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        <title><![CDATA[Ecologia]]></title>
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            <title><![CDATA[Verdi ed Europa Verde: depositate le osservazioni al progetto di Hera di incremento dei rifiuti per l’inceneritore di Forli’]]></title>
            <description><![CDATA[<p style="font-weight: 400;">I Verdi hanno trasmesso un corposo documento che mette in evidenza carenze, limiti e insostenibilità del progetto di Herambiente di aumentare la quantità di rifiuti da incenerire nell’impianto di via Grigioni.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il termine è ordinatorio e secondo una prassi consolidata anche le osservazioni depositate oltre il limite fissato dovrebbero essere esaminate ed abbiamo voluto dichiarare ancora una volta formalmente la contrarietà dei Verdi sia all’inceneritore sia all’attuale progetto di aumento di 30.000 tonnellate di rifiuti da incenerire.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’osservazione preliminarmente mette in evidenza che il progetto contrasta alla radice con impegni politici, documenti votati all’unanimità in assemblea legislativa regionale, pubbliche dichiarazioni del Presidente della giunta regionale, impegni deliberati all’unanimità da tutte le forze politiche presenti in consiglio comunale e condivisi dalle totalità delle associazioni ambientaliste.</p>
<p style="font-weight: 400;">I cittadini, le forze politiche e le associazioni hanno fatto affidamento ai pubblici impegni assunti dai rappresentanti regionali che prevedevano in tempi ragionevoli la chiusura dell’impianto esistente.</p>
<p style="font-weight: 400;">Questo progetto permetterebbe di superare i limiti fin qui previsti per la vita futura dell’inceneritore, trasformandolo di fatto in un impianto funzionale al teleriscaldamento della città e rendendolo così necessario in futuro, in modo tale da non essere più vincolato ai limiti di un piano regionale dei rifiuti.</p>
<p style="font-weight: 400;">La multiutility otterrebbe senza gare un altro servizio da fornire in regime di monopolio a imprese, pubbliche amministrazioni e cittadini, superando gli obblighi di concorrenza che la legislazione europea e nazionale impone.</p>
<p style="font-weight: 400;">“Ci auguriamo che il Comune di Forlì mantenga con nettezza e con solide argomentazioni il proprio parere contrario e lo depositi ben motivato in Conferenza di Servizi, come prevede la procedura di legge – hanno dichiarato i portavoce – augurandoci che anche altri soggetti coinvolti in Conferenza vogliano esprimere il parere negativo che il progetto proposto merita”.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’osservazione si fonda su sette pilastri che contestano radice il progetto di incremento dei rifiuti da 120.000 tonnellate/anno (attuale limite autorizzativo) a circa 150.000 t/a.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>lI progetto viola il piano regionale dei rifiuti.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">L’aumento di 30.000 t non è giustificato né previsto dal piano regionale dei rifiuti che stabilisce che l’impianto di via Grigioni debba trattare al massimo 120.000 tonnellate soddisfacendo così il fabbisogno di trattamento dei rifiuti urbani nel territorio delle province di Forlì- Cesena e Ravenna.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Va valutato l’impatto cumulativo.</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">L’aumento del 25% di questo impianto si aggiunge anche alla attività di incenerimento di 32.000 tonnellate/anno di rifiuti pericolosi ospedalieri della adiacente azienda Eridania ambiente, gran parte dei quali provenienti da altre regioni.</p>
<p style="font-weight: 400;">Poiché gli inquinanti emessi dai 2 inceneritori si vanno a cumulare presso i ricettori sensibili esposti ad entrambi gli impianti, determinando nel complesso un impatto significativo in particolare per le matrici ambientali, la Valutazione di Impatto Ambientale deve comunque riferirsi al cumulo degli impatti.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>L’aumento delle quantità di rifiuti inceneriti peggiora la qualità dell’aria, aumenta gli inquinanti e i gas serra</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">La qualità dell’aria dell’intera pianura padana è considerata scientificamente una delle peggiori dell’intero pianeta e non si può sostenere che sia irrilevante l’aggiunta di altre emissioni.</p>
<p style="font-weight: 400;">Anche le emissioni di CO2 in Emilia-Romagna sono ben lontane dagli obiettivi che la Regione si è imposta per rispettare i target europei al 2030 e 2050 e ciò esclude che ai quantitativi di gas serra attualmente emessi se ne possano aggiungere altri.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Non è consentita la modifica delle tipologie di rifiuti da incenerire tanto più che si prevede di abbassare la temperatura dei fumi con la conseguenza di concentrare l’inquinamento nella prossimità dell’inceneritore</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">In particolare risulta assai negativa l’istallazione di uno scambiatore di calore che determina un abbassamento di 40 gradi della temperatura dei fumi in uscita dal camino,&nbsp;che ha l’effetto di concentrare gli inquinanti in ricaduta a terra in un’area geografica più ristretta.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La compensazione prevista in realtà è inesistente</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Infatti la richiesta di autorizzare come compensazione dell’aumento di inquinamento la rete di teleriscaldamento ha come conseguenza il prolungamento della vita dell’impianto che si sarebbe dovuto chiudere in pochissimi anni, configurandosi come una nuova attività aggiuntiva a quella di incenerimento.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’estensione dell’utilizzo del servizio di teleriscaldamento dipende dalla volontà dei clienti, che possono scegliere di non utilizzarlo, e quindi si tratta di elementi non misurabili e aleatori, privi della garanzia di una reale continuità nel tempo, e quindi non si può considerare come compensazione.</p>
<p style="font-weight: 400;">Alessandro Ronchi e Maria Grazia Creta, Europa Verde – Verdi Forlì</p>
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/redazione-romagna/">Redazione Romagna</a></p>]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/07/verdi-ed-europa-verde-depositate-le-osservazioni-al-progetto-di-hera-di-incremento-dei-rifiuti-per-linceneritore-di-forli/</link>
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            <category><![CDATA[ambiente]]></category>
            <category><![CDATA[inceneritore]]></category>
            <category><![CDATA[rifiuti]]></category>
            <category><![CDATA[hera]]></category>
            <category><![CDATA[ecology and environment]]></category>
            <pubDate>Tue, 28 Jul 2026 11:04:50 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[2,1 miliardi di persone ancora private di acqua potabile: quattro organizzazioni chiamate alla mobilitazione prima della Conferenza ONU sull’acqua]]></title>
            <description><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Sono passati 6 anni da quando l’ONU ha riconosciuto l’acqua potabile come diritto umano fondamentale, la crisi si aggrava: 2,1 miliardi di persone non hanno ancora accesso all’acqua potabile e 3,4 miliardi non hanno accesso a servizi igienico-sanitari di base, cifre in aumento rispetto al 2010. L’Agora degli Abitanti della Terra, il Collettivo Bassines Non Merci! Rise For Climate e Vital denunciano l’incapacità dei governi di concretizzare questo diritto, e chiamano i movimenti cittadini, i sindacati e la società civile a mobilitarsi prima della importante Conferenza dell’ONU sull’acqua, prevista per dicembre 2026.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le quattro organizzazioni indicano un fallimento delle priorità: lontano dall’investire nell’acqua potabile e nei servizi igienici, i gruppi dominanti hanno dato priorità all’armamento, fino a spendere 2.900 miliardi di dollari nel 2025 secondo SIPRI (Istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma) — gli Stati Uniti, la Cina e la Russia in testa. In Europa, sotto la pressione del lobby minerario, la Commissione europea ha aperto la porta a una deregolamentazione della direttiva quadro sull’acqua, che proteggeva la qualità dell’acqua del continente da 25 anni. Il negazionismo e l’inazione climatica accentuano inoltre le siccità e le penurie in tutto il mondo, alimentando i conflitti legati all’acqua.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In questo periodo drammatico di ondate di calore che colpiscono fortemente l’Europa occidentale, denunciamo l’assenza di politiche pubbliche indispensabili al ricaricamento delle falde acquifere, il cui prosciugamento minaccia la disponibilità di acqua, che sia per l’agricoltura, le famiglie o i poteri pubblici.