L’Italia invasa dai data centerImmagine in evidenza rielaborata con intelligenza artificiale
Secondo i dati più recenti, i data center – le infrastrutture che ospitano i
server necessari, tra le altre cose, ad addestrare e utilizzare i sistemi di
intelligenza artificiale – presenti o in progettazione in Italia sono 262: solo
un anno fa erano 146. La crescita non riguarda soltanto il numero degli
impianti, ma anche il loro fabbisogno energetico. Nel 2024 i data center
italiani hanno consumato 5,8 TWh, pari a circa il 2% dei consumi elettrici
nazionali. Secondo alcuni scenari riportati dall’Osservatorio Data Center del
Politecnico di Milano, entro il 2035 potrebbero arrivare a consumare tra 24,5 e
42 TWh, pari al 7-12% del totale nazionale.
Di fronte a un’espansione così rapida, è necessario chiedersi se lo sviluppo dei
data center possa essere governato in modo sostenibile o rischi invece di
riprodurre le distorsioni già osservate negli Stati Uniti e in altri paesi:
consumo di acqua ed energia, occupazione del suolo, aumento dei costi per i
cittadini e benefici occupazionali inferiori alle attese.
È in questo scenario che il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha
elaborato la “Strategia per l’attrazione in Italia degli investimenti
industriali esteri in data center”. L’obiettivo di questa strategia è mostrare
come il territorio italiano, con una rete di infrastrutture (fibra ottica, 5G e
cavi sottomarini) distribuita in modo omogeneo in tutta la penisola, “possa
garantire uno sviluppo sostenuto e sostenibile dei data center in grado di
moltiplicare il fattore attrattivo agli investimenti”. Il documento presenta in
tal senso un’analisi di settore e una strategia per ridurre e semplificare tempi
e modalità di investimento, per rendere l’Italia un polo di investimenti
strategico, definito ‘Hub del Mediterraneo’.
LA DIFFUSIONE DEI DATA CENTER IN ITALIA
Il mercato dei data center in Italia è effettivamente in fortissima crescita:
nel triennio 2023-2025 ci sono stati investimenti pari a 7,1 miliardi di euro e
per i prossimi tre anni ci si aspetta di raggiungere i 25 miliardi. Una cifra
comunque inferiore rispetto alle previsioni del 2023: secondo i dati riportati
sempre dall’Osservatorio del Politecnico, ci si aspettava infatti di raggiungere
10,5 miliardi di euro. L’incongruenza è dovuta principalmente agli errori di
previsione di operatori internazionali, che sono entrati nel mercato italiano
con eccessivo ottimismo riguardo alle tempistiche burocratiche italiane. Ed è
proprio per venire incontro alle esigenze degli investitori internazionali e
capitalizzare il più possibile le previsioni di mercato che è stata sviluppata
la Strategia del Mimit.
Attualmente, dalla richiesta di costruzione di un data center fino al diritto di
iniziare i lavori è previsto un iter che va dai 18 mesi ai 3 anni, periodo nel
quale vengono espletate le valutazioni urbanistiche e ambientali. Un periodo che
secondo l’Italian Data Center Association (IDA), citata nella strategia, pone il
nostro paese in svantaggio competitivo rispetto ad altre nazioni europee. Per
superare questo limite, il Mimit propone l’introduzione di un’Autorizzazione
Unica a livello nazionale, che possa semplificare le procedure e unificarle
sotto un unico ente amministrativo, così da garantire tempi certi.
L’impatto dei data center sul territorio
La semplificazione, in linea di principio, non sottovaluta l’impatto dei data
center nel territorio italiano. Anzi, la strategia identifica quattro potenziali
effetti benefici a livello territoriale e locale derivanti dagli investimenti
sui data center: riqualificazione di aree industriali dismesse (i cosiddetti
siti brownfield), iniezione di risorse economiche nei comuni coinvolti, utilizzo
del calore di scarto per teleriscaldamento, aumento dei posti di lavoro nel
territorio. Va tuttavia verificato se e in che modo questi benefici possono
concretizzarsi, analizzando la situazione nei territori protagonisti della
crescita del settore.
La Lombardia è di gran lunga la regione che riceve più investimenti,
candidandosi a essere una delle maggiori regioni europee per numero di data
center, attualmente concentrati soprattutto nella città metropolitana di Milano,
a Bergamo e, più di recente, nella provincia di Pavia. Questi territori stanno
vivendo un aumento vertiginoso di nuove strutture: secondo Data Center Map, sono
oltre 110 i data center attivi nella sola Lombardia, a cui se ne aggiungeranno
una trentina nei prossimi anni. Il rapido sviluppo di queste strutture porta con
sé alcune controversie rispetto ai benefici ambientali, specialmente riguardo
alla bonifica e riutilizzo delle aree industriali e al teleriscaldamento tramite
il calore di scarto.
