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Appunti Resistenti per la libertà d’insegnamento
L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ INSIEME A DOCENTI PER GAZA HA ELABORATO UN LIBRETTO, CHIAMATO IN MANIERA EVOCATIVA APPUNTI RESISTENTI PER LA LIBERTÀ D’INSEGNAMENTO, CON LO SCOPO DI RICORDARE AI COLLEGHI E ALLE COLLEGHE I DIRITTI CHE POSSIAMO RIVENDICARE DAVANTI AI TENTATIVI DI CENSURA, REPRESSIONE E INTIMIDAZIONE NEL CASO DI INIZIATIVE CHE NON PIACCIONO AL GOVERNO, COME QUELLE LEGATE ALLA QUESTIONE PALESTINESE CHE ULTIMAMENTE HA VISTO ANCHE L’INTERVENTO DEGLI ISPETTORI IN ALCUNE SCUOLE. SI INVITANO I/LE DOCENTI A SCARICARE IL PDF E A FAR CIRCOLARE IL MATERIALE PER UNA MAGGIORE CONSAPEVOLEZZA DELLA LIBERTÀ D’INSEGNAMENTO GARANTITA DAL DETTATO COSTITUZIONALE. PARTE PRIMA – INTRODUZIONE E MOTIVAZIONI DELL’OPUSCOLO Le recenti ispezioni ministeriali che hanno interessato alcune scuole, “colpevoli” di aver invitato Francesca Albanese a parlare di Palestina, rappresentano un ulteriore salto di qualità della repressione nel nostro Paese. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e Docenti per Gaza crediamo che sia molto importante reagire in modo coordinato e visibile a questo attacco alla libertà di insegnamento, anche perché niente possono gli ispettori di fronte alla normativa che ci tutela pienamente. Questo opuscolo è pensato sia come strumento politico e guida normativa che come proposta concreta sul piano della didattica: se vogliono colpire la libertà di insegnamento, come docenti abbiamo il dovere di difendere tale norma di rango costituzionale e rivendicarla all’interno del nostro lavoro quotidiano; se rinunciamo a parlare di Palestina, a scegliere autonomamente gli esperti che devono entrare nelle nostre scuole, allora avranno avuto ragione a “colpirne uno per educarne cento”. LA SITUAZIONE Contro il genocidio del popolo palestinese si è sviluppata una mobilitazione come mai nel recente passato. La scuola, in tutte le sue componenti, ha svolto un ruolo fondamentale, contribuendo a formare quel senso comune generale di condanna di fronte a una massima ingiustizia. Si è così evidenziata una enorme distanza fra il Parlamento italiano, quasi tutto schierato per la guerra e il riarmo, e la maggioranza dell’opinione pubblica che, in un’ottica antimilitarista, vuole una vera pace in Palestina e la fine del conflitto russo-ucraino. A conferma di questa enorme distanza si veda l’immediata reazione popolare rispetto alle gravissime vicende in corso in Venezuela. Le mobilitazioni popolari contro le guerre hanno fatto e fanno paura. Invece di ascoltarne le ragioni, maggioranza e buona parte dell’opposizione, appoggiate da quasi tutti i media, hanno amplificato singoli episodi, del tutto marginali rispetto al quadro generale, per iniziare un’opera di delegittimazione delle proteste e, conseguentemente, di repressione. Denunce, multe, arresti, negazione degli spazi per discutere, assalti squadristici per impedire i dibattiti: la cronaca di questi giorni testimonia della gravità della situazione. Solo chi non vuole vedere non si accorge del cosiddetto “doppio standard” messo in atto da chi ci governa (ciò che ritengo legittimo per la mia parte, diventa intollerabile se compiuto dai miei “nemici”) e non si accorge del tentativo di rendere “normale” la guerra e necessari il riarmo e la leva militare. A SCUOLA In questo quadro, ispettori ministeriali sono stati inviati nelle scuole per controllare l’operato di docenti, studentesse e studenti, in nome di un supposto diritto al contraddittorio, che dovrebbe impedire la strumentalizzazione dell’istruzione. La nota ministeriale n. 6545 del 12 dicembre 2025, paradossalmente, afferma il ruolo formativo, democratico, pluralistico della scuola, ma di fatto lo vìola, criminalizzando proprio quelle attività che sono pluralistiche, democratiche e formative, in quanto forniscono dati di informazione e studiano criticamente la situazione palestinese. Si tratta quindi di una intimidazione politica nei confronti di dirigenti scolastici, docenti, studenti e studentesse, che però non ha una base normativa. * In primo luogo, va ricordato che la Scuola pubblica statale è per sua natura “pluralistica”, in quanto il personale viene reclutato non in base a una specifica appartenenza ideologica (come avviene nelle scuole private “di tendenza”), ma attraverso una pubblica selezione, e ciò fa sì che studentesse e studenti e le stesse famiglie incontrino docenti e personale sicuramente di diversa formazione e orientamento politico e culturale. * In secondo luogo, va ricordato che esiste il Testo unico, tuttora in vigore (Decreto Legislativo n. 297/1994) che, attraverso gli organi collegiali, regola la vita democratica della scuola. Un testo che devono rispettare anche i dirigenti scolastici, visto che, secondo il Decreto Legislativo n. 165/2001, questi ultimi devono operare «nel rispetto delle competenze degli organi collegiali scolastici». * Infine, è utile ribadire quanto previsto nell’art. 33 della nostra Costituzione: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento», concetto ribadito anche nel CCNL. Ma torniamo alle ispezioni. Si è, innanzitutto, determinato un clima di paura e di intimidazione, che ha portato dirigenti scolastici zelanti ad annullare iniziative già programmate, mentre diversi docenti hanno dovuto giustificare il loro operato, dimostrando così che l’obiettivo del ministro non era certo quello di garantire il pluralismo/contraddittorio, ma, molto più banalmente, di impedire che si discutesse del genocidio del popolo palestinese. Un intento confermato dal fatto che ciò è avvenuto unicamente sulla Palestina, mentre in passato il ministro dell’Istruzione e del merito, Giuseppe Valditara, non ha mai invocato il criterio del pluralismo/contraddittorio rispetto alla presenza nelle scuole di esperti esterni. COME REGOLARSI IN QUANTO DOCENTI A nostro avviso