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All’IIS “Antonio Bello” di Molfetta il progetto “Valori in divisa”: cosa ne avrebbe pensato il vescovo pacifista?
Chissà cosa avrebbe pensato mons. Antonio Bello, protagonista indiscusso e purtroppo dimenticato del pacifismo pugliese, fondatore della Rivista Mosaico di Pace, davanti alla notizia che nella scuola a lui dedicata, l’IIS “Mons. Bello”, proprio a Molfetta (BA), città nella quale don Tonino aveva svolto il suo vescovato, si è svolta ieri, giovedì 26 febbraio 2026, l’iniziativa “Valori in divisa” con l’Esercito italiano e l’Associazione Eredi della Storia benemerita, che si scapicolla per portare nelle scuole vicende di combattenti e decorati al valor militare di Molfetta. E così, dopo la vicenda del Liceo “Scacchi” di Bari con le scolaresche portate nella caserma dell’Esercito a farsi raccontare la vicenda delle foibe e la Marina Militare in scena ad Altamura, a Taranto e a Lecce, la Puglia si conferma la regione privilegiata per l’operazione di reclutamento per le future generazioni da mandare a fare la guerra. Non ci stupiamo del fatto che a Molfetta, presso l’IIS “Mons. Bello” sia stato il Rotary a sostenere l’iniziativa, che ha poi postato le foto con la Dirigente (clicca qui), e nemmeno che a sponsorizzare l’evento nell’istituto ci fosse l’Associazione Eredi della Storia benemerita, già protagonista di un Protocollo d’intesa siglato tra diverse scuole e la Caserma “Domenico Picca” di Bari, giacché l’Associazione si prefigge lo scopo di ricordare eventi bellici ed “EROI MOLFETTESI” con un memoriale di cimeli delle diverse «guerre 15-18, 40-45 e di quelle meno note (Guerra italo-turca, Guerra d’Africa)», come si legge dalla loro pagina Facebook (clicca qui). Ciò che, invece, ci stupisce è che la comunità scolastica dell’IIS “Bello”, con tutti i suoi docenti e le sue docenti, rimanga impassibile davanti a chiare operazioni di reclutamento, infatti non a caso l’iniziativa è stata svolta con il Tenente Colonnello La Mura, Capo Ufficio Reclutamento del CME Puglia, circostanza che da anni denunciamo in questo sito. Non solo, come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, ci chiediamo quali possano essere gli orizzonti educativi e pedagogici che spingono i docenti e le docenti dell’IIS Bello a svolgere iniziative con l’Esercito per «condividere riflessioni profonde sul valore del servizio, della legalità e della fedeltà alle istituzioni». Siamo sicuri che, dal punto di vista pedagogico, le scuole e gli eserciti abbiano gli stessi obiettivi e i medesimi orizzonti semantici in relazione al “valore del servizio” e alle “fedeltà alle istituzioni” da trasmettere ai ragazzi e alle ragazze? Non è il caso di scomodare don Lorenzo Milani sul significato del servizio, della fedeltà e dell‘obbedienza, che, evidentemente, non possono essere delle virtù, se esse vengono veicolate dagli eserciti, che hanno come scopo principale quello di fare la guerra, oggi sempre più vicina, considerato anche il ritorno della leva obbligatoria prevista per marzo per i nostri ragazzi e le nostre ragazze. E non è il caso di scomodare don Milani, perché a Molfetta, all’IIS “Bello in particolare, dovrebbe essere abbastanza chiaro il ricordo del pensiero, ma soprattutto l’impegno attivo e nonviolento di don Tonino Bello nella smilitarizzazione nella nostra Puglia, invasa da basi militari e poligoni di tiro, e il suo sogno di convertire le spade in vomeri. Dovrebbe essere meno sbiadito alla comunità molfettese il rifiuto della guerra di don Tonino, definita come una “follia” e un atto ingiusto, così come la condanna della corsa al riarmo con la produzione e la vendita di armi, interpretata come un’offesa a Dio e all’umanità. Quello di don Tonino non era, semplicemente, un pacifismo passivo, che magari si esauriva ieri come oggi con la mera esposizione di uno stendardo o di un semplice discorso, ma un impegno antimilitarista attivo e personale contro la logica del tornaconto e della violenza che la guerra porta con sé e per la promozione del disarmo culturale ed economico (qui il suo ricordo tracciato su il Manifesto). Vorremmo, allora, rinfrescare la memoria alla comunità educante molfettese con un episodio nel quale don Tonino mostrò ancora una volta il suo piglio provocatorio e dissidente davanti alla retorica militaresca, sperando che sia da esempio per il futuro: “Qualche mese fa, ero appena tornato dall’ospedale, mi invitano a celebrare per l’inaugurazione di una nuova nave militare… Io ascolto l’ufficiale che legge tutti i compiti a cui è chiamata questa nave: soccorrere i dispersi in mare, portare aiuti, ecc.. Allora io dico nella preghiera: ‘Fa, o Signore, che se questa nave manterrà fedelmente questi impegni, la sua bandiera sventoli sul pennone come tovaglia di altare; ma se non manterrà questi impegni