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La risorsa è inoltre sempre più finanziarizzata: dall’ingresso alla borsa di Chicago nel 2020, l’acqua attrae mercati finanziari avidi di approfittare della sua rarefazione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questa situazione si inserisce in rottura diretta con l’impegno assunto dalla comunità internazionale il 28 luglio 2010. In quel giorno, dopo più di quindici anni di dibattiti e sotto la pressione dei movimenti sociali, l’Assemblea Generale dell’ONU adottava, su iniziativa della Bolivia, una risoluzione che riconosceva che «il diritto a un’acqua pulita e di qualità e a servizi igienici è un diritto dell’uomo, indispensabile al pieno godimento del diritto alla vita» — votata da 122 paesi, contro 41 astensioni. Il testo si basava allora su un constato già allarmante: 884 milioni di persone senza acqua potabile di qualità, 2,6 miliardi senza servizi igienici, e circa due milioni di morti ogni anno — per la maggior parte giovani bambini — a causa di malattie legate a un’acqua non idonea al consumo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Di fronte a queste molteplici forme di predazione di un bene comune pubblico mondiale essenziale alla vita, l’Agora degli Abitanti della Terra, il collettivo Bassines Non Merci! Rise For Climate e Vital chiamano a una doppia mobilitazione: obbligare i governi e le oligarchie del mondo degli affari e della finanza a concretizzare finalmente il diritto all’acqua per tutte e tutti, e sensibilizzare l’opinione pubblica sui pericoli che corre la pianeta se la Conferenza dell’ONU sull’acqua di dicembre 2026 si abbandona ai soli interessi finanziari e tecnocratici che abbozzano già i suoi documenti preparatori.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se non è mai tardi per agire, l’urgenza bussa alla porta.</span></p>
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/agora-degli-abitanti-della-terra/">Agorà degli Abitanti della Terra</a></p>]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/07/21-miliardi-di-persone-ancora-private-di-acqua-potabile-quattro-organizzazioni-chiamate-alla-mobilitazione-prima-della-conferenza-onu-sullacqua/</link>
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            <category><![CDATA[internazionale]]></category>
            <category><![CDATA[acqua]]></category>
            <category><![CDATA[diritti umani]]></category>
            <category><![CDATA[acqua bene comune]]></category>
            <category><![CDATA[comunicati stampa]]></category>
            <category><![CDATA[ecologia ed ambiente]]></category>
            <category><![CDATA[agorà degli abitanti della terra]]></category>
            <category><![CDATA[conferenza dell'onu sull'acqua]]></category>
            <pubDate>Tue, 28 Jul 2026 07:51:48 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Ecologia: "Scacco matto all'Ilva: il decreto è certo, i giochi per l'area a caldo sono chiusi"]]></title>
            <description><![CDATA[Il parere dell’avvocato Maurizio Rizzo Stiano (associazione Genitori Tarantini) sul decreto della Corte d’Appello di Milano che impone il fermo delle emissioni nocive alla salute dell'area a caldo dell'Ilva di Taranto entro 90 giorni]]></description>
            <link>https://www.peacelink.it/ecologia/a/51486.html</link>
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            <category><![CDATA[ecologia]]></category>
            <pubDate>Mon, 27 Jul 2026 16:44:18 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Una mensa in canapa per l’asilo: il progetto pugliese che guarda al futuro]]></title>
            <description><![CDATA[<p>A Casarano, in provincia di Lecce, sono pronte entrambe le mense scolastiche costruite con un materiale che assorbe più CO₂ di quanta ne venga prodotta in tutto il processo: la canapa unita ad acqua e calce, l’unico sistema costruttivo davvero carbon negative. I lavori, durati poco più di un anno, sono iniziati nel maggio del 2025 per concludersi a luglio 2026, come certificato dalla relazione dell’ingegner Alessandro Astore, responsabile unico del procedimento, che ha seguito i cantieri dall’avvio all’ultimo sopralluogo. Le due opere, finanziate dal PNRR con 840mila euro per via Agnesi e 555mila per via IV Novembre, fanno parte di un progetto più ampio messo in campo dall’amministrazione guidata dal sindaco Ottavio De Nuzzo, che aveva scelto la bioedilizia per queste due opere pubbliche.</p>
<p>Le pareti della mensa di via Agnesi sono monolitiche, spesse 40 centimetri, gettate in opera con un composto di calce e canapa che garantisce traspirabilità e comfort termo-igrometrico. La copertura, con travi curve e arcarecci in legno lamellare, è isolata ad alte prestazioni e rifinita in lamiera. Un tunnel in legno collega il nuovo edificio alla scuola esistente, in modo che i bambini raggiungano il refettorio senza mai uscire dal percorso protetto del plesso. L’edificio <strong>non utilizza combustibili fossili</strong>: è alimentato solo a energia elettrica, con un impianto fotovoltaico in copertura e un sistema di accumulo che lo fanno rientrare negli standard NZEB, gli edifici a energia quasi zero.</p>
<p><img src="https://www.lindipendente.online/wp-content/uploads/2026/07/mensa-canapa-asilo-Casarano-3-225x300.jpeg">Alla fase preliminare di studio della struttura in calce-canapa ha contribuito, sul piano tecnico, Emilio Sanapo di Messapia Style, azienda salentina che dal 2015 costruisce case in canapa e calce nel basso Salento e che negli anni ha fatto scuola anche fuori dai confini regionali, fino a comparire tra i casi studio internazionali della Parsons Healthy Materials Lab di New York.</p>
<p>Non è un dettaglio da poco che un <strong>ente pubblico</strong> abbia scelto questo materiale per un edificio scolastico. Il canapulo, che è la parte legnosa della canapa, viene unito ad acqua e calce per dar vita a questo materiale che toglie dall’atmosfera più CO2 di quanta ne produca durante l’intero processo, dalla semina delle piante in opera del biocomposito. La canapa infatti assorbe, in media, <strong>quattro volte</strong> la CO2 di un albero, e continua a farlo anche una volta trasformata in materiale da costruzione: lo <a href="https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S2352710223000876?via%3Dihub" target="_blank">conferma</a> uno studio recente dell’Università di Belgrado, che ha misurato un bilancio di CO₂ netto negativo sull’intero ciclo di vita degli edifici in calce e canapa. Numeri che pesano, ancor di più se confrontati con quelli dell’edilizia tradizionale, responsabile <a href="https://globalabc.org/sites/default/files/2020-03/GSR2019.pdf">secondo</a> la Global Alliance for Buildings and Construction del 39% delle emissioni globali di CO2.</p>
<p><img src="https://www.lindipendente.online/wp-content/uploads/2026/07/mensa-canapa-asilo-Casarano-2-1024x768.jpeg"></p>
<p>C’è poi la parte che riguarda chi in quegli ambienti ci vive, o in questo caso ci mangia e ci gioca: la calce canapa <strong>regola naturalmente l’umidità</strong>, impedisce la formazione muffe, isola dal caldo e dal freddo abbattendo i consumi energetici, ed è resistente al fuoco e ai terremoti. Le pareti hanno uno sfasamento termico che, secondo i dati diffusi dalla stessa Messapia Style, sfiora le 18 ore: il calore del pomeriggio estivo arriva dentro l’edificio quando fuori è già notte, e nel frattempo si è dissolto. La stessa massa che d’estate rallenta l’ingresso del calore, d’inverno lo trattiene: il risultato è un fabbisogno energetico più basso in entrambe le stagioni, e quindi bollette più leggere tutto l’anno, non solo nei mesi più caldi. Sono le stesse proprietà che da un decennio l’azienda promuove nelle abitazioni private del Salento, e che ora, per la prima volta a Casarano, entrano in un cantiere pubblico, dentro una scuola.</p>
<p>Non è la prima volta che la <strong>Puglia</strong> fa da apripista in questo campo: nel basso Salento sono nate le prime abitazioni italiane in canapa e calce, e a Bisceglie sorge Case di Luce, uno dei complessi di bioedilizia in canapa più grandi d’Europa. Con via Agnesi e via IV Novembre, Casarano può dire di aver realizzato, con fondi PNRR, due edifici scolastici pubblici capaci di dimostrare, numeri alla mano, che si può costruire senza cemento e senza petrolio, a parità di costo, con vantaggi tangibili per tutti.</p>
<p>The post <a href="https://www.lindipendente.online/2026/07/27/una-mensa-in-canapa-per-lasilo-il-progetto-pugliese-che-guarda-al-futuro/">Una mensa in canapa per l’asilo: il progetto pugliese che guarda al futuro</a> appeared first on <a href="https://www.lindipendente.online">L'INDIPENDENTE</a>.</p>]]></description>
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            <category><![CDATA[ambiente]]></category>
            <category><![CDATA[asilo]]></category>
            <category><![CDATA[bioedilizia]]></category>
            <category><![CDATA[calce]]></category>
            <category><![CDATA[canapa]]></category>
            <category><![CDATA[casarano]]></category>
            <category><![CDATA[mensa]]></category>
            <pubDate>Mon, 27 Jul 2026 16:01:20 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Diciotto mesi dopo la sentenza Cedu. Cosa sta cambiando nella Terra dei Fuochi?]]></title>
            <description><![CDATA[<figure aria-describedby="caption-attachment-69223" style="width: 800px"><img src="https://napolimonitor.it/wp-content/uploads/2026/07/naum.jpg">(disegno di naum)</figure>

