
Massimo Rizzante ai confini della letteratura
Doppiozero - Tuesday, June 9, 2026Massimo Rizzante è tra i pochi che ancora esercitano, con rigorosa perseveranza, una critica saggistica nel senso letterale di prova, di esperimento vitale, che cerca i suoi oggetti dove più vicino pulsano le emozioni e le urgenze esistenziali e storiche. “Dato che cogliere il valore di un’opera implica cogliere quel che possiede di inatteso e unico, ci si deve rassegnare al fatto che la riflessione critica non può avere nulla di metodico” e che ogni volta bisogna trovare la via e il modo per leggerla. Quanto di più lontano dalla critica giornalistica da una parte e accademica dall’altra, lui che pure ha sempre collaborato a riviste e giornali e insegna da molti a Trento. Si sente in ciò che scrive, oltre alla scuola di Milan Kundera del quale ha seguito i corsi a Parigi rimanendone amico e traduttore poi per tutta la vita nonché curatore del numero monografico che Riga gli ha dedicato nel 2002, la presenza del poeta la cui opera antilirica spesso prende la forma e il ritmo della prosa (Lettere d’amore e altre rovine, Biblioteca cominiana, 1999; Nessuno, Manni, 2007; Scuola di calore, Effigie, 2013; e, il più recente Una solitudine senza solitudine, Effigie, 2020). Non sorprende quindi che i suoi saggi abbiamo anche una componente biografica: “la critica per me è sempre stata una forma di autobiografia”, scrive infatti nel recente, Frontiere erranti (Effigie, dicembre 2025), a volte poco marcata e trasversale come in “Curriculum vitae”, testo che apre il libro, altre in forma esplicitamente narrativa, come in quello che lo chiude , “Un artista del nostro tempo”.
All’apparenza meno organico dei precedenti (in particolare Non siamo gli ultimi, Effigie 2009, e L’albero del romanzo, Effigie 2019), di fatto quest’ultimo corposo volume, che raccoglie e organizza, spesso rimaneggiati, saggi pubblicati su varie riviste, tra cui Doppiozero, e a prefazione delle numerose traduzioni e curatele che hanno caratterizzato il suo prezioso lavoro editoriale di presentazione o recupero di autori importanti spesso trascurati dalla grande editoria e dal suo pubblico, è quello che più di tutti rivela la poliedricità della sua figura e della sua opera, e insieme la sua unità di fondo, che è fatta non di volontà sistematica ma di sostanziale identità di ispirazione che si traduce in pluralità di approcci dai confini sfrangiati ma ben riconoscibili.


Ciò che più li contraddistingue è il tono del discorso, serio, a volte anche grave, ma con sfumature ironiche e persino sarcastiche all’occorrenza, basato su alcune convinzioni, poche ma salde, che derivano dalla centralità che viene attribuita alla letteratura e dallo scontento per come le cose si sono evolute negli ultimi decenni, non perché Rizzante rimpianga quelli precedenti, ovviamente, dato che per quanto si risalga indietro non c’è mai da stare allegri, ma perché sembra essersi chiuso lo spazio culturale e sociale che fino a qualche decennio fa era percorso da ampi e accesi conflitti tra idee, scelte, concezioni, interessi e schieramenti, in cui si radicano lo spirito civile e la libertà, oltre che la letteratura, quando le opposizioni, e quindi le parole, e quindi la vita, avevano un senso non assodato ma tutto da conquistare. Oggi invece sembra tutto pacifico e accettato come naturale, e quindi indiscutibile. Quieto e a suo modo confortevole come un coma vegetativo. Come se nessun senso ci fosse. E perché mai dovrebbe esserci? si può stare al mondo anche senza. Tranquillamente adagiati nella pappa dell’indistinto, del tutto è lo stesso, dove una cosa vale l’altra, senza differenze e gerarchie, la cui assenza per Rizzante, soprattutto nell’arte, è la forma che ha preso oggi il Male.
Ed è naturale che la letteratura, e in particolare il romanzo, che è sempre stato uno dei luoghi, se non quello privilegiato, in cui “… molteplici verità “incarnate in una serie di io immaginari chiamati personaggi” (Kundera) si contraddicono, si relativizzano, facendo[ne] un luogo essenzialmente ironico, ambiguo, privo di certezze definitive”, sia oggi praticamente ridotta a puro intrattenimento, uno tra i tanti, merce tra le altre, e tra le meno appetibili. Troppa fatica e troppo pochi soldi. “Come può una società neocapitalista e consumista accettare un’attività così asociale, così poco redditizia, così solitaria e così poco controllabile dal potere” come la letteratura?
Per questo, di fronte al crescente disinteresse di cui è fatta oggetto anche da chi se ne occupa, che girovaga tra gli scaffali come una massaia al supermercato, Rizzante non arretra davanti alle affermazioni forti, per quanto controcorrente o discutibili possano sembrare, e non per il gusto della provocazione o per fare il bastian contrario (un po’ sì…), ma perché è convinto che corrispondano alla verità. Perché sono, a suo parere, umanamente, culturalmente e soprattutto eticamente, corrette e necessarie. E se lo sono, non possono che risultare controcorrente, perché in caso contrario sarebbero assunte universalmente come scontate e quindi non apporterebbero nessuna conoscenza, nessuna intensificazione della vita, nessuna sorpresa, nessun piacere, come fanno la letteratura e la cultura critica invece.

