Il popolo di Israele non si tocca

Comune-info - Sunday, June 7, 2026
Tenda medica, Tenda scuola, Cucina popolare, Iniziative di supporto psicologico per bambini e bambine: sono alcune delle attività quotidiane promosse da SOS Gaza

C’è un argomento che torna puntuale, quasi liturgico, ogni volta che si discute di sanzioni a Israele: penalizzerebbero il popolo israeliano, non il governo. Un argomento “toccante”. Quasi “commovente”. Degno di persone che fino a ieri non avevano mai pronunciato la parola “sanzioni” in vita loro e che domani, con ogni probabilità, torneranno a non pronunciarla. Perché questo argomento — nella sua lunga storia — non lo abbiamo mai sentito per nessun altro.

I precedenti che nessuno ricorda

Cominciamo dalla fine, dal caso più recente e più vicino a noi. Russia, 2022. Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Occidente ha costruito in poche settimane il più imponente pacchetto sanzionatorio della storia contemporanea: energia, banche, esportazioni tecnologiche, congelamento di asset privati, esclusione dallo Swift, chiusura dello spazio aereo. Le conseguenze sul russo comune sono state immediate e documentate: crollo del potere d’acquisto, sparizione di beni dal mercato, impossibilità di accedere ai propri risparmi. Nessuno, nei parlamenti europei, ha alzato la mano per dire: ma il popolo russo? Le misure sono passate con voto quasi unanime, in un clima di urgenza morale che non ammetteva distinguo. Con una coerenza, aggiungo, che si sarebbe dovuta conservare.

Iran, da quarant’anni. Le sanzioni sull’Iran sono talmente pervasive da colpire farmaci, reagenti medici, pezzi di ricambio per gli aerei civili., come documentato da organizzazioni umanitarie e da studi accademici che nessuno cita nei talk show. Il popolo iraniano — che in piazza, a mani nude, ha rischiato la vita contro la teocrazia — paga il conto insieme alle Guardie della Rivoluzione. Le sanzioni reggono, si rafforzano, si rinnovano. Nessuna obiezione di principio.

Cuba, sessant’anni. L’embargo più lungo della storia moderna. Ha impoverito generazioni, ha creato scarsità strutturale, ha trasformato la sopravvivenza quotidiana in un’impresa. E sia chiaro: Cuba non ha mai invaso un paese sovrano. Non ha bombardato città straniere. Non occupa territori altrui. Le sanzioni non nascono da una risposta a un’aggressione — nascono dalla Guerra Fredda, dalla pressione della lobby cubana in Florida, dalla volontà degli Stati Uniti di punire un governo scomodo alle proprie porte. L’Unione Europea, per anni, le ha subite e assecondate senza opporre il principio della sovranità o la tutela del popolo cubano. Le sanzioni sono rimaste, non perché servissero a qualcosa, ma perché servivano a qualcun altro.

Iraq, anni Novanta. Il caso più brutale, quello che dovrebbe chiudere ogni discussione. Il regime sanzionatorio imposto dopo la Guerra del Golfo è stato uno dei più letali della storia recente. L’Unicef stimò, a fine decennio, centinaia di migliaia di morti tra i bambini iracheni per effetto diretto delle sanzioni: malnutrizione, mancanza di medicine, crollo del sistema sanitario. Nel 1996, interpellata da Lesley Stahl sulla CBS — mezzo milione di bambini morti, è un prezzo che vale la pena? — Madeleine Albright rispose: «Pensiamo che il prezzo valga la pena». Non si dimise. Non fu cacciata. Fu nominata Segretaria di Stato.

Ma il precedente più diretto, quello che rende il dibattito attuale non solo ipocrita ma storicamente analfabeta, viene da più lontano.

Sudafrica dell’apartheid. Per decenni, il movimento internazionale per le sanzioni al regime di Pretoria fu uno dei fronti più importanti della politica progressista mondiale. Boicottaggio culturale, embargo sulle armi, disinvestimento finanziario, esclusione sportiva. Le stesse argomentazioni che oggi vengono agitate contro BDS e contro qualsiasi misura di pressione su Israele furono usate, parola per parola, per difendere il Sudafrica dell’apartheid: le sanzioni danneggiano i lavoratori neri più che il governo bianco; l’isolamento non porta al dialogo; bisogna privilegiare l’engagement. Chi le pronunciava allora stava dalla parte sbagliata della storia. Chi le pronuncia oggi sa perfettamente cosa sta facendo.

Rhodesia, 1965. Quando Ian Smith dichiarò unilateralmente l’indipendenza dal Regno Unito per preservare il dominio della minoranza bianca, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu impose per la prima volta nella storia sanzioni obbligatorie contro un paese in tempo di pace. Nessuno si preoccupò troppo del popolo rhodesiano, né quello nero, ovviamente, né quello bianco che pagava un prezzo per le scelte del proprio governo. Si stabilì semplicemente che esisteva una soglia oltre la quale la comunità internazionale aveva non solo il diritto ma il dovere di agire. Quella soglia fu tracciata. Per la Rhodesia di Smith. Non per Israele.

