Quando trasecola il gran catino vuoto. Storia di San Siro. 1
Quando trasecola il gran catino vuoto. Storia di San Siro. 1
Gino Cervi
Anita Romanello Lun, 02/11/2026 - 03:10
Prima parte
Circa a metà pomeriggio di domenica 19 settembre 1926, Giuseppe Santagostino,
detto Pin, venticinque anni, milanese e milanista, segna il primo gol nella
storia dello stadio di San Siro. È l’undicesimo minuto di un Milan-Inter,
partita amichevole organizzata per inaugurare il nuovo impianto. Santagostino
scarica in rete un tiro potente dal limite dell’area e consegna
involontariamente il proprio nome alla storia. La partita, per la cronaca,
finirà 6-3 per i nerazzurri. Il gol di Santagostino non cambia il risultato, ma
cambia per sempre il significato di quel pomeriggio: qualcuno, prima di tutti
gli altri, ha fatto gol a San Siro.
Giuseppe Santagostino – detto Pin, o detto ancor più affettuosamente Pinoeugia,
dai suoi tifosi casciavit – non poteva saperlo. Né poteva immaginare che, un
secolo più tardi, attorno a quello stadio si sarebbe combattuta una partita
molto diversa, giocata da architetti, amministratori pubblici, dirigenti
sportivi, investitori, urbanisti, tifosi e cittadini. Una partita che ha a che
fare con il futuro di un edificio, certo, ma soprattutto con una domanda: che
cosa rappresenta oggi San Siro per Milano? Una domanda che ne innesca un’altra,
più generale: che cosa rimane di un luogo popolare quando il calcio diventa
sempre più un grande affare internazionale?
La questione, ovviamente, non riguarda soltanto i tifosi del Milan e dell’Inter.
Lo stadio di San Siro è uno di quei luoghi che entrano nel paesaggio, nelle
conversazioni, nelle immagini in cui una città riconosce se stessa. Per
comprenderne il senso bisogna allora uscire per un momento dal campo di gioco. E
tornare all’inizio della storia, quando Milano decise di costruire uno stadio
che, quasi senza volerlo, sarebbe diventato molto più grande, e ingombrante,
della propria originaria funzione.
Lo stadio di San Siro fu fatto costruire da Piero Pirelli, industriale della
gomma e, dal 1909, presidente del Milan, in una Milano che stava crescendo
rapidamente e che cercava di fornirsi di strutture moderne, all’altezza delle
ambizioni di una città industriale. Il progetto venne affidato a Ulisse
Stacchini, lo stesso architetto impegnato in quegli anni nella costruzione della
Stazione Centrale, e ad Alberto Cugini. I lavori cominciarono nell’agosto 1925 e
terminarono in poco più di un anno, con una spesa di circa cinque milioni di
lire e il lavoro di 120 operai.
Il luogo scelto si trovava nella periferia nord-occidentale, dove già sorgevano
gli ippodromi e che si pensava potesse diventare una specie di cittadella dello
sport. Era una periferia dove la campagna poco a poco cedeva all’espansione
urbana. A differenza degli impianti polifunzionali del tempo, San Siro era stato
pensato esclusivamente per il calcio. Non c’era una pista d’atletica a separare
il pubblico dal rettangolo verde. Le tribune correvano lungo i quattro lati del
campo e potevano accogliere complessivamente 32.000 spettatori, tra posti a
sedere e posti in piedi. Solo una tribuna era coperta; sotto gli spalti trovava
posto persino l’appartamento destinato alla famiglia dell’allenatore del Milan,
che al tempo era l’inglese Herbert Burgess.
Ma al di là dell’aspetto architettonico, San Siro era un edificio nuovo,
progettato per una città che aveva cominciato a prendere sul serio il calcio e
il suo pubblico. Migliaia di persone venivano accolte in uno spazio comune per
assistere alla stessa partita, nello stesso momento, partecipando a
un’esperienza che nessuno avrebbe potuto vivere esattamente nello stesso modo
altrove.