basterebbe seguire la normativa che regola il mondo della scuola. Proviamo a ricapitolare: * ogni scuola approva un proprio PTOF. All’interno di questo documento, coerentemente con i nostri principi costituzionali, vengono esplicitati gli orientamenti generali e le priorità rispetto all’azione educativo-didattica. * tutto ciò che viene programmato coerentemente col PTOF è pienamente legittimo. Addirittura la normativa vigente prevede anche (art. 3, comma 2, d.P.R. n. 275/1999, come modificato dall’art. 1, comma 14, della l. n. 107/2015) il rispetto delle cosiddette opzioni di gruppo minoritario. * negli ultimi anni una programmazione unitaria è inoltre prevista rispetto all’Educazione Civica e all’Orientamento. Tale programmazione unitaria va articolata all’interno dei singoli Consigli di Classe. * per quanto riguarda l’Educazione Civica (l. n. 92/2019 e Linee Guida d.m. n. 183/2024) i consigli di classe possono individuare le tematiche trasversali e, per esempio, potrebbero indicare come centrale (come è avvenuto in alcune realtà) il tema della pace e della guerra. * per quanto riguarda l’Orientamento (Linee Guida d.m. n. 328/2022 e successive Note di attuazione), esso viene definito come un processo che accompagna tutto il percorso scolastico, con l’obiettivo di formare cittadini consapevoli, capaci di scegliere e di riprogettarsi in un mondo in rapido cambiamento. Conoscere e saper comprendere i conflitti non vi è dubbio che aiuti a formare cittadini consapevoli. QUINDI UN PROGETTO SULLA PACE E SULLA GUERRA, INDIVIDUALE E/O COLLETTIVO, È DEL TUTTO LEGITTIMO E PREVISTO DALL’ATTUALE ORDINAMENTO SCOLASTICO. LA FUNZIONE DOCENTE Spetta al/alla singolo/a docente articolare il lavoro, grazie alla propria professionalità, durante le ore di lezione e utilizzare, nei modi che ritiene più opportuni, l’eventuale contributo di esperti esterni, con l’unica condizione che questi ultimi non esprimano idee contrarie alla Costituzione. Del resto, è del tutto impossibile pensare a un “contraddittorio permanente”, modello mutuato dai talk show televisivi e orientato a generare tifoserie invece che sviluppare il pensiero critico dei discenti a partire dai processi di ricerca. Infine, per quanto riguarda gli/le esperti/e esterni eventualmente invitati/presenti nelle assemblee studentesche di istituto (scuola secondaria di secondo grado), anche in questo caso basta rispettare la normativa vigente, d.lgs. n. 297/1994 e Statuto delle studentesse e degli studenti. In particolare l’art. 13, comma 6, del d.lgs. n. 297/1994 prevede che: «Alle assemblee di istituto svolte durante l’orario delle lezioni, ed in numero non superiore a quattro, può essere richiesta la partecipazione di esperti di problemi sociali, culturali, artistici e scientifici, indicati dagli studenti unitamente agli argomenti da inserire nell’ordine del giorno. Detta partecipazione deve essere autorizzata dal Consiglio d’Istituto». Se questi passaggi normativi risultano rispettati, qualsiasi ispezione non potrà fare altro che constatare la correttezza dell’operato di quelle docenti e quei docenti che hanno ritenuto formativo ed essenziale per il loro lavoro educativo portare studenti e studentesse a conoscenza non solo degli aspetti economici, ideologici, geopolitici, etici, ma anche del coinvolgimento altissimo delle popolazioni civili – fino ad arrivare alla volontà genocida – che caratterizza le guerre a noi contemporanee. FAQ 1. Se ho deciso di invitare un/a esperto/a nelle mie ore di lezione, devo per forza passare dal Consiglio di Classe? No. Durante la propria ora di lezione in caso in cui si segua la propria programmazione disciplinare, che può essere modificata nell’effettivo percorso di insegnamento-apprendimento, possono essere invitati esterni per approfondimenti; il passaggio per il consiglio di classe può essere un’ulteriore tutela, ma non un obbligo. La comunicazione alla D.S. è d’obbligo solo per quello che riguarda la faq n. 2. * Se ho deciso di invitare un/a esperto/a nelle mie ore di lezione, devo per forza comunicarlo al dirigente? Si, ma solo se l’esperto viene in presenza per motivi di sicurezza e assicurazione; un intervento on line non ha bisogno di autorizzazione; qualora il Dirigente scolastico sollevi problemi, rivolgersi al proprio sindacato.   * Cosa devo scrivere sul registro? Ogni docente ha l’obbligo di tenere aggiornato il registro elettronico con le attività svolte (art. 41 del R.D. 30/04/1924 n. 965). È sufficiente scrivere l’argomento della lezione. * Sono obbligata/o a comunicare ai genitori preventivamente la presenza di un esperto? No, se svolto all’interno della propria programmazione e della propria ora di lezione (così come non si comunica la visione di un film, la scelta di un documento o qualsiasi approfondimento disciplinare[1] [2] [3] ); si può prevedere, tuttavia, di inserire nel registro l’eventuale incontro proprio anche al fine di sottolineare la libertà di insegnamento. Se il progetto rientra nella programmazione del consiglio di classe consigliamo di scrivere sul registro l’attività che si svolgerà. * Quali sono brevemente e precisamente i passaggi che consigliate di fare in modo da essere blindati da un punto di vista normativo? a) Nella propria ora di lezione, se si tratta un argomento inerente la disciplina insegnata e la programmazione prevista, il docente non ha alcun obbligo da rispettare, se non eventualmente quello di informare preventivamente il dirigente scolastico che nel giorno e nelle ore stabilite sarà presente nei locali della scuola un esperto esterno. b) Nella propria ora di lezione, se si tratta un argomento non inerente la disciplina insegnata, ma previsto nel PTOF o nella propria programmazione come attività di educazione civica o orientamento, il/la docente non ha alcun obbligo da rispettare, se non eventualmente quello di informare preventivamente il dirigente scolastico che nel giorno e nelle ore stabilite sarà