Donna, operaia e comunista. Alfonsina e le altre

Jacobin Italia - Friday, June 5, 2026

Quando nel 1972 la polizia arrestò sette operai e operaie della Siemens di L’Aquila, tra loro c’era anche Alfonsina Casamobile. Aveva poco più di trent’anni, proveniva da una famiglia contadina e si definiva semplicemente «donna, operaia e comunista». Fu una delle figure simbolo di una generazione di lavoratrici che, entrando nella fabbrica elettronica sorta a L’Aquila negli anni del boom economico – prima Ates, poi Marconi, Siemens, Italtel – trasformò non solo i rapporti di lavoro ma anche la condizione femminile in una delle città più conservatrici del Centro-Sud.

«C’era la paura che veramente potesse nascere una classe operaia in questa fabbrica, e che si allargasse poi a tutto il Sud», ricordava in un’intervista Alfonsina qualche anno dopo. Una paura fondata, perché l’arrivo dell’Ates non significò soltanto occupazione in una provincia segnata da massiccia emigrazione e povertà. Significò anche la nascita di una nuova soggettività sociale, composta da donne giovani in larga parte provenienti dalle aree interne dell’Abruzzo, che attraverso il lavoro salariato acquisirono indipendenza economica, coscienza politica e capacità di organizzazione collettiva. In una città che il sindacalista e studioso Riccardo Lolli descrive come caratterizzata da un’impronta «assolutamente conservatrice e moderata», l’irruzione di migliaia di operaie rappresentò infatti «una trasformazione profonda, dentro e fuori le mura della fabbrica».

Molte affrontavano quotidianamente lunghi viaggi dai paesi della provincia aquilana come Castel di Sangro, Raiano, e il lavoro in fabbrica fu la prima occasione di autonomia economica. Isabella Angelone entrò in fabbrica a soli sedici anni. Ricorda ancora l’emozione della prima busta paga: cinquantamila lire, soldi che non servivano soltanto a contribuire al bilancio familiare, ma che rappresentavano la possibilità di decidere della propria vita. «Faccio sedere mamma sulla scala e comincio a tirare fuori le banconote: dieci, venti, trenta! Quando arrivò il primo stipendio andai a L’Aquila e comprai una catenina d’oro con una medaglia proprio per mia madre. I primi soldi li ho spesi così».

Il patriarcato dentro e fuori la fabbrica

Eppure, le operaie continuavano a scontrarsi ogni giorno con una cultura patriarcale profondamente radicata. Se nella fabbrica significava essere relegate nei posti più duri della catena di montaggio, con stipendi più bassi e mansioni a cottimo, al di fuori significava scontrarsi con un mondo che considerava il lavoro salariato femminile come una minaccia per gli equilibri tradizionali. Isabella ricorda cosa avesse significato per lei avere uno stipendio che potesse liberarla dalle relazioni di potere presenti nella sua famiglia: «mi dava l’opportunità di ribellarmi, di rivendicare i miei diritti, e se fosse stato necessario anche di mandarli a fanculo». Fu proprio la suocera a ribadirle spesso quello che pensava dell’ingresso massiccio delle donne nel lavoro industriale: «Sci maledetto chi ha dato ju lavoro alle femmine» [sic].

Ma il conflitto non si fermava alle mura domestiche, anche le condizioni di lavoro erano spesso molto dure. Maria Grazia Taverna, un’altra donna protagonista delle lotte di quegli anni, descrive il sistema del cottimo come «estremamente estenuante. Ogni sera bisognava consegnare un certo numero di pezzi. Se non rendevi il cottimo venivi penalizzata economicamente, ma arrivavano anche i richiami». Anna Caruso, tra le più anziane del gruppo, entrò alla Marconi nel 1959: «la prima volta che varco quella soglia, mi guardo intorno, tutto quel rumore, quelle persone chine a lavoro sui pezzi, tutto quel ferro… Ricordo che ho sussurrato tra me e me, “e mo’ passano 40 anni qua dentro..”». L’umiliazione passava anche attraverso il controllo dei corpi: per andare in bagno era necessario utilizzare speciali contrassegni, le cosiddette «tavolette di piombo», simbolo di un’organizzazione del lavoro fondata sulla sorveglianza e sulla disciplina.

Fu proprio in queste condizioni e contraddizioni che maturò la coscienza di classe. Molte di quelle giovani donne non avevano alle spalle tradizioni sindacali o politiche. Come avrebbe ricordato la stessa Alfonsina, «noi non avevamo una cultura di lotte operaie. L’abbiamo imparata dentro la fabbrica». E impararono rapidamente a organizzarsi. Il 1968 rappresentò un passaggio decisivo: «l’occupazione della fabbrica e le manifestazioni cittadine portarono per la prima volta la questione operaia al centro della vita pubblica aquilana», osserva Riccardo Lolli, «così la città scoprì gli operai, e soprattutto le operaie». Fino ad allora quella presenza femminile era rimasta invisibile. 

