Mosè, il libro, l’origine
Mosè, il libro, l’origine
Massimo Donà
Anita Romanello Ven, 24/04/2026 - 03:10
Un libro su cui aleggia, mobile e forse inafferrabile, l’ombra di un fantasma;
questo è il nuovo e importante volume di Giacomo Petrarca, tutto dedicato al
profeta più citato del Nuovo Testamento (Mosè, Feltrinelli, 2026). Un Mosè
concepito appunto come fantasma. Sì, perché – ci dice il giovane ma già
solidissimo filosofo umbro – la figura di Mosè emerge da una quantità sterminata
di testi, scritture e sovrascritture, e per questo è priva della singolarità che
compete solo alle realtà storicamente determinate.
Petrarca, comunque, ci mostra subito come, stando alla lettera del testo, non
sia neppure chiaro se Mosè ne sia l’autore o se si tratti piuttosto del prodotto
dell’Elohim da cui lo stesso Mosè l’avrebbe semplicemente ricevuto sul monte
Sinai. Forse – si dice già nelle prime pagine di questo denso e appassionante
volume edito da Feltrinelli – “Mosè è paradigma stesso del narrare” (p. 18).
Un narrare che, solo svolgendosi, sembra poter disegnare la figura del proprio
autore.
D’altronde, anche il libro di Petrarca è una delle moltissime riscritture di
quel libro; anzi, del “libro”. Sì, perché anche quello di cui stiamo scrivendo è
un libro doppio, ossia spezzato – proprio come le parole di Mosè.
Un libro che non a caso si presenta diviso in due parti nettamente distinte, per
quanto strettamente connesse. Che disegnano due itinerari; anzi una molteplicità
di itinerari cui il lettore potrà liberamente affidarsi: il testo e le note, che
a loro volta disegnano infiniti altri testi. Indicanti diverse strade che ogni
lettore potrà percorrere per proprio conto.
A farci entrare nel cuore di questa intricata ma lucida mappa narrativa è già il
primo capitolo; dove ci si sofferma a riflettere sul modo in cui non pochi
importanti protagonisti dell’arte occidentale avrebbero raffigurato la prima
scena: quella della consegna delle tavole sul Sinai.
Una cosa è certa, comunque: la storia che è invero lo stesso Mosè non fa
riferimento ad alcun antefatto; a qualcosa, cioè, come un’origine autentica che
le storie e i racconti da essa resi possibili avrebbero il semplice compito di
recuperare dagli anfratti della memoria. Sarebbe infatti un compito
assolutamente impossibile. Perché quell’origine, in quanto raccontata e svolta
nel tempo, risulterebbe necessariamente e irrimediabilmente ‘perduta’.
Insomma, è proprio la storia narrata dal libro a istituire la propria origine, e
a generare sempre nuove storie; volte a raccontare un gesto anch’esso duplice; e
dunque a farci fare i conti con il semplice bisogno di tradurre la sua
(dell’origine) innegabile inconoscibilità (solo con significati univoci ha
infatti a che fare l’umanamente conoscibile).
D’altronde, là dove la parola dell’origine – una parola per definizione
incomprensibile – potesse venire davvero tradotta, si ritroverebbe
necessariamente muta. E quindi non sarebbe neppure riconoscibile come parola
incomprensibile.
Ecco perché – è bene chiarirlo sin da subito – nessuna parola potrà mai dirsi
originaria; “men che meno quella divina, dato che vive solo nel diventare
commento, e sussiste solo nella sua continua e incessante disseminazione” (p.
45).
Certo, tradurla significa assegnarle comunque uno statuto di realtà; fermo
restando che qui reale è solo quanto può venire ricondotto alla narrazione
generata da una inaggirabile ma operativa incomprensibilità (l’incomprensibilità
della parola di Ezra).
E comunque neppure si dovrebbe dire che v’è qualcosa come “un libro” (quasi si
trattasse di una sorta di oggetto a nostra disposizione) da sfogliare o da
leggere; ma solo un libro “in cui leggere”.
Alla fine del primo capitolo siamo costretti a misurarci con uno straordinario
affondo speculativo. In virtù del quale Petrarca ci pone ancora una volta al
cospetto della “questione delle questioni”: che poi è, ancora una volta, quella
dell’origine.
A proposito della quale una domanda, almeno, ci si impone: di cosa parla
l’origine, quando si presenta, raccontandosi appunto come origine? E
impedendoci, in ogni caso, di prendere partito?
