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            <title><![CDATA[Gancio de Roma]]></title>
            <description><![CDATA[Agenda condivisa della Roma ribelle e autogestita]]></description>
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            <category><![CDATA[Agende]]></category>
            <pubDate>Fri, 20 Mar 2026 16:30:00 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Il 2025, mai così tante guerre nell’ultimo decennio]]></title>
            <description><![CDATA[<h3>Il rapporto annuale della Scuola di Cultura della Pace dell’UAB individua 40 guerre in corso nel mondo e mette in guardia da un aumento dei conflitti armati e delle loro conseguenze umanitarie</h3>
<a href="https://www.elsaltodiario.com/derechos-humanos/2025-ano-guerras-ultima-decada"><strong>da El Salto</strong>,</a> Josep Maria Royo, Scuola di Cultura della Pace dell’UAB
<p>Il mondo sta vivendo una nuova ondata di violenza armata a livello globale. Nel 2025 sono stati registrati 40 conflitti armati attivi (37 nel 2024), il dato più elevato dal 2011 e uno dei più alti da quando la Escola de Cultura de Pau (ECP) dell’Universitat Autònoma de Barcelona redige i propri rapporti annuali sui conflitti internazionali. La tendenza all’aumento del numero di conflitti armati negli ultimi anni è andata di pari passo con un significativo incremento delle tensioni sociopolitiche a livello mondiale, per un totale di 113 nel 2025.</p>
<p>Queste sono alcune delle principali conclusioni del rapporto «Alerta 2026! Informe sobre conflictos, derechos humanos y construcción de paz», che analizza l’evoluzione dei conflitti armati, delle tensioni sociopolitiche e dell’impatto delle guerre sulla popolazione civile e sui diritti umani. Secondo lo studio, nel corso del 2025 si sono verificati 40 conflitti armati e 113 episodi di tensione sociopolitica in tutto il mondo. L’Africa continua a registrare il maggior numero di guerre (17), seguita da Asia e Pacifico (12) e Medio Oriente (7), mentre Europa e America registrano due conflitti armati ciascuna.</p>
<p>I conflitti armati ad alta intensità – caratterizzati da elevati livelli di letalità (oltre mille vittime all’anno) e da gravi ripercussioni in termini di sfollamento della popolazione, distruzione delle infrastrutture e conseguenze sul territorio – hanno rappresentato il 50% dei casi nel 2025. Il continente colpito dal maggior numero di conflitti ad alta intensità è stato l’Africa (11 guerre ad alta intensità e il 55% del totale dei casi più gravi al mondo), seguita dal Medio Oriente (4 casi e il 20% del totale dei casi più gravi al mondo).</p>
<p>Tuttavia, tra questi una ventina di casi ad alta intensità ve ne sono alcuni che superano ampiamente la cifra di mille vittime. Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC), soprattutto nella parte orientale, nel 2025 sono state registrate oltre 6.800 vittime, per lo più civili, secondo i dati dell’Armed Conflict Location &amp; Event Data (ACLED). La situazione nella parte orientale della RDC nel corso dell’anno è stata caratterizzata dall’aggravarsi dell’offensiva del gruppo armato M23 e del Ruanda in territorio congolese, iniziata alla fine del 2021, dal crescente coinvolgimento del Burundi a sostegno della RDC e dal fallimento delle iniziative diplomatiche degli Stati Uniti e del Qatar.</p>
<p>Ad Haiti, secondo i dati delle Nazioni Unite, tra gennaio e novembre del 2025 sono stati registrati oltre 8.100 omicidi, una cifra che la stessa ONU ritiene possa essere sensibilmente superiore a causa delle difficoltà di accesso alle zone controllate dalle bande.</p>
<p>La violenza complessiva in Somalia ha causato oltre 9.900 vittime uccise, sfiorando la soglia dei 10.000, secondo i dati dell’ACLED. Per quanto riguarda il conflitto nella regione del Sahel occidentale, la violenza politica ha causato oltre 10.000 morti in Burkina Faso, Mali e Niger. Ancora una volta, il Burkina Faso si è confermato il paese più colpito dalla violenza jihadista nella regione, rappresentando il 55% di tutte le vittime legate al conflitto nel Sahel. D’altra parte, la guerra civile in Sudan ha causato nel 2025 la morte di oltre 17.800 persone, risultando il conflitto armato più letale del continente africano. Il conflitto e la violenza armata in Myanmar hanno causato oltre 15.300 vittime nel 2025.</p>
<p>L’offensiva israeliana contro Gaza ha continuato a registrare livelli di mortalità molto elevati. Secondo il bilancio dell’OCHA basato sulle informazioni del Ministero della Salute di Gaza, da ottobre 2023 fino alla fine del 2025 più di 70.000 palestinesi, uomini e donne, sono morti a Gaza, una cifra prudente secondo diverse analisi. Infine, il conflitto armato più letale del 2025 è stato quello relativo all’invasione russa e alla guerra tra Russia e Ucraina, che ha causato oltre 78.000 vittime in Ucraina, secondo l’ACLED.</p>
<h3>Aumento delle guerre internazionali</h3>
<p>Il rapporto mette in guardia in particolare dall’aumento dei conflitti internazionali. Nel 2025 sono state registrate nove guerre tra Stati diversi o chiaramente internazionalizzate, il numero più alto da quando l’ECP utilizza l’attuale metodologia di classificazione. Tra i nuovi conflitti armati identificati vi è lo scontro tra India e Pakistan, la grave escalation tra Thailandia e Cambogia e la guerra di Israele e Usa contro l’Iran, nota nel 2025 come “la guerra dei 12 giorni” e che si è riaperta nel 2026. L’ECP avverte che questa evoluzione riflette un deterioramento della sicurezza globale ed è lo specchio di un sistema internazionale in cui molti attori non danno priorità alla prevenzione, all’affrontare le cause profonde delle controversie e al sostegno al dialogo.</p>
<p>Infine, va sottolineato che questo quadro di intensificazione dei conflitti armati e delle loro gravi ripercussioni sui civili si è verificato in un contesto di aumento delle tensioni geopolitiche a livello mondiale, in uno scenario caratterizzato da cambiamenti nell’ordine globale e da un crescente militarismo e militarizzazione. In linea con le tendenze osservate negli anni precedenti, l’analisi annuale dell’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace di Stoccolma (SIPRI, dall’acronimo inglese) ha confermato un aumento senza precedenti della spesa militare a livello mondiale. Secondo i dati pubblicati nel 2025, tali spese hanno raggiunto i 2.718 milioni di dollari nel 2024, con un aumento del 9,4% rispetto al 2023, il incremento annuale più marcato almeno dalla fine della Guerra Fredda.</p>
<h3>Impatto dei conflitti armati sulla popolazione civile</h3>
<p>Nel 2025 la popolazione civile ha continuato a subire gravissime conseguenze derivanti dai conflitti armati, i cui effetti si sono in molti casi intrecciati con altre crisi quali l’emergenza climatica, le disuguaglianze e le situazioni di insicurezza alimentare, che hanno aggravato le violazioni dei diritti in questi contesti. Nel suo rapporto annuale sulla protezione dei civili nei conflitti armati, pubblicato nel giugno 2025 e relativo agli eventi del 2024, il segretario generale dell’ONU ha segnalato tendenze allarmanti.</p>
<p>António Guterres ha messo in guardia sull’elevato numero di vittime e feriti tra i civili, anche a causa dell’uso di bombe di maggiori dimensioni con esplosivi ad alta potenza in zone densamente popolate, una tendenza che si è accentuata. Ha inoltre messo in guardia riguardo alle munizioni inesplose e agli ordigni esplosivi improvvisati. Secondo i dati di tale rapporto, le Nazioni Unite hanno registrato oltre 36.000 vittime civili in 14 conflitti armati. Casi come quelli di Afghanistan, Colombia, Etiopia, Libano, Myanmar, Siria, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sudan, Sud Sudan, Ucraina e Palestina sono stati teatro di un elevato numero di morti e feriti tra i civili, come segnalato dalle Nazioni Unite. L’organismo internazionale ha inoltre documentato denunce di torture, esecuzioni extragiudiziali, arresti, detenzioni arbitrarie, prese di ostaggi, sparizioni forzate, violenza sessuale e sfollamenti forzati, tra cui in Afghanistan, Colombia, Mali, Niger, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo e Palestina. Spiccano inoltre i danni a beni civili e infrastrutture critiche in numerosi conflitti, tra cui, per la sua grave entità, il caso di Gaza.</p>
<p>Un’altra tendenza preoccupante segnalata dalle Nazioni Unite è stata l’insicurezza alimentare nei contesti di conflitto. Nel 2024, oltre 280 milioni di persone hanno affrontato una situazione di elevata insicurezza alimentare (fase 3) in 59 paesi e territori, gran parte dei quali colpiti da conflitti armati. Le Nazioni Unite hanno inoltre sottolineato il persistere della violenza sessuale legata ai conflitti, con 4.500 casi verificati nel 2024. Il 93% delle vittime era costituito da donne o ragazze. Il segretario generale ha anche denunciato l’erosione del rispetto del diritto internazionale umanitario.</p>
<p>L’analisi dei conflitti armati nel 2025 rileva il persistere delle preoccupanti tendenze evidenziate nel rapporto del Segretario Generale dell’ONU. Nel 2025 si sono distinti casi come Gaza, la Repubblica Democratica del Congo (est), il Sudan, il Sud Sudan, la Somalia, Haiti, la Russia-Ucraina o il Myanmar, tra gli altri, per la gravità delle ripercussioni sui civili. I livelli di violenza da parte di Israele contro la popolazione palestinese hanno continuato a essere esorbitanti e hanno suscitato crescenti accuse di genocidio. Nella RDC (orientale), l’M23 e il Ruanda hanno condotto una campagna sistematica di repressione nelle zone occupate, che ha incluso esecuzioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture, sparizioni forzate e attacchi notturni agli ospedali. Inoltre, il conflitto ha continuato a generare gravi problemi relativi alla protezione della popolazione civile, quali violenza di genere, reclutamento di minori, rapimenti e sfollamenti su larga scala. Circa 27,7 milioni di persone, più di un quarto della popolazione, necessitavano di assistenza umanitaria.</p>
<p>In Sudan l’impatto della guerra sulla popolazione civile nel 2025 è stato devastante. Si stima che oltre 21 milioni di persone soffrissero di insicurezza alimentare acuta, con focolai di carestia in tutto il Paese, poiché entrambe le parti in conflitto bloccano attivamente gli aiuti umanitari. Nel Sud Sudan, la guerra ha esacerbato la crisi umanitaria e quasi la metà della popolazione soffriva di fame acuta. In Somalia, l’ONU ha stimato che oltre 4,4 milioni di persone avrebbero sofferto di insicurezza alimentare acuta. Ad Haiti, la crisi umanitaria e di sicurezza si è aggravata, con circa 9.000 omicidi e oltre la metà della popolazione in condizioni di insicurezza alimentare. Inoltre, l’UNICEF ha segnalato che circa la metà dei membri delle bande armate era costituita da minori. Per quanto riguarda la guerra tra Russia e Ucraina, nel corso dell’anno si è verificato un grave deterioramento delle condizioni di vita nelle regioni del fronte, con ingenti danni alle abitazioni e ad altre infrastrutture civili; secondo l’OCHA, nel 2026 10,8 milioni di persone in Ucraina avranno bisogno di assistenza umanitaria. In Siria, nel corso dell’anno si è registrato un numero particolarmente elevato di massacri, con quasi 2.700 vittime in 63 episodi, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR).</p>
<p>Nel 2025 è stato constatato l’uso della violenza sessuale in numerosi conflitti armati, tra cui Burundi, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo (est), regione del Lago Ciad (da parte di Boko Haram), Somalia, Sudan, Haiti e Colombia. Tra gli altri casi, in Somalia va sottolineata la persistenza della violenza sessuale nel conflitto, di carattere generalizzato e commessa principalmente da al-Shabaab. Le autorità hanno ricevuto quasi 15.000 denunce di violenza sessuale e di genere tra marzo e agosto del 2025. Ad Haiti, le Nazioni Unite hanno segnalato l’aumento degli stupri di gruppo e hanno denunciato che nel 2025 i casi di violenza sessuale erano aumentati del 40%, quasi tutti ai danni di donne e bambine, nella stragrande maggioranza dei casi da parte delle bande armate come strategia di controllo, terrore e vendetta contro persone accusate di collaborare con lo Stato.</p>
<p>Va sottolineato che tra gli impatti più evidenti dei conflitti armati figurano ancora gli sfollamenti forzati della popolazione. Secondo il rapporto semestrale sulle tendenze pubblicato dall’UNHCR nel novembre 2025, che riporta i dati raccolti durante il primo semestre dell’anno, la popolazione globale sfollata con la forza – sia rifugiati che sfollati interni – ammontava a 117,3 milioni di persone. Ciò ha rappresentato una diminuzione del 5% rispetto al 2024, in contrasto con la tendenza all’aumento incessante registrata negli anni precedenti. Secondo l’UNHCR, tale riduzione è stata associata al marcato aumento dei rientri di rifugiati e sfollati in alcune delle crisi più gravi, come quelle nella Repubblica Democratica del Congo, in Siria, in Sudan e in Afghanistan.</p>
<p>Alla fine dell’anno il Sudan rappresentava la crisi di sfollamento più grave al mondo, con 12,8 milioni di persone sfollate a causa della violenza, secondo i dati dell’ONU, di cui 4,3 milioni fuggite dal Paese, principalmente verso l’Egitto, il Ciad e il Sud Sudan.</p>
<h3>Retrocessioni nei diritti delle donne</h3>
<p>In coincidenza con il 25° anniversario della risoluzione 1325 dell’ONU su donne, pace e sicurezza, il rapporto mette in guardia da una regressione globale dei diritti delle donne. Secondo lo studio, il 70% dei conflitti armati di massima intensità si verifica in paesi con livelli bassi o medio-bassi di parità di genere. 23 dei 40 conflitti armati verificatisi nel 2025 hanno avuto luogo in paesi con livelli bassi o medio-bassi di parità di genere, e 16 dei 20 conflitti armati ad alta intensità del 2025 (l’80%) si sono verificati in paesi in cui l’Associazione Internazionale di Lesbiche, Gay, Bisessuali, Trans e Intersessuali aveva documentato leggi o politiche che criminalizzavano la popolazione LGTBIQ+.</p>
<p>Inoltre, la partecipazione delle donne ai processi di pace promossi dalle Nazioni Unite continua a diminuire. L’ONU ha verificato oltre 4.600 casi di violenza sessuale legata ai conflitti nel corso del 2024, il 25% in più rispetto all’anno precedente. Il 93% delle vittime erano donne e ragazze.</p><p>The post <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/07/30/il-2025-mai-cosi-tante-guerre-nellultimo-decennio/">Il 2025, mai così tante guerre nell’ultimo decennio</a> first appeared on <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p><p>L'articolo <a href="https://www.popoffquotidiano.it/2026/07/30/il-2025-mai-cosi-tante-guerre-nellultimo-decennio/">Il 2025, mai così tante guerre nell’ultimo decennio</a> sembra essere il primo su <a href="https://www.popoffquotidiano.it">Popoff Quotidiano</a>.</p>]]></description>
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            <category><![CDATA[padrini & padroni]]></category>
            <pubDate>Thu, 30 Jul 2026 00:04:53 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Ecologia: Crisi Ilva, PeaceLink presenta le sue osservazioni alla Camera dei Deputati]]></title>
            <description><![CDATA[E' stata richiesta all'Associazione PeaceLink una memoria con le osservazioni all'ultimo decreto legge del Governo. Si allega a questa pagina web il testo che abbiamo elaborato per i deputati della Commissione Finanze.]]></description>
            <link>https://www.peacelink.it/ecologia/a/51492.html</link>
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            <category><![CDATA[ecologia]]></category>
            <pubDate>Wed, 29 Jul 2026 22:09:59 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Serve a qualcosa istruirsi?]]></title>
            <description><![CDATA[[&#8230;] quando non si è istruiti ci si sottomette sempre alla ragione del più forte [&#8230;]. Notte dentro (Léonora Miano)  rubrica a cura di Marco Sommariva]]></description>
            <link>https://www.osservatoriorepressione.info/serve-a-qualcosa-istruirsi/</link>
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            <category><![CDATA[leggere tra le righe]]></category>
            <pubDate>Wed, 29 Jul 2026 22:04:00 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Val Susa, violenza strutturale e violenza contro le cose]]></title>
            <description><![CDATA[<h2>Ci sono punti di vista che non andrebbero mai dimenticati quando si parla della Val Susa. Ad esempio che la violenza non ha origine dalla contestazione, ma dal sistema socioeconomico dominante che considera le montagne risorse sfruttabili nel gioco della competizione/guerra economica. Che la lotta del movimento No tav, come quella di altri movimenti, dimostra quanto oggi siano necessarie sia le forme di lotta legali che quelle non legali, anche se non per ciò illegittime, data la violenza strutturale. E ancora: che l’eventuale ricorso alla violenza verso le cose deve essere accompagnata da un incremento di responsabilità e di pensiero, “perché ogni violenza che non sia sincera e trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni della propria legittimità – scrive Francesco Zevio – è per ciò stesso illegittima, prima ancora che illegale…”</h2>