presente nei locali della scuola un esperto esterno. * Possono gli studenti chiamare un/una esperto/a esterno/a durante l’assemblea? Si, per un totale di 4 volte l’anno (art. 13, comma 6, del d.lgs. n. 297/1994) con la delibera del Consiglio di istituto. In molte scuole i consigli di istituto, per accelerare la procedura, ad ogni inizio di anno scolastico, delegano con specifica delibera, la Giunta esecutiva o addirittura il dirigente scolastico a valutare la congruità dell’intervento esterno con le norme di legge le regole interne alla scuola e autorizzare l’intervento. Si sconsiglia di non concedere tale delega al DS in difesa del ruolo degli organi collegiali. * Anche se non sono di materie umanistiche posso affrontare argomenti di attualità storico-politica? Si, inserendoli nelle ore di orientamento e di educazione civica; se diverso da quanto previsto nella programmazione del consiglio di classe questo va coinvolto. * Quali sono brevemente e precisamente i passaggi che consigliate di fare in modo da essere blindati da un punto di vista normativo? Vedi faq n.1. TABELLA DI SINTESI PER APPROVAZIONE PROGETTI RESISTENTI A QUALUNQUE ISPEZIONE periodoorgano collegialecose da faresuggerimentiAgosto/ settembrecollegio docenti• Controllo della conformità del progetto con il PTOF  punti da attenzionare: • Obiettivi Educativi: Definisce gli obiettivi generali e specifici, in linea con le indicazioni nazionali e le esigenze locali. • Progettazione Curricolare: -Dettaglia i percorsi disciplinari, i curricoli, le metodologie didattiche e i criteri di valutazione per ogni materia e classe. • Progettazione Extracurricolare: Include attività extra, come laboratori, progetti speciali, scambi culturali, viaggi di istruzione, che arricchiscono l’offerta.  settembreDipartimenti    e poi     Collegio docenti         consiglio di classe: prime intese sulla programmazione di classe•durante  la elaborazione del PTOF o del suo aggiornamento annuale ad opera dei dipartimenti;   inserimento del progetto/attività nel punto all’o.d.g       • inserimento del progetto/attività nel punto all’o.d.gessere generici (tipo “attività di interesse formativo riguardo i diritti umani”)     essere generici (tipo “attività di interesse formativo riguardo i diritti umani”)ottobre /novembreconsiglio di classe• inserimento del progetto/attività nel punto all’o.d.g “programmazione della classe”;   • inserimento del progetto/attività in uno di questi “scatoloni”: –orientamento; -ed. civica; -FSL.Se non si ha già il progetto specifico da inserire, essere generici, e far mettere a verbale gli obiettivi educativi del PTOF che si intendono valorizzare con le proprie proposte; lo “scatolone” Orientamento è il più flessibile e modificabile nel corso dell’anno scolastico, quindi puntare su questo se si vuole avere la possibilità di inserire una attività specifica successivamente; riguardo alla Formazione Scuola Lavoro, ricordiamo che anche le scuole in quanto enti pubblici possono essere struttura ospitante.dicembre/febbraio                         fino a fine annoconsigli di classe o scrutini• inserimento del progetto/attività nel punto all’o.d.g “ulteriore eventuali intese sulla programmazione della classe” o in alternativa segnalazione dell’attività al cdc e al Tutor per l’orientamento;   • se il progetto/attività non può essere comunicato per la breve tempistica, in un cdc: avvisare i membri del consiglio di classe, e p.c. la dirigenza tramite mail istituzionale;A.A.A. per ogni progetto/attività deliberato va data pronta comunicazione tramite la funzione “agenda” del registro elettronico. In tal modo, infatti, saranno avvisati tutti i soggetti coinvolti, direttamente o indirettamente, nell’attività della classe (docenti del C.d.C., alunni, genitori).     N.B.: anche nei casi in cui si è soliti comunicare tramite whatsapp et similia, dopo le comunicazioni e le adesioni mandare comunque una mail all’intero consiglio, e p.c. alla dirigenza, in cui si formalizza l’adesione al progetto, iniziando la mail con la seguente dicitura “Come anticipato e deciso per le vie brevi…” A.A.A. Se il dirigente, nonostante l’approvazione del C.d.C avesse da eccepire, rispondete allegando il verbale dove avete fatto inserire gli obiettivi educativi del PTOF a cui si rifanno le vostre proposte progettuali. A.A.A. Anche se il progetto / attività dovesse svolgersi esclusivamente nella propria ora, in caso di coinvolgimento di figure esterne alla scuola (come nel caso del webinar di Francesca Albanese), ed essendo la programmazione di classe una attività interdisciplinare, sentire comunque prima il parere del C.d.C. nello specifico per ed. civica e orientamentoTutto l’annoNessuno• attività nelle proprie ore di lezione e per le proprie discipline, come approfondimento, ad esempio, di uno specifico tema anche con la presenza di un esperto esterno;Durante la propria ora di lezione in caso in cui si segua la propria programmazione disciplinare (per esempio, sono una insegnante di storia e sto spiegando la colonizzazione spagnola in seguito alla scoperta dell’America e faccio un confronto con il colonialismo del Novecento parlando del conflitto in Palestina del 1936-39 proponendo Ilan Pappé),  possono essere invitati esterni per approfondimenti. La comunicazione alla D.S. è d’obbligo solo se l’esperto è in presenza, per motivi di sicurezza e assicurazione. SCARICA GLI APPUNTI RESISTENTI PER LA LIBERTÀ D’INSEGNAMENTO IN PDF. appunti resistentiDownload -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Minneapolia, the age of “incazzatura”
«Sono tutti incazzati». Mike ha 65 anni e il dono della sintesi. Arrivi in città e ti accorgi subito che non c’è da discutere. Non ci sono favorevoli e contrari, a Minneapolis. Sono tutti d’accordo, l’intervento delle squadre dell’Ice – Immigration and custom enforcement – gli assassini di Renee Nicole […] L'articolo Minneapolia, the age of “incazzatura” su Contropiano.
