
Cile: il ritorno dell’ordine. Kast, la destra radicale e la fine di un ciclo
Popoff Quotidiano - Saturday, December 13, 2025Domenica 14 dicembre il ballottaggio delle presidenziali tra un orfano di Pinochet e la comunista Jeannette Jara. I sondaggi scommettono su una vittoria delle destre
Il Cile chiude l’anno con un ballottaggio presidenziale che segna uno spartiacque politico e simbolico. Da un lato Jeannette Jara, candidata del Partito Comunista, espressione del governo uscente di Gabriel Boric e di una coalizione progressista ormai sulla difensiva; dall’altro José Antonio Kast, leader dell’estrema destra pinochetista, oggi più vicino che mai alla presidenza della Repubblica. Il primo turno del 16 novembre ha restituito un quadro frammentato ma chiaramente sbilanciato: Jara ha ottenuto il 26,9% dei voti, Kast il 23,9%, mentre il vero elemento di rottura è stato il terzo posto del populista digitale Franco Parisi, capace di raccogliere il 19,7% e di intercettare un elettorato volatile, antipolitico e scarsamente fidelizzato.
Nel loro insieme, le destre cilene hanno superato abbondantemente il 50% dei consensi, arrivando — secondo diverse stime — a sfiorare il 60% se si considerano anche ampie porzioni dell’elettorato di Parisi. Un dato senza precedenti dalla fine della dittatura, che segnala un mutamento profondo nei rapporti di forza politici e sociali. Johannes Kaiser, esponente della destra libertaria e ancora più radicale di Kast, ha garantito fin da subito il proprio sostegno al candidato del Partito Repubblicano; Evelyn Matthei, figura storica della destra tradizionale, lo ha fatto formalmente, pur senza poter controllare del tutto un elettorato moderato oggi diviso, disilluso e attraversato da pulsioni contraddittorie.
Proprio il voto moderato rappresenta una delle incognite principali del ballottaggio. Da un lato vi sono settori centristi con un certo radicamento politico, dall’altro una massa di elettori disancorati dai partiti, giovani o impoveriti, che guardano con sospetto a qualsiasi proposta istituzionale. Ciò che li accomuna è una valutazione fortemente negativa del governo Boric. In questo contesto, appare improbabile che una quota significativa di questi voti confluisca su Jara; più realistico è invece un aumento del voto nullo o bianco, favorito dalla polarizzazione dello scontro e dalla sensazione diffusa che nessuna delle due opzioni risponda pienamente alle proprie aspettative.
La campagna di Kast ha puntato con decisione su un asse tematico preciso: sicurezza, ordine, controllo delle frontiere, espulsione dei migranti irregolari. Un discorso semplice, martellante, che intercetta una percezione di insicurezza ampiamente diffusa e spesso sproporzionata rispetto ai dati reali sulla criminalità, ma efficacemente amplificata dal sistema mediatico. Jara, al contrario, ha insistito su un’agenda sociale fatta di riforma delle pensioni, aumento del salario minimo, tutela del lavoro e rafforzamento dello Stato sociale, rivendicando i risultati ottenuti come ministra del Lavoro. Una proposta coerente, ma penalizzata dall’usura del governo e da un clima politico in cui la sicurezza ha soppiantato quasi ogni altro tema.
Al di là dell’esito immediato, la posta in gioco è molto più ampia. Una vittoria di Kast segnerebbe la prima affermazione democratica dell’ultradestra nella storia cilena, rafforzando un asse conservatore regionale che va da Milei a Bukele e producendo effetti potenzialmente dirompenti su diritti civili, politiche migratorie e ruolo dello Stato. Un’eventuale sconfitta dignitosa di Jara, al contrario, potrebbe consentirle di accreditarsi come figura centrale dell’opposizione e riaprire il dibattito sulla leadership futura del campo progressista, oggi frammentato e privo di una direzione chiara.
Questa elezione misura anche l’emergere di un nuovo clivaggio politico. Per decenni, la linea di frattura fondamentale in Cile è stata quella tra sostenitori e oppositori della dittatura di Pinochet, il celebre “Sí/No” del referendum del 1988. Oggi, quel clivaggio sembra lasciare il posto a un altro: “Apruebo/Rechazo”, legato al processo costituente e al plebiscito del 2022. Se confermato, ciò segnerebbe la fine del ciclo dei grandi racconti trasformativi aperto dalla rivolta del 2019 e l’ingresso in una fase più disincantata, dominata da una coalizione eterogenea di destra tradizionale, elettori obbligati e votanti antipolitici.
In questo quadro si inserisce la figura di José Antonio Kast, spesso descritto come un candidato che avrebbe abbandonato l’“agenda culturale” per concentrarsi su temi più redditizi elettoralmente. Ma questa lettura appare superficiale. Richiamandosi al concetto gramsciano di battaglia culturale, è evidente che la cultura non si esaurisce nei temi etici: riguarda piuttosto la lotta per il controllo del senso comune, dei quadri interpretativi della realtà, delle istituzioni che producono consenso. In questo terreno, la destra cilena dispone di un apparato solido e ben finanziato: think tank, fondazioni, media concentrati in poche mani, capaci di orientare il dibattito pubblico e di fissarne le priorità.
Oggi, questa battaglia culturale assume sempre più i contorni di una battaglia per la verità. La frammentazione dell’informazione, le bolle algoritmiche e l’economia dell’attenzione favoriscono la relativizzazione dei fatti e la diffusione di narrazioni emotive. Kast ha fatto ampio uso di dati falsi o fuorvianti, ha contraddetto il proprio programma e ha evitato di spiegare nodi centrali come i drastici tagli alla spesa pubblica promessi in campagna. La sua traiettoria politica, segnata dalla difesa esplicita della dittatura e dalla messa in discussione di crimini accertati del regime, mostra che per lui la verità è un terreno di scontro, non un limite.
Il libro Kast. La ultraderecha a la chilena aiuta a comprendere questa continuità. Kast non è un outsider improvvisato: proviene dalla destra conservatrice storica, affonda le sue radici nel gremialismo cattolico e nel pinochetismo, e ha costruito con pazienza una nuova destra “senza complessi”, orgogliosa dei propri legami autoritari. Dopo aver lasciato l’UDI, ha progressivamente subordinato la destra tradizionale, accusandola di essere “politicamente corretta” e costringendola a inseguirlo su sicurezza, ordine e rifiuto delle riforme socioculturali.
Un pilastro della sua identità è l’antifemminismo, insieme alla delegittimazione della rivolta del 2019 e del processo costituente, descritti come pura violenza e criminalità. Sostenuto da leader internazionali dell’estrema destra, Kast è riuscito a unificare correnti reazionarie diverse — evangelici, nostalgici della dittatura, libertari, nazionalisti — aprendo uno spazio politico che ha radicalizzato l’intera offerta di destra. In questo campo, ciò che conta non è tanto la coerenza programmatica quanto il senso di appartenenza identitaria e la contrapposizione a un nemico comune.
Qualunque sia il risultato del ballottaggio, una cosa appare ormai chiara: il Cile è entrato in una nuova fase politica. Il ciclo aperto dalla rivolta sociale e dal processo costituente si è chiuso senza aver prodotto un nuovo consenso egemonico. Al suo posto emerge un ordine incerto, segnato dalla paura, dalla disillusione e dal ritorno di forze che rivendicano apertamente autorità, disciplina e gerarchia. È in questo vuoto che José Antonio Kast ha costruito la propria forza. Ed è da questo vuoto che la sinistra cilena, se vorrà tornare a essere rilevante, dovrà ripartire.
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