la sua bandiera cada a terra come uno strofinaccio da cucina’. Sentivo i commenti di qualcuno ‘…e dire che sta male, è molto malato ed è appena tornato dall’ospedale, guai se stesse bene! ’. Poi al termine della messa, mentre mi tolgo i paramenti, mi si avvicina un alto ufficiale, fa il saluto militare e aggiunge ‘Eccellenza, le devo dire che questa sera andrò di nuovo a un’altra messa’; bene, sono contento, gli dico io. Sì, conclude l’ufficiale, perché la sua messa mi ha disgustato” (da Mosaico di Pace). Proprio per questo, dunque, per mostrare l’impegno concreto e individuale che ciascuno di noi, da educatori/trici e cittadine/i, dovrebbe opporre alla guerra e alle logiche belliciste che, mascherate da spirito di servizio e di fedeltà alle istituzioni, invadono retoricamente le nostre scuole, si è deciso di firmare personalmente questa denuncia, dichiarando la propria disponibilità a mostrare il progetto che da qualche anno prevede la militarizzazione delle scuole (clicca qui per i dettagli del Corso di Formazione presso il Liceo “Cartesio” di Triggiano). Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Molfetta -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Come si può parlare di guerra e pace nelle scuole? Cominciamo da una Semantica di Pace
PUBBLICATO SULLA RIVISTA LA LANTERNA IL 15 LUGLIO 2025 PUBBLICATO SU WWW.AGORASOFIA.COM IL 16 LUGLIO 2025 Affermare al giorno d’oggi che non ci sia abbastanza clamore intorno ai temi della guerra e della pace potrebbe risultare completamente fuori contesto, dal momento che quasi quotidianamente si viene letteralmente bombardati, sia attraverso i maggiori media mainstream sia attraverso i canali social, da immagini e notizie relative a conflitti armati in corso e a proteste che cercano, in nome di un qualche richiamo al pacifismo, di contestare quella barbarie. Una simile sovraesposizione alla guerra e alla pace, tuttavia, necessita di uno sfondo di comprensione, di un contesto significativo in cui inserire i fatti, di una ermeneutica scevra da condizionamenti e prese di posizione preventive. Quel contesto storicamente imparziale e logicamente argomentato non può che essere costruito nelle scuole, cioè nei luoghi deputati all’insegnamento di orizzonti simbolici caratterizzati dalla solidarietà, dalla cooperazione, dall’accoglienza e non dal mero apprendimento di procedure, competenze tecniche e posture flessibili in linea con il mercato del lavoro. Ma, se così stanno le cose, se nelle scuole ancora insegnano docenti in carne e ossa che progettano la didattica, che adottano una sorta di immaginazione utopistica per prevedere delle finalità per il loro insegnamento, allora la loro responsabilità è totale in riferimento al bagaglio di valori che si viene a determinare nella realtà a partire dai contesti educativi. Ora, prendendo come riferimento l’universo simbolico che è scaturito dalle parole degli studenti e delle studentesse che sono intervenuti/e nelle varie occasioni in cui abbiamo portato in pubblico o nelle scuole le questioni denunciate dall’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, possiamo affermare con qualche grado di certezza che essi/esse già mostrano in maniera altamente preoccupante una sorta di normalizzazione della guerra e una preoccupante rassegnazione davanti al fatto che si tratterebbe di un fenomeno necessario nello sviluppo storico. La sovraesposizione mediatica a immagini di guerra e il coinvolgimento politico del nostro Paese in vari scenari bellici con annessa legittimazione mediatica ha generato, in sostanza, un’idea della guerra come tratto ineluttabile, connaturato all’umanità e alla quale non serve opporsi. Dai loro discorsi sembra quasi che sia stata riesumata una sorta di impostazione ideologica riconducibile al filosofo tedesco Hegel, il quale tendeva a rimarcare verso i primi dell’Ottocento, nell’apoteosi della boria della cultura tedesca, l’idea che la guerra fosse lo strumento naturale per l’evoluzione degli Stati. Davanti a questa condizione piuttosto diffusa, a questo mondo dato per scontato da parte dei/delle più giovani, forse sarebbe il caso di mettere da parte, per il momento, la critica del reale, l’analisi delle circostanze per cui ci sono le guerre attuali, in Palestina come in Ucraina e negli altri cinquantasei scenari mondiali. Se non altro, forse emerge la necessità, quantomeno, di affiancare a quelle analisi geopolitiche un lavoro più profondo di tipo antropologico, o addirittura ontologico, sulla guerra come destino dell’umanità e portare nelle scuole una concreta proposta didattica di pace, che ragioni storicamente e logicamente sulla necessità di ricorrere in maniera obbligata al conflitto armato per la risoluzione delle controversie nazionali o internazionali.   