<figure><img src="https://comune-info.net/wp-content/uploads/2026/07/DSC3714-1024x684.jpg">24 luglio 2026. Un momento del concerto degli Assalti frontali al Festival Alta felicità. Foto di Luca Perino (<a href="https://photos.google.com/share/AF1QipO4-P4qyaLnqrN5bxI8sAMvyHfs2FAKsMH_tO3tldV7UnTGkn8vu1uRROAVrEncUw?key=NndzNVBJSDJvOHBmdllhVWREWWtnN0Zrb3RrakhB">qui il servizio completo</a>)</figure>







<p>I recenti fatti di Val Susa offrono l’occasione per ricordare due ordini di cose. Il primo è innanzitutto rivolto all’esterno, ovvero a quella parte di popolazione che “subisce” le notizie riguardanti questi fatti senza averne una conoscenza personale e di prima mano, senza aver disposto della possibilità di considerare autonomamente e criticamente la storia (oltre trentennale) della contestazione al cantiere per la nuova linea ferroviaria Torino-Lione. Il secondo ordine di cose si rivolge innanzitutto a quanti, per un motivo o per l’altro, hanno una maggiore cognizione del progetto di cui sopra e, più in generale, una qualche forma di partecipazione a questo o ad altri movimenti contestatari. Nulla di originale: ma penso valga la pena ricordare, anche solo fare il punto, circa ovvietà che restano essenziali.</p>