Una catena umana per l’Iran: Donna, Vita, Libertà. Napoli in piazza
Piazza dei Martiri teatro di una straordinaria manifestazione di solidarietà e lotta, si trasforma in simbolo di Resistenza Si è concluso con un lungo applauso e al grido corale di “Donna, Vita, Libertà. Iran libero” l’abbraccio di solidarietà del popolo napoletano all’Iran. Mani che stringono altre mani hanno formato un’enorme catena umana che ha avvolto la piazza in un abbraccio, gesto simbolico potente: non solo una protesta, ma una rete di speranza che travalica i confini, unisce le voci di chi non si arrende alla violenza e all’oppressione. Ogni mano di quella catena ha rappresentato non solo la solidarietà di Napoli, ma anche l’eco delle grida di dolore di chi, in Iran, sta sfidando il regime con il proprio corpo e con la propria vita, in nome della libertà, della dignità della persona e dei diritti umani. Domenica mattina, 18 gennaio, centinaia di persone hanno risposto all’appello lanciato da Antinoo Arcigay Napoli e sostenuto da numerose associazioni: l’Associazione Radicale Napoli “Ernesto Rossi”, l’ANPI Collinare “Aedo Violante”, il Presidio Permanente di Pace Napoli, la Comunità iraniana di Napoli, la Rete degli studenti iraniani di Napoli. Si sono radunate in un Presidio per esprimere solidarietà alle donne e al popolo iraniano, perché – come ha dichiarato Antonello Sannino, presidente di Antinoo – “Napoli non dimentica la propria storia e non volta le spalle a chi oggi combatte la battaglia contro la tirannia”. La bellissima Piazza dei Martiri, gremita e attraversata da bandiere, non è stata scelta a caso: luogo emblematico, simbolo di lotta e resistenza, conserva la memoria del dolore e dei sacrifici di chi ha combattuto per la libertà. Ogni pietra racconta una storia di coraggio e determinazione. Qui si onorano i caduti della rivoluzione della Repubblica Partenopea, le donne della rivoluzione – come Eleonora Pimentel Fonseca – che sfidarono la monarchia borbonica pagando con la vita. Qui si ricordano i martiri delle Quattro Giornate di Napoli, che liberarono la città dalla tirannia nazifascista. Questa piazza ha voluto esprimere la propria vicinanza al popolo iraniano, lanciando un messaggio chiaro: Donna, Vita, Libertà. La catena umana che ha stretto la piazza ha reso visibile un movimento che combatte per i diritti fondamentali, in particolare per quelli delle donne iraniane, protagoniste di una lotta quotidiana per la propria libertà. Non è solo una causa iraniana, ma una battaglia che riguarda ogni donna, oltre ogni confine. Ancora una volta, Napoli, città aperta, diventa simbolo di resistenza e di lotta. Alle spalle del presidio svetta l’imponente Colonna dei Martiri, sormontata da una statua alata che simboleggia la “virtù dei martiri”, e alla base quattro leoni che rappresentano i martiri napoletani di diverse epoche storiche. Simbolo di resistenza, forza e libertà, nella cultura persiana il leone (Shir) rappresenta il coraggio, la fierezza, la giustizia e la nobiltà: la forza che si oppone al Male. Spesso accostato al sole, simbolo di luce, saggezza e regalità, per secoli è stato l’emblema nazionale dell’Iran. Il leone diventa così il simbolo del “leone persiano”, dell’Iran libero che si risveglia nella lotta globale per la giustizia e la libertà. “Questi leoni non celebrano la vittoria dei forti, ma la dignità di chi resiste e ha resistito anche quando la sconfitta sembrava inevitabile”, ha detto Rosita, della Comunità iraniana di Napoli. “Il leone morente del 1799, quello sconfitto del 1820, il leone ferito del 1848 e quello in piedi del 1860: quattro posture diverse di un unico gesto, quello di non accettare il silenzio imposto. Napoli sa qual è il prezzo della libertà, perché lo ha pagato più volte. Il martirio non può essere culto della morte, ma la coraggiosa scelta di non vivere nell’ingiustizia”. Con la voce rotta dal pianto, Rosita ha poi raccontato il dolore e i martiri del suo popolo: “A cui è stato tolto il diritto di parola, sottratto il corpo, rubata la possibilità di raccontarsi. Oggi diamo voce a chi è imbavagliato, esprimiamo il coraggio di uomini e donne che hanno scelto di non piegarsi”. “La catena non è un gesto simbolico vuoto, ma una dichiarazione di responsabilità. Ogni mano che stringe un’altra mano è un anello, e ogni anello conta: una catena può spezzarsi se anche uno solo sceglie di sottrarsi. La libertà non è solo nazionale, i diritti non hanno confini e la sofferenza di un popolo riguarda l’intera umanità. Napoli, che tante volte ha saputo rialzarsi, sa da che parte stare”. Da settimane la ribellione contro la leadership religiosa iraniana è sempre più drammatica, a causa della violenta repressione del regime che risponde con arresti di massa e brutalità sulla popolazione. Si stimano oltre 24.000 arresti e, secondo fonti interne e rapporti medici, tra 12.000 e 16.000 vittime, tra cui circa 500 membri delle forze di sicurezza, sebbene i dati siano difficili da verificare a causa dell’assenza di informazioni ufficiali. Organizzazioni internazionali per i diritti umani documentano torture, abusi e arresti di minorenni. “La Repubblica Islamica utilizza armi chimiche contro il proprio popolo, che sta pagando