Essere aristocratico e intransigente è quindi una logica conseguenza, che non prevede concessioni al cattivo gusto o alle mode, “refrattario ai conformismi …ribelle conservatore”, come scrive di Pierre Legendre, e nemmeno al senso comune o al desiderio di piacere, dotato di una “resistenza organica alla banalità” come i personaggi del suo amato Danilo Kiš, come pure al côté giullaresco che in qualche misura, magari per allegra sfida, si ritrova in ogni artista che si nega al consenso dei molti. Rizzante non cerca neppure quello dei pochi: prende quelli che ci sono, perché sa che, da qualche parte, qualcuno c’è, e forse più numerosi di quanto non si sospetti, a saperli intercettare uscendo dai propri recinti, passando le frontiere vicine e lontane. Gli autori di cui tratta nei suoi libri e saggi da oltre trent’anni a questa parte ne sono la riprova.
Andarli a scovare spesso in contrade remote, in letterature apparentemente marginali o poco frequentate, diventa allora una necessità. Non tanto per disprezzo del vicino, o per sradicamento, o volontario esilio, da una patria o lingua (i saggi su Celati e Calvino in Il geografo e l’esploratore, Effigie 2001, lo stanno a dimostrare, come quelli su Pasolini, Vassalli e Fellini in questo libro), quanto perché gli spazi entro cui si muove, romanzo e poesia in particolare, contrariamente a quanti temono di perdersi quando si allontanano troppo dai propri confini linguistici, sono per lui universali, o non sono. “Ogni lingua, ogni letteratura è sempre ibrida … ogni letteratura è sempre la somma complessa e sempre variabile di molte letterature… le frontiere di uno scrittore sono erranti … Del resto la nostra stessa identità … non è forse una frontiera errante?”
Peraltro di lingue Rizzante non poche ne conosce e traduce (tra gli altri Kundera, Oscar V. de L. Milosz, Octavio Paz, Nikos Kachtitsis, Miloš Crnjanski), e si passa con disinvoltura (non dico leggerezza) dall’una all’altra lungo frontiere che il tempo e la storia spostano in continuazione, ma di fatto sono solo una, che è interna a tutte, e insieme tutte le comprende, la letteratura, appunto.
E la letteratura è tutto ciò che esiste. È questa una delle idee di base di Rizzante. Al di là delle lingue e delle loro storie e contaminazioni, e dei popoli e delle culture senza le quali nessuna opera può nascere e nelle quali ciascuna prende vita e senso, e al di là di ogni opera reale o potenziale, c’è, per tutti i singoli lettori, la letteratura, unica e sola, comunque la si voglia chiamare, che si radica e dispiega nel tempo, ma insieme del tempo è fuori, e sopra, nonostante esso sia il suo oggetto privilegiato. Non un’entità metafisica, ma qualcosa che c’è in ogni opera, che a sua volta senza di essa non ci sarebbe, e che ogni opera fa essere, senza le quali a non esserci sarebbe lei. E tuttavia essa resta sopra tutto, di tutto può parlare e parla, specialmente quando prende la forma di romanzo, che è l’oggetto principale dei saggi di Rizzante, mentre niente può parlare attraverso di lei, facendone il tramite o lo strumento per qualcosa di proprio, d’altro. E se qualcosa lo pretende o lo fa, la uccide. Anche se non del tutto, perché persino in ciò che è asservito, ferito o spento, qualcosa di lei, poco o tanto, continua a vivere. Perché anche da ciò che era stato asservito qualcosa occhieggia, spunta e, senza aspettare che la forza oppressiva sia sparita, germoglia e comincia a proliferare. Ciò che pretendeva di condizionare e dominare cade e la letteratura, come la foresta, pian piano lo avvolge e lo ingloba.


Con questo non si vuol dire che i romanzi migliori sono profezie, perché sono arte non della Storia ma del tempo; i romanzi non prefigurano questo o quel futuro, ma il futuro spesso si incarica in qualche modo di inverarli, di solito nei loro risvolti peggiori, più lontani dalla realtà loro contemporanea. Quelli che le ambizioni profetiche le nutrono, in compenso, sbagliano quasi sempre. “La letteratura, dai tempi di Omero, non parla mai del futuro, ma solo del passato, del passato che è sempre presente”. Un passato che va riconquistato in continuazione.
