La punizione di un Trump che odia: Minneapolis come laboratorio punitivo
Non tutte le decisioni di chi governa si spiegano con la logica della sicurezza,
né tantomeno con quella dell’interesse strategico. Alcune obbediscono a una
pulsione più primaria: la punizione.
L’offensiva migratoria messa in atto a Minneapolis all’inizio di gennaio non
risponde a un’emergenza demografica, a una minaccia criminale eccezionale né a
una necessità operativa verificabile. Risponde a qualcos’altro. Risponde all’uso
dello Stato come strumento di rivalsa politica, razziale e simbolica da parte di
Donald Trump.
La città scelta non è casuale. Minneapolis non concentra i maggiori flussi di
migrazione irregolare del Paese. Non è una città di confine. Non è un corridoio
del narcotraffico. Non è un enclave di reti criminali transnazionali. Il
Minnesota ospita circa centomila persone senza documenti, una cifra modesta se
paragonata a quella di Texas o Florida. Eppure Minneapolis e Saint Paul
registrano una densità sproporzionata di agenti migratori, persino superiore a
quella delle forze di polizia locali. Questa anomalia rivela la chiave di
lettura: non si tratta di controllare un fenomeno, ma di disciplinare un
territorio.
Il dispiegamento federale è stato presentato ufficialmente come un’operazione
contro truffatori, stupratori, assassini e membri di gang. Questo linguaggio non
è nuovo. È il vocabolario abituale della criminalizzazione di massa, progettato
per disumanizzare e giustificare l’uso estensivo della forza. La realtà
osservata, tuttavia, mostra altro: arresti indiscriminati, retate violente,
irruzioni in spazi civili, proteste represse e morti che non rientrano in alcuno
standard di proporzionalità. Il messaggio non è stato chirurgico. È stato
esemplare.
Perché Minneapolis? Perché Minneapolis incarna tutto ciò che il trumpismo
detesta.
È una città governata dai democratici. Un bastione progressista in uno Stato che
Trump ha perso sistematicamente in tutte le elezioni presidenziali a cui ha
partecipato. È la sede della più grande comunità somala del Paese: nera,
musulmana, organizzata e visibile. È il distretto politico di una delle sue
avversarie più dichiarate, Ilhan Omar, figura che condensa, nella sua stessa
esistenza, ciò che il nazionalismo bianco percepisce come una minaccia: donna,
rifugiata, musulmana, di sinistra ed eletta democraticamente.
Ma Minneapolis è anche qualcos’altro: è memoria. È lì che l’uccisione di George
Floyd da parte della polizia ha innescato una rivolta globale contro il razzismo
strutturale e la violenza statale. È lì che il movimento Black Lives Matter ha
preso corpo, ha attraversato confini ed è arrivato fino alle porte della Casa
Bianca. Per Trump, Minneapolis non è solo una città avversa. È una ferita aperta
nel suo immaginario dell’autorità. E le ferite, nella sua logica, vanno punite.
La punizione assume la forma dell’apparato migratorio federale. L’ICE, concepita
originariamente come agenzia amministrativa, viene trasformata in una forza di
occupazione interna. Non per proteggere, ma per intimidire. Non per applicare la
legge in modo neutrale, ma per inviare un segnale politico: disobbedire ha un
costo. Essere diversi ha un costo. Resistere ha un costo.
Questo uso dello Stato non è solo moralmente discutibile. È giuridicamente
problematico.
Sul piano costituzionale, le retate massive e selettive mettono direttamente
sotto tensione il Quarto Emendamento, che tutela contro le detenzioni arbitrarie
e richiede una causa probabile individualizzata. Lo status migratorio non
sospende la Costituzione, né autorizza detenzioni collettive basate su profili
razziali o territoriali. Il Quinto Emendamento, che garantisce il giusto
processo, viene eroso quando la privazione della libertà viene eseguita come
spettacolo punitivo e non come procedura amministrativa individuale. Il
Quattordicesimo Emendamento, dal canto suo, vieta la discriminazione e
garantisce uguale protezione davanti alla legge. Quando la forza federale si
concentra sistematicamente su comunità nere, musulmane e politicamente
oppositive, l’intento discriminatorio smette di essere un sospetto e diventa
un’ipotesi giuridicamente difendibile.
La legislazione federale in materia migratoria, in particolare l’Immigration and
Nationality Act, non autorizza retate concepite come punizione politica né
dispiegamenti destinati a indebolire governi locali avversi. La discrezionalità
amministrativa ha dei limiti. Sproporzione, selettività e deviazione di finalità
configurano un abuso.
Sul piano internazionale, gli obblighi sono ancora più chiari. Gli Stati Uniti
sono parte del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che proibisce
la detenzione arbitraria, garantisce il giusto processo ed esige l’uguaglianza
davanti alla legge senza discriminazioni. Sono inoltre parte della Convenzione
internazionale sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale,
che obbliga gli Stati a sradicare pratiche che, per scopo o per effetto,
producano discriminazione razziale. Il diritto internazionale dei diritti umani
non distingue, nell’essenziale, tra cittadini e non cittadini: la dignità non è
condizionata.
Alla luce di questo quadro, le retate a Minneapolis non possono essere
analizzate come una politica migratoria dura ma legittima. Sono piuttosto una
forma di violenza strutturale esercitata dallo Stato contro un territorio
simbolicamente nemico. Un uso della paura come tecnologia di governo. Una
pedagogia autoritaria rivolta tanto ai migranti quanto all’intera cittadinanza.
In questo contesto, la risposta sociale di Minneapolis assume un valore
particolare. Vicini che avvertono con fischietti, che distribuiscono cibo, che
documentano le operazioni, che si interpongono, che si organizzano. Questa
reazione spiega, paradossalmente, la scelta della punizione. Non si punisce chi
si sottomette. Si punisce chi risponde.
La tesi, dunque, è chiara: Minneapolis non è il teatro di una politica
migratoria. È il teatro di una rappresaglia. La punizione di un presidente che
non governa a partire dalla legge, ma dal risentimento; non
dall’istituzionalità, ma dall’ostilità; non dalla sicurezza, ma dall’odio.
Quando lo Stato viene usato per vendicare sconfitte politiche, disciplinare
identità e cancellare memorie scomode, il problema smette di essere locale.
Diventa un sintomo di regressione democratica. E quando la legge si trasforma in
un’arma contro chi incarna la diversità, ciò che è in gioco non è solo il
destino dei migranti, ma la salute morale e giuridica dell’intera società.
Minneapolis, oggi, non è un’eccezione. È un avvertimento.
Traduzione dallo spagnolo di Valentina Fabbri Valenzuela
Claudia Aranda