Guerra in Sudan, troppo dimenticata
Del Sudan non si sente parlare mai, ma se uno ha la curiosità di andarsi a
leggere riviste informate come Nigrizia, scopre che la più grande crisi
umanitaria al mondo sta passando inosservata.
Il Sudan (dal quale il Sud Sudan si è separato nel 2011), ha una popolazione di
45 milioni di abitanti. La guerra che è in corso dal 15 aprile 2023 è la più
grande crisi umanitaria al mondo, coinvolge quasi metà della popolazione: gli
sfollati sono 14 milioni; di questi, due milioni (ma qualcuno parla del doppio)
sono fuori dal Paese (soprattutto in Egitto); sette milioni di bambini non vanno
a scuola da 3 anni. Più della metà della popolazione soffre di una crisi
alimentare, 5 milioni soffrono la fame. La guerra in Darfur esiste da oltre 22
anni, negli ultimi anni si è allargata a buona parte del Paese, coinvolgendo
soprattutto l’enorme capitale – Khartum – dove vivevano 14 milioni di persone.
Se in precedenza le guerre in Africa venivano combattute con vecchie armi
“leggere”, questa volta vengono usati costosissimi e micidiali droni di alta
tecnologia. La produzione di questi non avviene certo in Africa; una buona parte
di questi è fabbricata nella democratica Europa.
Perché c’è la guerra? Una breve parola: l’ORO. La zona del Darfur (ma in realtà
anche altre parti del Paese, contese per la stessa ragione) è ricca di oro. Una
maledizione per questo Paese africano.
Chi combatte in questa guerra? Facciamo un passo indietro: all’inizio del secolo
il governo militare del dittatore sudanese Al-Bashir crea una milizia, le Rapid
Support Forces, al diretto servizio del presidente. Questa feroce milizia,
definita “Diavoli a cavallo”, porta avanti la pulizia etnica in Darfur.
Questa milizia ha anche un compito che farà comodo all’Europa, tanto che nei
giorni della Brexit nessuno fa caso al fatto che l’Unione Europea manda fiumi di
soldi per finanziare questo lavoro sporco: “proteggere” l’Europa dall’arrivo di
migranti, “arginare il flusso migratorio”, senza perdersi sui ma e sui come…
Nel giro di qualche anno, nel 2021/22, questa milizia diventa autonoma e viene
“rilevata” dagli Emirati Arabi che la fanno diventare il suo esercito mercenario
che combatterà ferocemente per conquistare il Darfur. La guerra si sviluppa
quindi tra l’Esercito Nazionale e questo esercito mercenario finanziato appunto
dagli Emirati Arabi. Chi sostiene il governo e finanzia il suo esercito? Iran,
Egitto, Arabia Saudita, Turchia, Russia. Ci fu un periodo in cui la Russia
riusciva a vendere armi da una parte e dall’altra, fantastico! Per aggiungere un
soggetto che qui in Europa conosciamo, le truppe private russe della Wagner
combattevano a fianco dell’esercito mercenario e ne sostenevano la logistica con
le loro basi in Centrafrica.
Attualmente il Darfur è nelle mani delle milizie mercenarie; non a caso dal 2023
gli Emirati Arabi hanno aumentato in maniera stratosferica la loro produzione di
oro, sì, produzione, perché questa si “misura” laddove l’oro viene “lavorato”,
non estratto.
Ho avuto modo di intervistare una persona che in seguito alla guerra scoppiata
in Sudan si è dovuta rifugiare in Egitto. Per questioni di sicurezza, preferisce
l’anonimato, quindi lo chiameremo Musa.
Descrivimi brevemente Khartum
Khartum, come quasi tutte le capitali africane, è una megalopoli. Ha la forma di
una Y capovolta, dal momento che si trova all’incrocio dei due importanti fiumi:
il Nilo Bianco, che arriva dall’Uganda e il Nilo Azzurro, che arriva
dall’Etiopia. È una città estesissima, con pochi grattacieli.
In alto si trova Khartum nord, a ovest Khartum “capitale” con tutte le sedi del
potere, mentre a Est Omdurman, dove si trova la maggior parte della popolazione.
La parte con le sedi ministeriali è la più devastata, è una città fantasma.
Certo, da marzo 2025 c’è una lentissima ripresa, le scuole qua e là riaprono,
torna, almeno in parte, la corrente.
Come sono le miniere d’oro?
Sono terribili. Sono dei piccoli buchi nei quali si infilano soprattutto
bambini, perché uomini grandi e grossi spesso non ci passano. Ci lavorano
dentro, sottoterra per decine di metri, in condizioni inimmaginabili. Si tratta
di una popolazione schiavizzata e gli incidenti mortali sono frequentissimi. E
chi li registra? Chi ne parla? Chi paga per queste morti? Nessuno.