con la vita”, ha dichiarato Sara, rappresentante degli studenti iraniani di Napoli. Da settimane il governo ha imposto un quasi totale blackout di internet e delle telecomunicazioni, isolando il Paese “per impedire che le immagini facciano il giro del mondo”. “Ma le donne e i giovani, sfidando la violenta teocrazia degli Ayatollah e la sua repressione soffocata nel sangue, resistono pagando con la vita la conquista della libertà”, ha aggiunto Sannino. “Ci aspettiamo risposte dalle istituzioni locali, nazionali e internazionali, a partire dalla sospensione di ogni rapporto economico e diplomatico con l’Iran. È un muro di silenzio che va abbattuto”, ha concluso. “Da 47 anni il popolo iraniano resiste e lotta contro l’oppressione”, ha ricordato Sara. Migliaia di persone disarmate sono state uccise dalla brutale repressione del regime. Ma in Iran esiste un movimento nazionale con una leadership riconosciuta, quella del Principe Reza Pahlavi, che potrebbe guidare una transizione verso la libertà”. Sara ha lanciato un appello alla Repubblica Italiana per un sostegno concreto: stabilire contatti con il Principe in coordinamento con i Paesi dell’Unione Europea, schierarsi con il popolo iraniano e condannare la repressione attraverso l’espulsione dell’ambasciatore iraniano dal territorio italiano. ONU, UE e ONG hanno espresso la loro condanna. In tutto il mondo si moltiplicano le manifestazioni di solidarietà. Negli Stati Uniti si ipotizzano possibili interventi, ma la tensione globale resta altissima: eventuali azioni militari potrebbero innescare un conflitto più ampio, vista la minaccia di gravi conseguenze contro chi colpisse le autorità iraniane. Ma il movimento non si arresta. “Donna, Vita, Libertà” ha superato ogni barriera linguistica e culturale. Le donne iraniane, protagoniste di questa resistenza, con il loro coraggio sfidano il regime. Dopo la morte di Mahsa Amini, giovane curdo-iraniana di 22 anni, arrestata a Teheran nel settembre 2022 dalla polizia morale per una presunta violazione delle leggi sull’hijab, il velo, e morta tre giorni dopo a causa dei maltrattamenti subiti in custodia, si è scatenata una vasta ondata di proteste in Iran e nel mondo contro la repressione e per i diritti delle donne, sotto il grido “Donna, Vita, Libertà”. Un grido di speranza, un’onda di cambiamento che non si arresta. Il popolo iraniano non è solo. “Donna, Vita, Libertà”, scandito con forza in Piazza dei Martiri, nel lungo abbraccio ideale di Napoli, è diventato un mantra: una voce che oggi rimbomba in ogni angolo del mondo. Gina Esposito
Minneapolis, il ghiaccio sconfigge l’ICE
La pagina Facebook The Other 98%  racconta come a Minneapolis il gelido inverno sia diventato un prezioso e sorprendente alleato per la popolazione locale decisa a resistere con ogni mezzo, anche il più creativo, alla brutalità degli agenti federali dell’immigrazione. A Minneapolis la resa dei conti tra l’ICE e la resistenza locale ha preso una piega inaspettata; non si tratta solo di politica, ma anche di temperatura. Mentre gli agenti federali si schierano in forze, i manifestanti stanno trasformando il ghiaccio e le condizioni invernali in un vantaggio tattico. Le strade intorno agli edifici federali sono scivolose a causa della gelida umidità. La neve, il fango e le lastre di ghiaccio create intenzionalmente hanno reso difficile il movimento dei veicoli blindati e ancora più difficile per il personale dell’ICE muoversi a piedi. I video che circolano online mostrano gli agenti che fanno fatica a mantenere l’equilibrio e scivolano sui marciapiedi ghiacciati, mentre i residenti, ben coperti, rimangono saldi senza cadere. I funzionari federali hanno persino accusato gli attivisti di avere versato acqua per creare condizioni pericolose, definendo tali atti un crimine federale, a riprova del fatto che l’inverno di Minneapolis è una parte integrante della resistenza. Le proteste sono state enormi e prolungate, attirando migliaia di persone a temperature sotto zero per condannare le tattiche federali e chiedere che venga fatta giustizia per la morte di Renee Good. Le manifestazioni a Powderhorn Park e le marce lungo Lake Street hanno riunito folle con cartelli, slogan e cori di solidarietà in un clima che dovrebbe indurre la maggior parte delle agenzie a pensarci due volte prima di inviare agenti sul campo. Al di là dello spettacolo degli agenti in tenuta mimetica che scivolano sulle lastre di ghiaccio, questo momento rivela qualcosa di più profondo sullo scontro: un conflitto tra un apparato federale altamente militarizzato e una comunità radicata nell’esperienza vissuta. Molti manifestanti sono arrivati equipaggiati con abbigliamento isolante, stivali con ramponi e il tipo di conoscenza dell’inverno che deriva da anni di freddo nel Minnesota, piuttosto che dai manuali di addestramento federali. Questa differenza – la resilienza invernale vissuta contro l’applicazione burocratica della legge – si sta manifestando in tempo reale nelle strade della città. Sta anche provocando una reazione legale e politica. Un giudice federale del Minnesota ha vietato agli agenti dell’ICE e del Dipartimento della Sicurezza Interna di arrestare manifestanti pacifici o di utilizzare tattiche