In Italia il business della sanità privata ha raggiunto i 13,4 miliardi l’anno
La sanità privata italiana continua a rafforzare il proprio ruolo all’interno
del sistema delle cure, spinta dall’invecchiamento della popolazione, dalla
crescente domanda di assistenza e dal costante arretramento del servizio
sanitario nazionale. Lo ha dimostrato plasticamente l’ultimo report condotto da
Area Studi Mediobanca, in cui si evidenzia come i 38 principali gruppi con giro
d’affari superiore ai 100 milioni abbiano registrato nel solo 2024 ricavi
aggregati per 13,4 miliardi di euro. La crescita è del 5,5% rispetto al 2023 e
del 22% rispetto al 2019, anno precedente all’inizio della pandemia. Nel 2024,
inoltre, il comparto ha superato la quota dei 102 mila addetti, con una crescita
del 17,5% rispetto al 2019, Nel 2024, inoltre, il comparto ha superato la quota
dei 102 mila addetti, con una crescita del 17,5% rispetto al 2019, in un
contesto in cui aumenta anche la spesa sanitaria sostenuta direttamente dalle
famiglie.
L’analisi dei bilanci dei principali operatori privati evidenzia come la spinta
maggiore sia fornita dalle strutture per anziani, per le quali si prevede nel
2025 una crescita del fatturato del 7,9%, il dato più elevato tra tutti i
segmenti monitorati. Seguono l’assistenza ospedaliera (+3,9%), la diagnostica
(+2,8%) e la riabilitazione (+2,6%). Nel confronto con il 2019, le RSA
registrano un balzo del 25,9%, favorite dall’aumento del tasso di occupazione
dei posti letto e dalla continua apertura di nuove strutture. La diagnostica
cresce del 22,9% nonostante le contrazioni del biennio 2022-2023 legate al calo
di tamponi e test sierologici, mentre l’area ospedaliera si attesta a +22,8% e
la riabilitazione ferma al +10,1%. Tra i maggiori gruppi per fatturato spiccano
Papiniano (holding del Gruppo San Donato e Ospedale San Raffaele) con 2,16
miliardi, Humanitas (1,26 miliardi), GVM-Gruppo Villa Maria (968 milioni),
Policlinico Universitario A. Gemelli (946 milioni) e KOS (799 milioni).
A fare da sfondo a questa espansione è il progressivo invecchiamento della
popolazione, che alimenta costantemente la domanda di servizi sanitari. Gli
ultrasessantacinquenni rappresentano già il 24,5% della popolazione residente,
quota destinata a salire al 34,1% entro il 2062. Le stime per il periodo
2026-2029 indicano una stabilizzazione della spesa sanitaria pubblica intorno al
6,4% del Pil, mentre l’Italia continua a destinare alla sanità pubblica una
quota del Pil inferiore rispetto a Francia, Germania, Regno Unito e Spagna. A
incidere sulla crescita del privato contribuiscono anche le difficoltà di
accesso alle cure pubbliche: nel 2024 quasi una persona su dieci ha rinunciato a
prestazioni sanitarie per le liste d’attesa o per motivi economici. Secondo il
monitoraggio Agenas, nel primo semestre del 2026 si registrano i primi segnali
di miglioramento, con oltre 1,6 milioni di visite specialistiche ed esami
diagnostici effettuati entro i tempi previsti in più rispetto allo stesso
periodo del 2025, pur con forti differenze territoriali.
La crescita del comparto privato si inserisce in un quadro più ampio di
progressivo aumento della spesa sanitaria a carico dei nuclei familiari. Lo
scorso gennaio, un report del Centro per la Ricerca Economica Applicata in
Sanità (CREA) ha evidenziato come, nell’arco di quarant’anni, la spesa sanitaria
privata delle famiglie italiane sia più che raddoppiata, attestandosi a una
cifra pari a 43 miliardi di euro. Nel rapporto si evidenzia che oltre il 70% dei
nuclei familiari sostiene oggi costi di tasca propria, una quota cresciuta di 19
punti percentuali dagli anni Ottanta. Le conseguenze di questa deriva sono
pesantissime in termini di equità. L’incidenza della spesa sanitaria sui consumi
familiari ha raggiunto in media il 4.3% del reddito, toccando però il 6.8% tra i
nuclei con bassa istruzione.
Le disparità sono anche geografiche: al Centro e nel Mezzogiorno la spesa
privata è cresciuta molto più del reddito disponibile, indicando che il ricorso
al privato è una risposta forzata alle carenze del servizio pubblico, non una
scelta dettata da maggiore benessere. Un segnale chiaro è che le famiglie
residenti nel Mezzogiorno acquistano più frequentemente farmaci (81,0% delle
famiglie) e visite specialistiche con finalità preventiva (24,2%),
presumibilmente per aggirare barriere di accesso al pubblico. A rendere ancor
più critica la situazione è l’aumento delle spese “catastrofiche”, quelle che
assorbono oltre il 40% della capacità di spesa mensile di un nucleo. Oggi
riguardano 2,3 milioni di famiglie, con un incremento del 2,1% nell’ultimo
decennio.
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