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In Italia 1 neoassunto su 4 è straniero
 “Gli immigrati rubano il lavoro agli italiani e per questo motivo è necessario impedire o comunque limitare il loro arrivo”. È questo uno dei tanti luoghi comuni che accompagna l’epocale fenomeno migratorio al quale stiamo assistendo ormai da alcuni anni, alimentando paure, rancori e sentimenti avversi. Già oltre dieci anni fa la Fondazione Migrantes metteva in guardia da alcuni stereotipi e – a proposito di quello del lavoro – scriveva: “Una convinzione totalmente contraddetta dalle analisi statistiche, che al contrario mostrano come la disoccupazione e l’immigrazione vadano più spesso in direzioni opposte piuttosto che in parallelo. Da un lato perché gli immigrati tendono a scegliere zone che possano garantirgli un posto di lavoro, e dall’altro perché nei luoghi ad alta occupazione il mercato offre possibilità di impiego sia agli immigrati che ai nativi, senza bisogno di farsi concorrenza a vicenda” (https://www.migrantes.it/gli-otto-luoghi-comuni-sullimmigrazione-che-fanno-male-alleuropa/). Anche le analisi del Centro Studi e Ricerche IDOS da tempo hanno evidenziato che nel mondo del lavoro gli immigrati si sono sostanzialmente inseriti negli spazi lasciati liberi dagli italiani: manovalanza, facchinaggio, bassi servizi nella ristorazione e negli alberghi, collaborazione domestica e familiare, sottolineando che “per il 34% degli immigrati occupati le mansioni svolte sono inferiori alla preparazione ricevuta e in media la loro retribuzione è del 27% inferiore a quella degli italiani. A livello imprenditoriale le 588 mila imprese gestite da nati all’estero assicurano posti di lavoro, anche a italiani, e sono aumentate anche negli anni della crisi, attestando il dinamismo occupazionale della forza lavoro di origine straniera”. E proprio in questi giorni IDOS ha evidenziato come in meno di 15 anni le imprese di donne immigrate sono aumentate di oltre il 56%: un dato ben superiore a quello complessivo dell’imprenditorialità di origine straniera in Italia, che è oggi al femminile in un caso su quattro e dimostra un’attitudine sempre più marcata a sperimentare aree “merceologiche” inattese  (Rapporto Immigrazione e Imprenditoria 2025, realizzato dal Centro studi e ricerche Idos e dalla Cna: https://www.dossierimmigrazione.it/le-donne-protagoniste-inattese/).  A smontare il luogo comune che “gli immigrati rubano il lavoro agli italiani” ci pensano ora anche i dati della CGIA di Mestre. Rispetto al 2017, secondo un recente report elaborato dall’Ufficio studi della CGIA, gli ingressi nel mercato del lavoro degli immigrati come dipendenti sono aumentati del 139%. Si tratta di una crescita a ritmo sostenuto che nel 2025 ha portato le assunzioni di immigrati a sfiorare quota 1 milione e 360mila, pari al 23% del totale: in pratica, un nuovo assunto su quattro non è italiano. Il balzo rispetto al periodo pre-Covid è netto. Confrontando i dati con il 2019, il numero assoluto di ingressi è più che raddoppiato. L’incidenza varia molto a seconda dei settori. In agricoltura quasi la metà delle nuove assunzioni riguarda stranieri (42,9%). Quote elevate anche nel tessile-abbigliamento-calzature (41,8%) e nelle costruzioni (33,6%), mentre pulizie e trasporti si attestano al 26,7%. Guardando ai numeri assoluti, la ristorazione guida la classifica con 231.380 ingressi tra cuochi, aiuto cuochi, lavapiatti, addetti alle pulizie e camerieri. Seguono i servizi di pulizia con 137.330 lavoratori e l’agricoltura con 105.540. I lavoratori stranieri non sono più una presenza marginale o temporanea: oggi sono una parte stabile e indispensabile del nostro mercato del lavoro. Secondo una elaborazione effettuata dalla Fondazione Leone Moressa, i lavoratori dipendenti extracomunitari presenti in Italia sono poco meno di 2,2 milioni e le regioni dove l’incidenza percentuale sul totale lavoratori dipendenti è più elevata sono l’Emilia Romagna (17,4%), la Toscana e la Lombardia (entrambe con il 16,6%). “I dati mostrano chiaramente, sottolinea la CGIA, che il contributo degli stranieri è fondamentale per l’equilibrio demografico, produttivo e previdenziale del Paese. Il primo nodo è demografico. L’Italia sta invecchiando rapidamente e nascono sempre meno bambini. Questo significa meno persone in età da lavoro e più pensionati da sostenere. I