Pia Pera sempreverde
Pia Pera sempreverde
Marina Spunta
Anna Stefi Dom, 26/07/2026 - 03:10
Nell’introduzione a Second Nature: A Gardener’s Education (Grove Press 1991, p.
3), Michael Pollan presenta il giardinaggio come un esercizio di coesistenza tra
esseri umani e natura, che si fonda sulla cura reciproca e porta a un benessere
personale, oltre a aumentare la biodiversità, come ben sa chi affonda
regolarmente le mani nel suolo. Questo tipo di giardinaggio, suggerisce Pollan,
è un paradigma per agire nella natura, piuttosto che semplicemente essere nella
natura. È in quest’ottica che rileggo l’opera e la poetica di Pia Pera
(1956-2016), nel decimo anniversario dalla sua prematura scomparsa, e il suo
contributo a riscrivere il giardino, o meglio l’“orto-giardino” come amava
chiamarlo, in quanto, nelle sue parole, «Un giardino dove non si trovi nulla da
mangiare è per me inconcepibile» (Il giardino che vorrei, p. 123). Nei suoi
testi Pera mostra che adottare un’agricoltura rigenerativa è un passo tanto
necessario per provare a arginare il disastro ambientale, quanto praticare la
“buona vita” in giardino lo è per trovare la felicità. Potremmo riassumere il
suo approccio con quello che Pablo Georgieff nel libro omonimo chiama “poetica
della zappa”, nella convinzione che “La terra sotto le unghie può essere un
eccellente rimedio al fatalismo” (Derive Approdi 2018, p. 17). Leggo l’opera di
Pera come un caso “esemplare” di una recente ondata di scritture sul giardino
quale “spazio simbolo dell’era ecologica” – come scrive in Breve storia del
giardino (Quodlibet 2012, p. 108) il giardiniere-filosofo Gilles Clément, molto
amato da Pera – al centro di discipline e teorie diverse – dall’estetica del
paesaggio ai Critical Plant Studies – approcci a mio avviso non antitetici ma
coesistenti e necessari alla comprensione di scrittrici poliedriche come Pia
Pera.
Pia Pera è stata scrittrice, slavista, traduttrice e giardiniera. Laureata in
filosofia e con un dottorato in storia russa sui “Vecchi Credenti” conseguito
nel 1986 all’University College London, Pera è stata una delle più promettenti
slaviste della sua generazione, come è stato ricordato al Convegno in suo onore
organizzato presso l’Università di Parma il 10 aprile scorso – una delle tante
tappe dell’estesa commemorazione “Un anno per Pia Pera”. Dopo aver insegnato per
un periodo letteratura russa presso l’Università di Trento, Pera abbandona
l’accademia ma continua l’intensa attività di editor e traduttrice dal russo –
tra cui Puškin, Čechov, Lermontov – e dall’inglese (Il giardino segreto di
Frances Hodgson Burnett, libro amato fin da bambina). Esordisce come narratrice
con la bella e audace raccolta di racconti La bellezza dell’asino (1992),
seguita da Diario di Lo (1995), un’ironica riscrittura di Lolita di Nabokov, che
nel ridare voce a Lolita purtroppo le causa problemi con i diritti d’autore.
Questi testi rivelano l’interesse dell’autrice per la voce femminile, la
sessualità, l’ironia, la riscrittura, temi che continuano nella produzione
successiva sull’orto-giardino, su cui mi soffermo nei paragrafi seguenti, quale
uno degli aspetti più rivelanti della sua opera. Ma occorre sottolineare, come
suggerito di recente anche da Nicola Gardini, che l’opera di Pera si presta a
letture da diverse prospettive critiche, dagli studi sulla traduzione a quelli
di genere alle Medical Humanities, in particolare l’ultimo libro, Al giardino
ancora non l’ho detto, scritto nel periodo terminale della SLA e pubblicato
pochi mesi prima della morte avvenuta il 26 luglio 2016.
"Un anno per Pia Pera”
Moltissimi scrittori, come ad esempio Robert Pogue Harrison in Gardens (2008, p.
