
Francesco Pecoraro e l’insensato marasma del presente
Doppiozero - Friday, April 24, 2026Mai come in questo periodo ha avuto così largo corso l’espressione «fine del mondo». Quante volte abbiamo letto, nei commenti alla presente situazione geopolitica, che è definitivamente tramontato qualcosa, sia esso l’Occidente, il rapporto Europa-Stati Uniti, la civiltà novecentesca, il mondo come l’abbiamo conosciuto finora? Da questo punto di vista, l’ultimo libro di Francesco Pecoraro – La fine del mondo, Ponte alle Grazie, 2026 – può vantare un’attualità straordinaria. E nello stesso tempo, sul piano della storia letteraria, si candida al ruolo di opera-spartiacque: giacché mette a fuoco in maniera eccezionalmente nitida la condizione nella quale ci si è venuti a trovare – tutti, chi più, chi meno – dopo l’avvento delle nuove tecnologie.
Restando sulle soglie del testo, particolare pregnanza hanno anche altri elementi: la citazione in esergo, la dedica, la data finale. L’epigrafe è tratta dall’incompiuta monografia di Ernesto de Martino, di cui riprende il titolo (La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali), pubblicata postuma da Einaudi nel 1977 e quindi riproposta nel 2019 in una nuova edizione a cura di Giordana Charuty, Daniel Fabre e Marcello Massenzio: «Noi possiamo dire che era la fine del loro mondo, ma che cos’è la fine del mondo se non la fine del proprio mondo?» L’apocalisse rappresentata da Pecoraro è immune da ingenue iperboli: non è questione della vita sul pianeta, e nemmeno della sopravvivenza fisica di Homo sapiens, ma di una formazione di civiltà, che tuttavia, per chi ne fa parte, s’identifica con la realtà stessa. La data di composizione, Roma-Diafani, 2018-2025, indica invece i due luoghi su cui il testo gravita: la città di Roma, specie il rione Prati, immaginosamente ribattezzato Ipotassi Cetomedioide, e la località costiera di Diafáni nell’isola di Kárpathos, nel Dodecaneso, quindi all’estremità sud-orientale del Mar Egeo, antonomasticamente chiamata «l’isola». E un abitante di Kárpathos è il dedicatario dell’opera (A Kostas Lioreisis, 1927-2018): se le date non mentono, la scomparsa dell’amico ha giocato un ruolo nell’idea dell’opera, o quanto meno nella sua maturazione.
La fine del mondo non è un romanzo. Se non manca di una dimensione narrativa, nemmeno si può dire che essa abbia un particolare risalto: a prevalere sono le argomentazioni e le descrizioni. Il discorso alterna una prima persona («io») e una terza («l’uomo in cucina», «l’uomo nella casa cartesiana»), ma il soggetto è evidentemente unico: e l’effetto d’insieme è di un interminabile atrabiliare monologo, che per certi versi ha qualcosa di gaddiano, senza peraltro gli accessi di furore caratteristici di Gadda. Il motivo conduttore è quello annunciato dal titolo: la percezione, o meglio, la cognizione dell’esaurimento di un’epoca, che comporta fra l’altro l’avvertimento (la consapevolezza: la diagnosi) d’una progressiva perdita di sé. Sul cupo pessimismo che costituisce il basso continuo dell’esposizione emergono di tanto in tanto i segni non solo di una stanchezza di fondo, ma anche di una sostanziale rassegnazione. È finito il Novecento, è finito il ceto medio, è finita una civiltà, e mentre la fine della propria vita si avvicina, il presente si manifesta come un insensato marasma.
Anzi: come un Flusso. «Chiamerei Flusso l’insieme di stimoli, sollecitazioni, avvisi, richieste, messaggi & messaggini whatsapp, rare telefonate, notifiche di pagamenti da verificare, articoli on line e sui giornali, il tutto aggiunto al tempo dedicato a segnalare la mia esistenza in vita con interventi su Instagram e Tik Tok e Telegram e Facebook e Threads, social ormai storici, ottenendo qualche like e vilmente bloccando i dissenzienti, aggiunto al tempo passato davanti alla tv a guardare telegiornali e fiction, che dimentico nel momento stesso in cui le guardo. Questo è il Flusso». Cioè la nuova normalità, da quanto la Rete ha trionfato: qualcosa che sembra distrarre, ma in realtà avvolge, travolge, altera, anestetizza. Illuminante una postilla, in enfatico corsivo: «è funzione principale del Flusso impedirci di riflettere sul Flusso».