<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">A quasi diciotto mesi</span> <a href="https://napolimonitor.it/terra-dei-fuochi-un-bilancio-sugli-interventi-di-bonifica-a-un-anno-dalla-sentenza-cedu/" target="_blank">dalla pronuncia con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia</a> <span style="color: #000000;">per non aver protetto la vita delle popolazioni della <strong>Terra dei Fuochi</strong>, è tempo di tracciare un primo bilancio del percorso intrapreso. Occorre farlo numeri alla mano, riconoscendo con oggettività ciò che si sta facendo, senza sottrarre lo sguardo da ciò che resta ancora incompiuto.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La decisione di affidare il coordinamento degli interventi al <strong>Commissario unico per la bonifica delle discariche e dei siti contaminati</strong>, struttura incardinata presso la Presidenza del consiglio dei ministri e guidata dal generale <strong>Giuseppe</strong> <strong>Vadalà</strong>, è stata inizialmente accolta con diffidenza da una parte significativa dei comitati attivi nella <strong>Terra dei Fuochi.</strong> Una diffidenza tutt’altro che pregiudiziale, maturata piuttosto nella lunga e controversa storia della gestione straordinaria dei rifiuti in <strong>Campania</strong>. Dal 1994 la regione è stata attraversata da emergenze, poteri eccezionali e commissariamenti, dapprima per la gestione dei rifiuti urbani, poi per fronteggiare gli effetti prodotti dallo smaltimento illecito dei rifiuti speciali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">L’autonomia del giudizio impone di riconoscere i primi risultati, senza rinunciare a mettere in luce le contraddizioni che accompagnano il percorso. La struttura ha seguito in maniera coerente le direttrici indicate dalla sentenza e recepite nel Piano d’azione presentato al comitato dei ministri del <strong>Consiglio d’Europa</strong>. Sono state avviate le rimozioni dei rifiuti abbandonati in superficie, sottraendo materiale ai roghi tossici e intervenendo su situazioni che per anni erano rimaste immobili. Sono stati censiti 418 siti di abbandono, 246 dei quali sono stati sottoposti a sopralluogo; al 23 giugno 2026 risultano rimosse oltre 7.159 tonnellate di rifiuti in 80 siti distribuiti in 34 comuni. È stato inoltre riportato al centro dell’azione pubblica il lavoro di indagine sui terreni agricoli; sono state riattivate o accelerate le procedure di caratterizzazione delle discariche storiche e dei siti contaminati; è stato firmato un protocollo con l’Istituto superiore di sanità (Iss) per aggiornare il quadro conoscitivo sanitario, integrare dati epidemiologici e ambientali e predisporre un nuovo studio a supporto delle misure richieste dalla <strong>Cedu</strong>, sulla falsariga dello studio che l’<strong>Iss</strong> ha pubblicato nel 2020 in collaborazione con la <strong>Procura di Napoli Nord.</strong></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Questo va riconosciuto. E il fatto stesso che sia necessario sottolinearlo rivela quanto questi territori siano stati disabituati alla continuità dell’intervento pubblico, di fronte al fatto che una struttura dello Stato, quando interviene sull’inquinamento ambientale, sta solo facendo il proprio dovere, cominciando a restituire ciò che per decenni è stato negato in termini di tutela della salute, sicurezza ambientale, informazione pubblica e risanamento ecologico. Il punto vero, però, è valutare gli atti, le risorse, i risultati e le responsabilità. Ed è qui che cominciano le criticità. La struttura commissariale ha dichiarato un impegno economico complessivo per i prossimi anni di&nbsp;329 milioni di euro, di cui 28 per le rimozioni e la riqualificazione dei primi 80 siti, 101 per caratterizzazioni e interventi su 32 grandi aree contaminate e 200 destinati alle successive opere di bonifica o messa in sicurezza definitiva.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Di questa cifra, sono arrivati i primi 30 milioni di euro, mentre sono in programmazione 100 milioni per il 2026 e altrettanti per il 2027. La stessa ricognizione commissariale, tuttavia, stima in&nbsp;2 miliardi e 527 milioni di euro&nbsp;il fabbisogno relativo ai soli 71 siti contaminati di competenza pubblica. A questa cifra si aggiungono circa 76,7 milioni per i terreni agricoli e 30 milioni per la rimozione dei rifiuti abbandonati in superficie. Il fabbisogno complessivo individuato supera quindi i&nbsp;2,6 miliardi di euro. Che cosa rappresentano, allora, le risorse finora messe in campo, se non una prima e ancora insufficiente anticipazione rispetto alle esigenze di quasi tre milioni di persone che vivono nei territori contaminati? Qualcuno potrebbe appassionarsi alla questione contabile. Ciò che emerge davvero, però, è la misura della distanza tra il bisogno politico del governo di mostrare risultati dinanzi al <strong>Consiglio d’Europa</strong> e l’esigenza reale dei territori di una politica capace di durare nel tempo, attraversare la complessità delle matrici ambientali e accompagnare le indagini fino alle bonifiche.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La distanza non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma anche la qualità e la velocità degli interventi. Se sul fronte dei rifiuti abbandonati in superficie l’azione commissariale ha mostrato un impegno visibile, le procedure di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica delle discariche e dei siti contaminati continuano ad avanzare con il contagocce, ancorché qui si concentri il dramma più profondo della <strong>Terra dei Fuochi.</strong> Peraltro, in alcuni casi una parte delle indagini era già stata eseguita molti anni prima, impiegando consistenti risorse pubbliche, senza che alle attività conoscitive seguissero le necessarie opere di messa in sicurezza o bonifica. Oggi si spende nuovamente per aggiornare il quadro, mentre gli interventi definitivi continuano a essere rinviati a una fase dove, scaduti i termini della sentenza, non vi è certezza dell’intervento pubblico. Come non vi è certezza alcuna della durata temporale dell’intervento commissariale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Questa problematica è resa ancora più evidente dalle nuove criticità relative alla qualità delle acque sotterranee, emerse solo pochi mesi fa dal programma di monitoraggio della <strong>Regione Campania</strong> in collaborazione con l’<strong>Università Federico</strong> <strong>II</strong>. Le analisi hanno rilevato superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione nelle acque sotterranee per il tricloroetilene e il tetracloroetilene, sostanze utilizzate nei processi industriali e classificate rispettivamente come cancerogena e probabile cancerogena. Le criticità più significative si concentrano proprio nei territori della <strong>Terra dei Fuochi</strong>, con superamenti registrati, tra gli altri, a <strong>Villa Literno, Giugliano, Aversa, Casal di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, Acerra </strong>e<strong> Succivo</strong>. La Federico II aveva già trasmesso alla Regione, il 20 febbraio 2026, la richiesta di adottare azioni immediate di sanità pubblica.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La Regione ha riconosciuto l’esistenza di criticità, disponendo il rafforzamento dei controlli sanitari, ambientali e sulle filiere agricole e zootecniche. Il problema riguarda soprattutto i pozzi privati, spesso utilizzati per l’irrigazione o altri usi non domestici. Le interdizioni all’utilizzo dei pozzi stanno infatti divenendo uno degli effetti più visibili di questa nuova emergenza. In questo rovente mese di luglio, ad <strong>Acerra</strong>, il Comune ha disposto la chiusura di altri sette pozzi dopo il riscontro di concentrazioni di tricloroetilene e tetracloroetilene superiori ai limiti, portando a nove il numero dei pozzi interdetti nel territorio comunale. Anche in altri comuni interessati dai superamenti si moltiplicano i controlli e l’interdizione cautelativa dei pozzi privati.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il rapporto tra contaminazione dei terreni e qualità delle acque sotterranee, tuttavia, non emerge come una priorità della strategia di governo, rendendola di fatto anacronistica rispetto alla mutevolezza del quadro di indagine nei territori di <strong>Napoli</strong> e <strong>Caserta</strong>. A oggi siamo ancora nel guado di una rincorsa del problema e di una gestione cautelativa ex post, mentre si fa sempre più pressante un intervento sulle cause della diffusione di tricloroetilene, tetracloroetilene e degli altri contaminanti, e su quali interventi di contenimento e bonifica siano praticabili. Diversamente, il costo di una non tempestiva gestione del problema piomberà, ancora una volta, sulle comunità e sulle produzioni agricole.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">C’è poi il tema dei roghi di rifiuti. Se è vero che i dati delle prefetture di Napoli e Caserta restituiscono, nel medio periodo, una riduzione del numero degli incendi, è altrettanto vero che la diminuzione degli episodi non è di per sé evocativa della risoluzione del problema. I maxi-roghi verificatisi recentemente tra <strong>Giugliano</strong> e <strong>Scampia</strong>, così come i roghi di Acerra e di altri territori puntualmente vessati dal fenomeno, dimostrano che esso conserva una capacità di produrre eventi di grande intensità, e dunque di continuare a esporre intere aree abitate agli effetti della combustione incontrollata di plastiche, pneumatici, tessuti, apparecchiature elettriche e altri rifiuti urbani e speciali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Inoltre, il dato statistico rilevato all’interno del perimetro storico della <strong>Terra dei Fuochi</strong> rischia di nascondere una trasformazione più complessa. Le accelerazioni dell’ultimo anno dimostrano che il fenomeno ha cambiato forma, scala e geografia. Insieme ai roghi di rifiuti nei contesti periurbani, hanno acquisito rilevanza gli incendi che interessano impianti di trattamento e stoccaggio, depositi di mezzi, capannoni e nodi intermedi della filiera dei rifiuti. In questi casi bruciano concentrazioni molto più rilevanti di materiali combustibili, con incendi difficili da spegnere, prolungati nel tempo e potenzialmente capaci di produrre una contaminazione atmosferica su scala sovracomunale.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">È quanto sta accadendo da qualche tempo nell’<a href="https://napolimonitor.it/dalla-memoria-allazione-unassemblea-del-movimento-basta-impianti-nellagro-caleno/" target="_blank">Agro Caleno</a> in funzione dell’espansione settentrionale del problema. Il maxi-incendio dell’agosto 2025 nell’azienda di stoccaggio <strong>Campania Energia</strong>, tra <strong>Teano</strong> e <strong>Riardo</strong>, ha interessato un enorme accumulo di rifiuti speciali, richiedendo quattordici giorni di intervento e determinando concentrazioni di diossine e furani superiori al valore di riferimento utilizzato dalla comunità scientifica. A questo episodio si aggiungono i ripetuti incendi che negli anni hanno coinvolto altri impianti, come <strong>Gesia</strong> di <strong>Pastorano</strong> e le criticità riscontrate nelle attività di gestione dei rifiuti presenti tra <strong>Vitulazio, Pignataro Maggiore, Sparanise</strong> e gli altri comuni dell’area. Non a caso, nel marzo 2026, la prefettura di Caserta ha esteso i controlli proprio sulla filiera delle imprese nell’<strong>Agro Caleno</strong> e nel <strong>Medio Volturno</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Lo spostamento del fenomeno si allarga anche a est e nord-est del perimetro storico di <strong>Terra dei Fuochi</strong>. Una dinamica analoga sta emergendo in <strong>Puglia</strong>, dove la sequenza di incendi che interessa impianti, depositi e siti di stoccaggio sta segnando in maniera inquietante l’estate in corso. Nel giro di poche settimane, un grande incendio ha coinvolto ecoballe di plastica in un impianto di stoccaggio a <strong>Francavilla</strong> <strong>Fontana</strong>, imponendo limitazioni precauzionali nel raggio di due chilometri; a <strong>Manduria</strong> sono stati distrutti dalle fiamme sette autocompattatori all’interno del deposito dell’azienda incaricata della raccolta; a <strong>San Paolo di Civitate</strong>, nel foggiano, un incendio di vaste proporzioni ha investito un centro di stoccaggio posto a poche centinaia di metri dalle abitazioni.