Hervé Tullet. Punto, macchia, scarabocchio

Doppiozero - Tuesday, June 9, 2026
Hervé Tullet. Punto, macchia, scarabocchio Sveva Alagna Anita Romanello Mar, 09/06/2026 - 03:00

La tela della memoria invisibile di Hervé Tullet viene impressa attraverso delle note ricorrenti: punti, linee, macchie, scarabocchi. E parte così il viaggio ideale dello scrittore e illustratore, che della sua infanzia mancata nell’eco del Dopoguerra, approda a coloratissimi segni della sua arte. La sua produzione di libri per bambini è ampia, circa 80 volumi narrati e giocati, interconnessi tra loro e accomunati dal suo personalissimo stile.

Il viaggio di formazione di un ex bambino trasparente, che amava lasciare disegni sotto le porte, come dei regali, ma che girava a vuoto per colpa di silenzi “di circa mezzora” e pericoli nascosti, è narrato nelle pagine del suo nuovo memoir Il bambino a colori, edito da il Saggiatore, stavolta non un libro per bambini ma un racconto dettagliato del suo processo creativo.

C’è un prima e un dopo per Tullet (Avranches, 1958), che si imbatte nella comunicazione visiva così come in un’epifania. Un prima, nell’attesa di una vocazione, un dopo, con la scoperta dei libri di Sartre e Camus, ma soprattutto dei Surrealisti, che gioiosamente sovvertono i codici, nella pittura, nella fotografia, nel cinema, nella poesia. È in un atelier d’arte che apprende che si può comunicare “rivolgendosi agli occhi” e attraverso il suo percorso – sulle note di Miles Davis – perfeziona il suo stile a servizio delle idee.

Se il mondo della letteratura per l’infanzia è a suo avviso buonista e manipolatorio, senza disinvoltura o umorismo, in un moto di ribellione elegge come fonte interlocutrice la fantasia dei bambini: genera strumenti pensati non per “addormentare ma per svegliare", per alimentare la quotidianità loro e di chi li accompagna, genitori o insegnanti, e innescare un dialogo tra due lingue diverse, ma alla pari.

Nel bambino “c’è l’infanzia dell’arte” ed è per questo che artisti importanti come Picasso, Miró, Dubuffet, Munari, hanno creato una connessione tra la loro arte e il mondo dell’infanzia, attingendo da serbatoi di spontaneità e intuizione. Nei “vuoti” dei suoi libri, il piccolo lettore crea il proprio, come un gioco che stimola tutti i sensi: molte idee per bambini che in tutta innocenza – come “un esercito chapliniano” – possano cambiare il mondo di domani.



“Intuivo che avrei potuto far nascere un interesse e che poi la creazione e la sorpresa avrebbero fatto sì che forse, un giorno, un bambino un po’ perduto aprisse un libro, poi un altro, e un altro ancora, per scoprire che se la sarebbe cavata, così me l’ero cavata io” scrive così nel suo libro Il bambino a colori: è andata così?
Posso solo sperarlo e continuo a credere profondamente nell’importanza della cultura per comprendere e vivere questo mondo. È anche il riscontro che ricevo da insegnanti, educatori o bibliotecari che utilizzano il mio lavoro e lo condividono. So che ciò che propongo attraverso i miei libri e le mie esposizioni è dare voglia di fare, di condividere, di creare.
Quello che percepisco è l’entusiasmo e l’intensità del desiderio di creare delle persone che condividono con me il loro lavoro. Sento l’energia e l’entusiasmo, anche a distanza. Adulti e bambini vi si ritrovano. Vogliono giocare e lavorare con me ben oltre la mia presenza fisica: in effetti sono lì senza esserci davvero.
Il mio lavoro è infinito, cioè non finito, da completare, ed è nella moltitudine delle sue interpretazioni che vive. E io sono un artista veramente felice di vedere la mia creazione vivere.

“I pieni, i vuoti, gli interstizi, i confini, le relazioni, le conversazioni, l’ironia, gli incontri inattesi”: dopo tanti anni, pensa di aver un po’ contribuito a orientare lo sguardo dei bambini su tutto questo, a rivelare che, come diceva il Piccolo Principe, “l’essenziale è invisibile agli occhi”?
C’è della magia nella semplicità del quotidiano: basta guardare le linee del soffitto, le tracce sul marciapiede, le macchie sui muri. Credo che questo sia il ruolo dell’artista: aprire gli occhi e lo sguardo sul mondo, mostrare punti di vista, a volte inattesi, aprire percorsi di lavoro e di riflessione. Percorsi d’immaginazione.
Io sono uno che cerca e dono ciò che trovo in un atelier o in un libro; non cerco di convincere. Cerco una complicità, una voglia di giocare con me, un’appropriazione della mia proposta.
Credo nell’idea: la offro e dico “vai, anche tu, a partire da questa idea, puoi divertirti. Basta davvero poco, non è complicato: ti servono solo qualche linea, qualche punto o qualche scarabocchio. È facile, sai già farlo, non ti resta che giocare con questa idea”.
Anche tu puoi inventarla, farla tua.