<p>Primo ordine di cose. <strong>Lo Stato, e più in generale i gruppi d’interesse che pesano maggiormente nel definire il tenore della propaganda</strong> (in termini etimologici: “cose che vanno fatte circolare”, notizie che per la loro pervasività definiscono il tono e la cornice in cui sarà tenuto a muoversi il discorso pubblico) <strong>mediatica, tendono a presentare la violenza contestataria come origine prima della violenza stessa.</strong> Nel nostro caso, parliamo della violenza che ha portato a due camionette in fiamme, al ferimento di agenti di polizia e a danni a qualche tratto di cantiere. Questa violenza contestataria viene posta sotto i riflettori per legittimare la violenza repressiva, nonché le politiche di rafforzamento degli aspetti repressivi (decreti sicurezza e simili) dello Stato. La narrazione può riassumersi così: la violenza ha origine nella contestazione e deriva da essa, a questa violenza lo Stato è tenuto a rispondere con la violenza repressiva, nonché a premunirsi per via legislativa accrescendo le proprie capacità repressive.</p>



<p>Questa narrazione ignora, volutamente, un’altra realtà: ovvero che<strong> la violenza non ha la sua origine nella contestazione, bensì nello stato di cose dovuto all’ordine del sistema socioeconomico in vigore</strong>. Questa realtà è ben chiara a quanti conoscano meglio la storia di questo cantiere [<a href="https://www.controsservatoriovalsusa.org/tracce-no-tav/home">https://www.controsservatoriovalsusa.org/tracce-no-tav/home</a>] in particolare e, in generale, la storia del connubio fra entità statali ed entità economiche le quali, attraverso la pianificazione territoriale e il monopolio istituzionale della definizione delle opere d’interesse generale, portano a quella che Ivan Illich definì “guerra alla sussistenza”. Una guerra – una violenza – perpetrata nei confronti di quei gruppi, di quelle culture decise a vivere una relazione col territorio che non sia quella canonica del sistema imperante, la quale considera una montagna, ogni centimetro di suolo e ogni goccia d’acqua, ogni cellula animale o vegetale in quanto risorsa sfruttabile nel gioco della competizione/guerra economica mondiale. La pax œconomica liberale – ricordava appunto Illich, lettore di Karl Polanyi – è maschera di questa guerra alla sussistenza: cioè violenza sistemica verso qualsiasi tentativo di fare comunità a partire da forme di vita e da rapporti col territorio che tendano a sottrarsi all’ortodossia consumistico-produttivista la quale, pur presentandosi come neutra e sottratta a qualsiasi cornice metafisica, risponde a un imperativo che può ben considerarsi tale:<strong> ogni cosa è potenzialmente sfruttabile, ogni cosa divenuta sfruttabile deve essere sfruttata. Contrariamente a quanto viene propagandato, la violenza contestataria si manifesta come reazione alla violenza sistemica di un ordine socioeconomico – il nostro – fondato su questo imperativo</strong>.</p>



<p>Secondo ordine di cose, piuttosto un memento ad uso “interno”. Il problema non sono i Black Bloc, proprio come non lo sono quanti decidono di manifestare pacificamente. Il problema non sono quanti disarmano un bulldozer o rovesciano recinzioni e jersey o tranciano concertina per ostacolare materialmente l’avanzamento di un cantiere e dimostrarne la meravigliosa vulnerabilità a un’azione risoluta e organizzata, proprio come non lo sono quanti prendono le vie dei ricorsi legali, delle petizioni, delle vie istituzionali. Il problema da porsi – qui e altrove, a monte e a valle di qualsiasi evento o azione – mi sembra traducibile in questi termini: <strong>ciò che facciamo, come e nei modi in cui intendiamo farlo, giova o nuoce alla nostra causa?</strong> Se<strong> non credo possa darsi una risposta univoca e recisa a questa domanda</strong>, tuttavia penso si possano desumere <strong>alcuni elementi di risposta</strong> suddividendola in tre ordini di domande più precise e circoscritte.</p>



<p><strong>Primo: come è stato percepito (a valle) l’evento da quanti vi hanno partecipato? ha rafforzato la risoluzione dei partecipanti a ritrovarsi e andare avanti, o ha contribuito a creare frustrazione e a diminuirne la motivazione?</strong> (da cui l’importanza di riunioni e riscontri a caldo fra tutte le componenti che hanno partecipato alla concretizzazione dell’evento). <strong>Secondo: come possiamo immaginare (a monte) che questo evento sarà percepito dai nostri simpatizzanti non direttamente coinvolti nell’evento o nella contestazione?</strong> il tipo d’azione e il modo d’azione contribuiranno ad aumentare questa simpatia, magari ad approfondirla, o non rischiano piuttosto di alienarcela?<strong> Terzo: come possiamo aspettarci che ciò che faremo sia narrato, strumentalizzato e rigiratoci contro dai nostri antagonisti?</strong> come possiamo immaginare che risponderà l’opinione pubblica ignara della nostra lotta, quali saranno i vantaggi che i nostri antagonisti possono sperare raccogliere dalla nostra azione? <strong>quale sarà l’entità della repressione e quali sono le nostre forze?</strong> Il problema mi sembra consistere in questo groviglio di considerazioni (non esaustive). Ed è un problema che non può essere sciolto da una soluzione, ma solo dalla risoluzione a un costante lavoro pratico e di pensiero che ci permetta di organizzare le forze per agire nel senso del futuro che desideriamo e di prepararci in seguito a reagire a quanto resta d’imprevedibile nelle conseguenze della nostra azione.</p>



<p>In ogni caso, non credo ci sia possibile compiere passi in avanti se non ricorrendo a una pluralità di strategie. <strong>Sono necessarie tanto le vie legali messe (ancora) a nostra disposizione dallo stato di diritto, quanto quelle non legali – anche se non per ciò illegittime, data la violenza strutturale evocata sopra – del disarmo. Ma quando forme di ricorso alla violenza – come quella verso le cose e la proprietà – vengono integrate in chiave contestataria, essa deve essere assunta. </strong>E ciò che di essa deve essere assunto sono prima di tutto le sue implicazioni: la visione politica che sottende, l’ordine e i rapporti socioeconomici che intende indebolire o smantellare, la società e il mondo che delinea. <strong>Ad ogni incremento di violenza, insomma, deve corrispondere un incremento di responsabilità e di pensiero</strong> – <strong>perché ogni violenza che non sia sincera e trasparente nell’argomentare e nel fondare le ragioni della propria legittimità è per ciò stesso illegittima, prima (e peggio) ancora che illegale</strong>.</p>







<p><strong>LEGGI ANCHE </strong></p>



<p><a href="https://www.notav.info/post/ceravamo-ci-siamo-e-ci-saremo-sempre">C’eravamo, ci siamo e ci saremo. Sempre</a> [Notav.info]</p>



<p><a href="https://comune-info.net/cosa-si-puo-ancora-fare/">Cosa si può ancora fare</a>? [Chiara Sasso]</p>