Potremmo continuare. Myanmar. Bielorussia. Zimbabwe. Venezuela. La storia delle sanzioni internazionali è la storia di uno strumento applicato ogni volta che la comunità internazionale ha deciso che una condotta di governo era inaccettabile. In nessuno di questi casi l’argomento ma il popolo? ha fermato niente. In nessuno di questi casi ha costituito un veto morale. Diventa tale, per la prima e unica volta nella storia, quando si parla di Israele. Annotare questa eccezione senza nominarla per quello che è richiede una disonestà intellettuale che, a questo punto, è diventata strutturale nel discorso pubblico occidentale.

Ma di quale popolo stiamo parlando?

C’è però un altro problema con l’argomento, più scomodo ancora: i dati. Perché il “popolo israeliano” che le sanzioni andrebbero a proteggere non è esattamente la vittima inconsapevole di un governo che agisce a sua insaputa. È un popolo che quel governo, in larga misura, condivide.

I numeri sono pubblici e provengono da istituti di ricerca israeliani e internazionali, non da fonti ostili. Un sondaggio congiunto del settembre 2024 condotto dalla Tel Aviv University ha registrato il livello più basso di sostegno alla soluzione a due Stati tra gli ebrei israeliani da quando i rilevamenti hanno avuto inizio, nel 2010: solo il 21%. Un sondaggio del gennaio 2025 ha rilevato che il 71% degli israeliani si oppone alla creazione di uno Stato palestinese, in linea con una rilevazione dell’INSS di dicembre 2024 secondo cui per la prima volta in quasi vent’anni una maggioranza di ebrei israeliani si oppone all’istituzione di uno Stato palestinese in qualsiasi forma. Sul fronte dell’occupazione, il 68% degli intervistati si esprime a favore della sovranità israeliana in Cisgiordania. A settembre 2025, secondo l’Israel Democracy Institute, il supporto alla soluzione a due Stati tra gli ebrei israeliani era ulteriormente sceso al 18,5%.

Non si tratta di un popolo tenuto in ostaggio da un governo che agisce contro la sua volontà. Si tratta di un popolo che, in proporzioni maggioritarie e documentate, condivide le premesse ideologiche di ciò che quel governo sta facendo. La distinzione governo/popolo, che in altri contesti ha una sua validità analitica, qui viene agitata come scudo emotivo. Non regge all’esame dei fatti. Non regge ai numeri.

Le prossime elezioni non cambiano nulla

L’ultimo rifugio di questo argomento è elettorale: presto si vota, Netanyahu cadrà, le cose cambieranno. Vale la pena guardare anche questo da vicino.

Le elezioni israeliane devono tenersi entro il 27 ottobre 2026. I sondaggi mostrano un quadro consolidato: la coalizione di Netanyahu non ha la maggioranza, ma l’opposizione — divisa tra centristi, liberali, destra moderata ed ex alleati dello stesso Netanyahu — non riesce a trasformare il malcontento in un’alternativa stabile di governo. Il principale candidato alternativo è Naftali Bennett, lo stesso Bennett che nel 2025 ha dichiarato pubblicamente di sognare un risveglio in cui i palestinesi tra il fiume e il mare siano “semplicemente scomparsi”, e che ha giurato di escludere qualsiasi coalizione con i partiti arabi, considerati sospetti nel quadro del conflitto. Dopo il 7 ottobre, quasi tutto l’arco parlamentare israeliano si è spostato su posizioni securitarie, con differenze che riguardano il metodo di gestione del conflitto, non le sue premesse. Nel frattempo, a destra crescono le forze ultranazionaliste e religiose.

In altre parole: il cambio di governo che dovrebbe rendere inutili le sanzioni porterebbe al potere forze che sulla questione palestinese si collocano, nella migliore delle ipotesi, esattamente nello stesso punto. L’alternativa a Netanyahu non è la pace. È Bennett. Chi agita le prossime elezioni come argomento contro la pressione internazionale sta, consapevolmente o no, chiedendo di aspettare per sempre.

Una sudditanza che ha un nome

Ora, improvvisamente, scopriamo che le sanzioni sono uno strumento crudele, indiscriminato, che punisce gli innocenti invece dei colpevoli. Il popolo russo, iraniano, cubano, iracheno, sudafricano, rhodesiano non ha mai goduto di questa considerazione. Il popolo israeliano sì. La domanda da fare — e che nessuno fa — è perché?

La risposta non sta in una qualche coerenza di principio che ci siamo persi. Sta in qualcosa di più semplice e più difficile da nominare: una sudditanza politica, culturale e istituzionale nei confronti di Israele e dei suoi alleati che ha deformato per decenni il diritto internazionale, il discorso pubblico, i meccanismi di pressione collettiva. Una sudditanza che si manifesta ogni volta che un parlamento europeo si blocca, ogni volta che un funzionario Onu viene silurato, ogni volta che un atleta viene squalificato per aver indossato una kefiah e uno Stato che bombarda ospedali continua a partecipare alle competizioni internazionali indisturbato.

Non è prudenza. Non è equilibrio. Non è complessità. È una gerarchia. Una gerarchia di popoli, di vite, di principi applicati in funzione di chi li subisce, e di chi, nell’ombra, si assicura che continuino ad essere applicati così. Quella gerarchia ha un nome. E chi la pratica, di solito, preferisce non pronunciarlo. Complicità.

Riccardo Taddei ha oltre trent’anni di esperienza professionale nel campo dei diritti. È autore di L’ordine del Caos. Anatomia del conflitto tra Israele e Palestina (Ombre corte)

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