“Una lunga attesa solitaria, passata a osservare le piccole cose che mi circondano e che possono colmare quel vuoto”: lei descrive così la noia. E l’antidoto: “Ogni volta che mi annoio, cerco occhi che possano illuminare la vita”. Eppure, i bambini oggi la rifuggono o la ignorano, non pensa che si stiano perdendo qualcosa?
I bambini sono sempre capaci di giocare un intero pomeriggio con un semplice pezzo di legno; bisogna però dare loro il tempo e il bastone. Forse abbiamo paura dei bambini, della loro libertà, del loro potenziale.
È certo che lasciare un bambino davanti a uno schermo a tavola, mentre si cena con amici, è comodo. Per me è piuttosto terrificante vedere questa scena così spesso. Giocare con un bambino richiede un po’ d’immaginazione, una certa capacità di mettersi in gioco, di perdere la propria autorità di adulto che domina la situazione per lasciarsi trasportare.
I bambini possono insegnarci così tanto: bisogna avere il coraggio di ascoltarli, davvero.

Nel libro cita come fonte ispiratrice Piccolo blu e piccolo giallo di Leo Lionni, come primo vero atto di fantasia, ci sono oggi degli autori che stima e apprezza, nel panorama della letteratura per l’infanzia?
La letteratura per l’infanzia si è evoluta enormemente dai miei inizi. E nel verso giusto! Eppure, guardo abbastanza poco ciò che si fa. Da giovane avevo terribilmente voglia e bisogno di rompere i codici di quella letteratura ovattata, mielosa… convenzionale. Ho preferito guardare altrove per trovare fonti d’ispirazione e ho mantenuto questa abitudine.
Piccolo blu e piccolo giallo è stato rivoluzionario: è un ottimo punto di partenza per avere voglia di creare.

Negli ultimi anni, i suoi libri sono “usciti da sé stessi” e trasposti attraverso esposizioni, spettacoli, improvvisazioni, laboratori, in cui i presenti sono protagonisti. Se il segno rimanda a una parola, a un gesto o a un suono, a quali parole, gesti e suoni rimandano più di frequente i suoi? 
L’altro è al centro. Ho bisogno di dare. Non voglio mostrarti che ciò che faccio è davvero bello: non mi interessa. Il mio lavoro è aperto alle capacità dell’altro. Il mio lavoro fa metà del lavoro: cerca un partner. Nulla mi appartiene. È aperto, è per tutti.
L’Expo ideale, per esempio, è una mostra di me senza di me: siete voi a doverla creare.
Le mie esposizioni appartengono alle persone che vivono lì, accanto, e sono invitate a venire a realizzarle insieme a me.
Nei miei spettacoli le persone sono gli attori, non gli spettatori. E naturalmente i libri appartengono al lettore: sta a lui giocare, interpretare, trovare il proprio modo e il proprio desiderio di leggerli.

“Le parole (che sono come piccoli occhi) meritano di meglio, ed è per loro che vogliamo creare”: a “logorarle, sporcarle, manipolarle”, ci si è messa anche l’AI?
Sono davvero stupito. Sappiamo tutti cosa sta succedendo, e non facciamo nulla per fermarlo. I bambini sono un’opportunità incredibile per noi adulti di reinventarci. Abbiamo una fortuna immensa nel vivere insieme a loro: per fortuna ci sono, con poesia e verità. Sono loro che possono insegnarci di nuovo, ridare incanto al nostro mondo; sono il nostro futuro. Bisogna ascoltarli.
Sta a noi aiutarli a costruire questo futuro, e non costruirlo al posto loro, tanto siamo goffi e ogni giorno dimostriamo la nostra incompetenza. Tutto deve essere reinventato, con loro, insieme.
Ai miei occhi, i bambini, la musica e la natura: è lì che risiede la speranza.

Hervé Tullet cammina per i corridoi delle scuole e si imbatte nel lessico che con i bambini condivide, fatto di punti, linee, macchie e scarabocchi – che “si muovono, danzano, saltano sui muri o stanno in equilibrio su fili sospesi” e si sente a suo agio come in un museo, consapevole di essere artista ma con gioia.

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