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Analoga situazione si dispiega nelle campagne baresi tra <strong>Carbonara</strong>, <strong>Ceglie</strong> e <strong>Loseto</strong>; e proprio la persistenza dei roghi e degli abbandoni ha spinto alla convocazione del <strong>Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica</strong>, con la decisione di procedere a una mappatura delle aree più esposte. Nel maggio 2026, l’operazione coordinata dalla <strong>Direzione distrettuale antimafia</strong> di <strong>Bari</strong> ha ricostruito una filiera organizzata che avrebbe trasportato rifiuti speciali provenienti anche dalle province di <strong>Napoli</strong> e <strong>Caserta</strong> verso le aree interstiziali delle province di <strong>Foggia</strong> e <strong>Barletta-Andria-Trani</strong>. L’inchiesta ha interessato rifiuti tessili, scarti del trattamento industriale e frazioni residue provenienti da impianti di diverse regioni, con il sequestro di dieci aziende e sessanta automezzi. Già alcuni mesi prima, il procuratore di Trani aveva avvertito del rischio che una parte della Puglia diventasse una nuova area di destinazione degli sversamenti e degli incendi di rifiuti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">A questo quadro si aggiunge la crisi, ormai non più trascurabile, del mercato delle plastiche riciclate, che interessa in particolare il polietilene e il polipropilene. Il crollo della domanda e la perdita di competitività delle materie prime seconde stanno determinando un progressivo accumulo di materiali presso gli impianti di selezione, trattamento e stoccaggio, sottoponendo l’intera filiera a una pressione crescente. Al momento, la criticità appare più evidente nelle regioni centro-settentrionali, dove i maggiori livelli di raccolta differenziata producono volumi superiori di rifiuti da avviare a riciclo. Ma si tratta di un equilibrio fragile; in assenza di sbocchi industriali e di adeguate capacità di trattamento, la saturazione degli impianti potrebbe propagarsi rapidamente verso il <strong>Mezzogiorno</strong>, aggravando le condizioni già esistenti e aumentando il rischio di accumuli incontrollati, trasferimenti irregolari e incendi nei siti di deposito.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Il nodo politico, allora, è inevitabile. Ora che il governo ha assunto la responsabilità della <strong>Terra dei Fuochi</strong>, come intende affrontare i flussi intraregionali e interregionali di rifiuti che alimentano e ridisegnano il fenomeno ben oltre il suo perimetro storico? La pressione esercitata nel nucleo storico, insieme alla mobilità propria delle filiere illegali e alla persistente convenienza economica dello smaltimento irregolare, sta contribuendo a ridisegnare una geografia reticolare del fenomeno. La storia, insomma, si ripete a diverse latitudini. Proprio per questa ragione, la riduzione dei roghi comunicata dalle prefetture dovrebbe essere interpretata con maggiore cautela. I dati disponibili sono prevalentemente aggregati su scala provinciale per <strong>Napoli</strong> e <strong>Caserta</strong>; consentono quindi di sapere quanti incendi siano stati registrati, ma non permettono di comprendere in quali comuni si concentrino, quali materiali abbiano coinvolto, se si tratti di cumuli abbandonati, siti produttivi, depositi o impianti, né se gli episodi si ripetano negli stessi luoghi. La scala provinciale può descrivere una tendenza generale, ma appiattisce le differenze interne e rende incomprensibili le nuove tendenze territoriali. Manca, poi, uno strumento pubblico che restituisca la cifra del fenomeno, associando a ogni episodio la data, il comune, le coordinate geografiche, la tipologia del sito, i materiali combusti, la durata dell’incendio, gli esiti dei campionamenti ambientali e le misure cautelative adottate. Una banca dati permetterebbe di costruire cluster spaziali, individuare le aree di reiterazione, distinguere i piccoli episodi diffusi dai grandi incendi industriali e mettere in relazione i roghi con le caratteristiche dei territori.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Un’altra questione decisiva riguarda ciò che accade dopo la rimozione dei rifiuti abbandonati. Ripulire i siti è necessario e, come già ricordato, questo lavoro è finalmente in corso. Ma ripulire senza stabilire chi debba vigilare il giorno dopo, chi debba mantenere l’area integra, impedire nuovi abbandoni e quali conseguenze debba subire l’ente che non adempie significa rischiare di finanziare una deresponsabilizzazione circolare, che finisce per diventare la variabile indipendente dell’inquinamento e del degrado ambientale. La struttura commissariale interviene con risorse straordinarie, i rifiuti vengono rimossi, spesso si svolge una cerimonia e l’area viene simbolicamente restituita alla comunità. Poi, però, se il Comune o l’ente preposto non garantisce controllo, raccolta degli ingombranti e presidio territoriale, quello spazio torna rapidamente nelle condizioni precedenti.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">In questo modo, i cittadini finiscono per pagare più volte, attraverso la fiscalità generale, il costo dello stesso problema, mentre la responsabilità ordinaria si disperde nei meandri della frammentazione amministrativa, schiacciata tra le inerzie regionali di lungo periodo e la miopia di corto respiro delle comunali. In questo senso, il governo avrebbe dovuto prevedere fin dall’inizio un sistema vincolante di responsabilizzazione degli enti beneficiari delle rimozioni dei rifiuti, con accordi post-intervento e obblighi precisi, le risorse dedicate alla manutenzione e al controllo, gli indicatori di monitoraggio e forme di condizionalità finanziaria o di rivalsa nei casi di persistente inadempienza. Lungi dal prefigurare alcuna logica punitiva nei confronti di quei comuni ridotti all’osso dalle politiche neoliberiste di taglio alla spesa pubblica, a causa delle quali soffrono carenze strutturali di personale e risorse; significa, piuttosto, impedire che la debolezza amministrativa si trasformi sistematicamente in un alibi e che l’intervento straordinario copra la responsabilità ordinaria vanificando, come un cane che si morde la coda, ogni sforzo e ogni euro speso.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La stessa <strong>Corte europea</strong> ha posto la necessità di una&nbsp;strategia politico-amministrativa globale, l’esigenza di un sistema indipendente di monitoraggio e una piattaforma pubblica di informazione trasparente. Ed è proprio su questo punto che emerge un’ulteriore contraddizione. Il governo ha affidato il monitoraggio a <strong>Ispra</strong>, ma ha poi indebolito la credibilità della sua terzietà nominando, nel febbraio 2026, alla presidenza dell’Istituto <strong>Maria Alessandra Gallone</strong>, già senatrice per due legislature nelle file di <strong>Forza</strong> <strong>Italia</strong> e collaboratrice dello stesso ministro dell’ambiente, <strong>Pichetto</strong> <strong>Fratin</strong>. In altre parole, il governo ha affidato il controllo sull’attuazione delle proprie politiche a un istituto il cui vertice è espressione diretta dello stesso perimetro politico. Ciò ha svuotato, almeno sul piano della terzietà sostanziale, una delle principali garanzie richieste dalla Corte europea.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">La strategia delineata dalla struttura commissariale può dunque essere considerata globale sulla carta, ma rischia di rimanere monca nella sostanza, soprattutto nei gangli di quella frammentazione amministrativa individuata dalla Corte. Tutti dovrebbero fare qualcosa, ma troppo spesso ciascuno si chiama fuori, indicando la competenza di qualcun altro. Il governo rinvia alla Regione, la Regione agli enti d’ambito, gli enti d’ambito ai comuni, i comuni alla carenza di risorse, gli enti proprietari delle strade alla disciplina dei rifiuti, gli uffici ambientali alle forze dell’ordine, le forze dell’ordine alla necessità di prevenzione amministrativa. In questo gioco di sponda il sistema mostra ancora tutta la sua vulnerabilità.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Le responsabilità si muovono da un tavolo all’altro, mentre i fattori di povertà economica territoriale, che generano il fenomeno dello smaltimento illecito dei rifiuti, restano inosservati. Nessun investimento politico programmatico, oltre la repressione degli illeciti con la legge n. 147 del 3 ottobre 2025, è stato ancora predisposto per rispondere alle difficoltà economiche del tessuto produttivo locale. Può la repressione sostituire una politica capace di intervenire sulle condizioni materiali entro cui l’illegalità ambientale si riproduce? E quali risposte intende offrire lo Stato, attraverso le sue articolazioni, alla marginalità economica, al lavoro irregolare, alla frammentazione delle filiere, alle difficoltà di accesso ai circuiti legali di raccolta e trattamento dei rifiuti speciali?</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">Non si intravede ancora una strategia rivolta alla gestione del tessuto produttivo locale, dal distretto industriale di <strong>Grumo Nevano-Aversa,</strong> specializzato nei comparti calzaturiero e tessile-abbigliamento, al distretto di <strong>San Giuseppe</strong> <strong>Vesuviano</strong>, uno dei principali poli meridionali del tessile-abbigliamento e della produzione per conto terzi. Basta farsi un giro nelle campagne di questi territori per osservarne la portata, con decine e decine di balle di rifiuti tessili, di pellame, oltre agli scarti edili, alle plastiche e agli pneumatici. La stessa assenza di una politica industriale ambientalmente sostenibile e territorialmente orientata attraversa le <strong>Aree di sviluppo industriale (Asi)</strong> disseminate tra le province di <strong>Napoli</strong> e <strong>Caserta</strong>, oggi relegate a contesti insediativi privi di identità territoriale, se non quella della gestione del ciclo dei rifiuti. Soprattutto questa è, oggi, la <strong>Terra dei Fuochi</strong>.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">I prossimi mesi saranno decisivi. Il&nbsp;30 gennaio 2027, a due anni dalla pronuncia, rappresenterà un passaggio politico inevitabile. Sarà il momento di verificare se la condanna europea avrà determinato soltanto una stagione di attivismo commissariale oppure una trasformazione strutturale delle politiche ambientali nel contesto nazionale e regionale. Il&nbsp;30 aprile 2027, termine giuridico decorrente dalla definitività della sentenza, lo Stato dovrà dimostrare di avere ottemperato alla strategia complessiva, al monitoraggio indipendente e al sistema pubblico di informazione richiesti dalla Corte. In questi mesi si deciderà se la <strong>Terra dei Fuochi</strong> continuerà a essere amministrata come spazio emergenziale o se diventerà, finalmente, una questione di ordinaria priorità per gli enti locali.</span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #000000;">In questo contesto, i comitati e le associazioni devono preservare e conservare la propria&nbsp;autonomia strategica. Autonomia che non significa isolamento. Significa intavolare il contraddittorio a partire dai territori, senza arruolarsi a cause che non sono le proprie. Significa produrre conoscenza dai territori senza che questa venga neutralizzata nella spirale istituzionale. Significa riconoscere i passi avanti senza trasformarsi nel pubblico non pagante delle cerimonie istituzionali. Significa continuare a formulare domande e contraddizioni scomode anche quando chi governa accetta di sedersi allo stesso tavolo. Significa, in ultima analisi, rifuggire dai processi di istituzionalizzazione del dissenso, che resta l’unica fiamma utile da mantenere viva per il futuro di questi territori. Perché, in definitiva, il futuro della Terra dei Fuochi, o per meglio dire dell’inquinamento ambientale nei territori di <strong>Napoli</strong> e <strong>Caserta</strong>, dipenderà anche e soprattutto dalla capacità collettiva di agire significativamente sulla distanza tra ciò che è stato annunciato e ciò che sarà stato realmente realizzato. E, in questo grande spazio di partecipazione, già occupato dai comitati e dalle associazioni della Terra dei Fuochi, vivono gli anticorpi capaci di alimentare una nuova stagione di resistenza ecologica. <span style="color: #800000;">(pasquale pennacchio)</span></span></p>
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            <link>https://napolimonitor.it/diciotto-mesi-dopo-la-sentenza-cedu-cosa-sta-cambiando-nella-terra-dei-fuochi/</link>
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            <category><![CDATA[ambiente]]></category>
            <pubDate>Mon, 27 Jul 2026 08:33:21 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Restituire ruolo e valore ai migranti]]></title>
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<figure><img src="https://comune-info.net/wp-content/uploads/2026/07/672684569_10243866778832849_3948027726596918899_n-768x1024.jpg">Tra le attività di Edicola Equa, gestita nel quartiere Oltretorrente di Parma dal Ciac (centro noto per il suo impegno sui temi dell’accoglienza diffusa), c’è anche la cura di un’aiuola</figure>