Ossia, di schierarci o a favore della concezione idolatrica che considera
venerabile un libro in virtù della sua semplice provenienza divina (da cui
l’idea di Sacra Scrittura), o a favore di quell’allegro post-modernismo convinto
di poter considerare ogni parola una libera, nel senso di ‘arbitraria’,
interpretazione totalmente priva di autorevolezza e quindi del tutto
irresponsabile (conformemente a una superficialissima e impropria lettura di
certi fin troppo noti passi nietzschiani).
Il fatto è che, proprio stando alla riscrittura del libro che è lo stesso Mosè,
e cogliendo anzitutto il suo ‘novissimo’ eppur sempre identico dispiegarsi, è la
realtà stessa ad apparire come qualcosa che viene ogni volta facendosi in virtù
di una intrascendibile ‘processualità’ (come non riconoscere qui una sorta di
profetica anticipazione dell’Atto gentiliano o dell’infinito differenziarsi
tematizzato da Deleuze?), che porta alla presenza un’origine sempre di là da
venire. La sola in grado di liberare il libro stesso “dalla morsa mortifera
della sua stessa sacralità” (p. 53).
Ecco perché nessuna narrazione potrà mai imporci di credere che si tratti solo
di dire come siano veramente andate le cose. Quasi ci fossero davvero degli
accadimenti precedenti la loro semplice narrazione, e, in quanto tali,
autorizzati a legittimare la credibilità di quest’ultima.
Ma, soprattutto, la narrazione implica il riferimento a una realtà che, per
quanto originata dalla narrazione medesima, e dunque destinata a non vivere che
nell’atto del suo originarsi, esisterà solamente nella forma di una
dimenticanza-rammemorante. Una realtà, cioè, che solo l’origine potrà tornare
ogni volta a raccontare; testimoniando il suo stesso ineludibile oblio –
facendola peraltro funzionare quale semplice motore inconscio di qualsivoglia
atto discorsivo. In conformità ad una natura comunque divina; senza che si possa
assolutamente distinguere la parola dall’azione.
Philippe de Champaigne, 1648.
D’altronde, solo nel raccontarsi – ci fa capire Petrarca –, l’origine può
accadere realmente; e solo per l’azione di una “macchina narrativa” legittimata
a ricordarla proprio rimuovendola, e alimentando proprio per questo un
inesauribile bisogno di sempre nuove narrazioni.
Da cui una struttura che in verità agisce anche nell’antico pensiero greco, là
dove l’origine (arché) viene fatta vivere nella memoria di un mondo che della
medesima sembra peraltro destinato a dimenticarsi. Si pensi al famoso frammento
del poema anassimandreo – icastica testimonianza dell’ineludibile obliarsi
dell’a-peiron… e proprio nell’accadere di un mondo che quello e solo quello,
peraltro, continua in eterno a raccontare, istituendone l’intrascendibile
paradossalità; ossia rendendolo insieme arcontico e liberatorio. Stante che solo
per esso, ossia a partire dalla sua illimitata potenza generatrice, alle cose
tutte è dato sperimentare una sempre possibile, nonché liberatoria, separazione
dall’origine.
Perciò ogni singolarità può dirsi libera e comunque rammemorante: e proprio in
quanto an-archicamente affetta da ineludibile hybris. Da cui una irrimediabile
frammentazione… che la destina a vivere solo di “tracce, cancellazioni e residui
di operazioni condotte e dissimulate al suo interno” (p. 148) (per dirla sempre
con Freud), e a farsi così vero e proprio “archivio della stessa storia
dell’origine” (p. 148).
Inevitabile, quindi, che l’atto istituente di Mosè possa venire
ricordato-dimenticato solo in forma depotenziata (in quanto sempre soggetta al
fascino incantatorio di una qualche forma di idolatria) rispetto al gioco di
voci che la tradizione successiva (soprattutto quella cristiana) avrebbe fatto
troppo spesso diventare un insieme di “tuoni assordanti, di squilli di tromba
potenti e di declamazioni solenni” (p. 119).
Là dove la tessitura del testo ebraico – fa notare giustamente Petrarca – è
caratterizzata da ben altro timbro.
I tuoni, infatti, cioè il suono dello shofar e l’eloquio fragoroso della
divinità con Mosè “sono nient’altro che voci” (p. 120).