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Redazione Jacobin Italia

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Come ricorda Luigi Magnante, allora sindacalista della Cgil, «al centro di quella stagione vi erano i consigli di fabbrica, una delle più avanzate esperienze di democrazia industriale del movimento operaio italiano». Eletti direttamente dai lavoratori, indipendentemente dall’appartenenza sindacale, i consigli permisero una partecipazione diffusa alle decisioni e diedero voce ai bisogni di una nuova generazione di lavoratrici. Attraverso quella forza organizzata arrivarono conquiste che cambiarono profondamente la vita delle operaie.

Il contratto del 1972, firmato nel 1973, rappresentò in tal senso una svolta storica. «Introdusse l’inquadramento unico – spiega Luigi Magnante – superando molte delle discriminazioni professionali e salariali tra uomini e donne. Ma le rivendicazioni non si fermavano alla busta paga. Le operaie rivendicavano il diritto allo studio, i servizi pubblici e sociali che rendessero possibile conciliare lavoro e vita familiare. Grazie a scioperi molto partecipati – a cui aderiva «tra il 95% e il 99% delle operaie», come ricorda Luigi Magnante – picchetti costanti e manifestazioni, ottennero le celebri «150 ore», che consentirono a molte lavoratrici di completare percorsi scolastici interrotti troppo presto, e grazie anche a un contributo economico diretto delle lavoratrici, in città vennero realizzati l’asilo nido «Primo Maggio» e la scuola a tempo pieno di Santa Barbara.

Quella esperienza contribuì anche a mettere in discussione i confini tradizionali tra lotta sindacale e questione femminile. Le battaglie per gli asili nido, per la salute delle donne, per il diritto allo studio e per una diversa organizzazione del tempo di vita mostrarono come le rivendicazioni femminili non fossero temi separati dalla lotta di classe, ma una sua componente essenziale. «Noi lottavamo per ottenere una migliore qualità della vita. Il contratto del ‘73 andava ben oltre gli aumenti salariali, era incentrato tutto sul sociale», ricorda Maria Grazia Taverna, «in una fabbrica dove lavoravano quasi cinquemila donne, riuscimmo a ottenere anche un consultorio interno», anticipando così temi che sarebbero diventati centrali nel movimento femminista degli anni successivi.

La loro lotta contribuì così a ridefinire non soltanto il lavoro, ma il rapporto tra produzione e riproduzione sociale, tra emancipazione femminile e diritti collettivi.

Tutto questo non avvenne senza conflitto. Tra il 1972 e il 1973 la repressione colpì duramente le avanguardie operaie. Alfonsina Casamobile fu arrestata insieme ad altre sei lavoratrici e lavoratori. Lei stessa, in un’intervista successiva, ricorda: «mi convocarono più volte in questura per rispondere di presunte “violenze private” contro dirigenti aziendali durante scioperi e picchetti ai cancelli. Noi non capivamo perché questo accanimento, a venti o trent’anni non lo puoi capire perché ti mettono in galera per un contratto. Oggi lo capisco, l’obiettivo era chiaro, ossia spezzare l’organizzazione operaia». Sindacato, consigli di fabbrica e lavoratrici reagirono con una mobilitazione straordinaria. Centinaia di operaie sfilarono dalla fabbrica fino al carcere di San Domenico per chiedere la liberazione delle compagne arrestate. Isabella Angelone ricorda quel lungo corteo che attraversava la città gridando: «Compagne carcerate sarete liberate, e se questo non avviene, la galera è tanto grande, ci entreremo tutte quante».

Il Consiglio di Fabbrica della Sit Siemens, quando in un volantino dell’11 aprile 1973 comunicò la scarcerazione di tutti gli operai e le operaie arrestate, affermava anche che la lotta non si sarebbe fermata: «è ormai coscienza comune che i lavoratori della Sit Siemens stanno lottando e hanno sempre lottato nell’interesse di tutti. I grossi problemi della popolazione abruzzese restano ancora irrisolti, per questo noi lavoratori della Siemens lanciamo un appello per la ripresa della lotta dal 13 aprile 1973. Sciopero generale di tutto l’Abruzzo per le riforme e l’occupazione nel Mezzogiorno». La repressione, anziché isolare le dirigenti sindacali, rafforzò il senso di appartenenza collettiva. 

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La ristrutturazione industriale, il passaggio dall’elettromeccanica all’elettronica e la progressiva riduzione dell’occupazione segnarono l’inizio del declino. «Più in generale, la crisi delle fabbriche aquilane si inseriva nelle trasformazioni che investivano il movimento operaio a livello internazionale: l’avanzata del neoliberismo, la crisi delle grandi organizzazioni collettive, la progressiva privatizzazione di settori strategici come le telecomunicazioni», spiega Luigi Magnante. Le conseguenze furono enormi. Mobilità, prepensionamenti e licenziamenti segnarono la fine di una stagione. Per molte lavoratrici quella transizione significò anni di incertezza e sacrifici. Interi reparti furono progressivamente svuotati o smantellati, spesso dopo che le stesse operaie avevano accettato trasferimenti, cambi di mansione o percorsi di riqualificazione nella speranza di salvare la produzione e l’occupazione. Le testimonianze raccolte raccontano una sensazione diffusa di tradimento: dopo aver contribuito per decenni alla crescita dell’azienda e del territorio, molte donne si ritrovarono improvvisamente considerate un costo da ridurre. La mobilità e i prepensionamenti colpirono una generazione che aveva costruito la propria identità attorno al lavoro industriale e alla partecipazione collettiva. Non si trattò soltanto della perdita di posti di lavoro, ma della dissoluzione di un mondo fatto di relazioni, solidarietà e strumenti di rappresentanza che avevano caratterizzato la stagione delle grandi lotte operaie.

