La Colombia spera ancora

Jacobin Italia - Wednesday, June 3, 2026

L’estrema destra contro una sinistra di cambiamento. È la sfida che la Colombia affronterà al ballottaggio presidenziale del 21 giugno, uno scontro che, con diverse sfumature, abbiamo già visto in paesi come Brasile, Argentina e Cile. Al primo turno, è stato il candidato dell’estrema destra Abelardo de la Espriella – ammiratore di Donald Trump, dell’argentino Javier Milei e del salvadoregno Nayib Bukele – ad arrivare primo con il 43,7% dei voti. Subito dietro di lui il senatore Iván Cepeda del Pacto Histórico, l’alleanza di sinistra guidata finora dal presidente Gustavo Petro, con il 40,9%.

Questo primo risultato è stata una delusione per la sinistra, dato che i sondaggi avevano previsto la vittoria di Cepeda. La sua campagna elettorale sperava addirittura di superare il 50%, risultato che lo avrebbe reso presidente al primo turno, con la leader indigena Aida Quilcué come vicepresidente. Dopo la doccia fredda di domenica scorsa, tutte le opzioni restano aperte. L’unica certezza è che la presidenza colombiana si deciderà per una manciata di voti.

L’estrema destra divora il conservatorismo tradizionale

La grande sorpresa delle elezioni del 31 maggio è stata la performance di Abelardo de la Espriella. È riuscito ad attrarre una larga parte dell’elettorato tradizionale dell’uribismo, la corrente guidata dal presidente Álvaro Uribe (2002-2010) che ha dominato la destra colombiana dall’inizio del secolo. A riprova di questo cambiamento, il risultato deludente della candidata sostenuta da Uribe, Paloma Valencia, che, pur avendo inizialmente sperato di accedere al ballottaggio, si è fermata ad appena il 6,9% dei voti. Sia lei che il suo mentore si sono affrettati domenica ad appoggiare De la Espriella, ma non tutti i loro elettori li seguiranno al ballottaggio. Nel tentativo di conquistare il centro, Valencia ha moderato le sue posizioni durante la campagna elettorale e ha scelto Juan Daniel Oviedo, un politico centrista e apertamente gay, come candidato alla vicepresidenza. Come altrove, gli elettori di destra più radicalizzati hanno preferito il linguaggio duro e le proposte dirompenti di De la Espriella – che promette di importare in Colombia la «motosega» neoliberista di Milei e le mega-prigioni di Bukele – al suo tentativo di trovare un equilibrio.

Un altro elemento nuovo emerso al primo turno è stata l’affluenza alle urne, che ha raggiunto il 58%, un dato molto elevato per gli standard colombiani. L’intensità della campagna elettorale ha certamente contribuito a questo risultato. Sebbene il concetto di «polarizzazione» venga talvolta utilizzato in contesti in cui si assiste a una radicalizzazione di destra, nel caso colombiano assume un significato preciso: mai prima d’ora candidati con progetti politici così opposti si erano affrontati al ballottaggio. Mentre Cepeda ha definito De la Espriella «sessista, omofobo» e rappresentante «del fascismo mafioso», il candidato di estrema destra ha etichettato il senatore sostenuto da Petro come «criminale» ed «erede delle Farc», con riferimento alle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia, l’insurrezione armata di estrema sinistra che ha imperversato nel paese per gran parte degli ultimi sessant’anni.

La distribuzione geografica dell’elettorato è simile a quella delle elezioni precedenti: la destra domina il centro del paese, mentre la sinistra è più forte nelle periferie, comprese le povere zone costiere atlantiche e gran parte dell’Amazzonia. Tuttavia, l’estrema destra ha trionfato nelle località con il più alto «rischio di controllo» da parte di gruppi armati illegali, cresciuti negli ultimi anni nonostante i tentativi del governo Petro di negoziare con loro per deporre le armi. A dieci anni dalla firma dell’accordo di pace tra lo Stato e le Farc, la crescita di altri gruppi guerriglieri, organizzazioni criminali e paramilitari, per un totale di circa ventisettemila combattenti a livello nazionale, ha rafforzato l’attrattiva della retorica militarista di De la Espriella. Egli ha promesso di «eliminare» i criminali e si presenta ai suoi comizi indossando un giubbotto antiproiettile e rinchiuso in una teca di vetro antiproiettile.