<p><strong>Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti</strong>, a una narrazione che indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea mitologica di una identità inesistente.</p>



<p>Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora. Condannano le campagne antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di sostanziale da opporvi, se non la solidarietà – spesso solo di facciata – per le attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza” dei migranti. Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione alternativa e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da sventare ma una leva per cambiare la società.</p>



<p><strong>Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per tutti: mors tua vita mea.</strong> Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava.</p>



<p><strong>Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener lontane tutte quelle “genti in cammino”</strong>; e di rispedire nei loro paesi, o anche altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi climatica. Così, contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati.</p>



<p>Ma quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica che, anzi, li sta trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma governi, partiti, media e intellighenzia varia continuano a fingere che le cose non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini. O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote… Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi meteorologici. <strong>Nota il Guardian che solo il 20 per cento degli articoli sul caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi climatica…</strong></p>



<p><strong>Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia” rappresentata dai migranti può nascere solo affrontando insieme i problemi posti dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le forze politiche che non l’hanno fatto finora.</strong></p>



<p><strong>Ci hanno provato invece, con qualche successo sia sul fronte accoglienza e inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente, decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni. </strong>Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in genere non riusciamo a raggiungere.</p>



<p><strong>Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive, quanto degli assetti sociali e produttivi. </strong>In quel rimescolamento generale delle priorità si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito, occupazione, sanità, istruzione, giustizia, ecc. – per cui ci si è battuti finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva in cui <strong>ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini, spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati, piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque, agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità energetiche. Sono gli interventi propri di una cooperazione dal basso da cui dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro i migranti.</strong></p>







