione” del referendum di riforma della legge sulla cittadinanza, che ha avuto luogo l’8 e il 9 giugno scorso, e l’informazione, tratta da un recente Report dell’Istat[1], secondo la quale gli espatri degli italiani all’estero hanno raggiunto livelli record (270mila nel biennio 2022-2023: +39,3% rispetto al biennio precedente), coinvolgendo, per ben un terzo del totale (87mila partenze: +53,8% di media rispetto al 2022), giovani di origine straniera diventati italiani per acquisizione? La risposta è affermativa e sta nel disimpegno generalizzato in tema di integrazione, argomento del tutto rimosso dal dibattito pubblico e politico, sul quale non v’è più alcun apprezzabile investimento strategico. Oggi in Italia l’integrazione appare normativamente assente, concettualmente fraintesa e operativamente disattesa. Osserviamo ciascuno di questi tre nodi. L’integrazione rimpicciolita Colpisce che un Paese che vanta una storia dell’immigrazione ultracinquantennale non disponga ancora di una legge quadro nazionale sull’integrazione, che fornisca sia il modello – l’idea-guida – di integrazione che intende perseguire, attraverso corrispondenti politiche nazionali e regionali, sia una cornice di riferimento unitaria per gli interventi e le iniziative di integrazione promossi a livello territoriale, in grado di renderli coerenti tra loro e con il modello adottato, a partire da una base minima comune di servizi, risorse e obiettivi. Ne risulta una mappa “a macchia di leopardo” in cui le Regioni (cui sono demandate le cosiddette “politiche di integrazione”) si muovono in maniera slegata dalle altre, a seconda delle risorse disponibili e degli orientamenti politici nelle Amministrazioni di turno. Lo stesso concetto di “integrazione”, poi, ha subito un rimpicciolimento semantico. Oggi le politiche “di integrazione” sono per lo più declinate su bisogni essenziali (casa, lavoro, istruzione, salute ecc.) o, nel caso dei titolari di protezione, sui corsi di insegnamento della lingua italiana, orientamento civico, formazione, assistenza legale ecc. impartiti nei pochi mesi di permanenza nei centri Sai, per consentire loro, una volta fuoriusciti, di integrarsi “in autonomia”. L’esito fallimentare di questa gestione della “integrazione” è evidente: emarginazione in ghetti e insediamenti informali che reclamano una “terza accoglienza”. “Integrarsi spetta a loro!” Nulla di ciò definisce (e tanto meno assicura) l’integrazione, che piuttosto – secondo la felice formula dell’Unione europea – consiste in un “processo biunivoco che parte dal basso”, ovvero che impegna in una co-responsabilità le componenti della società civile (stranieri e italiani congiuntamente) nelle loro concrete inter-relazioni quotidiane sui territori, conferendo allo Stato un ruolo di garante delle condizioni previe di parità di trattamento e di mutuo riconoscimento, affinché tali processi si avviino, piuttosto che di attore diretto. Da questo fraintendimento concettuale è risultata una de-responsabilizzazione della popolazione autoctona verso l’integrazione, il cui onere è stato tutto scaricato sulle spalle dei soli immigrati (“spetta a loro integrarsi!”), compromettendo così ogni autentica integrazione. La quale conosce infine anche una elusione operativa: la latitanza delle politiche nazionali, infatti, non solo ha delegato alla fantasia e alla buona volontà del Terzo settore l’implementazione di attività di integrazione, mediante progetti finanziati ad hoc (Fami, ecc.), i quali però, essendo temporanei per natura – ed essendo bloccato il passaggio dalle buone prassi, sperimentate nei progetti stessi, alle policy – non incidono strutturalmente; ma, in tal modo, ha favorito l’affermazione di modelli di inserimento che contraddicono la suddetta funzione di garanzia dei processi di integrazione, impedendoli in partenza. Lungi infatti dal riconoscere pari diritti e dignità alle persone di origine immigrata, assicurando loro un paritario accesso al welfare e al lavoro, si sono sempre più consolidati modelli di subalternità sociale e segregazione occupazionale dei migranti, che li vede strutturalmente subordinati alla popolazione nativa nel riconoscimento dei diritti e nella fruizione effettiva di servizi, beni e opportunità professionali. L’autolesionismo di una nazione Ora, svuotata di una effettiva integrazione, la stessa cittadinanza si riduce a un conferimento puramente formale, insufficiente di per sé a soddisfare le esigenze di effettivo riconoscimento che i giovani immigrati (o figli di immigrati) avvertono con particolare urgenza, soprattutto se dotati di titoli di alta formazione. Titoli che nella vita reale non vengono apprezzati, neppure dopo che essi siano divenuti italiani, visto che nel resto della società “civile” questi giovani continuano a venire discriminati come una sorta di detentori abusivi della cittadinanza, cittadini “di serie B” rispetto ai “veri” italiani “di ceppo”. Così mentre questi ultimi, affossando l’ultimo referendum di riforma della cittadinanza, si sono arroccati su una visione ideologica che, sacralizzandola, la considera come un privilegio da difendere da contaminazioni culturali e da “concedere” soltanto come premio per chi dimostri di essersi integrato (assimilato) con le sole proprie forze, i giovani italiani di origine straniera, a fronte di un così gretto e involuto disimpegno nella partita dell’integrazione, lasciano un Paese che non cessa di trattarli come ospiti indesiderati (tra il 2019 e il 2023 sono espatriati ben 192mila italiani 25-34enni, di cui 58mila con un titolo universitario o equivalente). Smascherando tutto l’autolesionismo di una “nazione” che si permette di espellere un capitale umano preparato e di talento nonostante abbia inanellato 5 consecutivi record negativi annui di nascite tra il 2020 e il 2024 e che, invecchiando cronicamente e perdendo ogni anno popolazione, è sempre meno produttivo, innovativo e competitivo. [1] Istat, Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente. Anni 2023-2024, Report, 20 giugno 2025 Redazione Italia
July 21, 2025
Pressenza