Eppure, ci fu un tentativo di cambiamento radicale nel 2018/19
Si, a sollevarsi furono soprattutto giovani, ma anche donne, associazioni,
sindacati: la dittatura di Al-Bashir – che durava da 30 anni – era
insostenibile. Fu un momento di grande speranza. Il dittatore fu deposto, ma le
rivendicazioni pacifiche continuarono. Dopo settimane di un lunghissimo sit-in
nel centro di Khartum ci fu una violenta repressione da parte dell’esercito
unito alle forze paramilitari, ma alla fine, tramite accordi, si avviò la
costruzione di una transizione democratica. Questo processo, nel giro di due
anni, naufragò, i militari fecero un colpo di stato e da allora sono al potere.
Che lingue si parlano in Sudan?
Nel Sudan l’arabizzazione, soprattutto negli ultimi anni, è stata fortissima:
oramai l’arabo ha schiacciato tutte le antiche lingue locali. Nel Sud Sudan si
mantiene forte l’inglese e parecchie lingue tribali. Ma anche la situazione in
Sud Sudan è a rischio. Intanto le guerre tribali sono endemiche: da lungo tempo
comandano i Denka, mentre i Nuer sono all’opposizione. In Sud Sudan si rischia
davvero una prossima guerra, e sarebbe terribile. Considera che in Sudan c’è un
profondo razzismo nei confronti dei sud sudanesi. Gli abitanti del Sudan,
leggermente più chiari di carnagione, si considerano vicini al mondo arabo e
considerano inferiori le popolazioni che arrivano anche solo dal Sud Sudan, più
nere. Così anche nella guerra in Darfur, in Sudan, le milizie mercenarie hanno
la pretesa di ergersi a paladini dei diritti dei neri: questa cosa non è vera, è
pura strumentalizzazione, anche per “arruolare” popolazione nera a combattere.
Torniamo quindi alla guerra: chi combatte?
Come in tutte le guerre chi aveva strumenti, mezzi economici, alta formazione
scolastica, è scappato dal paese mettendosi in salvo. Combattono i poveri:
l’arruolamento nell’esercito è chiaramente per tutti, ci sono anche minorenni
nell’esercito regolare. Nelle milizie mercenarie c’è di tutto, ovviamente anche
bambini. Se molti, da una parte e dall’altra, sono forzati a combattere, una
buona parte lo fa per avere un minimo di entrate e mantenere la famiglia.
Considera che nell’esercito mercenario ci sono uomini che arrivano da altri
Paesi dell’Africa, ma ci sono anche, per esempio, 400 mercenari colombiani.
Rimango esterrefatto da quest’ultima affermazione e più tardi cerco un amico
colombiano per chiedere se è al corrente della cosa: “Certo – mi dice – i
combattenti colombiani hanno combattuto davvero, sono allenati, non sanno fare
altro, così vengono assoldati laddove c’è bisogno, dove il mercato tira. Ci sono
vere e proprie agenzie che ti trovano dove andare a combattere. In Colombia lo
sappiamo tutti!”. Pazzesco – penso – questo è il mondo… Ma torniamo a Musa.
Tu ora vivi al Cairo, buona parte dei sudanesi fuggiti si trovano in Egitto, in
quali condizioni?
In Egitto non vi sono campi profughi, i sudanesi si spargono per tutto il Paese,
nelle zone più povere, più periferiche, in palazzoni, dove vivono in 15 in 30
metri quadrati. Le loro condizioni di vita sono durissime. Inoltre, in Egitto il
razzismo nei loro confronti è forte e cresce. Ultimamente il governo egiziano
sta avviando campagne contro di loro, ci sono state parecchie deportazioni verso
il confine col Sudan.
Penso, con grande dolore, che il recente slogan di “remigrazione” si sta
moltiplicando nel mondo…
Come si guarda e come vedi tu, dal Sudan, il genocidio in corso a Gaza?
Io credo che in generale delle guerre in Africa si parli pochissimo, e non c’è
solo quella in Sudan ma anche in Mozambico, in Congo. In molte zone i cristiani
sono perseguitati: in Nigeria, qualche giorno fa, sono stati uccisi 12 di loro.
Questi massacri avvengono nel silenzio del mondo. Bisogna parlarne, denunciarli,
fermarli. Gli interessi occidentali qui sono spaventosi: oro, petrolio, vendita
di armi, sono mercati fiorenti. Per capire l’origine, la portata di queste
guerre, basta risalire il circuito della produzione di armi. Pensa che la nostra
“Piaggio” che fabbrica droni, è stata acquistata dalla Turchia. Noi occidentali
siamo i principali responsabili delle guerre in Africa. Il mondo dei media segue
una vulgata per cui a volte anche in Sudan sentiamo le notizie di Gaza e
dell’Ucraina prima di quelle della guerra del Paese in cui viviamo. Le guerre
dimenticate vanno fatte conoscere. O si mette mano a queste guerre che, come
tutte le guerre, portano morte, distruzione, terrore, miseria, o andrà sempre
peggio. Cominciamo col parlarne, fatelo per favore.
Andrea De Lotto