<p></p>
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            <category><![CDATA[migranti]]></category>
            <category><![CDATA[clima]]></category>
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            <category><![CDATA[benvenuti ovunque]]></category>
            <pubDate>Sat, 25 Jul 2026 11:26:53 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[L’esperienza dei migranti per affrontare la crisi climatica]]></title>
            <description><![CDATA[<p>Le destre avanzano in tutto il mondo. I loro successi sono quasi tutti legati al rigetto o a misure persecutorie nei confronti dei migranti: a una narrazione che indica in essi la principale minaccia per la sicurezza della nazione: l’idea mitologica di una identità inesistente. Le forze politiche che si oppongono a quest’onda montante dagli indubbi connotati razziali hanno fatto bancarotta, e non da ora.&nbsp;Condannano le campagne antimigranti che fanno la fortuna delle destre, ma non hanno niente di sostanziale da opporvi, se non la solidarietà, spesso solo di facciata, per le attività e le organizzazioni impegnate a sostenere il “cammino della speranza” dei migranti.&nbsp;Manca su questo nodo cruciale del nostro tempo una visione alternativa&nbsp;e una prospettiva che faccia dei migranti non una minaccia da sventare ma una leva per cambiare la società.</p>
<p>Alla base di quel sentire diffuso che fa le fortune delle forze politiche anti-migranti c’è la sensazione che in questo mondo non ci sia più spazio per tutti:&nbsp;<i>mors tua vita mea</i>. Una percezione che lega ineludibilmente il rigetto dei migranti alla crisi climatica e ambientale. In altri tempi, quando gli spazi a disposizione erano considerati abbondanti o addirittura “vuoti”, l’arrivo dei migranti era incoraggiato, anche se il razzismo nei loro confronti non mancava.&nbsp;Tenere separate crisi climatica e migrazioni ha permesso di costruire la narrazione di una “fortezza Europa”, e di molte altre “fortezze”, per tener lontane tutte quelle “genti in cammino”; e di rispedire nei loro paesi, o anche altrove, quelle già inserite da anni o generazioni nei paesi di arrivo, come se si trattasse di una emergenza temporanea. Ma per contrastare quell’allarme si ripete spesso che in fin dei conti si tratta di “piccoli numeri” che l’Europa è perfettamente in grado di assorbire. Il che è vero, ma non fa i conti con il fatto che quei numeri cresceranno inesorabilmente con l’avanzare della crisi climatica. Così,&nbsp;contro la favola della “remigrazione” non viene prospettata alcuna vera politica di inclusione e valorizzazione dei nuovi arrivati.</p>
<p>Ma&nbsp;quelle “fortezze” – feroci quanto inefficaci – non sono in grado di difendere quegli stessi territori dall’avanzare della crisi climatica&nbsp;che, anzi, li sta trasformando nel proprio epicentro; senza nessuna possibilità che le cose non peggiorino, e molto, con il passare del tempo. Gli scienziati lo sanno, ma governi, partiti, media e&nbsp;<i>intellighenzia&nbsp;</i>varia continuano a fingere che le cose non stiano così, vellicando elettori e pubblico riluttanti a cambiare abitudini. O dissociando completamente l’ossequio formale alle previsioni degli scienziati dai propri obiettivi programmatici; spesso solo frasi vuote… Il risultato è l’assoluta impreparazione ad affrontare i primi vistosi effetti della crisi climatica, come le tempeste, gli incendi, la siccità e ora il grande caldo di queste settimane, fatti passare dai media come curiosi eventi meteorologici. Nota il&nbsp;<i>Guardian</i>&nbsp;che solo il 20 per cento degli articoli sul caldo insopportabile di questi giorni faceva qualche riferimento alla crisi climatica…</p>
<p>Una visione che rovesci la narrazione oggi vincente sulla “minaccia” rappresentata dai migranti può nascere solo&nbsp;affrontando insieme i problemi posti dalla loro presenza e dal loro arrivo e quelli imposti dall’aggravarsi del clima e dalle sue conseguenze. Ma non c’è da aspettarsi che se ne facciano carico le forze politiche che non l’hanno fatto finora.&nbsp;Ci hanno provato invece,&nbsp;con qualche successo sia sul fronte accoglienza e inclusione che su quello dell’adattamento al deterioramento dell’ambiente,&nbsp;decine e decine di comitati, associazioni e persino (piccoli) comuni. Salvataggio delle persone e riparazione e ripristino dei territori e dei beni danneggiati da un evento estremo sollecitano solidarietà e collaborazione tra le persone coinvolte, cioè la costituzione, anche se spesso solo temporanea, di altrettante comunità. Ed è nella dimensione comunitaria e locale dei rapporti di mutuo appoggio che la narrativa antimigranti che appesta grandi media, social network e discorsi da bar può trovare il contrasto più valido. Si tratta allora di valorizzare quelle esperienze facendone il riferimento di una prospettiva, e poi di un programma e di una visione di livello generale. Tutti si lamentano del calore insopportabile: è un’occasione straordinaria per parlare a persone che in genere non riusciamo a raggiungere.</p>
<p>Riscaldamento e deterioramento del pianeta non daranno tregua; ci attende uno sconvolgimento senza precedenti tanto delle abitudini personali e collettive, quanto degli assetti sociali e produttivi. In quel rimescolamento generale delle priorità&nbsp;si dovranno riposizionare tutti i grandi obiettivi sociali – reddito, occupazione, sanità, istruzione, giustizia ecc. – per cui ci si è battuti finora; e si potranno trovare o inventare nuovi ruoli per tutti. Una prospettiva in cui&nbsp;ai migranti, “vecchi” e “nuovi”, liberi di attraversare i confini, spetterà di fare da ponte tra i paesi di arrivo e quelli di origine come vettori e presìdi umani indispensabili di soluzioni tecniche, organizzative, sociali e culturali condivise: quelle in grado di contrastare le devastazioni indotte dalla crisi climatica e dalle guerre, come risanamento di suoli desertificati, piantumazione di deserti e terre incolte, recupero e risparmio delle acque, agricoltura di prossimità, sistemi di mobilità condivisa e, ovviamente, comunità energetiche. Sono gli&nbsp;interventi propri di una cooperazione dal basso da cui dipende il futuro di tutto il pianeta. Le risorse per farlo non mancano: sono quelle oggi destinate alle armi, ai fossili e alle guerre; anche a quella contro i migranti.</p>
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/guido-viale/">Guido Viale</a></p>]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/07/lesperienza-dei-migranti-per-affrontare-la-crisi-climatica/</link>
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            <category><![CDATA[crisi climatica]]></category>
            <category><![CDATA[migranti]]></category>
            <category><![CDATA[diritti umani]]></category>
            <category><![CDATA[opinioni]]></category>
            <category><![CDATA[volere la luna]]></category>
            <category><![CDATA[contrastare le devastazioni indotte dalle guerre]]></category>
            <pubDate>Fri, 24 Jul 2026 16:45:26 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Ondate di calore, alluvioni; incendi e siccità. Chi allenerà la nazionale?]]></title>
            <description><![CDATA[



<figure><img src="https://comune-info.net/wp-content/uploads/2026/07/graphixmade-summer-8797308_1280-1024x828.jpg">Da Pixabay</figure>







<p><strong>È uscito il primo report sul rischio climatico in Italia. Sono 128 pagine che farebbero passare notti insonni a chiunque e che invece sono passate nel silenzio più assoluto. </strong>128 pagine che raccontano le conseguenze economiche e sociali degli eventi che nascondiamo giornalmente e che la politica, in malafede, cerca di silenziare.</p>



<p>Quello che c’è scritto sopra è, fondamentalmente, uno scenario preoccupante. Peggio, mille volte peggio dei commenti ad ogni sentenza che non ci piace, mille volte peggio di quella cazzata di video fatto con l’AI del nuovo eroe dei subumani, mille volte peggio di tutti quei talk show tv dove giornalisti e politici indecenti generano distrazione per idioti. Peggio pure di quell’omicidio di Bologna. Perché qui parliamo della sopravvivenza di una intera collettività. Qui si parla di noi. Delle perdite e del declino di un sistema che potrebbe collassare. </p>



<p>Si intitola “Rischio Climatico in Italia: Scenari, Costi e Opzioni di Risposta” (<a href="https://zenodo.org/records/20353948">disponibile in licenza creative commons</a>: Calcaterra, M., Cammeo, J., Borghesi, S., Carraro, C.&amp; Tavoni), è uscito a maggio ma ne ho letto qualcosa grazie al professor Antonello Pasini. Me lo sono andato a leggere, ci ho messo un paio di giorni per raccogliere le idee.</p>



<p>E così, mentre centinaia di auto venivano letteralmente massacrate da grandinate di palle da tennis, leggevo quelle cassandre degli autori, tutti appartenenti ad istituzioni di primo piano nel campo dell’economia del clima e delle politiche ambientali quali l’università di Siena, la Ca’ Foscari di Venezia, il Politecnico di Milano e vari istituti t fondazioni, che avevano già raccontato di questi possibili impatti. <strong>L’obiettivo del lavoro è stimare quanto potrebbe costare il cambiamento climatico all’Italia nel corso del XXI secolo e valutare quali politiche di adattamento possano ridurre tali costi.</strong> Gli autori hanno combinato scenari climatici, modelli economici, dati territoriali italiani e stime sui danni ai diversi settori economici.</p>



<p><strong>Il messaggio centrale e lo dico senza tanti giri di parole è che non fare nulla, come stiamo facendo (loro lo chiamano “inazione”) ha un costo molto superiore rispetto agli investimenti necessari per adattarsi</strong>. Noi siamo un hotspot climatico e questo cagionerà aree di grande sofferenza (la Pianura Padana ad esempio) e perdite di PIL che potrebbero variare fra il 1,6% al 6%.</p>



<p>Quindi continuiamo pure a farci fomentare dalle gare di nuoto e di mezza maratona di politici, continuiamo ad indignarci per temptesciòn ailand, ma poi i cetrioli saranno di tutti.</p>



<p>Questo perché i<strong> danni economici cresceranno progressivamente colpendo i i settori più vulnerabili che sono agricoltura, salute pubblica, infrastrutture, disponibilità idrica, energia, turismo</strong>.</p>



<p><strong>Il Sud Italia è l’area più esposta a causa di temperature più elevate, maggiore frequenza delle siccità</strong>, minore disponibilità d’acqua (e se continua così ce ne accorgeremo presto) che porterà ad un calo radicale della produttività agricola.</p>



<p>Inutile raccontare che<strong> crescono gli eventi estremi</strong>, nonostante i divoratori di pattume coccolati dalla politica continuino a fare rumore anche di fronte alle peggiori evidenze. Il rapporto evidenzia un aumento di quei 4 fattori che io chiamo “i 4 cavalieri dell’apocalisse” (aiutati dal 5° fattore che è la disinformazione). Ve li ricordo: <strong>ondate di calore; alluvioni; incendi; siccità.</strong> Questi eventi comportano costi diretti (danni materiali) e indiretti (perdita di produzione, aumento della spesa sanitaria, riduzione della produttività). </p>



<p><strong>Ma dai, vuoi mettere con chi guiderà la nazionale?</strong></p>



<p>L’adattamento, nonostante i subumani di cui sopra, conviene economicamente a tutti. Uno dei messaggi più forti del documento infatti, è che investire oggi in adattamento produce benefici economici futuri. <strong>Tra gli interventi più importanti sono ricordati la gestione della risorsa idrica, la protezione del territorio, le infrastrutture resilienti, i sistemi di allerta, la pianificazione urbana </strong>(andatevi a vedere come hanno fatto il piazzale di fronte a Termini)<strong> e la protezione delle aree costiere</strong>.</p>