E tutto ciò, ovviamente, sempre con il dubbio che parlare di guerra, come di violenza e di male assoluto, nelle scuole possa essere, paradossalmente, un modo per portare all’attenzione degli studenti e delle studentesse un tema che, invece di rimanere fuori dalla storia, riesca ancora inspiegabilmente, in un clima di irrazionalismo diffuso, ad affascinare le giovani generazioni in cerca, forse, di affermazione, di riscatto, di macabra attrazione nei confronti del deprecabile pur di salire alla ribalta e ottenere notorietà. Davanti ad un simile scenario assiologico riteniamo che studiare la Pace come tema e, di conseguenza, insegnare la pace come argomento specifico sia necessario. Si tratta di un assunto che deriva da un inconfutabile dato storico, giacché dopo ogni guerra inizia il periodo di ricostruzione e di pacificazione, che spesso è anche più lungo della occorrenza della guerra, ma evidentemente il nostro gusto per l’orrido, per il torbido, sopravanza quello per la bellezza, che senza alcun dubbio viene distrutta durante la guerra. Ci siamo mai chiesti come mai nei manuali di storia in uso nelle scuole all’interno dei capitoli l’accento venga posto, con dovizia di particolari, sulla follia della guerra? Come mai ci sono ricercatori e storici che conoscono ogni dettaglio militare e decidono di corredare i nostri manuali di paragrafi interi su tecniche di guerra, materiale bellico utilizzato e scoperte militari devastanti per l’umanità? Il fatto che gli studenti e le studentesse conoscano i minimi dettagli sulle vicende di guerra obbedisce solo ad una esigenza informativa? Qual è la ricaduta educativa della sovrabbondanza di un lessico costellato di semantica di guerra e violenza? E ancora, come mai si parla di Prima, Seconda Guerra mondiale e non di Prima, Seconda Pace mondiale, che pure sono esistite, ma non godono di una consistenza ontologica prima che semantica? Sarà mai che questo eccesso di conoscenza e di ricerca inerente al tema della guerra e delle sue peculiarità sia funzionale, malgrado l’esimio lavoro degli storici di professione, alla sua normalizzazione, alla sua presenza costante all’interno dell’universo delle possibilità umane di gestione dei conflitti? Insomma, a noi pare che la sproporzione tra una “semantica di guerra” e una “semantica di pace” all’interno dei progetti educativi e dei programmi scolastici in generale, almeno dalle scuole secondarie di primo grado in poi, sia abbastanza evidente. Tutto ciò determina, in qualche modo, la costruzione di un universo simbolico nelle menti degli studenti e delle studentesse che dà consistenza ontologica alla guerra e non alla pace, mentre quest’ultima viene, nella migliore delle ipotesi, ritenuta un’appendice momentanea dell’urgenza distruttiva della guerra, percepita come connaturata all’essere umano. In realtà, non solo sappiamo con chiarezza dalla storia, dall’antropologia, dalla sociologia e dalla psicologia, che le cose non stanno proprio così, cioè che la guerra irrompe nella storia in un momento preciso, vale a dire quando le popolazioni sono diventate stanziali e si è pensato di cominciare a occupare la terra e dichiararla di proprietà esclusiva secondo una prima forma di appropriazione indebita ante litteram. Ma ciò che sappiamo con altrettanta certezza è che vi è una galassia sconfinata di studi, di teorie, di pratiche della pace, perlopiù coltivata dai Centri Studi, associazioni, circoli culturali, organizzazioni non governative, che, però, non trova dignità accademica, non trova investimenti, a differenza della galassia degli studi e delle pratiche di guerra, che incontrano gli interessi di industrie belliche che fatturano miliardi. Ad ogni modo, la semantica della pace va coltivata a partire dal lessico che utilizziamo quotidianamente. Come educatori ed educatrici che assumono l’impegno politico e civico di presentarsi come “docenti pacefondai”, si può avviare una grande rivoluzione lessicale con un piccolo sforzo consapevole orientato alla smilitarizzazione del linguaggio: mai più militanti, ma attiviste/i; mai più concentramento, ma incontro; mai più in trincea o in prima linea, ma a disposizione. Si tratta di una piccola e costante attenzione lessicale che porta con sé una più grande rivoluzione semantica, di senso, un cambiamento di prospettiva che genera nuovi orizzonti di nonviolenza, che è quello di cui la scuola e l’umanità hanno bisogno e su cui don Tonino Bello ci ammoniva tempo fa: «Smilitarizziamo il linguaggio, spesso così intriso di assurde categorie belliche, che dà l’impressione di un agghiacciante bollettino di guerra. Preserviamo i nostri ragazzi, che hanno sempre più come principale referente lo schermo televisivo, dalle trasfusioni di violenza che essi metabolizzano paurosamente» (A. Bello, Convivialità delle differenze Meridiana, Molfetta 2006, p. 51). Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università