<p></p>
<p>L'articolo <a href="https://comune-info.net/val-susa-violenza-strutturale-e-violenza-contro-le-cose/">Val Susa, violenza strutturale e violenza contro le cose</a> proviene da <a href="https://comune-info.net">Comune-info</a>.</p>]]></description>
            <link>https://comune-info.net/val-susa-violenza-strutturale-e-violenza-contro-le-cose/</link>
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            <category><![CDATA[pensare]]></category>
            <pubDate>Wed, 29 Jul 2026 20:43:13 GMT</pubDate>
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        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[Zenita Group, la vertenza che interroga il futuro del lavoro qualificato a Napoli]]></title>
            <description><![CDATA[<p><strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Trasferimenti collettivi, smart working e tavoli istituzionali: la protesta dei lavoratori e la testimonianza di Paola Simeoni, rappresentante sindacale della sede napoletana.</span></span></strong></p>
<p data-start="299" data-end="506"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Quando si parla di una vertenza sindacale è facile fermarsi ai numeri: trasferimenti, sedi, organici, piani industriali. Più difficile è ricordare che dietro quei numeri ci sono persone, famiglie e comunità.</span></span></p>
<p data-start="508" data-end="747"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">È il caso di </span></span><strong data-start="521" data-end="537"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Zenita Group</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> , azienda italiana attiva nei settori dell’Information &amp; Communication Technology, della cybersecurity, della system Integration e dell’innovazione digitale, presente con numerosi sedi sul territorio nazionale.</span></span></p>
<p data-start="749" data-end="1055"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Nelle scorse settimane il gruppo ha annunciato un piano di riorganizzazione che prevede il trasferimento collettivo di circa 135 lavoratrici e lavoratori appartenenti a diverse sedi italiane, tra cui Napoli, Torino, Padova, Palermo, Firenze e Modena, con destinazione principalmente Roma, Milano e Salerno.</span></span></p>
<p data-start="1057" data-end="1490"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Secondo l’azienda, la riorganizzazione rientra in un piano industriale orientato alla crescita e alla razionalizzazione delle attività. Le organizzazioni sindacali Fim, Fiom e Uilm contestano invece il progetto, sostenendo che non sono state valutate adeguatamente soluzioni alternative e parlando di possibili “licenziamenti mascherati”, poiché molti lavoratori potrebbero non essere nelle condizioni di accettare un trasferimento.</span></span></p>
<p data-start="1492" data-end="1555"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Da qui la proclamazione dello sciopero nazionale del 29 luglio.</span></span></p>
<h2 data-section-id="v1wsm" data-start="1557" data-end="1577"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Il caso di Napoli</span></span></h2>
<p data-start="1579" data-end="1665"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Tra tutte le sedi interessate, quella di Napoli rappresenta uno dei casi più delicati.</span></span></p>
<p data-start="1667" data-end="1987"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">La sede del Centro Direzionale occupa circa 120 lavoratori. Il piano prevede il trasferimento della maggior parte del personale verso Roma e, in misura ridotta rispetto alle ipotesi iniziali, verso Salerno, dove dovrebbe nascere un polo dedicato anche alle attività legate all’intelligenza artificiale e all’innovazione.</span></span></p>
<p data-start="1989" data-end="2092"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Secondo le organizzazioni sindacali, soltanto una parte del personale rimarrebbe nella sede napoletana.</span></span></p>
<p data-start="2094" data-end="2387"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Il 29 luglio lavoratrici e lavoratori hanno dato vita a un presidio davanti alla Prefettura di Napoli. Al termine della manifestazione una delegazione è stata ricevuta dal Vice Prefetto, che si è impegnato a convocare un tavolo con l’azienda, le organizzazioni sindacali e la Regione Campania.</span></span></p>
<p data-start="2389" data-end="2584"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Tra i temi posti dai sindacati vi è anche la richiesta di verificare gli eventuali obblighi connessi ai finanziamenti pubblici ottenuti dall’azienda nell’ambito di progetti di ricerca e sviluppo.</span></span></p>
<h2 data-section-id="1vayxk6" data-start="2586" data-end="2637"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Una riflessione che va oltre la singola vertenza</span></span></h2>
<p data-start="2639" data-end="2747"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Al di là della vicenda aziendale, la protesta apre interrogativi più ampi sul futuro del lavoro qualificato.</span></span></p>
<p data-start="2749" data-end="3115">Come si concilia un piano industriale orientato alla crescita con il ridimensionamento di sedi storiche? Qual è oggi il ruolo della presenza fisica in attività altamente digitalizzate? È ancora indispensabile concentrare i lavoratori nello stesso luogo oppure le competenze possono continuare a essere condivise anche attraverso modalità di lavoro ormai consolidate?</p>
<p data-start="3117" data-end="3325">Sono domande che riguardano non soltanto Zenita Group, ma l’intero mondo del lavoro, chiamato a ridefinire il rapporto tra organizzazione aziendale, innovazione tecnologica e qualità della vita delle persone.</p>
<p data-start="3327" data-end="3454">Per comprendere meglio questa vicenda abbiamo raccolto la testimonianza di una lavoratrice che la sta vivendo in prima persona.</p>
<h1 data-section-id="2vpynn" data-start="3461" data-end="3489">La testimonianza di Paola Simeoni</h1>
<p data-start="3491" data-end="3812"><strong data-start="3491" data-end="3508">Paola Simeoni</strong>, 61 anni, lavora nel settore informatico dal 1991. Nel 2015 è entrata nell’azienda che allora si chiamava Maticmind, oggi Zenita Group, a seguito della cessione di un ramo d’azienda da HP. Oggi è rappresentante sindacale della sede di Napoli e partecipa ai tavoli di confronto con azienda e istituzioni.</p>
<p data-start="3876" data-end="4010"><strong data-start="3876" data-end="4010">Paola, può raccontarci il suo percorso in Zenita Group e cosa rappresenta per lei questa azienda dopo tutti questi anni di lavoro?</strong></p>
<p data-start="4012" data-end="4501">Ho cominciato a lavorare nel settore informatico nel lontano 1991. Nel 2015 sono stata assunta, insieme ad altri circa 150 lavoratori, nell’azienda che oggi porta il nome di Zenita Group, allora Maticmind, a seguito di una cessione da parte di HP. Non vorrei sembrare retorica, ma tutti noi abbiamo vissuto l’azienda come una famiglia, la nostra famiglia, dove ci si rimboccava le maniche per raggiungere gli obiettivi, aiutando chi era in difficoltà e cercando sempre di dare il meglio.</p>
<p data-start="4503" data-end="4583"><strong data-start="4503" data-end="4583">Quando avete capito che la situazione stava diventando davvero preoccupante?</strong></p>
<p data-start="4585" data-end="4852">A giugno hanno cominciato a circolare voci sulla chiusura della sede di Napoli e sul trasferimento dei lavoratori a Roma e Milano. Poi, il 17 giugno, durante un incontro convocato dall’azienda presso l’Unione Industriali di Roma, quelle voci hanno trovato conferma.</p>
<p data-start="4854" data-end="4988"><strong data-start="4854" data-end="4988">Quali motivazioni vi ha illustrato l’azienda per giustificare questa riorganizzazione e perché, secondo voi, non sono sufficienti?</strong></p>
<p data-start="4990" data-end="5404">Hanno parlato, e continuano a parlare, di “osmosi” delle competenze. Secondo questo criterio, stare “gomito a gomito” garantirebbe la condivisione e la diffusione delle conoscenze professionali. In un lavoro come il nostro, però, stare vicini non garantisce l’apprendimento: lo garantiscono lo studio, la pratica e anche l’aiuto del collega che, è necessario dirlo, non deve avvenire necessariamente in presenza.</p>
<p data-start="5406" data-end="5515"><strong data-start="5406" data-end="5515">Per quali ragioni vi opponete a questo piano di trasferimenti? Quali sono le vostre principali richieste?</strong></p>
<p data-start="5517" data-end="5769">La motivazione addotta, cioè che la vicinanza favorisca la condivisione delle competenze, ci sembra pretestuosa. Inoltre lavoriamo in smart working quattro giorni su cinque, e questo rende ancora meno convincente la motivazione indicata dall’azienda.</p>
<p data-start="5771" data-end="5961"><strong data-start="5771" data-end="5961"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Dall’inizio della mobilitazione sindacale a oggi, ritenete di aver ottenuto qualche apertura da parte dell’azienda o delle istituzioni, oppure le posizioni restano ancora molto distanti?</span></span></strong></p>
<p data-start="5963" data-end="6206"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">L’azienda si è dimostrata ferma nei suoi propositi, nonostante la convocazione al tavolo della Regione Campania che, non ritenendo convincenti le motivazioni aziendali, ha richiesto al MIMIT un tavolo congiunto per discutere della questione.</span></span></p>
<p data-start="6208" data-end="6371"><strong data-start="6208" data-end="6371"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Che cosa significa, concretamente, per un lavoratore affrontare ogni giorno una trasferta verso Roma oppure dover trasferire la propria vita in un’altra città?</span></span></strong></p>
<p data-start="6373" data-end="6723"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Oltre alla questione economica, che pure non è trascurabile, sradicarsi dalla propria città comporterebbe, come è facile intuire, grandissime difficoltà per tutti i lavoratori. Ognuno di noi ha una famiglia, figli e spesso genitori anziani da accudire. Stravolgere l’organizzazione della propria vita sarebbe difficilissimo ed estremamente oneroso.</span></span></p>
<p data-start="6725" data-end="6819"><strong data-start="6725" data-end="6819"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Che cosa vi aspettate dai prossimi tavoli di confronto con l’azienda e con le istituzioni?</span></span></strong></p>
<p data-start="6821" data-end="7184"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Stamattina abbiamo avuto, come organizzazioni sindacali e RSU, un incontro con il Vice Prefetto, che si è dimostrato particolarmente attento alle problematiche esposte e si è impegnato a convocare l’azienda nei prossimi giorni. Noi lavoratori riponiamo grande fiducia nell’intervento delle istituzioni, che ci aiuta a dimostrare l’inutilità dei trasferimenti.</span></span></p>
<p data-start="7186" data-end="7317"><strong data-start="7186" data-end="7317"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Se potessi rivolgere un messaggio all’azienda, alle istituzioni e ai cittadini che leggeranno questa intervista, quale sarebbe?</span></span></strong></p>
<p data-start="7319" data-end="7738"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Più che un messaggio vorrei lasciare una domanda: davvero crediamo che, nel 2026, per svolgere un lavoro come quello degli informatici sia indispensabile “stare vicini”? Dopo la pandemia lo smart working è diventato una modalità di lavoro consolidata e, proprio negli ultimi anni, si è registrato anche un significativo incremento della produttività. È una riflessione che, forse, merita di essere condivisa.</span></span></p>
<h2 data-section-id="1bzvp6h" data-start="362" data-end="391"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Una vergenza ancora aperta</span></span></h2>
<p data-start="393" data-end="638"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">La vicenda di Zenita Group è tutt’altro che conclusa. Nei prossimi giorni saranno i tavoli convocati dalle istituzioni a chiarire se esistono margini per rivedere il piano di riorganizzazione o individuare soluzioni alternative ai trasferimenti.</span></span></p>
<p data-start="640" data-end="1147"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Nel frattempo resta una domanda che supera i confini della singola azienda: quale modello di lavoro vogliamo costruire nell’era della trasformazione digitale? La tecnologia consente oggi di collaborare a distanza come mai era stato possibile in passato. Per questo la vertenza Zenita non riguarda soltanto il destino di oltre cento lavoratrici e lavoratori, ma richiama imprese, istituzioni e società a interrogarsi sul rapporto tra innovazione, organizzazione del lavoro e qualità della vita delle persone.</span></span></p>
<h3 data-section-id="6uoccc" data-start="1404" data-end="1413"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Fonti</span></span></h3>
<ul data-start="1414" data-end="1666">
<li data-section-id="ymjg88" data-start="1414" data-end="1491"><span data-state="closed"><a href="https://www.zenitagroup.com/chi-siamo/?utm_source=chatgpt.com" target="_blank"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Zenita Group – Chi siamo</span></span></a></span></li>
<li data-section-id="1wi8q5k" data-start="1492" data-end="1569"><span data-state="closed"><a href="https://www.zenitagroup.com/?utm_source=chatgpt.com" target="_blank"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Gruppo Zenita – Sito ufficiale</span></span></a></span></li>
<li data-section-id="n6rd4q" data-start="1570" data-end="1666"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Intervista a </span></span><strong data-start="1585" data-end="1602"><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;">Paola Simeoni</span></span></strong><span style="vertical-align: inherit;"><span style="vertical-align: inherit;"> , rappresentante sindacale Zenita Group (raccolta dall’autrice).</span></span></li>
</ul>
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/lucia-montanaro/">Lucia Montanaro</a></p>]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/07/zenita-group-la-vertenza-che-interroga-il-futuro-del-lavoro-qualificato-a-napoli/</link>
            <guid isPermaLink="true">https://www.pressenza.com/it/2026/07/zenita-group-la-vertenza-che-interroga-il-futuro-del-lavoro-qualificato-a-napoli/</guid>
            <category><![CDATA[contenuti originali]]></category>
            <category><![CDATA[lavoro]]></category>
            <category><![CDATA[economia]]></category>
            <category><![CDATA[interviste]]></category>
            <category><![CDATA[napoli]]></category>
            <category><![CDATA[sindacati]]></category>
            <category><![CDATA[diritti umani]]></category>
            <category><![CDATA[campania]]></category>
            <category><![CDATA[trasferimenti]]></category>
            <category><![CDATA[digitalizzazione]]></category>
            <category><![CDATA[mimit]]></category>
            <category><![CDATA[fim]]></category>
            <category><![CDATA[fiom]]></category>
            <category><![CDATA[smart working]]></category>
            <category><![CDATA[uilm]]></category>
            <category><![CDATA[ict]]></category>
            <category><![CDATA[prefettura di napoli]]></category>
            <category><![CDATA[zenita group]]></category>
            <pubDate>Wed, 29 Jul 2026 20:40:07 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[C’eravamo, ci siamo e ci saremo. Sempre.]]></title>
            <description><![CDATA[<p>Parliamo di violenza. La violenza di chi, da 30 anni, si rifiuta di dare ascolto alle ragioni della Valsusa basate su dati tecnici obiettivi.<br>La violenza di un sistema economico schizofrenico e criminale, che appoggia la realizzazione di ciclopiche opere inutili per sostenere l’avidità di pochi a discapito di emergenze che dovrebbero essere prioritarie (cambiamento climatico, fragilità dei territori, minacce pandemiche, povertà sempre più diffusa, sanità pubblica al collasso, istruzione deficitaria, diritto alla casa) e per cui invece i fondi mancano sempre. La violenza di chi reprime invece di educare, di chi priva le giovani generazioni di una qualsiasi forma di speranza. La violenza ipocrita di un sistema mediatico asservito e miope. La violenza di chi parla per sentito dire, perché informarsi a dovere costa fatica. Parliamone, finalmente.</p>