<p><strong>Gli autori sottolineano che l’adattamento, da solo, non è sufficiente. Se il riscaldamento globale continuerà ad aumentare, alcuni danni diventeranno impossibili da evitare. Per questo ribadiscono l’importanza della riduzione delle emissioni.</strong></p>



<p>Ecco. Provate a dirlo alla politica. E le supercazzole fioccheranno come la grandine a San Benedetto di due giorni fa.</p>




<p>L'articolo <a href="https://comune-info.net/ondate-di-calore-alluvioni-incendi-e-siccita-chi-allenera-la-nazionale/">Ondate di calore, alluvioni; incendi e siccità. Chi allenerà la nazionale?</a> proviene da <a href="https://comune-info.net">Comune-info</a>.</p>]]></description>
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            <category><![CDATA[news]]></category>
            <category><![CDATA[clima]]></category>
            <category><![CDATA[gridare]]></category>
            <pubDate>Fri, 24 Jul 2026 12:12:45 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Quanta energia utilizzano i data center e l’intelligenza artificiale?]]></title>
            <description><![CDATA[<img src="/images/6/d/c/3/7/6dc37423441587887d846150bc9f972672544b2c-iea-data-centre-electricity-2025cutted.webp">
                        <p>I data center consumano circa l'1,5% dell'elettricità globale, ma la domanda è molto geograficamente concentrata.</p>
<p>Nell'articolo di Hannah Ritchie, pubblicato online su OurWorldinData.org, fa un'analisi, suffragata da molti dati, del consumo attuale di energia elettrica sia da parte dei data center dedicati all'IA che quelli "normali".  Nonostante la difficoltà per quantificare questi consumi, ne viene fuori una fotografia abbastanza chiara di quelli che sono i consumi di energia per l'addestramento e per l'uso dell'IA generativa. </p>
<p>Quanta parte dell’elettricità mondiale viene utilizzata per i data center e l’intelligenza artificiale? <br>
Secondo l'Agenzia internazionale dell'energia (AIE), circa 485 terawattora (TWh). Questo è equivalente alla generazione annuale di energia elettrica della Germania.
<img src="/user/pages/01.pillole/587.quanta-energia-utilizzano-i-data-center-e-lintelligenza-artificiale/iea-data-centre-electricity-2025_cutted.webp"></p>
<p>Anche se l’1,5% dell’elettricità mondiale potrebbe non sembrare molto, bisogna però tenere conto che in alcuni luoghi, la perentuale di energia usata è molto più alta. In Europa, per esempio, il consumo dei data center è di circa l'1,6%. Ma in Irlanda il consumo di elettricità dei data center è di circa il 20% del totale.</p>
<p><a href="https://ourworldindata.org/how-much-energy-do-data-centers-and-artificial-intelligence-use" target="_blank">Leggi l'articolo, arricchito da molti e chiari grafici, sul sito OurWorldinData.org</a></p>]]></description>
            <link>https://pillole.graffio.org/pillole/quanta-energia-utilizzano-i-data-center-e-lintelligenza-artificiale</link>
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            <category><![CDATA[energia]]></category>
            <category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
            <category><![CDATA[ai]]></category>
            <category><![CDATA[ecologia]]></category>
            <category><![CDATA[data center]]></category>
            <category><![CDATA[impronta ambientale del digitale]]></category>
            <pubDate>Thu, 23 Jul 2026 15:53:00 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Roma: il caldo, il cemento e l’assenza di politiche per il clima]]></title>
            <description><![CDATA[



<p>Roma è nella morsa del caldo ormai da un mese. Non sappiamo quanto durerà ancora né se, alla fine, sarà l’estate più calda o se il 2024 sarà stata ancora più infuocata. Le statistiche contano fino a un certo punto, di più conta la realtà vissuta ed è una realtà di forte disagio per la parte di popolazione più debole e con meno risorse.</p>



<p>Le statistiche dicono chiaramente che<a href="https://cittaclima.it/che-caldo-che-fa-arriva-a-roma/" target="_blank"> Roma è tra le città europee che più hanno peggiorato la propria situazione climatica negli ultimi anni.</a> Dal 1960 a oggi la temperatura estiva in città è aumentata di 2,66 gradi. I tempi in cui Audrey Hepburn e Gregory Peck sfrecciavano in Vespa nella Roma agostana – immortalati nei souvenir venduti oggi in centro storico – sono climaticamente lontani. Oggi i due rimarrebbero forse chiusi in un caffè con l’aria condizionata e la paura di fare anche solo una passeggiata all’aperto.</p>



<p>Un recente <a href="https://www.internazionale.it/magazine/susanne-gotze/2026/07/16/il-cambiamento-climatico-minaccia-la-citta-eterna" target="_blank">articolo comparso su “Internazionale” ha rilevato</a> che anche la stessa architettura storica della città è a rischio a causa dell’innalzamento delle temperature.</p>



<p>Questo stravolgimento climatico infatti ha effetti particolarmente duri nei quartieri più poveri, dove avere un impianto di condizionamento d’aria è un lusso, dove si vive in tante persone e in pochi metri quadri, dove si formano le isole di calore per concentrazione di cemento e assenza di spazi verdi.&nbsp;</p>



<p>In quegli stessi quartieri i tempi di attesa per gli autobus sono insopportabili in questi mesi e le poche aree verdi diventano aride steppe abbandonate per mancanza di cura da parte dei servizi comunali. Lo stesso disagio è vissuto da chi svolge i lavori più a rischio, come quelli esposti al sole come edilizia e rider oltre che ovviamente chi lavora in agricoltura.</p>



<p>Le responsabilità di questi rapidi e violenti impatti del cambiamento climatico sono note a chi legge Dinamopress, così come lo sono le possibili soluzioni e il ritardo doloso che la politica mondiale continua ad avere rispetto ai problemi generati dalla crisi climatica.</p>



<p>Tuttavia va ricordato che invece molto si potrebbe fare per attuare piani di adattamento al clima stravolto, mentre è poco quanto finora si è mosso.</p>



<p>Se non ci si può aspettare granchè dal governo fascistoide e negazionista di Meloni, che boccheggia tra una crisi e l’altra verso le elezioni, molto più deludente è osservare l’assenza di una visione ecosistemica per la protezione climatica della città da parte della attuale Giunta comunale capitolina.</p>



<p>Nel 2024 il Comune di Roma ha adottato un Piano per il Clima.<a href="https://leabertacaceres.noblogs.org/post/2024/06/10/proposte-e-commenti-della-rete-ecosistemica-romana-al-piano-clima-del-comune-di-roma/" target="_blank"> Associazioni e gruppi ecologisti avevano criticato fortemente questo piano per l’inadeguatezza e per la profonda incoerenza nei metodi utilizzati e nei contenuti,</a> ma sono rimaste inascoltate senza ricevere neppure una risposta al <a href="https://leabertacaceres.noblogs.org/files/2024/06/PianoClima-Rete-Ecosistemica.pdf" target="_blank">documento di critica presentato</a>.&nbsp;</p>



<p>A distanza di due anni, quelle critiche appaiono oggi ancora più fondate e sostanziali.</p>



<p>Anzitutto perché in questi due anni la giunta ha difeso strenuamente alcuni progetti edificatori che sono uno schiaffo in faccia a qualunque sostenibilità ecologica in epoca di crisi climatica. Stiamo parlando del progetto dello stadio della A.S. Roma a Pietralata e del progetto per l’area dei Mercati Generali a Ostiense.&nbsp;</p>







<blockquote><p>Entrambi i progetti sono, tra le altre cose, uno scempio ecosistemico e climatico. Il primo sorgerà su un bosco, il secondo su un “corpo idrico superficiale”, entrambe le aree sarebbero da preservare in modo estremamente accurato proprio per riuscire a difendersi dall’avanzata del calore estivo. La Giunta Gualtieri ha deciso invece di rovesciarvi sopra tonnellate di cemento.</p></blockquote>







<p></p>



<p>Non sono, purtroppo, gli unici casi. Nelle ultime settimane si sta parlando molto del progetto edilizio <a href="https://abitarearoma.it/montagnola-la-battaglia-si-sposta-al-tar-i-residenti-contro-il-progetto-dellex-deposito-ama/" target="_blank">di 20mila metri quadri sull’ex deposito AMA a Montagnola, </a>&nbsp;anche in quel caso, comitati locali stanno cercando di fermare quello che sembra un ennesimo favore alla speculazione cementificatrice.</p>



<p>Le opere svolte per il Giubileo si sono pure caratterizzate per colate cemento in molti punti della città, come si può vedere in piazza San Giovanni o in piazza dei Cinquecento, nonostante gli studi scientifici dimostrino che ciò che va fatto, per adattarsi al clima surriscaldato, è togliere il cemento, non aggiungerlo.</p>



<p><a href="https://www.scienzainrete.it/articolo/ha-senso-depavimentare-le-citt%C3%A0/jacopo-mengarelli/2026-07-14" target="_blank">Berlino, Lione, Valencia,</a> sono alcune delle città europee (non necessariamente guidate dal centro-sinistra, anzi) che stanno attuando pratiche concrete di depavimentazione e di rimboschimento urbano.&nbsp;&nbsp;</p>