Su questi aspetti, la strategia pone solo delle linee guida da rispettare
laddove possibile: per esempio, riconvertire siti brownfield invece di
utilizzare aree verdi (greenfield) o prediligere sistemi a circuito chiuso in
grado di consumare meno acqua. Tuttavia, in assenza di una legge, queste linee
guida non vincolano chi investe nel territorio italiano. Per colmare questo
vuoto, e per l’ampio numero di investitori, nel maggio scorso la Lombardia è
stata la prima regione italiana a promulgare una legge in questa direzione, che
pone disincentivi fino al 200% per chi costruisce su terreni verdi che
potrebbero essere destinati all’agricoltura.
“Ma la legge non ha tenuto conto delle richieste”, commenta, parlando con Guerre
di Rete, Renato Bertoglio di Legambiente Pavia. “Abbiamo chiesto di governare il
processo, di porre vincoli, invece hanno messo disincentivi che il più delle
volte non hanno un effetto reale, perché costa meno pagare il sovrapprezzo
piuttosto che bonificare un’ex area industriale”. Anche da parte di Legambiente,
dunque, c’è la richiesta di una legge nazionale che definisca delle condizioni e
le renda vincolanti. In assenza di essa, il sito di costruzione di un data
center è soggetto alle contingenze del luogo e degli attori coinvolti: può
essere effettivamente scelto un sito brownfield, come nel caso del progetto del
data center hyperscale della società DC Adriatic a Bari, oppure occupare 60mila
metri quadri di terreno verde, come a Certosa di Pavia.
L’INVASIONE DEL PAVESE
Negli ultimi anni, proprio la zona del pavese sta vedendo la costruzione di
numerosi data center: oltre a Certosa, a Lacchiarella è previsto un campus con
cinque data center da oltre 200mila metri quadri, a Vellezzo Bellini 110mila, a
Bornasco 165mila. Non sempre i progetti offrono ai territori in cui sono
installati i benefici indicati nella strategia: se a Magenta, per esempio, è
stata riqualificata la vecchia area industriale della Novaceta, a Certosa si
vuole costruire su un terreno verde che era destinato ad uso agricolo.
In entrambi i casi, i cittadini denunciano la costruzione a breve distanza dalle
abitazioni: “Non si è considerato che, negli ultimi anni, i paesi si sono
espansi in contiguità alle aree dismesse”, dice a Guerre di Rete Sergio Manera,
fisico e membro del Comitato di tutela del territorio Certosino. “Non si può
costruire vicino alle case, così si rischiano di ripetere gli errori del
passato, quando si costruiva senza la sensibilità ambientale che abbiamo oggi”.
Nella legge della Regione Lombardia è assente qualsiasi riferimento al limite di
vicinanza, e ciò, secondo Manera, fa perdere valore agli immobili del
territorio, ridimensionando in questo modo anche gli oneri di urbanizzazione
che, secondo la strategia, dovrebbero costituire risorse economiche per i comuni
dove si costruisce.
Come sottolinea Chiara Brocchetta, vicepresidente del Comitato Certosino, ci
sono altre vie per far girare l’economia locale: “Certosa ha guadagnato tre
milioni dagli oneri dovuti alla costruzione, ma il vicino comune di Borgarello
ne ha presi molti di più attraverso progetti europei. In tutto il territorio
stanno nascendo sempre più data center, bisogna considerare gli effetti
cumulativi di questi impianti in un corridoio agricolo che è anche un’area ad
alto interesse turistico”.
D’altronde, l’impatto ambientale non riguarda soltanto i comuni in cui vengono
costruiti i data center, ma anche in quelli confinanti. Ce lo spiega Alberta
Samuele, sindaca di Borgarello, comune che confina con Certosa e con l’area in
cui sorgerà il data center: “L’effetto inquinante sarà prevalentemente nel
nostro comune, che non godrà di alcun beneficio economico da questa struttura.
Negli ultimi anni abbiamo vinto bandi da sei milioni di euro spesi in opere
pubbliche: costruzione di un ambulatorio, ristrutturazione della scuola,
depavimentazione. Ci può essere crescita economica anche senza snaturare il
territorio”.
Da quanto emerge da queste testimonianze, la scelta di siti brownfield, laddove
venisse effettuata, non sarebbe comunque sufficiente per mitigare gli impatti
ambientali, che rimarrebbero elevati specialmente perché si costruiscono tanti
impianti in un’area ridotta. In Lombardia è presente quasi la metà dei data
center nazionali e anche guardando le richieste di allacciamento (dunque
l’interesse futuro) per i data center, La Lombardia da sola rappresenta quasi il
50% di potenza richiesta, seguita con molto distacco da Piemonte (15%) e Puglia
(10%).