29), raccontano la loro “scoperta” del giardino come una “conversione”. Penso
che anche per Pera si possa parlare di conversione, nel senso di un marcato
cambiamento di direzione – che però rimane coerente all’interesse per i “senza
voce”, i “ribelli”, come i Vecchi Credenti rimpiazzati dal nuovo rito ortodosso,
come pure per il sincretismo di approcci diversi. È così che nei primi anni 2000
abbandona Milano e torna a vivere in provincia di Lucca per occuparsi di un
fondo di un ettaro e mezzo situato tra il monte Penna e il monte Pisano. Inizia
quindi il suo apprendistato alla cura del suolo e dei suoi frutti – non solo
fiori e ortaggi ma anche «l’oliveto, poi il frutteto, infine i filari d’uva da
tavola», come scrive in Il giardino che vorrei (p. 157). Esce nel 2003 per Ponte
alle Grazie il primo libro sull’orto-giardino, dal titolo rivelatore: L’orto di
un perdigiorno. Confessioni di un apprendista ortolano, un testo che conquista
anche i non giardinieri per il tono aurorale della scrittura di Pera intenta a
narrare il suo “corpo a corpo” con il suolo. Questa frase ricorre più volte a
indicare l’importanza nella sua opera della fisicità, della materialità – che in
chiave ecocritica emerge nella tensione a ristabilire una co-dipendenza tra le
specie. I testi successivi – bellissimi e diversi, come nella tradizione dei
garden books, includono: Il giardino che vorrei (Ponte alle Grazie 2015),
versione rivista della prima edizione illustrata con fotografie di Cristina
Archinto (Electa 2006); Contro il giardino. Dalla parte delle piante (2007),
dialogo epistolare con il paesaggista Antonio Perazzi; Le vie dell’orto (2009);
Giardino & ortoterapia. Coltivando la terra si coltiva anche la felicità (prima
ed. Salani, 2010), ripubblicato postumo con il titolo La virtù dell’orto (2016);
e il già citato testamento spirituale, Al giardino ancora non l’ho detto.
Quest’ultimo testo le porta, postumo, il successo di pubblico in Italia e
all’estero, con traduzioni in varie lingue europee, tranne l’inglese finora. Ma
Pera ha già un nutrito gruppo di seguaci a partire dal 2006, quando le è
affidata la rubrica mensile su Gardenia, che intitola Apprendista di Felicità (i
testi ora sono raccolti nell’omonimo volume a cura di Emanuela Rosa-Clot, Ponte
alle Grazie 2019), e dal 2008 la rubrica Verdeggiando. Male erbe e altre
delizie su Il Sole 24 Ore, poi pubblicati nel volume omonimo curato da Lara
Ricci (Il Sole 24 Ore 2019). Questi brevi articoli – bellissimi nella
loro scrittura essenziale e briosa, leggibilissima – riassumono in un tono
spesso ironico le sue vicissitudini con la terra e trasmettono il senso della
sua “conversione” all’orto-giardino e agli studi ecologici, evidente nei tanti
libri recensiti. Nel titolo del primo articolo per Il Sole 24 Ore, “Non
chiamatele erbacce”, emerge già un chiaro programma poetico, sulla scia del
“giardino in movimento” di Gilles Clément e del suo Elogio alle vagabonde. Come
ricorda anche Lara Ricci nella prefazione al volume, nel cambiare solo poche
lettere al titolo della rubrica, da “Verdissimo” a “Verdeggiando”, Pera indica
un importante cambio di direzione nella visione del giardino – non tanto
bellezza estetica da rimirare da lontano quanto spazio materiale di
rigenerazione della natura e del sé, che quindi accoglie, almeno in certa
misura, anche l’incolto, le cosiddette “erbacce”. Nei suoi scritti sul tema, in
volume o in rivista, Pera propone una nuova idea di giardino – non il
“giardino-oggetto” ma piuttosto, sempre in linea con Clément, un
“giardino-planetario” che comprende l’intero pianeta e verso il quale siamo
tutti responsabili. Ad esempio, in Giardino e ortoterapia la scrittrice rimarca
la necessità di costruire un orto-giardino in questo momento di emergenza
ecologica: «Creare un giardino, forse, è un modo di arginare il senso di
impotenza di fronte a forze troppo spesso soverchianti, portare una
testimonianza tangibile a esorcizzare il concetto di utopia» (p. 90).
