
Lunedì scorso, ad Amendolara, le loro vite sono state spezzate nel modo più feroce, disumano e orribile possibile: sono stati rinchiusi in un minivan, cosparsi di benzina e bruciati vivi. L'immagine drammatica di image.[span_7](start_span)png mostra quel mezzo trasformato in una trappola di fuoco e fumo, da cui solo un quinto compagno è miracolosamente riuscito a salvarsi fuggendo dal cofano.
La loro "colpa"? Aver osato ribellarsi. Avevano chiesto semplicemente di essere pagati per il lavoro svolto, dopo l'ennesimo mese di sfruttamento senza salario, ricatti e tariffe imposte persino per il trasporto verso i campi. La risposta dei caporali che gestivano la manodopera è stata una punizione spietata, un'esecuzione per dare una lezione a chiunque provi ad alzare la testa.
Questo non è un incidente sul lavoro. È un brutale omicidio di massa nato e cresciuto nel fango del caporalato.
Non sono morti bianche per fatalità: sono stati uccisi da un sistema criminale, una vera e propria mafia che lucra sui corpi e sulla disperazione delle persone, contando spesso sulla "zona grigia" dell'indifferenza generale.
I loro nomi devono essere scritti ovunque. Ullah, Safi, Amin, Waseem. Non possiamo permettere che diventino l'ennesimo trafiletto di cronaca nera che scade il giorno dopo.
Quei quattro corpi carbonizzati devono inchiodare tutti alle proprie responsabilità. Il cibo che arriva sulle nostre tavole non può essere intriso del sangue di ragazzi massacrati perché chiedevano dignità.
Condividiamo per non far calare il silenzio. Pretendiamo giustizia e terra bruciata attorno ai caporali e a chi si arricchisce sulla pelle dei lavoratori.