Insomma, la comunicazione tra la divinità e Mosè – potremmo anche dire: tra
l’origine e la sua narrazione – si svolge anzitutto “nella voce” (p. 120). Anzi,
nella risonanza di voci udite, sì, ma sempre anche vedute; come per una sorta di
perfetta e sinfonica sinestesia che non potremo far altro che ‘interpretare’…
anche solo per poter ricominciare, ossia per iniziare ad accadere davvero – come
nel jazz, mi vien da dire… dove il musicista, nel dare voce al proprio assolo,
guarda sempre e solamente alle note che verranno; le sole che possono dare senso
e far vivere davvero le note già suonate; rammemorandole, in verità, solo per
dimenticarle; affinché siano rideterminate in sempre nuove frasi, cioè in
narrazioni che, solo in quanto “nuove”, possono dare senso e illuminare quanto
già suonato.
Oltre ogni pesantezza destinale, dunque.
Ecco perché la profezia di cui si fa portatore Mosè indica l’unica concreta
possibilità di ‘evasione’ tanto dal dover essere quanto dal dover accadere –
“come possibilità, cioè, di muovere fuori, ossia di evadere da una situazione
verso un’altra… sì da preannunciare l’uscita” (p. 92). E di trasformare quello
che si sarebbe potuto rivelare un semplice ‘peso’ (determinato da un passato
sempre sul punto di schiacciarci), nel motore di un incessante movimento di
“estroflessione… proprio come avviene nel funzionamento della profezia”, appunto
(p. 98). Volto a legittimare la sua stessa origine, e inventarla “istituendo il
testo di cui si dice finanche interprete” (p. 100).
Per questo la legge consegnata a Mosè non avrebbe potuto non farsi doppia; quale
norma non tanto da seguire, al modo di un qualsiasi comando, quanto da
riscrivere incessantemente, anche solo per rimarcare “la distanza tra sé e la
propria esecuzione, se l’esecuzione della legge è propriamente ‘nuova’ legge,
ossia: nuova scrittura della legge, nuova possibilità di liberazione” (p. 131).
In conformità a una doppiezza che la stessa origine ci invita ogni volta a
trasfigurare e produrre. Rendendola perfetta proprio nell’affidarla a una sempre
parziale e imperfetta ‘realizzazione’. In ogni caso perfetta, comunque; e
proprio in quanto privata di qualsiasi pernicioso fuori-testo destinato a
sancirne l’erroneità, o quanto meno l’incompletezza – come avrebbe ben capito
Derrida.
Al contrario di quanto in troppi hanno invece finito per credere, ‘deformando’
completamente il senso delle parole consegnate a Mosè o scritte da quest’ultimo,
impropriamente paragonate alle catene di un insopportabile asservimento, e
troppo spesso fatte passare quali perfetta immagine del ‘legalismo ebraico’,
ossia di una ‘obbligatorietà esteriore’ destituibile solo dall’amore predicato
da Gesù.
E dunque di una ‘teologia politica’ di cui solo la Torah sembra invece in grado
di farci sperimentare la più radicale messa in questione (e proprio in virtù
dell’operatività “della stessa macchina narrativa che è appunto il libro” (p.
62)); quanto meno a partire dalla consapevolezza secondo cui il regno di Dio non
potrà mai venire realizzato applicando improbabili comandi istituiti dalla
“legge” o dalle sue sempre obbliganti pronunciazioni. Quasi che solo la
tradizione fosse autorizzata a farsi portatrice di un messaggio destinato a
transitare da un imperatore a un destinatario (per stare al famoso racconto di
Kafka, ricordato in queste formidabili pagine da Petrarca); che mai potrà
davvero riceverlo, e proprio in virtù dell’infinità di mediazioni destinate a
farsi insormontabili ostacoli alla sua stessa consegna.
In conformità a un antisemitismo purtroppo ancora imperante. Proprio con esso
Freud si sarebbe d’altro canto impegnato a fare seriamente i conti in L’uomo
Mosè e la religione monoteistica; nelle cui pagine lo psicoanalista viennese
indaga appunto “le ragioni di questo ‘odio perenne’ contro gli ebrei provando ad
illustrare il funzionamento delle dinamiche che lo avrebbero prodotto” (p.
172)).
Un antisemitismo dovuto a un semplice, sorprendente, ma non di meno radicale,
fraintendimento della ‘macchina narrativa’ costituita dal racconto biblico – che
va per l’appunto intesa (ci mostra persuasivamente Petrarca) come semplice
testimonianza di un’origine mai vocata a comandare, ma solo a reclamare la
propria stessa costitutiva e ineludibile ‘deformazione’.
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