
Trasformare le nostre complicità in albero di vita
Comune-info - Friday, February 20, 2026
Grazie al progetto Makani II dell’ong Vento di terra, sei Spazi Temporanei di Apprendimento ad Al-Nuseirat, Gaza City e Khan Younis aprono ogni giorno le loro porte e, con insegnanti formati per lavorare in contesti di crisi, cambiano il ritmo delle giornate di bambini e e bambine Non sappiamo molto di lui. Dai documenti storici in nostro possesso risulta che il governatore romano della Giudea Ponzio Pilato si fosse distinto per incapacità di empatia col complesso mondo giudaico dell’epoca. Fu destituito probabilmente a causa della durezza con cui aveva represso i Samaritani, attori di una rivolta sul monte Garizim. Rimane, secondo il vangelo di Matteo, il simbolo della complicità dell’assassinio di un innocente espresso dal gesto della lavanda delle mani. Ciò facendo voleva significare la sua completa innocenza nell’esecuzione della condanna a morte del Cristo. Da allora le mani, quelle “pulite” dei giudici nostrani a quelle colorate di sangue, oppure dipinte in bianco, nelle manifestazioni sulle strade o nei tribunali, sono diventate una delle figure più iconiche della contestazione al sistema.
L’etimologia della parola complicità, derivante dal latino, significa “coinvolto”, “piegato assieme” e suggerisce la stretta unione o partecipazione per un’azione comune. Nel bene o nel male la “complicità” esprime un reale sodalizio nell’accadimento o la realizzazione di un’impresa della quale si è comunque assai coscienti delle, talvolta drammatiche, conseguenze.
“…Oggi quelle voci suonano remote, come se venissero da un’altra valle. L’ansia non manca ma non prevale. Ciò che prevale è l’inconsistenza, un’inconsistenza assassina. È l’età dell’inconsistenza…”. Così scriveva Roberto Calasso nel suo libro L’innominabile attuale nel 2017. Non si può che concordare con lui perché l’inconsistenza ha sempre la mani sporche di sangue. Si tratta del tragico assassinio della responsabilità che dovrebbe caratterizzare l’appello dell’altro. Così come appare nel racconto eziologico che il libro biblico della Genesi nel dialogo tra Dio e Caino. Quest’ultimo uccide il fratello Abele e la risposta alla domanda su dove si trovi il fratello è un capolavoro d’inconsistenza assassina: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Nella risposta di Caino si riassume il diniego esistenziale del nostro tempo.
Le decine di guerre dimenticate, vicine, lontane, remote o prossime, sono cifra eloquente della nostra mortale complicità. Quella delle elites più in vista, citati nell’inchiesta non conclusa dei documenti Epstein e di noi spettatori. Testimoni non sempre al di sopra di ogni sospetto del naufragio di una civiltà destinata a tramontare.
Naturalmente non si tratta solamente di un discorso sulla servitù volontaria come espresso dal molto citato Etienne de la Boétie. L’inconsistenza di cui parlava Calasso è qualcosa che rende ciechi e, bene ce lo ricorda, il detto ripreso dal vangelo di Luca. Non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere e peggior sordo di chi non vuol sentire. Quando ciò accade, consapevolmente o meno, rivela, come una sottile e ineludibile epifania, la complicità quotidiana anche dei comuni cittadini. L’assassinio del senso delle parole, dei contenuti delle stesse è in continuità con l’uccisione del reale.
Al cuore del reale si trovano i volti dei poveri. Cioè di coloro che dei grandi sistemi imperiali, dittatoriali o falsamente democratici ne mostrano, come in uno specchio, la brutale inconsistenza. Complici perché “piegati assieme, coinvolti” in qualche modo, magari anche nelle temibili e poco citate omissioni che, da troppo tempo, sono uno degli sport più praticati nelle società attuali. L’importante allora “non è tanto restare vivi… quanto restare umani”, così sentenziava George Orwell. Lo stesso scrisse, anzitutto con la sua morte, il giornalista e militante Vittorio Arrigoni. Rimanere umani come ribellione e profezia che trasforma l’inconsistenza assassina in albero di vita.
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