di controllo della folla come i gas lacrimogeni, a meno che non vi sia un fondato motivo, una decisione dovuta alla pressione dei gruppi per le libertà civili, che contestano quella che definiscono una condotta incostituzionale. Nel frattempo, lo Stato del Minnesota e le città di Minneapolis e St. Paul hanno collettivamente citato in giudizio il governo federale, sostenendo che la massiccia ondata di repressione, che ha già portato a migliaia di arresti, viola i diritti costituzionali e chiedendone la fine. Allo stesso tempo, la risposta federale non si è ammorbidita. All’inizio della settimana un agente dell’ICE ha sparato a un venezuelano, ferendolo a una gamba durante un controllo stradale e scatenando ancora una volta l’indignazione generale. Quello che sta succedendo a Minneapolis ci ricorda che il potere non è solo legge o forza, ma anche territorio, memoria e appartenenza a un luogo. L’ICE è arrivata con autorità e armi. I manifestanti sono arrivati con stivali invernali e in una città costruita per resistere al freddo questo squilibrio è importante. Anna Polo
Gramsci nella Cuba che resiste
L’intensificarsi dell’aggressione statunitense contro Cuba, nel contesto dell’attacco frontale al Venezuela bolivariano, non è un accidente della storia né una deviazione momentanea della politica estera di Washington. È l’espressione coerente di una crisi organica dell’imperialismo capitalistico, che – come avrebbe detto Gramsci – non riesce più a governare attraverso l’egemonia […] L'articolo Gramsci nella Cuba che resiste su Contropiano.
L’Aquila: condanna per Anan Yaesh, assolti altri due palestinesi
Anan Yaesh, resistente palestinese detenuto in Italia, è stato condannato dalla Corte d’Assise de L’Aquila a 5 anni e sei mesi. Assolti gli altri due palestinesi Ali Irar e Mansour Doga Doghmosh che erano stati arrestati con lui. A gennaio 2024 vengono arrestati in Italia Anan Yaesh, Ali Irar e […] L'articolo L’Aquila: condanna per Anan Yaesh, assolti altri due palestinesi su Contropiano.
Afghanistan, la Notte di Yalda, simbolo di resistenza, speranza e fiducia
Nell’accelerazione delle situazioni tragiche che il mondo sta vivendo in questo periodo, che rende ancon più lontano e dimenticato l’Afghanistan, l’oppressione delle donne e la fame del suo popolo, sono proprio le donne a continuare a resistere nonostante tutto. Non con atti di resistenza eclatanti, ma semplicemente continuando a vivere e a sperare nel futuro con coraggio e fiducia. Ecco la testimanianza delle ragazze di una delle organizzazioni femminili che il CISDA sostiene, che nella notte di Yalda hanno festeggiato e hanno voluto condividere con noi il resoconto dell’evento. Il loro desiderio di condividere all’esterno i loro momenti di gioia resistente ci conferma ancora una volta la necessità della nostra solidarietà e la loro richiesta di continuare a “vederle” nonostante tutti i tentativi di cancellarle. “Speriamo che leggendo il resoconto e guardando le foto, vi sembrerà di essere state con noi. Questo incontro ha portato nuova energia e motivazione sia ai nostri insegnanti che alle nostre studentesse, poiché nelle circostanze attuali eventi di questo tipo sono rari per le donne”, hanno scritto. In un momento in cui le donne e i giovani in Afghanistan stanno attraversando uno dei periodi più difficili e dolorosi della loro vita, preservare la cultura, l’identità e le pratiche tradizionali della comunità è diventato vitale ed estremamente impegnativo. Le continue restrizioni e le prolungate difficoltà hanno profondamente influenzato il benessere psicologico ed emotivo della società, in particolare di donne e giovani, spingendo molti all’isolamento, alla disperazione e alla privazione. In tali circostanze, la graduale erosione di tradizioni culturali di lunga data rappresenta una delle conseguenze più angoscianti della situazione attuale. Purtroppo, le autorità attuali si oppongono all’osservanza di molte occasioni culturali e sociali che il popolo dell’Afghanistan e dell’Asia centrale celebra da generazioni, consentendo che solo gli eventi religiosi siano celebrati ufficialmente. Questo approccio ignora il profondo significato sociale ed emotivo che queste giornate culturali rivestono per le comunità.  La Notte di Yalda, nota anche come Notte Chella, è una di queste tradizioni significative e amate e riveste particolare importanza per le donne afghane in quanto simbolo di calore, solidarietà, speranza e connessione umana. Consapevoli di questa realtà e con l’obiettivo di creare momenti di sollievo e gioia, anche se brevi, abbiamo organizzato un incontro per le donne in occasione della Notte di Yalda. L’evento intendeva offrire alle partecipanti l’opportunità di allontanarsi dalle pressioni, dalle restrizioni e dal dolore quotidiani e di riconnettersi con un senso di felicità e unione. L’atmosfera dell’incontro era carica di calore, colore, vita e speranza. Donne e ragazze hanno partecipato indossando abiti colorati, con particolare attenzione al rosso, simbolo di vitalità e calore tradizionalmente associati alla Notte di Yalda. I sorrisi sui volti delle donne, la gioia visibile tra le giovani partecipanti e l’energia sincera nella sala hanno creato un ambiente profondamente accogliente e stimolante.  