lavoratori stranieri aiutano a colmare questo vuoto, ampliando la forza lavoro e rendendo più sostenibile il sistema economico e il welfare. Senza il loro apporto, il peso sulle generazioni attive sarebbe ancora maggiore”. Molti stranieri lavorano in ambiti dove scarseggia la manodopera italiana: agricoltura, edilizia, logistica, assistenza domestica e cura degli anziani. In molte zone del Paese, queste attività andrebbero in difficoltà senza di loro. Non si tratta quindi di una sostituzione dei lavoratori italiani, ma di una presenza che copre posti che spesso resterebbero scoperti. Un altro aspetto poco discusso riguarda i conti pubblici. I lavoratori stranieri pagano tasse e contributi come tutti, ma essendo mediamente più giovani usufruiscono meno di pensioni e prestazioni. Il risultato è un saldo positivo: versano più di quanto ricevono, contribuendo a sostenere il sistema previdenziale, in termini di liquidità disponibile. Infine, c’è il tema dell’iniziativa economica. Crescono le imprese avviate da cittadini immigrati, che creano occupazione e, molto spesso, aiutano a rivitalizzare quartieri e territori in difficoltà. Nel complesso, i lavoratori stranieri non sono un’aggiunta accessoria, ma una componente essenziale dell’economia italiana. Investire in integrazione, regolarizzazione e formazione non è solo una scelta sociale: è una necessità economica per il futuro del Paese. Qui i dati della CGIA: https://www.cgiamestre.com/wp-content/uploads/2026/02/Stranieri-22.02.2026.pdf.   Giovanni Caprio
February 26, 2026
Pressenza
Indesiderati e discriminati. I giovani di origine straniera abbandonano l’Italia
Riceviamo e pubblichiamo questo articolo di Luca Di Sciullo, Presidente del Centro Studi e Ricerche Idos C’è un nesso tra il recente fallimento del referendum sulla cittadinanza e il boom di espatri di giovani di origine straniera diventati italiani per acquisizione? Sì, ed è un nesso molto diretto: quello tra la storica assenza di una reale politica di integrazione – ridotta ormai all’occasionale soddisfacimento di bisogni essenziali (lingua, casa salute…) – e la persistente visione della cittadinanza, da parte degli italiani “veri”, come di un premio, un privilegio da concedere a chi si “assimila”: una visione che fa sentire ai nuovi italiani di essere trattati sempre come ospiti indesiderati. E che smaschera tutto l’autolesionismo di una nazione che si permette di espellere un capitale umano preparato e di talento nonostante la sua disastrosa situazione demografica. INDESIDERATI E DISCRIMINATI: PERCHÉ I GIOVANI ITALIANI DI ORIGINE STRANIERA ABBANDONANO L’ITALIA V’è un nesso – e se sì qual è? – tra il fallimento “per diserzione” del referendum di riforma della legge sulla cittadinanza, che ha avuto luogo l’8 e il 9 giugno scorso, e l’informazione, tratta da un recente Report dell’Istat[1], secondo la quale gli espatri degli italiani all’estero hanno raggiunto livelli record (270mila nel biennio 2022-2023: +39,3% rispetto al biennio precedente), coinvolgendo, per ben un terzo del totale (87mila partenze: +53,8% di media rispetto al 2022), giovani di origine straniera diventati italiani per acquisizione? La risposta è affermativa e sta nel disimpegno generalizzato in tema di integrazione, argomento del tutto rimosso dal dibattito pubblico e politico, sul quale non v’è più alcun apprezzabile investimento strategico. Oggi in Italia l’integrazione appare normativamente assente, concettualmente fraintesa e operativamente disattesa. Osserviamo ciascuno di questi tre nodi. L’integrazione rimpicciolita Colpisce che un Paese che vanta una storia dell’immigrazione ultracinquantennale non disponga ancora di una legge quadro nazionale sull’integrazione, che fornisca sia il modello – l’idea-guida – di integrazione che intende perseguire, attraverso corrispondenti politiche nazionali e regionali, sia una cornice di riferimento unitaria per gli interventi e le iniziative di integrazione promossi a livello territoriale, in grado di renderli coerenti tra loro e con il modello adottato, a partire da una base minima comune di servizi, risorse e obiettivi. Ne risulta una mappa “a macchia di leopardo” in cui le Regioni (cui sono demandate le cosiddette “politiche di integrazione”) si muovono in maniera slegata dalle altre, a seconda delle risorse disponibili e degli orientamenti politici nelle Amministrazioni di