Al soggetto locutore, in cui non è difficile indovinare tratti dell’autore medesimo (un professionista romano di estrazione borghese, pensionato ormai da svariati anni), non sfuggono le origini socioeconomiche, se non metafisiche, di tale fenomeno. Il predominio del Flusso risponde alle esigenze del capitale; o meglio, alla sua volontà, dal momento che la conclusione cui il protagonista è giunto, dopo decenni di esperienze, letture, riflessioni sulla storia e sulla politica, è che Dio esiste, ed è appunto il capitale. Non a caso egli sostiene di essersi sempre definito comunista; e tale ritiene di essere tuttora, benché alla disapprovazione del mondo così com’è («e come vorrebbe essere, e come pensa di essere stato») si abbina la dismissione di ogni proposito di intervento. «In effetti sembra non mi importi più di niente. Sempre più frequenti i momenti in cui il mondo e ciò che vi succede, gli altri e ciò che fanno, la natura e la sua morte, il clima e il suo riscaldamento, il Terzo Fuoco, l’Intelligenza Artificiale e i suoi poteri, la micro-plastica nei mari e nei fiumi, le scorie nucleari, le eruzioni e gli allagamenti, i terremoti e i meteoriti, le lotte politiche e le dis-uguaglianze sociali, il razzismo, la pena di morte, il capitalismo, gli alieni, la sopraffazione israeliana su tutti i territori circostanti, la guerra russo-finnico-ucraina, la guerra indo-irano-pachistana, hezbollah & hamas & huthi & super-huthi, il patriarcato, gli stupri, il femminismo, il femminicidio, le stragi famigliari, il fascismo e tutto il resto, non mi interessano per niente».
Vale la pena di sottolineare, sul piano stilistico, la grande frequenza delle figure di accumulazione. Il brano citato sciorina un lungo elenco (ma ce n’è di più lunghi ancora), generato da una sorta di delirante iperbole disforica. In altri casi, enumerazioni più brevi suggeriscono un’indifferenza sostanziale dei termini inventariati: «il capitalista è un soggetto umano che per caso-eredità-avventura-necessità-volontà-inventiva-astuzia-coraggio, si trova nella condizione di servente primario del capitale»; «Benché fossimo ormai quasi completamente svuotati, seguitavamo a fingere passioni-pensieri-sentimenti-teorie, ma non sapevamo nulla del passato»; «un quartiere fatto per accogliere molta più vita, molte più attività e molto più traffico, molti più intrighi-amori-fallimenti-felicità-disperazioni-malattie e morti di quanti poi ce ne saranno». L’altro tratto caratteristico è la creatività lessicale, che si esprime soprattutto nelle derivazioni suffissali (webbico, carnaceo, modernesco) e nelle parole composte (bio-direzioni, griffo-moderato, geronto-generazioni), ma anche in certe locuzioni nominali (fascismo maschile basale, bolle cognitive filtranti, birrette acefale, gigantografie albertosordi aldofabrizi).

A questo punto potrebbe venire la tentazione di considerare La fine del mondo alla stregua d’una scoperta, inequivocabile – ancorché eloquente – dichiarazione di resa. Su questa frequenza si colloca anche l’attenzione ai mille piccoli gesti quotidiani di un’esistenza domestica appartata, senilmente marginale. Ma le cose non stanno esattamente così. Ad onta dell’esibita sindrome di «nolontà» dell’io recitante, un paradossale argine alla dilagante malinconia è costituito dal ripetuto insorgere di pensieri ossessivi. Alla base della visione del protagonista c’è uno spesso strato di avvilimento, di auto-denigrazione, ben sintetizzato dalla proclamata affinità tra l’uomo e l’echinoderma marino denominato oloturia (ovvero, più popolarmente, cetriolo di mare): un animale primitivo, oltre che destituito (almeno all’occhio d’un profano) di ogni pregio estetico, in apparenza poco più d’un tubo digerente, un orifizio per immettere cibo, uno per espellere i rifiuti. Nel comune destino di finitezza, l’uomo sarebbe giusto un gradino oltre: «sono una post-oloturia nata nella Turbo-Italia del dopoguerra, questo mi è toccato e questo accetto, in attesa di dover presto accettare ben altro». Ebbene, a volte accade che sul fondo di questo immaginario depressivo, alimentato dalla tendenza a identificarsi con figure di pesci, specie se predati o morenti, s’innestino accuratissime, iper-realistiche descrizioni: e allora le proteste di estenuazione lasciano spazio a una tensione quasi spasmodica dello sguardo. Si vedano ad esempio la rappresentazione del pesce agonizzante sul molo o sulla riva (pp. 77-78); o la descrizione di come un marlin da 360 kg diviene carne pregiata da sashimi (pp. 270-273); o il racconto dell’amico Marcello, di professione chirurgo, che ricorda come la nonna macellava polli e conigli per il pranzo domenicale (pp. 286-291), scene che erano state di fatto le sue prime lezioni di anatomia; o il pescatore Kostas, già macchinista e capitano di caicco, che macella una cernia (pp. 310-313). Lo spietato lavoro delle lame esalta le differenze di forme, volumi, consistenze, colori, sfumature.