Oggi questo sembra scontato. Eppure contiene già una differenza importante
rispetto al calcio contemporaneo. San Siro era il contenitore di un evento
sportivo, e non una macchina costruita per moltiplicare le occasioni di consumo
attorno a quell’evento. Il valore di quel luogo stava in ciò che succedeva sul
campo, ma anche dalla possibilità di esserci, di trovare posto sugli spalti, di
condividere una domenica con migliaia di altri appassionati.
Fotografia di Jie Yang - Wikimedia Commons.
Nel 1935 lo stadio venne ceduto dal Milan al Comune. Negli anni successivi fu
ampliato e trasformato: le quattro tribune vennero raccordate, dando
all’impianto la forma di un grande catino, mentre la capienza salì a circa
55.000 spettatori. San Siro cominciava a cambiare insieme alla città. Nel 1934
ospitò tre partite dei Mondiali organizzati in Italia, compresa la semifinale
tra gli azzurri di Vittorio Pozzo e Peppino Meazza e l’Austria del famoso
Mathias Sindelar, detto Cartavelina, il più forte calciatore di quegli anni. Gli
azzurri vinsero di misura per 1-0 e si aprirono la strada verso la finale e la
vittoria.
Nel dopoguerra il calcio conquista una posizione sempre più importante nella
vita quotidiana degli italiani. Nel 1947, San Siro diventa la casa comune di
Milan e Inter – che in precedenza aveva girovagato tra il campo di via Goldoni,
oggi scomparso, e l’Arena Civica – mentre la rivalità tra le due squadre si
trasforma in uno dei grandi rituali della città. Il derby non è soltanto una
partita: è un modo per distinguere appartenenze, quartieri, famiglie, amicizie.
O almeno così era fino a qualche decennio fa, quando le due squadre ancora
conservavano l’imprinting delle loro origini: dopo la sua fondazione (1899), in
cui l’anima imprenditoriale e internazionale – soprattutto britannica – della
città si sposava con l’aristocrazia e l’alta borghesia cittadina, – il Milan
diventò popolare e casciavit, ovvero operaio; l’Internazionale, nata nel 1908 da
una scissione dal sodalizio rossonero, rappresentava invece la classe borghese,
e baüscia, ovvero un po’ sbruffona e snob.
Nel corso degli anni Cinquanta, Milan e Inter si contendono il primato cittadino
e nazionale con squadre ricche di campioni. Da una parte il trio svedese
Gre-No-Li, con Gunnar Gren, Gunnar Nordahl e Nils Liedholm, e poi Juan Alberto
Schiaffino; dall’altra Nacka Skoglund, István Nyers e Benito Lorenzi, detto
Veleno.
Intanto San Siro si allarga. Nel 1954-55 si costruisce il secondo anello,
progettato dagli architetti Armando Ronca e Ferruccio Calzolari – invano,
recentemente, i comitati che si opponevano alla demolizione dello stadio hanno
fatto appello al vincolo ambientale con cui la Soprintendenza protegge gli
edifici con più di settant’anni di vita e che avrebbe salvaguardato proprio
questa parte di struttura architettonica – .
All’esterno vengono costruite le celebri rampe a spirale che consentono di
raggiungere le gradinate superiori. È un intervento che non aumenta soltanto la
capienza: crea un nuovo profilo architettonico, una figura riconoscibile anche
da lontano. Per chi frequenta lo stadio, quelle rampe sono qualcosa di più di
una soluzione ingegneristica. Sono la strada che porta alla partita. Si salgono
in gruppo, spesso seguendo una fila di persone che sembra sapere esattamente
dove andare; si cerca il proprio ingresso, si raggiunge il settore, si esce
dalla spirale e all’improvviso compare il campo. È una piccola sequenza rituale,
ripetuta migliaia di volte e diventata parte dell'esperienza stessa di San Siro.