turno. Lo stesso concetto di “integrazione”, poi, ha subito un rimpicciolimento semantico. Oggi le politiche “di integrazione” sono per lo più declinate su bisogni essenziali (casa, lavoro, istruzione, salute ecc.) o, nel caso dei titolari di protezione, sui corsi di insegnamento della lingua italiana, orientamento civico, formazione, assistenza legale ecc. impartiti nei pochi mesi di permanenza nei centri Sai, per consentire loro, una volta fuoriusciti, di integrarsi “in autonomia”. L’esito fallimentare di questa gestione della “integrazione” è evidente: emarginazione in ghetti e insediamenti informali che reclamano una “terza accoglienza”. “Integrarsi spetta a loro!” Nulla di ciò definisce (e tanto meno assicura) l’integrazione, che piuttosto – secondo la felice formula dell’Unione europea – consiste in un “processo biunivoco che parte dal basso”, ovvero che impegna in una co-responsabilità le componenti della società civile (stranieri e italiani congiuntamente) nelle loro concrete inter-relazioni quotidiane sui territori, conferendo allo Stato un ruolo di garante delle condizioni previe di parità di trattamento e di mutuo riconoscimento, affinché tali processi si avviino, piuttosto che di attore diretto. Da questo fraintendimento concettuale è risultata una de-responsabilizzazione della popolazione autoctona verso l’integrazione, il cui onere è stato tutto scaricato sulle spalle dei soli immigrati (“spetta a loro integrarsi!”), compromettendo così ogni autentica integrazione. La quale conosce infine anche una elusione operativa: la latitanza delle politiche nazionali, infatti, non solo ha delegato alla fantasia e alla buona volontà del Terzo settore l’implementazione di attività di integrazione, mediante progetti finanziati ad hoc (Fami, ecc.), i quali però, essendo temporanei per natura – ed essendo bloccato il passaggio dalle buone prassi, sperimentate nei progetti stessi, alle policy – non incidono strutturalmente; ma, in tal modo, ha favorito l’affermazione di modelli di inserimento che contraddicono la suddetta funzione di garanzia dei processi di integrazione, impedendoli in partenza. Lungi infatti dal riconoscere pari diritti e dignità alle persone di origine immigrata, assicurando loro un paritario accesso al welfare e al lavoro, si sono sempre più consolidati modelli di subalternità sociale e segregazione occupazionale dei migranti, che li vede strutturalmente subordinati alla popolazione nativa nel riconoscimento dei diritti e nella fruizione effettiva di servizi, beni e opportunità professionali. L’autolesionismo di una nazione Ora, svuotata di una effettiva integrazione, la stessa cittadinanza si riduce a un conferimento puramente formale, insufficiente di per sé a soddisfare le esigenze di effettivo riconoscimento che i giovani immigrati (o figli di immigrati) avvertono con particolare urgenza, soprattutto se dotati di titoli di alta formazione. Titoli che nella vita reale non vengono apprezzati, neppure dopo che essi siano divenuti italiani, visto che nel resto della società “civile” questi giovani continuano a venire discriminati come una sorta di detentori abusivi della cittadinanza, cittadini “di serie B” rispetto ai “veri” italiani “di ceppo”. Così mentre questi ultimi, affossando l’ultimo referendum di riforma della cittadinanza, si sono arroccati su una visione ideologica che, sacralizzandola, la considera come un privilegio da difendere da contaminazioni culturali e da “concedere” soltanto come premio per chi dimostri di essersi integrato (assimilato) con le sole proprie forze, i giovani italiani di origine straniera, a fronte di un così gretto e involuto disimpegno nella partita dell’integrazione, lasciano un Paese che non cessa di trattarli come ospiti indesiderati (tra il 2019 e il 2023 sono espatriati ben 192mila italiani 25-34enni, di cui 58mila con un titolo universitario o equivalente). Smascherando tutto l’autolesionismo di una “nazione” che si permette di espellere un capitale umano preparato e di talento nonostante abbia inanellato 5 consecutivi record negativi annui di nascite tra il 2020 e il 2024 e che, invecchiando cronicamente e perdendo ogni anno popolazione, è sempre meno produttivo, innovativo e competitivo. [1] Istat, Migrazioni interne e internazionali della popolazione residente. Anni 2023-2024, Report, 20 giugno 2025 Redazione Italia
July 21, 2025
Pressenza