Tag - giuseppe cavo dragone

Il miracolo della pace a colpi di cannone: se la Nato ridefinisce il welfare
Dobbiamo un sincero ringraziamento all’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone. Intervenendo a Venezia, sul palco della Festa dell’Innovazione organizzata da “Il Foglio”, il presidente del Comitato militare della Nato è riuscito in un’impresa acrobatica non da poco: svelare al mondo il segreto del millennio. Quale? Che la pace si fa spendendo miliardi in armamenti e che, in fondo, la difesa è l’unico vero investimento per restare padroni del nostro futuro. Affermare con solennità che “la pace è il mestiere di tutti” mentre si coordina la più grande macchina bellica del pianeta è una perla di equilibrismo retorico che meriterebbe un premio alla fantasia geopolitica. Ma la vera innovazione concettuale, quella che lascerà di stucco economisti, sociologi e generazioni di studiosi dello Stato sociale, risiede in un’altra equazione sciorinata con disinvoltura dal palco veneziano: quella secondo cui, senza sicurezza militare, il welfare diventa fragile, l’economia si ferma e i diritti si comprimono. Si tratta di un ribaltamento logico e storico di proporzioni monumentali. Secondo questa bizzarra teoria, se oggi i nostri pronto soccorso sono al collasso, se le liste d’attesa nella sanità pubblica costringono i cittadini a curarsi a pagamento o a rinunciare alle cure e se le nostre scuole cadono a pezzi, la colpa non è dei tagli lineari e delle politiche di austerità degli ultimi decenni. No, il problema è che non abbiamo abbastanza caccia bombardieri o carri armati parcheggiati in garage. Eravamo convinti, nella nostra ingenuità, che per difendere i diritti sociali servissero investimenti sui medici, sugli insegnanti, sui salari da fame e sulle tutele universali. Ci stavamo preoccupando per il potere d’acquisto delle famiglie e per l’inflazione e invece la soluzione era lì, a portata di mano: bastava comprare più missili per blindare l’economia reale. È straordinario come la retorica bellicista riesca a trasformare la sottrazione di risorse pubbliche in un atto di lungimirante protezione sociale. Nella realtà materiale che i cittadini affrontano ogni giorno, il nesso di causalità è esattamente opposto a quello descritto dall’ammiraglio. Sono proprio i miliardi di euro dirottati verso il riarmo e le commesse militari a drenare linfa vitale dai bilanci dello Stato, impoverendo le prestazioni sociali e riducendo i servizi essenziali a simulacri di se stessi. Ogni euro investito in un sistema d’arma è un euro tolto a un letto d’ospedale, a una borsa di studio, alla messa in sicurezza di un territorio devastato dal dissesto idrogeologico. La vera fragilità del welfare nasce dalla scelta politica di privilegiare l’economia di guerra rispetto ai bisogni sociali. Non poteva mancare, infine, il richiamo al “realismo” di fronte alle pressioni che arrivano da oltreoceano. Cavo Dragone ha definito “legittima” la richiesta degli Stati Uniti di un riequilibrio della presenza Nato in Europa, traducibile nel consueto invito ad aumentare gli stanziamenti per le spese militari. Questo genere di realismo assomiglia tragicamente a quello di un cameriere che ringrazia ossequiosamente il cliente dopo che quest’ultimo gli ha lasciato l’intero conto della cena da saldare. Accettare passivamente i diktat di Washington non è pragmatismo; è la rinuncia formale a qualsiasi idea di autonomia strategica e diplomatica dell’Europa. Significa legare il destino del nostro continente a una spirale di tensioni globali e alla logica dei blocchi contrapposti, che serve gli interessi delle grandi potenze e dei produttori di armi, non certo la sicurezza dei popoli europei. L’unica cosa che si sta comprimendo drammaticamente in questo scenario non è la sicurezza, ma la logica elementare e, insieme a essa, le tasche dei contribuenti. La sicurezza di un Paese non si misura dal numero di testate o dalla modernità dei sistemi di puntamento, ma dalla dignità della vita dei suoi abitanti. Un Paese è sicuro quando un lavoratore non rischia la vita in fabbrica, quando un anziano riceve assistenza domiciliare adeguata e quando i giovani non sono costretti a emigrare per sfuggire al precariato selvaggio. Alimentare una corsa agli armamenti senza fine, giustificandola con la necessità di difendere una non meglio precisata libertà, significa condannarci a un futuro di conflitti permanenti e di impoverimento generalizzato. Se il modo per restare padroni del nostro domani è quello di trasformare le istituzioni in succursali dell’industria bellica, allora è urgente rivendicare il diritto a un futuro diverso. Un futuro meno armato, decisamente più civile, in cui la diplomazia, la cooperazione internazionale e la giustizia sociale tornino a essere i veri pilastri della convivenza tra i popoli, nel pieno rispetto dello spirito costituzionale che ripudia la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie. Giovanni Barbera
June 7, 2026
Pressenza