C’è un piccolo romanzo dimenticato di Gianni Clerici che s’intitola Fuori rosa
(Vallecchi, 1966) e parla – quasi un apax per “Quello del tennis” – di calcio.
Una pagina fotografa, con lo stile del grande scrittore, proprio questa
esperienza:
«Si fermò davanti allo stadio, a osservarne la mole: sembrava impossibile, che
potesse riempirsi di gente, di più, essere addirittura assediato, assalito, da
quelli che non volevano restarne fuori, nelle grandi giornate. [...] San Siro!
Com’era grande [...] Ancora, alzò gli occhi verso lo stadio. Non si decideva a
entrarci. [...] Camminò su adagio adagio, lasciando scorrere la mano sulla
ringhiera, fino in cima alla scala: e si sentì battere il cuore quando,
inquadrato nel tunnel di cemento, gli venne incontro prima il cielo, e poi il
prato».
Anche la distribuzione degli spettatori racconta una storia sociale. Per
decenni, andare allo stadio è stato un appuntamento relativamente accessibile
per molte famiglie e per i lavoratori che destinavano una parte del proprio
tempo libero al calcio. Non tutti potevano permettersi gli stessi posti,
naturalmente, e la distanza dal campo produceva esperienze differenti. Ma lo
stadio era comunque uno spazio in cui, pur occupando gradinate differenti,
persone di condizioni diverse condividevano lo stesso evento: c’erano tribune
(ma senza specificazione “VIP”), i distinti, i popolari. La folla non era per
nulla una comunità senza conflitti. C’erano rivalità, scontri, disagi, settori
troppo affollati, scomodissimi e gelidi nei pomeriggi invernali, e ancor più
nelle serate di Coppa. La nostalgia oggi rischia di cancellare questi aspetti
poco esemplari. Ma sarebbe altrettanto sbagliato dimenticare che l’esperienza
popolare di San Siro si è costruita anche attraverso una relativa accessibilità,
la consuetudine della domenica e la possibilità di riconoscersi in una
moltitudine.
Questa cosa bisognerebbe spiegarla ai nuovi players, nel senso di quelli che,
fuori dal campo e senza pallone, giocano le partite dell’economia e della
finanza del nuovo football. Basterebbe forse leggere loro qualche poesia, ma
chissà se gradiscono.
Fotografia di Prelvini - Wikimedia Commons.
Vittorio Sereni, ad esempio. Da tifoso (interista) guarda lo stadio vuoto,
lontano dal clamore della partita. Il catino, senza pubblico, diventa
un’immagine del tempo che passa, della vita trascorsa, delle occasioni perdute.
A fine luglio quando
da sotto le pergole di un bar di San Siro
tra cancellate e fornici si intravede
un qualche spicchio dello stadio assolato
quando trasecola il gran catino vuoto
a specchio del tempo sperperato e pare
che proprio lì venga a morire un anno
e non si sa che altro un altro anno prepari
passiamola questa soglia una volta di più
sol che regga a quei marosi di città il tuo cuore
e un’ardesia propaghi il colore dell’estate.
S’intitola Altro compleanno e il fatto che sia l’ultima poesia dell’ultima
raccolta di Sereni (Stella variabile, 1981) forse non è un dettaglio da
trascurare.
Per Franco Loi, milanista, il ricordo del campo è invece fermato per sempre
nella fotografia a colori di un derby, che anche in questo caso non è un derby
come un altro: è il primo disputato a San Siro dopo la fine della guerra, 17
giugno 1945, Torneo Benefico Lombardo, Milan-Inter 3-1. Leggiamo dal romanzo in
versi L’Angel (1994).
Sansir l’era ’n cadin d’erba e culur,
ch’i giugadur pareva ch’je tucavum
tant’eren viv i maj,
bell el balun…
L’Inter l’era quela del Franzosi, cul
Marchi, Passalacqua, Campatell,
e nüm del Milan serum quatter bamba
cul Toppan, l’Antunin, Boffi e Russett…
Due sensibilità diverse, due appartenenze tifose opposte, ma un medesimo
riconoscimento: San Siro è un luogo in cui il calcio si deposita nella memoria
personale e la memoria personale acquista una dimensione collettiva.