Tra le prime a comprendere la portata di quella trasformazione fu proprio Alfonsina Casamobile. Nel 1990, intervenendo al congresso provinciale del Pci, denunciò la crescente distanza tra la sinistra e il mondo del lavoro: «le ragioni fondamentali della nostra crisi sono da ricercare non nel nostro nome, ma nella nostra incoerenza politica. Abbiamo perso di vista i bisogni reali della gente e in particolare di quella più debole». E aggiunse che i consigli di fabbrica, un tempo cuore pulsante della partecipazione operaia, erano ormai «totalmente in crisi e da rigenerare».

Quello che resta

Alfonsina morì improvvisamente nel 1991, mentre si trovava nella sede del sindacato, per un’emorragia cerebrale. La sua scomparsa assunse il valore simbolico della fine di un’epoca. Oggi, a distanza di oltre trent’anni, le testimonianze delle lavoratrici più giovani nella provincia dell’Aquila restituiscono un quadro che rende quelle parole oggi più attuali che mai. 

Elena Colageo lavora in un call center, negli stessi spazi che un tempo ospitavano la fabbrica elettronica. Sua madre è stata operaia Italtel negli anni Settanta e le raccontava un mondo del lavoro molto diverso da quello che conosce oggi: «c’erano gli autobus aziendali che collegavano i paesi della periferia alla fabbrica, c’erano gli asili nido e i servizi costruiti grazie alle lotte delle lavoratrici, c’erano strumenti che rendevano concretamente possibile conciliare lavoro e famiglia», racconta Elena. La differenza emerge soprattutto quando si parla di maternità: «tu sei madre? Adesso devi decidere: fare la mamma, o fare la dipendente? Devi scegliere», continua Elena. Una condizione che sua madre fatica persino a comprendere: «quando le racconto che molte tutele conquistate negli anni Settanta oggi non esistono più, la risposta è sempre la stessa: “ma voi perché non ce le avete?”».

Emanuela lavora nello stabilimento L Foundry di Avezzano. Per anni ha alternato contratti di somministrazione della durata di poche settimane. «Io lavoravo lì tutti i giorni», racconta Emanuela, «ma non sono mai stata considerata una dipendente dell’azienda. Per loro ero una lavoratrice in prestito». Negli ultimi mesi ha vissuto scioperi, contratti di solidarietà e lunghi periodi di cassa integrazione. «Per andare in bagno bisognava chiedere il permesso ed eravamo sottoposte a controlli continui sui tempi di permanenza fuori dal reparto», racconta Emanuela. Un’esperienza che richiama inevitabilmente le «tavolette di piombo» contro cui si battevano le operaie aquilane oltre cinquant’anni fa.

Anche sul terreno della conciliazione tra vita e lavoro emerge una distanza impressionante. Arianna, madre di due figli, descrive «una precarietà che non è soltanto economica ma anche psicologica. Ho potuto affrontare le maternità grazie alle tutele minime garantite dal lavoro in somministrazione, ma al mio rientro le difficoltà sono state enormi. Servizi come gli asili nido aziendali, consultori… oggi sembrano appartenere a un’altra epoca».

«Si erano raggiunti tanti obiettivi – osserva Arianna – e poi sono andati piano piano a scemare. Io mi sveglio alle quattro ogni mattina, se non avessi mia madre che mi aiuta, come farei?». La perdita di diritti sociali, la diffusione della precarietà, la frammentazione del lavoro e l’indebolimento dei legami collettivi sono il risultato di quella trasformazione che Alfonsina aveva intuito con largo anticipo quando parlava di una «ristrutturazione capitalistica del lavoro», capace di scaricare sui lavoratori i costi del cambiamento.

Eppure la storia di quelle donne continua a parlare al presente, non perché offra una memoria da celebrare, ma perché mostra come diritti che oggi sembrano naturali siano stati conquistati attraverso organizzazione, conflitto e solidarietà. E come, allo stesso modo, possano essere perduti. Le operaie dell’Aquila non hanno soltanto cambiato una fabbrica. Hanno trasformato una città e la sua provincia, ridefinito il ruolo delle donne nella società e lasciato un’eredità politica che continua a interrogare il presente. 

*Questo articolo nasce dal lavoro di ricerca e dalle testimonianze raccolte per il podcast Alfonsina e le altre, prodotto dallo Spi Cgil dell’Aquila. Il podcast completo è disponibile qui.  Alcuni nomi sono stati cambiati per tutelare le compagne ancora in produzione.

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