Nonostante la maggior parte delle richieste non sia concretamente realizzabile,
il rapporto mostra bene la loro distribuzione. La sola Milano, secondo dati del
Politecnico, concentra il 68% della potenza energetica nominale installata a
livello nazionale con 414 MW IT e punta a superare il valore simbolico di 1 GW
entro il 2028. D’altra parte, la strategia del Ministero si propone di
distribuire queste infrastrutture su tutta la penisola, ma i comitati cittadini
e Legambiente sono d’accordo nel chiedere con celerità una legge nazionale che
governi il fenomeno.
TELERISCALDAMENTO E RINNOVABILI
Anche l’energia pulita gode di grande attenzione. Oggi, con il mix energetico
che è al 40% circa composto da fonti rinnovabili, le emissioni di CO2 da parte
dei data center sono approssimativamente un milione di tonnellate, a quanto
riporta il Politecnico di Milano. Secondo il Piano Nazionale Integrato Energia e
Clima (PNIEC) entro il 2030 sarà necessario installare in Italia circa 65 GW di
nuova capacità rinnovabile per realizzare un mix elettrico decarbonizzato al
65%. Se anche fosse raggiunto questo obiettivo, secondo l’Osservatorio del
Politecnico le emissioni raggiungerebbero un intervallo tra 2,9 e 5 milioni di
tonnellate. Una crescita sostenuta e dovuta proprio all’aumento dei data center,
ma comunque contenuta rispetto alle 5-8 milioni di tonnellate di emissioni
previste se il mix energetico rimanesse invariato.
La strada verso le rinnovabili è un impegno fondamentale e la strategia del
Ministero si muove in questa direzione. Tuttavia, l’energia pulita, da sola, non
è sufficiente, perché, come ci spiega Manera, “nel momento in cui ci si allaccia
alla corrente elettrica, si utilizza il mix nazionale. Quindi non è possibile,
come dicono alcuni, realizzare un data center con energia al 100% rinnovabile, a
meno di togliere le fonti pulite ad altri, visto che la coperta è corta”.
Per questo motivo, grande importanza è dedicata anche alle tecnologie che
permettono di ridurre inquinamento e dispersione di calore. Il
teleriscaldamento, capace di riutilizzare il calore di scarto dei data center
per riscaldare abitazioni vicine, è per esempio considerato da varie parti la
soluzione ottimale. Permette di ridurre i costi dell’energia così come le
emissioni di CO2: esemplare è il caso del data center Avalon 3 di Retelit, a
Milano, che, secondo IDA, consente di riscaldare le abitazioni di 1.250 famiglie
del Municipio 6, con un risparmio energetico equivalente a 1.300 tonnellate di
petrolio e una riduzione delle emissioni di CO2 di 3.300 tonnellate. Ad oggi
sono però ben pochi i progetti che godono di tale efficienza. “Ma sono
necessari: l’alternativa è la dispersione di calore nell’aria”, spiega Manera,
che fa notare come esista una direttiva UE che impone alle imprese uno studio di
efficienza energetica per questo tipo di impianti.
LA CRESCITA OCCUPAZIONALE
La strategia del Mimit cita tra gli impatti benefici sui territori anche la
“creazione di posti di lavoro ad alta specializzazione, sia nelle fasi di
progettazione e costruzione sia nella gestione operativa delle infrastrutture
stesse”. Secondo l’Italian Data Center Association (IDA), nel 2024 si contavano
28mila lavoratori nell’orbita dei data center, ma di questi solo 1200 erano
lavoratori diretti nelle strutture. La maggioranza dei nuovi posti di lavoro
riguarda la fase di costruzione, oppure si concentra nelle imprese legate al
mondo del digitale e dell’intelligenza artificiale, e quindi la creazione di
data center è solo in parte causa di queste nuove assunzioni.
Non è facile trovare dati sulla crescita dell’occupazione nei data center, ma
varie fonti riportano che il settore è agli ultimi posti riguardo a numero di
lavoratori per metro quadro. Un recente articolo del Wall Street Journal ha
riportato il caso di Abeline, una città in Texas in cui per un data center che
inizialmente avrebbe dovuto occupare 100mila metri quadrati non sarebbero stati
assunti più di 100 lavoratori. In questo modo, creare un data center in un
territorio non significa necessariamente aumentare i posti di lavoro in quel
dato luogo.
Nella strategia del Mimit, molta attenzione è dedicata alla semplificazione
amministrativa per ridurre i tempi degli investimenti, mentre per le questioni
ambientali si rimanda alle direttive europee e alle linee guida del Ministero
dell’Ambiente. Anche per questo è necessaria una legge complessiva, che
garantisca una visione a lungo termine di sviluppo tecnologico sostenibile.
L'articolo L’Italia invasa dai data center proviene da Guerre di Rete.