L’ossessione per la dissezione dei corpi si manifesta anche nei molteplici riferimenti alle minuziose tavole anatomiche (in parte riprodotte nel testo), desunte da un testo dei primi decenni dell’Ottocento (l’Atlante anatomico di Jean-Baptiste Marc Bourgery e Nicolas Henri Jacob), scelto per la cura tipografica e la crudezza delle immagini. Strada facendo, i temi della corporeità, della morte, dell’indagine sulla fisiologia dei viventi, si intrecciano e si alimentano vicendevolmente. Ciò che ne deriva è una linea di resistenza rispetto all’insignificanza di quasi tutto il resto del mondo fenomenico, così come si manifesta nel fluire variegato e narcotico dei reels sullo schermo dello smartphone. In controtendenza rispetto al reale infinitamente eterogeneo e inesorabilmente insulso mediato dalla tecnologia, le carni sezionate da coltelli coltellacci bisturi acquistano un’evidenza contundente, intimamente eversiva. La precisione della scrittura contrasta (o argina) la funesta melassa delle abitudini inveterate e dei video di YouTube.
Peraltro, considerata nel suo insieme, La fine del mondo sembra soffrire un po’ la mancanza se non di un’architettura, che forse sarebbe risultata contraddittoria rispetto agli assunti, almeno di una misura. Il monologare del protagonista tende a dilatarsi a macchia d’olio, fino alle soglie d’un diario in pubblico; e questo a me pare il principale limite di un’opera altrimenti ammirevole per ricchezza di pensiero e forza di stile. Ma vari altri aspetti meritano d’essere sottolineati. Innanzi tutto le pagine in cui si parla dell’isola: un altrove effettivo e rigenerante rispetto all’ambiente cittadino («C’è un solo luogo, un solo paesaggio, un solo vento, un solo orizzonte-con-isole dove vale pena di tornare») peraltro reso ormai idealmente più lontano dalla triste scomparsa del genius loci, il navigato Kóstas, incarnazione d’una vecchiaia che eccezionalmente appare degna non solo di rispetto, ma anche di ammirazione («Per me Kostas era l’isola e l’isola era Kostas»). Inoltre, le riflessioni sulla città: l’accurata descrizione del rione Prati, con l’invecchiare delle facce, lo stratificarsi delle memorie, il permanere degli edifici a fronte della inevitabile parabola esistenziale degli abitanti, e l’accumularsi del tempo storico sui quartieri e sulla città. Né andrà tralasciata l’illustrazione di copertina, opera dell’autore, che raffigura la statua d’una figura femminile in riva al mare, di spalle, avvolta in un mantello sollevato dal vento. Non mi risulta che sia l’esatta riproduzione di alcuna opera esistente; tuttavia risponde a un’iconografia – la “sposa del marinaio”, la donna che scruta l’orizzonte in attesa – che all’idea di malinconia e sofferenza unisce quelle di tenacia e forza d’animo.
Certo, l’intonazione generale rimane cupa. «Il problema con la Storia – si è messo a pensare l’uomo nella casa cartesiana – è che tutto, ma proprio tutto, prima o poi si deteriora, deraglia, si snatura, si decolora, marcisce». Ma se non c’è dubbio che il mondo (un mondo) sia alla fine, resiste ancora la capacità di rappresentarlo – e di rappresentarla. Che è comunque uno dei compiti cui è deputata la letteratura.
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