<p>Perché anche questa volta si è guardato il dito e non la luna. Ci si è stracciati le vesti per quanto avvenuto in Val di Susa ad opera di presunti “Black Bloc”, demonizzando una lotta trasversale che dura da decenni ed evitando accuratamente di analizzarne le ragioni. I “Black Bloc” non esistono, nessun marziano, nessuna multinazionale del disordine, siamo tutti e tutte uomini, donne, giovani e meno giovani. “Protestate pure, basta che i cantieri avanzino!” dicono i sostenitori del Tav a destra o a sinistra. Una pia illusione! Tutti i giorni lottiamo per bloccare i lavori. Tutti i giorni ci confrontiamo con i tecnici, con gli amministratori, con l’Unione Montana. Pensano di “comprare” i sindaci con le compensazioni. Soldi, per inciso, che arrivano alla popolazione valsusina grazie alle mobilitazioni dei No Tav.</p>



<figure><img src="https://notav.info/wp-content/uploads/2026/07/Ceravamo-ci-siamo-e-ci-saremo-1024x682.jpeg"></figure>



<p>Ai sindacati delle forze dell’ordine, che non sono l’obiettivo dei No Tav ma che proteggono h 24 i cantieri fin dell’ormai lontano 2011, diciamo: ma non siete stufi? Non siete stanchi? Venite da tutta Italia a fare i vostri turni, prima a Chiomonte, poi a San Didero, ora pure a Salbertrand e a Susa… fin dove volete arrivare? Quanto a lungo ancora volete farvi mandare a fare turni massacranti lontano dalle vostre case e dai vostri cari? A svolgere il ruolo di vigilantes per un’azienda privata?</p>



<p>Voi non siete il nostro obiettivo, noi non siamo violenti, non vogliamo il sangue di nessuno, né dei poliziotti né il nostro. Reagiamo semplicemente e coerentemente alla devastazione che ci viene imposta. Lo diciamo da ormai tre decenni: il nostro territorio è saturo. Siamo attraversati da un’autostrada estremamente impattante (e cara!), due statali e una linea ferroviaria dove il Tgv e il Frecciarossa passano diverse volte al giorno, andata e ritorno, da Torino a Lione (anzi meglio, da Milano a Parigi). La comunità valsusina vuole solo una cosa: vivere tranquilla e in pace in una terra sana.</p>



<p>Dall’altra parte, chi abbiamo? Una cricca affaristica trasversale, il partito della calce e delle mazzette che sta già preparando un nuovo tracciato sotto la collina morenica tra Avigliana, Rivoli e Rivalta. L’ennesimo consumo di suolo e promessa di futuro dissesto idrico. Contro tutto questo, per una politica del territorio che sia accorta e attenta ai bisogni dei suoi abitanti, come già annunciato al Festival Alta Felicità, ci prepariamo a una nuova marcia, il 3 ottobre prossimo, fra Sant’Ambrogio e Avigliana. Che scendano pure in piazza le madamine di turno, noi quest’opera non la vogliamo.</p>