Nonostante le difficoltà, i partecipanti hanno ballato liberamente, applaudito ritmicamente ed espresso la loro gioia dal profondo del cuore. In linea con le tradizioni di Yalda, sono stati preparati e condivisi tra i partecipanti una varietà di frutta invernale e rinfreschi, tra cui olive, melograni, anguria e un dolce tradizionale afghano (shola). Letture di poesie dallo Shahnameh di Ferdowsi e versi di Hafez hanno arricchito la dimensione culturale e spirituale dell’incontro. Si è svolta anche la divinazione, un’usanza molto amata soprattutto dai giovani durante la Notte di Yalda, accolta calorosamente. La musica ha avuto un ruolo centrale nella celebrazione. Le ragazze hanno eseguito l’”Attan” (danza tradizionale locale), hanno cantato insieme ed eseguito con passione la canzone “Bella Ciao”. Balli di gruppo, canti collettivi e momenti di gioia condivisa riflettevano il profondo bisogno di donne e giovani di spazi sicuri in cui poter esprimere emozioni, felicità e solidarietà. Durante il programma è stato anche spiegato il significato storico e simbolico della Notte di Yalda. I partecipanti hanno appreso che Yalda affonda le sue radici nella vita agricola, quando le persone celebravano la vittoria della luce sulle tenebre e il graduale allungamento delle giornate. In questo contesto, Yalda è stata presentata come simbolo di speranza, un promemoria per le ragazze e i giovani afghani che nessuna oscurità dura per sempre e che la luce tornerà inevitabilmente. L’incontro si è concluso con un messaggio forte: in questi tempi difficili, la resilienza delle donne e dei giovani, la loro resistenza all’ignoranza e la loro continua lotta per rivendicare i propri diritti umani, sociali e culturali rimangono essenziali. Per noi, la Notte di Yalda non è stata solo una celebrazione, ma un simbolo di resistenza, speranza e fiducia in un futuro migliore per l’Afghanistan. *La Notte di Yalda è un’antica festa persiana celebrata nella notte più lunga dell’anno (tra il 20 e il 21 dicembre), che segna il solstizio d’inverno e simboleggia la rinascita della luce, la speranza e la vittoria sull’oscurità. Le famiglie si riuniscono per stare sveglie fino a tardi, mangiando melograni e angurie (simboli di luce e vita), frutta secca, dolci, leggendo poesie (soprattutto di Hafez) e raccontando storie, celebrando l’unione, la felicità e l’arrivo dei giorni più lunghi. CISDA - Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane
“Ilustrísimo Donald”: la cosa che non piace a noi cubani
di Ricardo Ronquillo Bello Se si analizza la nostra turbolenta storia, non si troverà tra i veri patrioti la volontà di arrendersi o di negoziare la libertà e l’indipendenza sotto la forza esterna o di fronte a calamità interne. Quando Fidel Castro Ruz afferma che c’è una cosa che ai cubani non piace, nel tono e nei modi di un leader come lui, non si sta vantando personalmente di quella che in questa terra viene chiamata “spavalderia di quartiere”. Quando conclude che la “cosa” che non ci piace è “essere minacciati”, non lo fa come il classico duro all’angolo, a volte senza grandi conseguenze, ma piuttosto come una figura centrale nella nostra storia che proclama, con la sua statura e per i nemici che a volte si rifiutano di ascoltarlo, il mandato incrollabile delle lotte del suo popolo. Pertanto, non sorprende affatto che dopo una specie di ultimatum di questa domenica, in cui, oltre a ordinare che non venga inviata una sola goccia di petrolio a Cuba, dobbiamo “negoziare”, o affrontare le conseguenze, con il nuovo imperatore della galassia, non pochi tra i nostri compatrioti abbiano esposto sui social network – per chi ha occhi per vedere – su quali basi abbia preso forma, anche istituzionalmente e costituzionalmente, questo rifiuto congenito dei cubani e del resto dei nostri connazionali, che hanno finito per definire, o formare, cosa significhi essere cubani, per lasciarsi sminuire sotto ricatto o in circostanze eccezionali, nonostante la preziosa nobiltà che ci riconosce e di cui il mondo è testimone. Il rifiuto di sottomettersi alle pressioni è così significativo che ha trovato forma giuridica negli articoli 12 e 17 della Costituzione della Repubblica, approvati a stragrande maggioranza nel 2019. L’articolo 12 stabilisce, come principio, che la Repubblica di Cuba ripudia e considera illegali e nulli tutti i trattati, le concessioni o gli accordi stipulati in condizioni di disuguaglianza o che ignorino o diminuiscano la sua sovranità e integrità territoriale, il che implica che qualsiasi accordo che si consideri imposto con coercizione o che ne comprometta la sovranità è dichiarato invalido. L’articolo 16, che può essere considerato un sostegno e persino un’enfasi sul primo, ribadisce che le relazioni economiche, diplomatiche e politiche con qualsiasi altro Stato non possono mai essere negoziate sotto aggressione, minaccia o coercizione. Non è difficile comprendere, quindi, che in questo Paese i negoziati condotti sotto costrizione siano assolutamente vietati nelle relazioni internazionali. Questo appare abbastanza chiaro a molti ammiratori del popolo cubano in tutto il mondo, alcuni dei quali, come l’ex presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, hanno persino dichiarato che merita un premio mondiale per la dignità. Meno comprensibile è il caso dei rappresentanti di una destra fascista rinvigorita, ancora senza freni costanti alle loro rinnovate elucubrazioni fasciste e alle avventure della teoria dello spazio vitale, che, dopo aver invaso il Venezuela, rapito il suo presidente costituzionale, Nicolás Maduro Moros, e sua moglie e vice Cilia Flores, e averli tenuti prigionieri di guerra a New York, credono di poter continuare le loro avventure senza grandi conseguenze. Non è che la Costituzione lo sancisca, è che stiamo mettendo in luce la storia di lotta dei rivoluzionari cubani che, con le loro azioni e il loro onore pagato con il sangue, hanno preparato questo popolo alla resistenza, mai alla resa. Se si esamina la nostra turbolenta storia, non si troverà tra i veri patrioti la disponibilità ad arrendersi o a negoziare libertà e indipendenza sotto la forza esterna o sotto calamità interne. Ecco perché la Costituzione stessa stabilisce la difesa e la resistenza armata come un diritto e un dovere, e quindi dà fondamentalmente priorità alla difesa della sovranità rispetto a qualsiasi negoziazione. Il Patto di Zanjón rimase una traccia vergognosa nella nostra storia, cancellato dal suo sublime e onorevole antipodo: la Protesta di Baraguá, guidata dal Titano che non aveva, e non è cosa da poco, altrettanta forza nella mente quanto nel braccio per brandire il machete dignitoso. Non sorprende quindi che sui complessi social network circoli attualmente una circolare firmata da José Martí e Máximo Gómez del Quartier Generale delle forze patriottiche, in cui si afferma che la guerra per l’indipendenza di un popolo utile e per la dignità degli uomini oppressi è una guerra sacra e che la creazione di un popolo libero che si ottiene con essa è un servizio universale; pertanto, chiunque tenti di fermare la guerra d’indipendenza con l’inganno commette un crimine. A questo proposito, precisa, la Rivoluzione, attraverso i suoi rappresentanti eletti, in vigore finché non si attribuirà nuovi poteri, nell’adempimento del suo dovere, vi sollecita che, nel caso in cui in qualsiasi forma e da qualsiasi persona le vengano presentate proposte di resa, cessazione delle ostilità o soluzione diverse dal riconoscimento dell’indipendenza assoluta di Cuba, le cui proposte offensive e nulle non possano essere altro che uno stratagemma bellico per isolare o turbare la Rivoluzione, puniate sommariamente questo crimine, con la pena assegnata ai traditori della Patria. Molto prima che circolasse quella circolare sui Mambí, le catene genetiche biologiche patriottiche incompatibili con la resa erano già state forgiate. Tra i primi eventi significativi, la morte dignitosa del capo Hatuey, che rifiutò la ricompensa dell’ascesa al cielo promessagli dai conquistatori giunti a Cuba con spada e croce, e il gesto di Casiguaya, moglie del capo, che ebbe un ruolo di primo piano nella prima lotta per l’indipendenza di Cuba degli ultimi dieci anni. Catturata dopo la morte del ribelle, la moglie, condannata all’impiccagione, preferì impiccare la propria figlia piuttosto che lasciarla nelle mani dei crudeli colonizzatori. L’indiano Naborí avrebbe immortalato il suo grave gesto in versi memorabili: Prima dell’atroce crimine, gli permisero di abbracciare la sua bambina, il cui volto mostrava un Guama che combatteva. La madre la strinse fino a farla morire d’amore, e gridò, bellissima d’orrore: “Né Guama, né sua moglie, né la sua bambina… possono essere schiavi dell’invasore”. Donald, l’aspirante nuovo imperatore della galassia, ha perfettamente ragione a pensarci due volte mentre ci valuta – e non per i vestiti, in mezzo a tutta la sua spavalderia – perché dovrà affrontare un popolo coraggioso, davvero coraggioso. Forse lo ha scoperto meglio quella notte, mentre Maduro e Cilia erano tenuti prigionieri a Fort Tiuna, e se l’è goduta vilmente, come uno dei suoi spettacoli. Quella notte non è stata così facile come la propaganda la dipinge, e questo è qualcosa che traspare dal suo atteggiamento da conquistatore. Questo illustre imperatore potrebbe essere un altro corojo (codardo). Fonte: https://www.juventudrebelde.cu/cuba/2026-01-11/ ilustrisimo-donald-la-cosa-que-no-nos-gusta-a-los-cubanos Traduzione: italiacuba.it Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba
Dal modello Trump agli sgomberi e un attimo
Sabato 10 gennaio in piazza a fianco del Venezuela. Giovedì 15 gennaio alle ore 18 a piazza Vittorio Assemblea pubblica #stopsgomberi #nonuovodlsicurezza Nel giro di poche ore abbiamo assistito al rapimento di un capo di stato, condito da diverse minacce di annessione contro altri paesi sovrani, e alla vera e […] L'articolo Dal modello Trump agli sgomberi e un attimo su Contropiano.
Anna’s Archive: Robin Hood ruba, Meta incassa
di jolek78 256 milioni di canzoni Ore 03:00. Era una (un’altra…) di quelle notti, una di quelle in cui il cervello decide che dormire è un argomento sopravvalutato. Dopo la solita passeggiata notturno/mattutina per le strade di una remota cittadina scozzese – dove anche un volpino mi ha osservato con l’aria di “gli umani son tutti strani” – mi son