Una dimensione collettiva che trova la sua naturale filogenesi parentale.
Maurizio Cucchi nella poesia ’53 (da Poesie della fonte, 1993) descrive un padre
e un figlio allo stadio. Il bambino vede i giocatori, impara i nomi, si lascia
prendere dall’avventura. Il padre gli trasmette una passione, ma anche una
maniera di guardare il mondo. Non si tratta soltanto di insegnargli a tifare per
una squadra: è l’ingresso in un universo di emozioni, parole, attese e ricordi
che potrà essere raccontato ancora, molti anni dopo, a un’altra generazione.
L'uomo era ancora giovane e indossava
un soprabito grigio molto fine.
Teneva la mano di un bambino
silenzioso e felice.
Il campo era la quiete e l'avventura,
c'erano il kamikaze,
il Nacka, l'apolide e Veleno.
Era la primavera del '53,
l'inizio della mia memoria.
Luigi Cucchi
era l'immenso orgoglio del mio cuore,
ma forse lui non lo sapeva.
Proprio in questa tradizione familiare sta una parte essenziale del valore
immateriale di San Siro. Il bambino che ci va con il padre non ricorderà
necessariamente il risultato della partita. Potrà ricordare il viaggio, la mano
che lo accompagnava, il rumore improvviso del pubblico, la sensazione di essere
piccolo dentro una struttura enorme. Lo stadio diventa così luogo di formazione
sentimentale: non perché il calcio sia sempre educativo, anzi; ma perché le
esperienze vissute insieme agli altri entrano a far parte della nostra
biografia.
Negli anni Sessanta San Siro è la «Scala del calcio». La definizione ha qualcosa
di esagerato, come spesso accade agli slogan sportivi, ma rende bene l’idea di
un impianto che ha assunto una dimensione internazionale. Milan e Inter vincono
Coppe dei Campioni e Coppe Intercontinentali, i loro campioni sono personaggi
riconoscibili anche fuori dall’Italia, i giornali raccontano le partite come
avvenimenti che superano i confini della città.
Il 27 maggio 1965 l’Inter di Helenio Herrera batte il Benfica nella finale di
Coppa dei Campioni disputata proprio a San Siro. Segna Jair. Il pubblico
nerazzurro vive il privilegio – a oggi ancora condiviso solo dai tifosi del Real
Madrid nel 1957 – di poter vincere la Coppa più importante nello stadio di casa.
Negli stessi anni, sull’altra sponda del tifo cittadino, Gianni Rivera, giovane,
intelligente e prodigioso coi piedi, è il simbolo del Milan. Lo stadio si
trasforma in una specie di teatro permanente della rivalità e della gloria. Le
squadre milanesi vincono, perdono, cambiano allenatori e giocatori, ma il luogo
rimane. Le generazioni passano attraverso le sue gradinate, riconoscendo ogni
volta una parte della propria storia.
Intanto lo stadio si apre ad altri spettacoli non solo calcistici. Nel 1960
ospita il grande incontro di pugilato tra Duilio Loi e Carlos Ortiz e negli anni
successivi altri campioni del ring, come Sandro Mazzinghi. Nel 1980 arriva la
musica: inizia Bob Marley, con un concerto che porta a San Siro una folla
immensa e un immaginario musicale e politico lontano dal calcio. Seguiranno
altri grandi nomi: Bruce Springsteen, David Bowie, Rolling Stones, Madonna,
Michael Jackson, U2.