<p>C’eravamo, ci siamo e ci saremo. Sempre.<br>Movimento No Tav</p>]]></description>
            <link>https://notav.info/post/ceravamo-ci-siamo-e-ci-saremo-sempre/</link>
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            <pubDate>Wed, 29 Jul 2026 19:57:07 GMT</pubDate>
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        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[Non serve più carcere. Serve più futuro]]></title>
            <description><![CDATA[<p>Intervenire su un tema così delicato non è semplice, l’opinione pubblica, di fronte ai reati commessi dai minori, fatica ad accettare una risposta anche educativa. Certamente è una materia controversa ma è un&nbsp; dovere intervenire. Come organizzazione sindacale impegnata nella tutela dei diritti, della giustizia sociale e della coesione delle comunità, esprimiamo la nostra profonda contrarietà alla scelta del Governo di intervenire sulla disciplina dell’imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni.</p>
<p>La nostra Costituzione all’articolo 27 afferma che la pena deve tendere alla rieducazione della persona. Questo principio assume un valore ancora più importante quando riguarda i minori, che devono essere accompagnati in percorsi di responsabilizzazione, recupero e inclusione, senza rinunciare alla tutela della collettività e delle vittime, ed è con questo spirito che affrontiamo, che interveniamo su un tema così delicato e controverso.</p>
<p>Ancora una volta il governo risponde al disagio giovanile con il codice penale invece che con politiche educative, scegliendo di scaricare sui più giovani il fallimento delle politiche sociali, educative e territoriali. Più carcere, più repressione, meno prevenzione. È l’ammissione del fallimento.</p>
<p>Qualcuno si è chiesto perché un ragazzo di quindici o sedici anni arriva a delinquere? Perché cresce senza punti di riferimento, in famiglie lasciate sole, in scuole impoverite, in quartieri dove non esistono spazi di aggregazione, sport, cultura, educatori e servizi sociali. Qualcuno ha davvero deciso di investire in prevenzione, educazione, sostegno alle famiglie, scuola, salute mentale, sport, cultura e inclusione? La risposta, purtroppo, è no.</p>
<p>Da anni assistiamo a un progressivo impoverimento dei luoghi educativi. Dietro molti percorsi di devianza troviamo famiglie in difficoltà,&nbsp; povertà educativa, dispersione scolastica, disagio psicologico, assenza di opportunità, quartieri degradati, adulti che hanno sfruttato quel vuoto invece di colmarlo. È proprio quel vuoto che lo Stato dovrebbe riempire, non le carceri di minorenni.</p>
<p>Riempirlo, però, richiede investimenti veri: sostegno alla genitorialità, servizi sociali, scuole aperte, formazione professionale, lavoro, presidi educativi permanenti, cultura, sport, riqualificazione delle periferie. Tutto questo costa fatica, competenze e continuità. Molto più semplice è scrivere nuove norme penali.</p>
<p>Troppi ragazzi trascorrono interi pomeriggi da soli, spesso immersi esclusivamente nei social, nei contenuti online o nei videogiochi violenti. Sarebbe semplicistico attribuire a questi strumenti la responsabilità della violenza giovanile, ma è evidente che, senza un’adeguata educazione critica, senza adulti presenti e senza alternative educative, il rischio di emulazione, isolamento e perdita del senso del limite aumenta.</p>
<p>Un adolescente non nasce violento.</p>
<p>Un adolescente non nasce criminale. Lo diventa quando lo Stato rinuncia al proprio compito educativo. Dopo sei decreti sicurezza e il decreto Caivano, la criminalità minorile non è scomparsa. Se la repressione funzionasse, oggi non saremmo qui a discutere dell’ennesima stretta penale.</p>
<p>Il diritto penale minorile italiano era un modello riconosciuto in Europa perché metteva al centro il recupero del minore, non la vendetta dello Stato. Oggi si sceglie invece di trattare ragazzi in piena crescita come adulti, cancellando la loro storia e il contesto in cui sono cresciuti.</p>
<p>Il codice penale non ha mai educato nessuno.</p>
<p>Le ricerche e i dati mostrano che la maggioranza dei ragazzi che sbagliano provengono da contesti di marginalità sociale, povertà educativa e fragilità familiare. Se non si interviene su queste condizioni, nessuna riforma repressiva potrà affrontare davvero il problema.</p>
<p>La sicurezza non si ottiene con la propaganda che infonde paura, anche se porta consenso elettorale. La sicurezza non si costruisce riempiendo le carceri di adolescenti.</p>
<p><strong>EDUCARE </strong><strong>È </strong><strong>QUELLA</strong> <strong>PIÙ</strong> <strong>DIFFICILE. </strong><strong>PUNIRE </strong><strong>È </strong><strong>LA</strong> <strong>STRADA</strong><strong> PIÙ SEMPLICE. </strong><strong>MA </strong><strong>È </strong><strong>L’UNICA CHE FUNZIONA PER OTTENERE CONSENSI.</strong></p>
<p>28 luglio 2026</p>
<p>USB – Unione Sindacale di Base<br>
Federazione del Sociale Sardegna / USB Sanità</p>
<p>www.sardegna.usb.it</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/redazione-sardigna/">Redazione Sardigna</a></p>]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/07/non-serve-piu-carcere-serve-piu-futuro/</link>
            <guid isPermaLink="true">https://www.pressenza.com/it/2026/07/non-serve-piu-carcere-serve-piu-futuro/</guid>
            <category><![CDATA[educazione]]></category>
            <category><![CDATA[giovani]]></category>
            <category><![CDATA[diritti umani]]></category>
            <category><![CDATA[comunicati stampa]]></category>
            <category><![CDATA[federazione del sociale sardegna / usb sanità]]></category>
            <category><![CDATA[meno carcere più futuro]]></category>
            <pubDate>Wed, 29 Jul 2026 19:53:28 GMT</pubDate>
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        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[Gravissime le condizioni di Riyad Al-Bustanji nel Carcere di Bancali]]></title>
            <description><![CDATA[<p>Una compagna dell'assemblea per la Palestina di Sassari denuncia le gravi condizioni di Riyad Al Bustanji nel carcere di Bancali a Sassari e ribadisce la necessità di mobilitazione per la libertà di tutti i prigionieri palestinesi.</p>

<p>di seguito il comunicato</p>

<p>GRAVISSIME LE CONDIZIONI DI RIYAD AL-BUSTANJI NEL CARCERE DI BANCALI: LA SUA VITA È A RISCHIO.<br>
GIUSTIZIA PER TUTTI I PRIGIONIERI POLITICI PALESTINESI, GARANZIE E TUTELE<br>
PER TUTTI I DETENUTI<br>
Nella sezione “Alta Sicurezza 2” del carcere di Bancali è detenuto Riyad Al-Bustanji,<br>
prigioniero politico palestinese e autorità religiosa che, dal 1994, si impegna a raccogliere<br>
fondi a sostegno della popolazione palestinese.<br>
Per questo motivo è stato accusato di terrorismo dai servizi segreti israeliani ed è<br>
attualmente in *custodia cautelare a Sassari*, in condizioni detentive durissime, una prassi<br>
già utilizzata per altri prigionieri politici palestinesi detenuti nelle carceri italiane su mandato<br>
di Israele come Abdelmuti Abunada, anche lui detenuto nel carcere di Bancali.<br>
Riyad Al-Bustanji soffre di diverse patologie gravi che lo costringono a sottoporsi a visite<br>
mediche molto frequenti. La famiglia, in una lettera al team legale di Al-Bustanji, denuncia le<br>
importanti criticità a cui è sottoposto nella sua detenzione a Bancali, parlando di “gravi<br>
negligenze che mettono a rischio la sua vita, la sua salute e i suoi diritti.”<br>
Al-Bustanji, infatti, “soffre di frequenti crisi diabetiche, e non riceve tempestivamente il cibo o<br>
i farmaci necessari, nonostante la sua condizione clinica non consenta alcun ritardo o<br>
omissione nelle cure” come testimoniano i familiari.<br>
“Inoltre - continua la famiglia - è affetto da una patologia prostatica e non sta ricevendo il<br>
trattamento medico necessario, con il conseguente rischio di gravi complicazioni.”<br>
La famiglia denuncia anche le condizioni all’interno dell’istituto, parlando di “temperature<br>
insopportabilmente elevate”, e si fa presente che addirittura in queste condizioni<br>
Al-Bustanji “è stato privato del ventilatore”.<br>
Un contesto del genere, per una persona che soffre di ipertensione arteriosa, implica uno&nbsp;stato di grave sofferenza fisica e perenne.</p>

<p>La famiglia segnala, in aggiunta, che “il suo diritto alle comunicazioni telefoniche è oggetto di<br>
restrizioni ingiustificate”, parlando di “limitazioni particolarmente severe che gli impediscono<br>
di mantenere contatti regolari con la propria famiglia, nonostante tale diritto sia riconosciuto<br>
e tutelato dalla legge.”<br>
Per quanto riguarda il suo trasferimento al carcere di Sassari, esso ha comportato un<br>
significativo peggioramento della possibilità di comunicare con la famiglia.<br>
A differenza di quanto avveniva nel precedente istituto, non gli è più consentito parlare con<br>
la stessa frequenza e le videochiamate sono state drasticamente ridotte: nell'arco di un<br>
mese gliene sono state concesse soltanto due, mentre in precedenza ne effettuava sei ogni<br>
mese.<br>
“Per concludere, sua figlia, Saja, è affetta da un tumore della tiroide ed è sottoposta a cure<br>
oncologiche.<br>
Nel mese di agosto dovrà affrontare una terapia con iodio radioattivo; poter comunicare con<br>
lei tramite videochiamata rappresenta quindi una necessità umana e psicologica<br>
fondamentale, e non un semplice privilegio.Riteniamo che l'insieme di queste circostanze costituisca una palese violazione dei diritti del<br>
detenuto alla salute, alla dignità e alla tutela legale.” conclude la famiglia.<br>
Pretendiamo che Riyad Al-Bustanji abbia immediato accesso alle cure mediche, a<br>
un'alimentazione adeguata, al diritto di comunicare con i propri familiari e a condizioni di<br>
detenzione che rispettino le sue necessità.<br>
Le istituzioni, sia politiche che religiose, i garanti dei detenuti e le autorità giudiziarie hanno<br>
la facoltà di entrare anche nei reparti di Alta Sicurezza, dove è ingiustamente incarcerato<br>
Al-Bustanji, e verificare che le condizioni di dignità umana vengano rispettate per lui e per<br>
tutti gli altri detenuti.<br>
Recentemente, Irene Testa, la garante dei detenuti in Sardegna, ha già denunciato le<br>
condizioni estremamente critiche che vivono i detenuti del carcere di Bancali: mancanza di<br>
medicinali, sovraffollamento, mancanza di personale adeguato per seguire casi di difficoltà<br>
psicofisica. Anche Antigone Sardegna ha denunciato le gravi condizioni in cui versano i<br>
detenuti con il caldo estremo che sta colpendo la nostra isola da mesi a causa del<br>
cambiamento climatico.<br>
Chiediamo alla politica sarda, alla garante dei detenuti della Sardegna Irene Testa, alle<br>
istituzioni giudiziarie che vengano accertate le condizioni di Riyad Al-Bustanji e che vengano<br>
migliorate immediatamente. Quanto denunciato dalla famiglia di Al-Bustanji è gravissimo,<br>
disumano, e profondamente ingiusto. Chiediamo che anche le condizioni di tutti gli altri<br>
detenuti vengano accertate e che si intervenga immediatamente sul loro miglioramento.<br>
Chiediamo, infine, che venga fatta chiarezza sulle modalità di incarcerazione e accusa<br>
subite da Al-Bustanji, e che siano garantite tutte le condizioni per un giusto processo.<br>
Culleziu contra a la Gherra<br>
Giovani Palestinesi Sardegna<br>
Amicizia Sardegna-PalestinaLa famiglia segnala, in aggiunta, che “il suo diritto alle comunicazioni telefoniche è oggetto di<br>
restrizioni ingiustificate”, parlando di “limitazioni particolarmente severe che gli impediscono<br>
di mantenere contatti regolari con la propria famiglia, nonostante tale diritto sia riconosciuto<br>
e tutelato dalla legge.”<br>
Per quanto riguarda il suo trasferimento al carcere di Sassari, esso ha comportato un<br>
significativo peggioramento della possibilità di comunicare con la famiglia.<br>
A differenza di quanto avveniva nel precedente istituto, non gli è più consentito parlare con<br>
la stessa frequenza e le videochiamate sono state drasticamente ridotte: nell'arco di un<br>
mese gliene sono state concesse soltanto due, mentre in precedenza ne effettuava sei ogni<br>
mese.<br>
“Per concludere, sua figlia, Saja, è affetta da un tumore della tiroide ed è sottoposta a cure<br>
oncologiche.<br>
Nel mese di agosto dovrà affrontare una terapia con iodio radioattivo; poter comunicare con<br>
lei tramite videochiamata rappresenta quindi una necessità umana e psicologica<br>
fondamentale, e non un semplice privilegio.Riteniamo che l'insieme di queste circostanze costituisca una palese violazione dei diritti del<br>
detenuto alla salute, alla dignità e alla tutela legale.” conclude la famiglia.<br>
Pretendiamo che Riyad Al-Bustanji abbia immediato accesso alle cure mediche, a<br>
un'alimentazione adeguata, al diritto di comunicare con i propri familiari e a condizioni di<br>
detenzione che rispettino le sue necessità.<br>
Le istituzioni, sia politiche che religiose, i garanti dei detenuti e le autorità giudiziarie hanno<br>
la facoltà di entrare anche nei reparti di Alta Sicurezza, dove è ingiustamente incarcerato<br>
Al-Bustanji, e verificare che le condizioni di dignità umana vengano rispettate per lui e per<br>
tutti gli altri detenuti.<br>
Recentemente, Irene Testa, la garante dei detenuti in Sardegna, ha già denunciato le<br>
condizioni estremamente critiche che vivono i detenuti del carcere di Bancali: mancanza di<br>
medicinali, sovraffollamento, mancanza di personale adeguato per seguire casi di difficoltà<br>
psicofisica. Anche Antigone Sardegna ha denunciato le gravi condizioni in cui versano i<br>
detenuti con il caldo estremo che sta colpendo la nostra isola da mesi a causa del<br>
cambiamento climatico.<br>
Chiediamo alla politica sarda, alla garante dei detenuti della Sardegna Irene Testa, alle<br>
istituzioni giudiziarie che vengano accertate le condizioni di Riyad Al-Bustanji e che vengano<br>
migliorate immediatamente. Quanto denunciato dalla famiglia di Al-Bustanji è gravissimo,<br>
disumano, e profondamente ingiusto. Chiediamo che anche le condizioni di tutti gli altri<br>
detenuti vengano accertate e che si intervenga immediatamente sul loro miglioramento.<br>
Chiediamo, infine, che venga fatta chiarezza sulle modalità di incarcerazione e accusa<br>
subite da Al-Bustanji, e che siano garantite tutte le condizioni per un giusto processo.<br>
Culleziu contra a la Gherra<br>
Giovani Palestinesi Sardegna<br>
Amicizia Sardegna-Palestina<br>
Associazione dei Palestinesi in Italia<br>
UNIGCOM<br>
Unica per la Palestina<br>
Associazione dei Palestinesi in Italia<br>
UNIGCOM<br>
Unica per la Palestina<span>Gravissime le condizioni di Riyad Al-Bustanji nel Carcere di Bancali</span></p>