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Punti di forza e sfide a sinistra

Nonostante la delusione di domenica, la sinistra può ancora ottenere la presidenza. Uno dei punti di forza di Cepeda è il suo Pacto Histórico, che dal 2022 si è evoluto da coalizione a partito politico unito. Questa unità ha già dato i suoi frutti nelle elezioni legislative di marzo, in cui il Patto si è consolidato come principale forza parlamentare del paese, migliorando i risultati del 2022, pur non raggiungendo la maggioranza assoluta. Cepeda può contare anche sul sostegno maggioritario che Petro si è guadagnato nell’ultima fase del suo mandato, dopo una presidenza turbolenta, caratterizzata da ambiziosi progetti di riforma sociale e ambientale, ma anche da una feroce opposizione da parte dell’establishment politico, economico e mediatico colombiano. Il primo governo di sinistra nella storia della nazione andina è riuscito a varare importanti riforme in settori come la tassazione, le pensioni e l’istruzione superiore. Ha inoltre reso la Colombia il primo paese al mondo a fermare l’espansione dell’industria petrolifera, nonostante l’importanza di questo settore per le sue esportazioni. Dopo quattro anni di governo di sinistra, è stata distribuita più terra che mai ai contadini senza terra, il salario minimo è aumentato e povertà, fame e disoccupazione sono diminuite.

D’altro canto, altre importanti riforme, come il tentativo di ridurre il ruolo delle compagnie assicurative private nell’erogazione dell’assistenza sanitaria, sono state bloccate in parlamento. La politica della «pace totale» è fallita, nonostante un processo inizialmente promettente con i guerriglieri dell’Ejército de Liberación Nacional (Eln). Si tratta di un bilancio complessivamente positivo per la vita dei colombiani, soprattutto dei più poveri, che Cepeda ha saputo enfatizzare durante la campagna elettorale. Come nel 2022, la divisione tra destra e sinistra nel voto mostra una forte correlazione con le classi sociali, con gli elettori a basso reddito molto più favorevoli al Pacto Histórico rispetto a quelli più ricchi.

Non è altrettanto chiaro se il risultato di Cepeda sia stato favorito dall’atteggiamento bellicoso di Petro durante la campagna elettorale. Domenica sera, Petro ha messo in discussione i risultati provvisori presentati dalle autorità elettorali. In occasioni come questa, l’impulsivo Petro sembra trascinare Cepeda – meno carismatico, ma molto più misurato e riflessivo – in uno stile di confronto in cui il senatore, noto per la sua difesa delle vittime della violenza politica e per aver promosso un procedimento giudiziario contro Uribe per i suoi legami con i paramilitari, si trova a disagio. Mentre Petro è da tempo stigmatizzato per il suo passato da guerrigliero, Cepeda gode di un’immagine etica che contrasta con l’aggressività e il passato oscuro di Abelardo De la Espriella, che ha difeso alcuni dei più sanguinari capi paramilitari del paese, tra cui Salvatore Mancuso, accusato di settantacinquemila reati e reo confesso di trecento omicidi.