È un passaggio decisivo. San Siro comincia a dimostrare che la sua forza non
dipende esclusivamente dalle partite. Le gradinate possono accogliere un
concerto, il prato può trasformarsi in una platea, la struttura può diventare il
contenitore di eventi che richiamano pubblici diversi. Il luogo sportivo si
rivela anche un'infrastruttura culturale. Per molti milanesi, il primo ricordo
dello stadio non è necessariamente legato a un gol. Può essere un concerto, una
sera d’estate, l’attesa interminabile per entrare, la voce di un cantante che
sembra arrivare da ogni direzione.
San Siro si allarga così nell’immaginario cittadino e anche la cultura pop lo
incorpora. Già nel 1967 Adriano Celentano incideva Eravamo in centomila, una
canzone che si prestava a evocare il mondo delle grandi folle e dei sentimenti
vissuti in mezzo agli altri.
Scusi lei…
Che c'è?
Dove va?
Perché?
Oh, bella mora…
Se non sbaglio lei ha visto l'Inter-Milan con me.
Ma come fa lei a non ricordare?
Noi eravamo in centomila
allo stadio quel dì.
Io dell'In-inter
Lei del Mi-milan
Oh, bella mora…
Da una porta all'altra
le sorrisi e lei disse sì
e poi finita la partita
la vidi uscire di sfuggita
con uno sul tram
adesso lei mi deve dir chi è…
Il cinema, da Gli eroi della domenica (Mario Camerini, 1952: accidentalmente
sarà il motivo per il quale il produttore Andrea Rizzoli due anni dopo diventerà
presidente del Milan) a Eccezzziunale… veramente (1982, in cui Diego
Abatantuono/Donato Cavallo diventa mito fondativo dell’immaginario ultras), usa
lo stadio come scenario e come scorciatoia narrativa: basta inquadrare quelle
gradinate per richiamare immediatamente un intero mondo di passioni, rivalità,
superstizioni e linguaggi.
Nel 1980 era intanto arrivata l’intitolazione a Giuseppe Meazza, morto l’anno
precedente. Diciamolo: non fu una scelta felicissima. Il grande Peppino Meazza è
stato soprattutto un campione dell’Inter, che all’epoca – fine anni Venti e
tutto il decennio degli anni Trenta – giocava lontano da lì, al campo di via
Goldoni – ora scomparso – e poi all’Arena Civica. Solo per un breve periodo, non
particolarmente fortunato vestì la casacca rossonera.
Poi, in occasione dei Mondiali del 1990, San Siro viene sottoposto a un
intervento radicale. Viene aggiunto il terzo anello e la copertura si estende
sugli spalti. Le grandi torri esterne, con le travi rosse che sorreggono la
struttura, conferiscono all’impianto una fisionomia inconfondibile. Il nuovo
stadio è più capiente, più imponente, più vicino all’idea di un’arena moderna.
Gli interventi del 1990 sono importanti anche per un'altra ragione: rendono San
Siro sempre più riconoscibile come architettura autonoma. Le torri, le rampe, la
copertura e la successione degli anelli compongono un organismo che non
assomiglia a una semplice scatola per contenere spettatori. La sua struttura
racconta la storia delle diverse epoche in cui è stata costruita, modificata,
ampliata.
In una città che ha spesso sacrificato edifici e paesaggi in nome del
rinnovamento, San Siro è diventato un caso particolare. Milano si è trasformata
demolendo, ricostruendo, cambiando pelle: dai bombardamenti della guerra alla
scomparsa di intere aree industriali, fino alla stagione contemporanea della
rigenerazione urbana. In questa storia, lo stadio ha resistito come un oggetto
fuori scala, abbastanza grande da imporsi sul paesaggio e abbastanza carico di
significati da rendere problematica qualsiasi decisione sul suo destino.
Fin qui di San Siro abbiamo raccontato la sua storia, ormai secolare. Se volete
continuare a leggere del suo presente e di quello che sarà, forse, il suo
futuro, dovete aspettare la seconda parte di questo racconto, che sarà
pubblicata il prossimo lunedì.
In copertina, fotografia di Arne Müseler - Wikimedia Commons.
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