<p>&nbsp;</p>]]></description>
            <link>https://www.ondarossa.info/node/50072</link>
            <guid isPermaLink="true">https://www.ondarossa.info/node/50072</guid>
            <category><![CDATA[carcere]]></category>
            <category><![CDATA[prigionieri palestinesi]]></category>
            <pubDate>Wed, 29 Jul 2026 18:49:01 GMT</pubDate>
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        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[Il PJAK condanna il massacro della famiglia Tavakkoli e chiede provvedimenti contro il terrorismo di Stato iraniano]]></title>
            <description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Esprimendo le proprie condoglianze alla famiglia Tavakkoli e al popolo del Kurdistan, il PJAK ha descritto l’uccisione dell’attivista Mehdi Tavakkoli e dei suoi familiari come un massacro deliberato di civili, un genocidio, un crimine contro l’umanità e un atto di terrorismo.</p>
<p style="text-align: justify;">Le forze del regime iraniano hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco tre membri di una famiglia curda di Sanandaj, sulla strada Baneh-Marivan, nella provincia del Kurdistan. Mehdi Tavakkoli, direttore della Casa dei fotografi del Kurdistan (Khaneh-ye Akasan-e Kurdistan), sua sorella Somayyeh Tavakkoli, una psicologa, e la loro madre, Maryam Aslani, sono morti sul colpo.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo la Rete per i diritti umani del Kurdistan (KHRN) la famiglia viaggiava a bordo di un’auto Samand la sera del 26 luglio, quando le forze del Ministero dell’Intelligence hanno aperto il fuoco direttamente contro il loro veicolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Secondo quanto riferito da fonti informate ,le agenzie di sicurezza hanno successivamente convocato la famiglia e hanno dichiarato che avrebbero rilasciato i corpi per la sepoltura solo se la famiglia si fosse astenuta dal rendere pubblico l’accaduto. Hanno inoltre fatto pressioni sulla famiglia affinché dichiarasse che i tre erano morti in un “incidente stradale”.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel frattempo, le agenzie di stampa statali iraniane hanno riferito che quattro membri del Partito per la vita libera del Kurdistan (PJAK) sono stati uccisi dopo che le forze del reggimento di frontiera e del Ministero dell’Intelligence hanno aperto il fuoco contro un’auto Samand nella contea di Baneh.</p>
<p style="text-align: justify;">In una dichiarazione scritta diffusa mercoledì (oggi ndr), il PJAK ha descritto l’attacco come un massacro deliberato di civili, un genocidio, un crimine contro l’umanità e un atto di terrorismo, esprimendo al contempo le proprie condoglianze alla famiglia Tavakkoli e al popolo del Kurdistan.</p>
<p style="text-align: justify;">Il PJAK ha affermato che il sanguinoso attacco è stato perpetrato in base a una legge adottata il 26 luglio che concede alle forze della Repubblica Islamica l’autorità di colpire attivisti e civili. L’organizzazione ha sostenuto che la legislazione rappresenta una ripetizione della fatwa di jihad emessa dall’Ayatollah Khomeini contro il popolo del Kurdistan il 19 agosto 1979 e dimostra la determinazione del regime a continuare i crimini commessi nel Kurdistan.</p>
<p style="text-align: justify;">La dichiarazione ha inoltre sottolineato che l’adozione della legge da parte dell’Assemblea consultiva islamica iraniana rende ancora più evidente che tale istituzione non ha alcun legame con un parlamento legittimamente eletto. Ha aggiunto:</p>
<p style="text-align: justify;">“Per questa ragione, invitiamo tutti i rappresentanti che si considerano al di fuori di questa cerchia a chiarire la propria posizione e ad abbandonare questo centro oppressivo.”</p>
<p style="text-align: justify;">Il PJAK ha inoltre affermato che Mehdi Tavakkoli e i suoi familiari, descritti come una famiglia curda patriottica, sono stati presi di mira deliberatamente in quello che ha definito un “gioco sporco”, avvertendo che l’incidente invia un segnale pericoloso a tutti i popoli dell’Iran e del Kurdistan.</p>
<p style="text-align: justify;">L’organizzazione ha descritto gli omicidi come una “strage a catena”, affermando che il crimine segna anche una nuova fase nella campagna di repressione della Repubblica islamica.</p>
<p style="text-align: justify;">Il comunicato prosegue:</p>
<p style="text-align: justify;">«Il popolo curdo e i popoli iraniani che aspirano alla libertà, che conoscono fin troppo bene la storia di crimini della Repubblica islamica, supereranno questo periodo di repressione e intensificheranno la loro resistenza contro il terrorismo di Stato. Se la Repubblica islamica cercherà di trasformare ogni luogo in un campo di terrore e violenza, il nostro popolo trasformerà ogni luogo in uno spazio di resistenza civile sotto lo slogan “Berxwedan Jiyane” (La resistenza è vita).»</p>
<p style="text-align: justify;">Sebbene possa portare all’isolamento dello Stato dalla società, il rifiuto e il boicottaggio delle istituzioni e delle figure del regime rappresentano una posizione patriottica e un modo per difendere la società civile dal terrorismo di Stato.</p>
<p style="text-align: justify;">Come PJAK, invitiamo tutti i partiti e i gruppi politici curdi e iraniani ad adottare una posizione unitaria contro la nuova ondata di repressione, esecuzioni e terrorismo della Repubblica islamica.</p>
<p style="text-align: justify;">Invitiamo inoltre la comunità internazionale e tutte le organizzazioni per i diritti umani a non rimanere in silenzio di fronte a questo atto disumano e terroristico, ma ad aumentare la pressione sulla Repubblica islamica.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.retekurdistan.it/2026/07/29/il-pjak-condanna-il-massacro-della-famiglia-tavakkoli-e-chiede-provvedimenti-contro-il-terrorismo-di-stato-iraniano/">Il PJAK condanna il massacro della famiglia Tavakkoli e chiede provvedimenti contro il terrorismo di Stato iraniano</a> proviene da <a href="https://www.retekurdistan.it">Retekurdistan.it</a>.</p>]]></description>
            <link>https://www.retekurdistan.it/2026/07/29/il-pjak-condanna-il-massacro-della-famiglia-tavakkoli-e-chiede-provvedimenti-contro-il-terrorismo-di-stato-iraniano/</link>
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            <category><![CDATA[iran]]></category>
            <pubDate>Wed, 29 Jul 2026 18:20:53 GMT</pubDate>
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        </item>
        <item>
            <title><![CDATA[Restano in carcere i due giovani tedeschi arrestati dopo la manifestazione del 25 luglio. La solidarietà non si arresta.]]></title>
            <description><![CDATA[<p>Il GIP di Torino ha confermato oggi la custodia cautelare in carcere per i due giovani cittadini tedeschi arrestati in relazione alla grande giornata di lotta di sabato 25 luglio in Val di Susa. La Procura aveva richiesto il carcere contestando i reati di devastazione, lesioni aggravata ad agente di pubblica sicurezza e resistenza a pubblico ufficiale sulla base della cosiddetta flagranza differita, ricostruzione fondata, da quanto si apprende dai giornali, principalmente sull’analisi delle immagini raccolte dalle forze dell’ordine.</p>