Pera pone il lavoro con la terra come un atto a un tempo utopico e necessario,
come dichiara in conclusione a L’orto di un perdigiorno, omaggiando
l’agricoltura della non-azione dell’agronomo giapponese Masanobu Fukuoka, uno
dei suoi primi maestri, accanto a Clément: «Fukuoka lo sa. Trova la felicità
restando vicino alla natura. Paiono principi austeri, estremi, eppure sento che
proprio da lì potrebbe nascere una civiltà libera dal meccanismo di distruzione
insito nella coazione allo sviluppo. Non si obietti che è un’utopia. Nulla
esiste a meno di ispirarsi a un’idea, a un’utopia quindi. Cos’è il
cristianesimo, se non un’utopia?» (p. 201). In quest’ottica, i suoi testi sono
un contributo tangibile alla pratica dell’utopia, in quanto riscrivono questo
concetto non come non-luogo ma come luogo “remoto ma accessibile”, come nota
anche Florian Mussgnug (2002, p. 214), per lo meno nell’immaginazione, e verso
cui non dobbiamo smettere di tendere nell’impegno ecologico. In ciò, come ho già
argomentato altrove, concordo sull’importanza attribuita all’utopia nell’opera
di Pera da Francesco Cataluccio nell’articolo pubblicato su Doppiozero l’8 marzo
2016, come pure nel bel ricordo di Pera offerto da Maria Pace Ottieri durante il
recente convegno a Parma. In questa occasione Ottieri, amica di Pera, ha
evidenziato come l’utopia fosse una forza irrinunciabile per la scrittrice, che
tra l’altro l’aveva spinta a scrivere L’arcipelago di Longo Maï. Un esperimento
di vita comunitaria (Baldini e Castoldi, 2000), un testo dedicato a questa
atipica comunità di rifugiati nell’Alta Provenza, in cui Pera in qualche modo si
era identificata, essendo nata come lei nel 1956, come nota nell’introduzione.
Ma vorrei fare un passo ulteriore, in quanto credo che l’idea di utopia
nell’opera di Pera vada di pari passo con quella di “eu-topia”, cioè “buon
luogo”, ovvero quale “luogo dei luoghi ove si possa vivere armonicamente” (Paolo
D’Angelo, Estetica e paesaggio, p. 221), secondo il topos classico del giardino.
Nei suoi scritti Pera costruisce il proprio orto-giardino come “eu-topia”,
notando ripetutamente il “rapporto di interdipendenza del vivente” (Giardino &
ortoterapia, p. 18), «la più primordiale delle complementarità, quella tra
animale e pianta. Tra creature specularmente opposte, che si nutrono l’una del
respiro dell’altra (p. 9). Nel far ciò pone la vita vegetale come profondamente
interconnessa a quella umana, tramite una pratica di cura che è a un
tempo immersione e contemplazione, esperienza multisensoriale e
estetica, spirituale, quasi ascetica, e che vede il giardinaggio “come atto
d’amore per l’intero creato” (Apprendista di felicità, p. 64).
Consono a una lunga tradizione visivo/letteraria, il giardino di Pia Pera è un
piacere per tutti i sensi. In Il giardino che vorrei, dichiara: «Un giardino non
è solo da vedere: il giardino ideale soddisferà anche gusto, olfatto, tatto,
udito, oltre al senso che è, come ha insegnato il Buddha, la mente» (p. 43).