Meno un romanzo è realistico, più ha probabilità di cogliere la realtà, che peraltro non esiste: e infatti la coglie solo perché è lui a farla esistere. Più la rincorre, o pensa di riprodurla e di interpretarla, meno la centra. Magari coglie qualcosa di striscio, di secondario e di imprevisto. È nella sua potenzialità, questo. Sempre. Più fissa lo sguardo su ciò che gli appare massimamente reale e ne fa il proprio fulcro, più è probabile che annaspi alla cieca e infine sprofondi nel buio. Se, forte di qualche certezza culturale o storica, pensa di essere meglio piazzato per vederne e descriverne l’essenza, vede e descrive solo ciò che lo abbaglia, e lo rende cieco; anche se in rari casi pure da questo può risultare qualcosa di buono o interessante, del tutto involontario, imprevisto, direttamente proporzionale alla cecità in cui brancola.
Spesso è dalla periferia che si vede meglio; chi sta ai bordi scorge profili diversi, angoli scorci combinazioni fondali e collusioni insospettate. La luce taglia il mondo secondo altre prospettive. Quasi tutti gli autori maggiori degli ultimi decenni, per Rizzante, appartengono a letterature fino al secondo dopoguerra poco frequentate, come quella sudamericana, senza la quale “la storia del romanzo del XX secolo è impossibile”, e che, secondo le forme e gerarchie dominanti, hanno uno statuto incerto: autori che non vengono riconosciuti, e tutt’al più come curiosità, come strani fiori senza radice né semenza, o che lo sono più tardi, da pochi accolti, prima, e neutralizzati dalla moda poi, prima di essere messi da parte di nuovo: quelli che si muovono, dentro o fuori di sé, lungo e attraverso frontiere imprevedibili. E infatti tra gli autori di cui si occupano i suoi saggi, pochi sono statunitensi, inglesi, francesi o tedeschi, e allora quasi sempre immigrati o loro figli (in particolare ebrei), esuli coatti o volontari, gente dispersa, o appartata. Ma tra loro ci sono anche grandi che in qualche misura vengono poi riconosciuti e accolti nel tempio del canone, magari passando da una porta di servizio, illuminati da lampade intermittenti nella loro penombra laterale. Come Danilo Kiš, Witold Gombrowicz, Alejo Carpentier, Octavio Paz, Kenzaburō Ōe, Milos Crnjanski, Miguel Torga. O pensatori non tra i più citati, o non più o non ancora, come Lewis Mumford, Jan Patočka, Pierre Legendre.

Rielaborare continuamente un canone, lottare con la tradizione è il compito e la risorsa della letteratura. Un compito decisivo per la società stessa, per costruire un nuovo umanesimo. “L’arte resta la custode della forma umana”, sostiene infatti Rizzante.
A dispetto di questo, l’importanza e il valore che una tradizione plurimillenaria le ha riservato sono in declino, se non già spariti: “la fame di letteratura, arte plurimillenaria, si è spenta nel giro di poche generazioni”, dice Rizzante, forse abbagliato a sua volta dallo spostamento del pubblico verso prodotti preconfezionati e da forme di svago e comunicazione di massa di cui è difficile cogliere un valore ad essa commisurabile.
Così spesso crediamo di essere gli ultimi ad avere un senso così alto e una fame così feroce di letteratura (anche se un suo libro del 2009 pubblicato sempre da Effigie titolava, con diversa speranza, Non siamo gli ultimi), ed è scontato che a volte ci sentiamo pesare addosso, desolante, la fine di questa illusione; e invece spesso è solo lo smarrimento, il senso di fallimento davanti a tutto ciò che le abbiamo affidato, a tutto ciò che abbiamo sperato, alle mete che non abbiamo nemmeno lontanamente raggiunto: a ciò che, a torto o a ragione, non abbiamo fatto o che ci è sembrato di non aver saputo fare.
Ma mentre pensiamo sconsolati a questo deserto, siamo ancora nella letteratura, gravitiamo nella sua orbita, soggiogati dalla dedizione totale che essa esige, dalla perfezione assoluta che la sua idea implica, irraggiungibile, se non forse da altri, a causa dei suoi modelli e imperativi così impervi, che portano inesorabilmente a fallire; e prede della tentazione di non fallire più, fallendo così in modo definitivo; mentre tanti altri, chissà dove, lungo quali confini, ancora provano a fallire diversamente e, per dirla con Beckett, che di questi confini erranti, di questi paesi spaesati e lingue sostituite e conquistate e riconquistate è stato un abitatore impareggiabile, a fallire meglio. Finché si resta nei confini della letteratura, il fallimento è di casa.
Ma è un buon fallimento. Anche se solo per gli altri. Per chi lo sperimenta, un po’ meno. Anche se prima o poi lo sperimentano tutti.
Eppure c’è chi persiste, chi resiste, nella convinzione sommamente ingenua che l’unico modo giusto di pensare alla letteratura e all’arte è vederle proprio come qualcosa di assoluto, al di fuori e al di là di idee, interessi e ambizioni circoscritti: sommamente ingenua e sommamente intelligente; sommamente intelligente perché sommamente ingenua, pur consapevole di esserlo. L’unico gioco che vale la pena di giocare e dove “quel che per la scienza è “il rischio supremo, l’errore”, diventa … “una possibilità di bellezza”, e anche fallire può essere una riuscita.
Letteratura Libri TAGGED: Massimo Rizzante