<p>Tra le contestazioni mosse ai due giovani figura anche la nuova aggravante di lesioni aggravate nei confronti di appartenenti alle forze di polizia, introdotta con il recente Decreto Sicurezza. Un’ulteriore estensione dell’arsenale repressivo che accompagna il progressivo irrigidimento della legislazione nei confronti dei movimenti sociali e delle manifestazioni di protesta.</p>



<p>Si tratta dei primi arresti conseguenti alla straordinaria mobilitazione popolare che sabato ha attraversato la Val di Susa contro l’opera inutile e devastante della Torino-Lione.&nbsp;</p>



<p>Migliaia di persone sono state fotografate e riprese non solo durante il corteo, ma anche nei momenti precedenti e successivi, lungo le vie di accesso, nei parcheggi e nei pressi del festival. Non si è trattato di controlli individuali o di identificazioni formalizzate, ma di una raccolta sistematica di immagini che ha interessato indiscriminatamente migliaia di partecipanti. Un modello di sorveglianza che trasforma la partecipazione a una manifestazione politica in un’occasione di acquisizione massiva di dati personali, con evidenti interrogativi sul rispetto dei principi di necessità, proporzionalità e tutela delle libertà costituzionali.</p>



<p>Ancora una volta la risposta dello Stato alla contestazione sociale passa attraverso gli strumenti più duri del diritto penale: arresti differiti, imputazioni pesantissime e custodia cautelare.&nbsp;</p>



<p>Da oltre trent’anni il movimento No Tav conosce bene questo copione. Ogni stagione di mobilitazione è stata accompagnata da campagne repressive che hanno tentato di isolare chi partecipa alla lotta, trasformando il conflitto politico in una questione di ordine pubblico. Negli anni si sono susseguite accuse di terrorismo, associazione a delinquere, devastazione e altre contestazioni eccezionali, molte delle quali si sono poi ridimensionate o sono cadute nei successivi gradi di giudizio.&nbsp;</p>



<p>I due giovani tedeschi non devono essere lasciati soli. La solidarietà, dentro e fuori il carcere, è parte integrante della nostra storia e della nostra forza collettiva.</p>



<p>Per questo continueremo a seguire gli sviluppi della vicenda e a sostenere i due arrestati.</p>



<figure><img src="https://notav.info/wp-content/uploads/2026/07/f3312a43-2c7d-4f29-8080-4a553306d712-1-1024x682.jpeg"></figure>]]></description>
            <link>https://notav.info/post/restano-in-carcere-i-due-giovani-tedeschi-arrestati-dopo-la-manifestazione-del-25-luglio-la-solidarieta-non-si-arresta/</link>
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            <pubDate>Wed, 29 Jul 2026 18:15:50 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[Fermare il DDL Antisemitismo]]></title>
            <description><![CDATA[<p><strong>Giovedì 30 luglio ore 21 Incontro online promosso da Rete #NOBAVAGLIO</strong>&nbsp;sul DDL Antisemitismo, si parlerà di come difendere la libertà di parola e contrastare ogni deriva autoritaria nel Paese. Per partecipare e ricevere il link di meet è necessario mandare una mail (oggetto: incontro 30 luglio) a nobavaglioprenotazioni@gmail.com</p>

<p><strong>Ne parliamo dai microfoni della radio con Clara Habte giornalista della Rete NoBavaglio</strong></p>

<p>di seguito l'appello:</p>

<p>La Rete #NoBavaglio esprime forte preoccupazione e contrarietà rispetto al disegno di legge sul contrasto all'antisemitismo, alle ultime battute dell'iter in Commissione Affari Costituzionale alla Camera, che rischia di essere approvato nel silenzio generale senza alcuna possibilità d'intervento rispetto al testo licenziato dal Senato lo scorso marzo. Un golpe estivo che restringerà ancora di più lo spazio civico in Italia e comprometterà la libertà d'espressione e di dissenso. Ci appelliamo a tutte le forze democratiche affinchè intervengano per scongiurare l'ennesima legge bavaglio e un'ulteriore deriva autoritaria nel nostro Paese. Il provvedimento, nella versione attuale, recepisce integralmente la definizione di antisemitismo dell'IHRA, inclusi gli indicatori applicativi, introducendo un margine interpretativo così ampio da poter colpire non solo la libertà d'espressione, ma anche il lavoro di associazioni, ONG e gruppi della società civile che documentano violazioni dei diritti umani e criticano le politiche del governo israeliano. Una norma formulata in questo modo rischia di trasformarsi in uno strumento di limitazione del dissenso, con effetti diretti sul giornalismo, sull'attivismo e sulla ricerca indipendente. Sarebbe infatti stata sufficiente la Legge Mancino (Legge 25 giugno 1993, n. 205), che sanzione e punisce penalmente l'incitamento all'odio e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, inclusi quelli di matrice antisemita. Ma visto l'iter ormai avviato chiediamo a tutte le forze democratiche in Parlamento di battersi affinchè venga adottata nel ddl la definizione della Jerusalem Declaration on Antisemitism (JDA), che distingue in modo netto l'antisemitismo dalle critiche legittime allo Stato di Israele, a differenza di quella ambigua dell'IHRA attualmente prevista. Rischio di censura online e interventi discrezionali dell'AGCOM . L'attuale formulazione, combinata con i poteri ampliati dell'AGCOM e con le recenti pressioni politiche, apre inoltre la strada a censure online, oscuramenti selettivi, richieste di rimozione contenuti e procedimenti amministrativi contro piattaforme, media indipendenti e utenti che esprimono critiche politiche legittime. L'assenza di criteri chiari e di garanzie procedurali potrebbe consentire interventi discrezionali, con un impatto diretto sulla libertà di stampa digitale, sulla circolazione delle informazioni e sulla possibilità di documentare violazioni dei diritti umani. Un simile scenario rappresenterebbe un precedente gravissimo nel panorama europeo. Per questo chiediamo con forza a tutte le forze democratiche di intervenire immediatamente, emendare il testo e adottare una definizione di antisemitismo chiara, rigorosa e rispettosa dei diritti fondamentali, come ha fatto il Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti il 31 marzo 2026, scegliendo di non utilizzare più la definizione IHRA e di adottare la Jerusalem Declaration on Antisemitism (JDA). La JDA, redatta da studiose e studiosi di fama internazionale, distingue in modo netto l'antisemitismo dalle critiche legittime allo Stato di Israele, evitando le confusioni che negli ultimi anni hanno generato pressioni, intimidazioni e tentativi di censura verso giornalisti, attivisti, ONG e realtà della società civile. La decisione dell'Ordine dei giornalisti è un atto coraggioso e coerente con la difesa della libertà di informazione, del pluralismo e dei diritti umani. Il Parlamento sta invece procedendo nella direzione opposta: il testo attuale presenta gravi ambiguità, ampia discrezionalità applicativa e nessuna clausola esplicita che separi la critica politica dalla discriminazione identitaria. Le preoccupazioni espresse da Amnesty International Italia, da numerose ONG, da organizzazioni come BDS e da personalità ebraiche autorevoli non possono essere ignorate. Esperienze internazionali&nbsp; come documentato da Amnesty nel caso dell'Austria&nbsp; mostrano che l'uso politico della definizione IHRA può portare a censure, autocensura, restrizioni alla libertà&nbsp;<span>accademica e ostacoli all'attività delle organizzazioni per i diritti umani.</span></p>

<p>La Rete #NOBAVAGLIO chiede al Parlamento di ascoltare le voci indipendenti che hanno sollevato allarmi fondati e avviare una pausa di riflessione. L'Italia non deve diventare il primo Paese dell'Unione europea ad adottare una norma che rischia di comprimere la libertà di parola, di stampa e di critica politica, in contrasto con gli standard internazionali di tutela dei diritti umani. La lotta all'antisemitismo è un dovere assoluto. Ma deve essere condotta con strumenti chiari, non discriminatori e pienamente rispettosi delle libertà fondamentali. La decisione dell'Ordine dei giornalisti indica la strada giusta: difendere i diritti senza sacrificare la democrazia e la lotta a qualsiasi forma di intolleranza, discriminazione e razzismo.</p>]]></description>
            <link>https://www.ondarossa.info/node/50071</link>
            <guid isPermaLink="true">https://www.ondarossa.info/node/50071</guid>
            <category><![CDATA[palestina]]></category>
            <category><![CDATA[ddl antisemitismo]]></category>
            <pubDate>Wed, 29 Jul 2026 18:05:42 GMT</pubDate>
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