Qui, come in tanti altri passaggi, la scrittrice presenta il giardino come il
luogo dove praticare una “vita virtuosa”. In apertura a Giardino & ortoterapia,
ad esempio, celebra le molte virtù dell’orto, sfidando il primato della ragione,
e con esso, dell’antropocentrismo: «Il ritorno al corpo aiuta a prendere le
distanze dalla mente. Costringe la mente a darsi meno importanza. [...] Tornare
al corpo è un modo molto efficace di privare la mente della sua pretesa
centralità» (p. 8). Similmente, in Al giardino ancora non l’ho detto, dopo aver
celebrato la spiritualità del suo amato Pavel Florenskij, Pera sottolinea che
«chi ama una ragione che è più saggezza che mera ratio avverte l’esistenza di
Dio» (p. 74). Pur non negando il ruolo della vista nel piacere estetico, Pera si
sofferma spesso sui cosiddetti sensi minori – gusto, tatto, odorato – tacciati
di essere più “animali”, situati (come argomenta la filosofa Carolyn Korsmeyer
in Making Sense of Taste, 2004, p. 95) – evidenziando così la vicinanza del
vivente, attraverso le specie. In ciò la posizione di Pera è consona a recenti
dibattiti teorici in discipline diverse, dall’estetica della natura alla “affect
theory”, che mettono in luce la natura interconnessa della nostra percezione
sensoriale, nel tentativo di scardinare il paradigma oculocentrico – e con esso
il divario di genere su cui si basa una millenaria tradizione.
Data l’importanza del coltivare il proprio orto, non stupisce che il gusto abbia
un ruolo principale nei suoi libri: l’autrice spesso discute degli ortaggi che
preferisce, che intende piantare o che cucina per sé e per gli amici. Secondo
Korsmeyer (p. 11), il gusto è stato tradizionalmente “squalificato”
dall’esperienza estetica in quanto troppo soggettivo, idiosincratico, connesso
alla nutrizione (e quindi alla sfera femminile) e a un piacere individuale e
sensuale, più che a un’interpretazione estetica del mondo esterno, e connesso al
tatto, altro senso “minore”. Nei testi di Pera il piacere del gusto assume
valenze simili ed è spesso inscindibile da quello del tatto, o meglio
dell’“aptico”; abbondano infatti immagini di prossimità fisica con le piante, in
particolare con i suoi amati alberi (il noce, il ciliegio, il pero), come pure
con i suoi adorati cani (Nino e Macchia), come “un modo di sentire/percepire con
gli altri e le cose” (Perullo, Estetica ecologica, Mimesis 2020, p. 83).
Un piacere speciale nei suoi libri è riservato al cogliere e gustare la frutta
direttamente dagli alberi, in particolare le ciliegie o amarene – un atto che
evoca il riferimento biblico del vivere dei frutti della terra prima della
mitica espulsione dall’Eden. L’orto di un perdigiorno si apre con un’immagine di
felicità paradisiaca, che riappare in varie modulazioni in altri testi: “In
certi momenti la felicità è troppo intensa, trabocca, da non contenerla. Come
adesso davanti al rosso rubino delle amarene contro il verde scuro delle foglie.
Il piacere di guardarli, tutti quei puntolini di un lucido rosso liquido” (p.
7). Neanche la malattia terminale, che poi la costringe alla sedia a rotelle,
diminuisce il piacere di cogliere le ciliegie dall’albero: «Mi sento una sorta
di re Mida. Stanno maturando le ciliegie, irraggiungibili salvo quelle ad
altezza di carrozzina. Abbasso la frasca e anziché staccarle – non ne ho la
forza – le metto in bocca» (Al giardino ancora non l’ho detto, pp. 209-10). Ed è
la malattia, come l’aumentata vicinanza alla terra, che accelera in lei il
processo di “diventare pianta”: «Comincio a somigliare sempre più a una pianta
di cui bisogna prendersi cura, divento sorella di tutto quanto vive nel
giardino, parte di questa sconfinata materia di cui ignoro confini e profondità»
(p. 160). Nel presentare la sfera vegetale e umana come interdipendenti, Pera
propone un cambio di prospettiva e di narrazione, sfidando il paradigma
oculocentrico e antropocentrico che situa ancora l’essere umano al di sopra
della natura e non immerso in essa, e sottolineando la speciale responsabilità
affidata all’umano nel proteggere il pianeta. Nel contesto di
crescenti catastrofi ecologiche, la scrittrice costruisce il proprio
orto-giardino planetario nel trasformare un sogno utopico di vita edenica in una
eutopia, quale continua tensione verso un luogo dove si possa vivere
armonicamente immersi nel verde, imparando dalle piante.
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