“Quell’isola la voglio!”

Comune-info - Tuesday, June 9, 2026

Domenica 7 mattina leggo su quel prezioso sito che è Comune, degli avvenimenti in Albania. Detjon Begaj racconta della Rivoluzione dei fenicotteri. E dice che la stessa mattina, alle 10,30, ci sarà una presidio di protesta anche a Firenze, in Piazza della Signoria.

So poco della politica albanese, ma quello che è in ballo riassume tutta la storia dei nostri tempi; e poi ci sono di mezzo i fenicotteri, proprio come da noi qui sulla Piana, a Firenze. Per questo decido di andare subito alla manifestazione.

Jared Kushner è un gentiluomo che ha preso in mano la società di speculazione immobiliare di famiglia, quando il babbo è finito in carcere. Il babbo è uscito perdonato da Trump, e Jared ha sposato la figlia di Trump. Jared opera da un grattacielo che si trova significativamente al numero 666 Fifth Avenue, che in seguito il genero del presidente ha fatto edulcorare in 660, togliendo la scritta che rendeva unico il palazzone: Jared è un attivissimo sostenitore dello Stato d’Israele, e tramite la Affinity Partners, gestisce due miliardi di dollari pubblici sauditi (poi a noi vengono a parlare di scontro di civiltà). Soldi con cui promette di trasformare Gaza in un resort di lusso, dopo averne cacciato gli indigeni.

Qualche anno fa, la signora Ivanka era sulla costa albanese nella barca dell’amico Nathaniel Rothschild, quando ha visto l‘isola di Sazan. L’ha raggiunta a nuoto. Tornata in barca, ha detto al marito, “quell’isola, la voglio!”. Quell’isola – la più grande dell’Albania – appartiene al demanio pubblico; ha una lunga storia, ma grazie al fatto di essere stata dichiarata zona militare decenni fa, è diventata una delle oasi più ricche di varietà faunistica del Mediterraneo. Tra decine di specie, si distinguono la foca monaca e il fenicottero, con il più grande insediamento d’Europa. Così Jared va dal socialista che governa l’Albania da anni, e si fa conferire subito lo status di strategic investor, cioè uno di quelli cui si danno le chiavi di casa (e per i primi dieci anni non deve pagare tasse). Jared decide di fare del bene demaniale/riserva naturale un ““very high-end luxury product” e si mette in affari con la Aman Resorts, di proprietà di un oligarca russo moroso della Naomi Campbell (la compianta Dacia Valent mi ricordava, “nessuno è razzista con Naomi Campbell”). Insieme, fanno un progettone per farci un albergo con 10.000 camere di lusso e tante villette sparse.

Arrivo in Piazza della Signoria, dove mi aspetto di vedere un piccolo presidio di quattro attivisti, magari con qualche agenda politica tutta interna all’Albania, di cui non so nulla. E invece vedo centinaia e centinaia di albanesi, con grandi bandiere rosse e nere. E ovunque immagini di fenicotteri. Inizio a riconoscere singole persone, una dopo l’altra – la mamma che lavora la sera fino a tardi al ristorante, l’operaio, quello che con la bancarella al mercato, i ragazzi e le ragazze di seconda generazione… La persona più carismatica è una ragazza, che sa anche cavarsela bene diplomaticamente. Prendono la parola tante persone, parlando quasi sempre e solo in albanese. Un paio però parlano in italiano, dicendo che loro sono dovuti emigrare per lavorare, non volevano lasciare il loro paese che amano profondamente; ma il loro paese è in mano a politici che hanno scelto di arricchirsi cementificando e distruggendo l’ambiente, anziché fornire i servizi essenziali.

C’è un’intensità nei discorsi che mi colpisce, perché si sente che dietro ci sono esperienze personali forti: non somiglia per nulla al tono dei nostri oratori politici, istituzionali o estremisti.

Nei Balcani, è facile che si abusi delle bandiere, ma almeno questa volta non sono rivolte contro qualche altro popolo confinante; sono lì per parlare di storia e di storia personale, di luoghi e di animali e di boschi.

Una bambina prende la parola, in italiano che immagino sia ormai la sua prima lingua, e inizia a dire, “Ci vogliono togliere la nostra terra, i nostri boschi!” e poi scoppia a piangere.

“Miguel, ho un bellissimo nome, mi chiamo Anila e vuol dire il vento!”, mi dice la madre di uno dei ragazzi cresciuti al Giardino. Anila è un vento davvero, una forza sorridente, a volte una tempesta, un’enciclopedia di storie, ma con una straordinaria capacità di prendersi cura degli altri. E mi presenta un signore che mi racconta che ha messo insieme una raccolta di migliaia di libri sulla storia dell’Albania, e mi parla male dei comunisti e dei loro shpiuni. E mi fa, “sai che noi in Albania abbiamo due lingue? Il Gheg e il Tosk, il Toscano! Io sono Toscano!”. Una donna mi fa, “anch’io ho un bellissimo nome, Shpresë, ‘Speranza’… ma guarda!” E si gira, sulle spalle indossa un’enorme bandiera albanese con l’aquila… “Ecco questo dice tutto!”. E mi insegnano anche a pronunciare correttamente, Shqipëria.

Pubblicato su Kelebek Blog

LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI DETJAN BEGAJ:

Per un’intera generazione, saranno per sempre tra i giorni più belli

L'articolo “Quell’isola la voglio!” proviene da Comune-info.