No, non va affatto tutto bene. E a dircelo è anche l’INPS
L’Italia che esce dal XXIV Rapporto Annuale dell’INPS non sta messa tanto bene:
le retribuzioni continuano a perdere potere d’acquisto, ci sono più lavoratori,
ma solo il 45 per cento di essi ha un impiego full time per tutto l’anno,
aumentano i pensionati lavoratori, i giovani vanno via dall’Italia e le donne
continuano ad avere meno occasioni di lavoro e comunque stipendi e pensioni
molto più bassi degli uomini. Intanto, i lavoratori (assicurati INPS)
provenienti da Paesi non comunitari sono aumentati (10,2% nel 2019 e 12,4% nel
2024), mentre l’incidenza dei lavoratori provenienti dai Paesi dell’allargamento
dell’Unione europea è diminuita negli anni (rappresentavano il 3,3% nel 2019 e
sono il 2,9% nel 2024).
I 20,8 milioni di dipendenti del 2024 che certifica l’INPS possono essere
scomposti come segue: 9,26 milioni hanno lavorato per tutto l’anno e a tempo
pieno (full year full time, FYFT) mentre, all’opposto, 3,65 milioni hanno
lavorato solo per una frazione di anno e a tempo parziale (part year part time,
PYPT); infine, 2,38 milioni sono stati FYPT e 5,48 milioni PYFT. La
classificazione è necessaria e utile in quanto le diverse intensità e continuità
di lavoro influiscono significativamente sulle retribuzioni annuali effettive.
Quest’ultime, poi, per essere correttamente valutate, devono essere poste in
relazione con la dinamica dell’inflazione, superiore al 17% tra il 2019 e il
2024, secondo i dati medi annui dell’indice Nazionale dei prezzi al Consumo
(NIC).
Nel 2024 restano, inoltre, molto elevati i differenziali tra i tassi di
occupazione per genere (il tasso di occupazione maschile è di 17-18 punti
superiore a quello femminile) e per regione (per es. in Lombardia il tasso è di
circa 25 punti superiore alla Sicilia), così come nel confronto con i principali
partner europei (in Germania il tasso di occupazione è circa 15 punti più alto,
in Francia circa 7, in Spagna circa 4; in media il tasso di occupazione della UE
è 8 punti sopra quello italiano).
Anche da pensionati si continua a lavorare: un anno dopo il pensionamento l’8,5%
dei pensionati è attivo nel mercato del lavoro. La quota di pensionati ancora
attivi raggiunge così il 21,6% tra i pensionati del settore agricolo, il 19,2%
tra gli ex artigiani e commercianti e il 27,4% tra i pensionati di altri enti e
gestioni previdenziali. La prosecuzione dell’attività lavorativa dopo il
pensionamento è meno frequente tra i pensionati del settore pubblico (0,9%) e
tra i lavoratori dipendenti del settore privato (5,5%).
Le attività svolte successivamente al pensionamento si caratterizzano per una
discreta continuità con le professioni precedentemente esercitate, con una
sostanziale coerenza tra l’occupazione pre e post pensionamento. Ad esempio, il
79% degli ex artigiani e commercianti che proseguono l’attività lavorativa
continua a operare nello stesso ambito, mentre tra gli ex lavoratori agricoli,
l’85% degli attivi rimane in settori riconducibili al lavoro autonomo.
Per quanto riguarda i liberi professionisti, le due principali destinazioni
occupazionali dopo il pensionamento risultano essere il lavoro dipendente,
verosimilmente di natura consulenziale (66%), e l’area artigiano-commerciale
(28%).
Infine, i pensionati con precedenti rapporti di tipo parasubordinato mostrano
una marcata propensione a rientrare nel comparto del lavoro autonomo: il 49% di
quanti restano attivi prosegue come lavoratore parasubordinato, mentre il 27% si
colloca nell’ambito artigiano-commerciale. Tra i pensionati che continuano a
lavorare, gli uomini rappresentano il 72% del totale, il 68% percepisce un
trattamento anticipato e l’età media al pensionamento è di 62,9 anni,
leggermente inferiore all’età media di coloro che non proseguono l’attività
lavorativa (63,9 anni).
“L’analisi evidenzia, si legge nel Rapporto, come età e importo pensionistico si
combinino in modo significativo nell’influenzare la probabilità di lavorare dopo
il pensionamento. L’importo della pensione esercita un effetto generalmente
positivo sulla propensione a restare attivi che si intensifica con l’avanzare
dell’età al momento del ritiro. Al contrario, quando il pensionamento avviene in
età più basse, il livello della pensione è debolmente associato a una minore
probabilità di prosecuzione. Questo suggerisce che, tra i pensionati più
giovani, la scelta di continuare a lavorare è spesso legata a esigenze
economiche più che a una volontà di proseguire il proprio percorso
professionale”.
C’è poi il fenomeno dell’espatrio: nel 2024 oltre 156 mila italiani si sono
trasferiti all’estero, di cui 113 mila under 40. “Una perdita di capitale umano,
ha sottolineato il presidente dell’INPS nella sua relazione di presentazione del
Rapporto, che richiede risposte strutturali, dalla valorizzazione dei rientri
tramite incentivi fiscali alla promozione di una strategia nazionale di
reshoring, capace di attrarre anche competenze intermedie. I regimi di rientro
introdotti nel 2015 e nel 2019 hanno coinvolto oltre 40 mila beneficiari nel
2023, di cui il 64% under 40, generando effetti contributivi positivi per quasi
un miliardo di euro”.
Qui per approfondire e scaricare il Rapporto:
inps-comunica/.presentato-il-xxiv-rapporto-annuale-inps.
Giovanni Caprio