Il curriculum di Cepeda in difesa dei diritti umani potrebbe aiutarlo ad attrarre il 5% degli elettori che al primo turno hanno sostenuto i centristi Sergio Fajardo e Claudia López, oltre alla parte dell’elettorato conservatore di Paloma Valencia più vicina a Oviedo, il suo candidato alla vicepresidenza. Un’altra sfida sarà quella di mobilitare nuovi elettori al di là della base del Pacto Histórico, che si è già presentata alle urne al primo turno. Nel 2022, Petro ha ottenuto 2,7 milioni di voti tra i due turni, in un periodo in cui il precedente presidente, il conservatore Iván Duque, era molto impopolare e il Pacto Histórico e Petro erano percepiti come l’espressione politica delle massicce proteste scoppiate negli anni precedenti contro le politiche neoliberiste di Duque. Il contesto politico odierno è maggiormente caratterizzato dall’aumento della violenza in molti territori (sebbene il tasso di omicidi si sia stabilizzato a livello nazionale) e dall’influenza regionale di Trump.

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Il fattore Trump

L’ombra del presidente statunitense incombe sulla politica colombiana dall’inizio del suo secondo mandato, e in particolare dalla pubblicazione della nuova Strategia di sicurezza nazionale, che mira a riaffermare l’egemonia politica, economica e militare di Washington sulle Americhe. A gennaio, in seguito al rapimento di Nicolás Maduro, Cepeda, in un’intervista a Jacobin, aveva messo in guardia contro possibili interferenze elettorali da parte di Washington, simili a quelle subite da Honduras e Argentina. Trump si spinse fino a includere Petro – una delle voci più ferme nella denuncia del genocidio a Gaza – nella «lista Clinton» dei complici del narcotraffico e minacciò un intervento armato contro la Colombia. Tali attacchi rappresentano un elemento chiave dell’egemonia di Washington sulla Colombia, dove gli Stati uniti vantano una significativa presenza militare e una lunga storia di cooperazione in materia di sicurezza, giustificata dalla guerra alla droga. Sebbene Trump abbia sospeso le sue minacce a febbraio, dopo un incontro con Petro, lo spettro di un intervento più o meno diretto per impedire la vittoria di Cepeda rimane ben presente.

Finora il Dipartimento di Stato si è limitato a dichiarare di «sostenere il diritto dei colombiani di scegliere liberamente la leadership del proprio paese», e Trump non ha appoggiato direttamente alcun candidato. Ora però che la destra colombiana si è riorganizzata attorno a De la Espriella, un intervento aperto diventa più probabile. Il candidato ultraconservatore ha affermato che, da presidente, «ripristinerà» le relazioni con gli Stati uniti e ha chiesto al paese vicino di «monitorare il ballottaggio». La notizia di un incontro tra il senatore repubblicano Bernie Moreno, De la Espriella e Valencia potrebbe indicare questa direzione.

Tuttavia, il palese imperialismo di Trump nei confronti della regione – di cui hanno sofferto persino i governi latinoamericani alleati del magnate, sotto forma di dazi e politiche migratorie razziste – sta innescando una reazione sovranista in Colombia che potrebbe contribuire a lanciare Cepeda alla presidenza. Come già accaduto in passato con la messicana Claudia Sheinbaum e il brasiliano Lula da Silva, negli ultimi mesi Petro ha visto crescere la sua popolarità di pari passo con lo scontro con Trump. Parte di questa popolarità si è trasferita a Cepeda, che al ballottaggio dovrebbe sottolineare la sottomissione del suo avversario all’agenda di Trump per la Colombia e l’America Latina.

Il 21 giugno la Colombia deciderà se proseguire sulla strada della trasformazione sociale e ambientale iniziata da Petro o sprofondare in una distopia di militarismo e tagli alla spesa sociale. Quest’ultima opzione aggraverebbe senza dubbio il conflitto armato interno e le ingiustizie sociali che lo hanno generato, mettendo persino a repentaglio la già imperfetta democrazia colombiana. Le ripercussioni di entrambi gli esiti si faranno sentire ben oltre i confini del paese.

*Pablo Castaño è un giornalista freelance e politologo. Ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze politiche presso l’Università Autonoma di Barcellona e ha scritto per Ctxt, Público, Regardse Independent. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.

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