<figure><img src="http://www.dinamopress.it/wp-content/uploads/2026/02/ExMercatiGenerali_Facebook_260206-1024x512.jpeg">L’area dei mercati generali a seguito di un disboscamento avvenuto a Febbraio 2026, FB Basta Speculazione</figure>







<p>A Roma accade drammaticamente il contrario, complice anche una gestione del verde pubblico spesso dubbia, che predilige il taglio di alberi che creino problemi ad una loro cura per quanto complessa.</p>



<p>Come se tutto questo non fosse sufficiente, il 23 luglio verranno definitivamente approvate le NTA, norme tecniche di attuazione del Piano regolatore che prevedono, ancora una volta, l’ ampliamento delle possibilità di cementificare, come denunciato da <a href="https://www.facebook.com/FFFroma/posts/pfbid02rE1bjjAnBwnHeSTigWpXE8xnmjip8SUitSN8pM8AdQNeav7BtuTfW5aLmZ3jbxQrl" target="_blank">Fridays For Future</a> che ha scritto «Le nuove Norme Tecniche Attuative (NTA) del Piano Regolatore arrivano al voto in Campidoglio e rischiano di consegnare Roma a palazzinari e speculatori.</p>



<p>Da oltre un anno ci mobilitiamo insieme a comitati e associazioni di tutta Roma per arginare queste modifiche, che investono 62 articoli su 113. Modifiche che riteniamo preoccupanti perché consentono di&nbsp;</p>



<p>•&nbsp; Dare incentivi per demolizioni e ricostruzioni più grandi, fino a +30% di volume.&nbsp;</p>



<p>• Trasformare case in studentati, case vacanze o edifici commerciali</p>



<p>• Accorpare edifici storici fino a 500 mq, sventrandoli, e mantenendo solo la facciata per farne hotel, fast food o negozi</p>



<p>• Monetizzare aree verdi e servizi pubblici.»</p>



<p>Ricordiamo infine che davanti ad un progetto mastodontico e devastante come il Porto di Fiumicino – <a href="https://www.dinamopress.it/news/porto-di-fiumicino-il-tar-smaschera-il-trucco-di-royal-caribbean/" target="_blank">per ora fermo grazie alla sentenza del Tar</a> – Gualtieri si era subito reso disponibile a utilizzare i fondi del Giubileo per le opere accessorie e di viabilità a esso collegate: strade, parcheggi, ancora cemento.</p>



<p>L’assenza di una seria politica climatica in città è determinata da vari fattori.&nbsp;</p>



<p>È noto l’assoggettamento storico alla lobby palazzinara guidata dalla famiglia Caltagirone che ha un peso politico enorme nei confronti di Giunte di qualunque colore, ma ormai questo non basta più a comprendere cosa stia accadendo.</p>



<p>Il passo verso cui si muovono all’unisono Comune e Regione è quello di una evidente messa a disposizione della città a fondi di investimento immobiliare internazionali che hanno il chiaro intento di riprodurre il “modello Milano”. </p>







<blockquote><p>Con questo termine intendiamo un modello estrattivista composto da turistificazione, sviluppo urbano iniquo e cementificatore, innalzamento insostenibile del costo della vita, svendita dello spazio e del patrimonio pubblico agli interessi della rendita immobiliare speculativa.&nbsp;</p></blockquote>







<p>Un modello che non potrà mai tutelare il verde pubblico e non ha nessun interesse a garantire la sopravvivenza in città per chi non ha seconde case in montagna o il condizionatore in ogni stanza.&nbsp;</p>



<p>Ricordiamo che dietro al progetto dei Mercati Generali vi è il fondo di investimento israeliano Hines, mentre si sono dimostrati interessati a sostenere lo stadio di Pietralata JP Morgan, Bank of America e Goldman Sachs. La rivista Generazione Magazine <a href="https://generazionemagazine.it/roma-regeneration-linsostenibile-leggerezza-dellestrattivismo-urbano/" target="_blank">in questo approfondito articolo ha dimostrato come questa modalità di gestione della città sia strutturale</a>, come dimostra il bando Roma REgeneration – della omonima Fondazione – che Campidoglio e Regione hanno patrocinato, mentre Rossella Marchini <a href="https://www.dinamopress.it/news/opinioni-a-confronto-e-un-appello-per-decidere-il-futuro-di-roma/" target="_blank">su Dinamo</a> ha di recente ricostruito la genesi di questo modello.</p>



<p>Gualtieri<a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2023/08/28/gualtieri-sposa-i-costruttori-a-roma-il-modello-milano/7273654/" target="_blank"> ha rivendicato pubblicamente</a> già nel 2023 che quello milanese sia il suo modello urbanistico, e in virtù di questa scelta continua ad invitare investitori in città.</p>



<p>La gravità di questo scenario è tale da lasciare aperte alcune domande a cui la politica cittadina sembra non voler dare risposte ma che suscitano interesse diffuso. <a href="https://nonnaroma.it/2026/07/03/il-futuro-della-citta/" target="_blank">L’appello lanciato da studiosx e urbanistx per un modello di città differente</a> – a partire da molte riflessioni analoghe a quelle qui esposte – ha suscitato attenzione e sostegno molto ampio, segnale che la città è preoccupata per quello che appare un futuro insostenibile ecologicamente e iniquo socialmente.</p>



<p>Eppure la coalizione al governo del Campidoglio appare indaffarata solo a prepararsi alle elezioni in modalità campo largo, o a posizionarsi rispetto alla querelle sul cinema Metropolitan, mentre fa passare in silenzio alcuni passaggi molto gravi come l’approvazione delle NTA che non a caso avvengono in un silenzioso tardo luglio in cui l’attenzione cittadina diminuisce sensibilmente.</p>



<p>Manca meno di un anno all’appuntamento elettorale.&nbsp; Sarebbe utile che tutto questo diventasse materia di dibattito aperto e soprattutto di sano conflitto sociale.&nbsp; Sarebbe utile che non ci si nascondesse dietro all’ennesimo There is No Alternative, alla narrazione sul debito e le casse vuote e neppure dietro al ricatto «o noi o torneranno i fascisti in Campidoglio».&nbsp;</p>



<p>Chi vive e chi vorrà vivere in futuro in questa città merita molto di più.</p>







<p>Foto di copertina, l’area dove si vuole costruire lo stadio di Pietralata, di Daniele Napolitano,</p>







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<figure><a href="https://www.dinamopress.it/news/sostieni-dinamopress/"><img src="http://www.dinamopress.it/wp-content/uploads/2020/02/BANNER-1-1024x209.png"></a></figure>
<p>L'articolo <a href="https://www.dinamopress.it/news/roma-il-caldo-il-cemento-e-lassenza-di-politiche-per-il-clima/">Roma: il caldo, il cemento e l’assenza di politiche per il clima</a> proviene da <a href="https://www.dinamopress.it">DINAMOpress</a>.</p>]]></description>
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            <category><![CDATA[crisi climatica]]></category>
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            <category><![CDATA[speculazione]]></category>
            <category><![CDATA[comune di roma]]></category>
            <category><![CDATA[approfondimenti]]></category>
            <pubDate>Thu, 23 Jul 2026 13:16:06 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[TRAVAGLIATO (BS): PROTESTA DENTRO E FUORI IL COMUNE CONTRO LA REALIZZAZIONE DEL MAXI DATA CENTER]]></title>
            <description><![CDATA[<p><a href="https://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2026/07/0-4.jpg"><img src="https://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2026/07/0-4.jpg"></a></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Si infiamma la protesta contro il maxi datacenter</strong> in progetto <strong>a Travagliato</strong>, a sud-ovest di Brescia. Martedì sera il Consiglio comunale ha visto la<strong> mobilitazione dei cittadini dentro e fuori dalle aule</strong>. Fuori dal Comune un <strong>presidio partecipato da oltre 300 persone</strong> con striscioni e cartelli; dentro la sala consiliare colma di cittadini e cittadine. <strong>Tre le interruzioni tecniche</strong> alla seduta del Consiglio.</p>
<p style="text-align: justify">Al centro della protesta il futuro dell’area Averolda a nord del paese bresciano, dove è in progetto un <strong>maxi datacenter promosso dalla società Terna Energia: 50mila i metri quadrati di consumo di suolo, fino a 300 i Megawatt di fabbisogno energetico</strong>. Numeri enormi per questo “mega-bunker” in progetto per Travagliato, dedicato all’archiviazione di dati per il cloud computing e l’Intelligenza Artificiale.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Non è dato sapere quali sarebbero le società utilizzatrici finali del datacenter, né quanta acqua servirebbe per raffreddarlo, tantomeno quanto calore potrebbe produrre. </strong>È una struttura di dimensioni paragonabili al consumo energetico istantaneo di grandi città, considerando che 300 Megawatt corrispondono al fabbisogno di circa 300mila abitazioni. <strong>Potrebbe fruttare al Comune 12 milioni di euro.&nbsp;</strong></p>
<p style="text-align: justify"><strong>Un&nbsp; progetto “fuori scala per il territorio”</strong> e che a detta delle minoranze consiliari è stato nascosto alla cittadinanza. Secondo il sindaco Renato Pasinetti invece, l’iter è ancora in una fase preliminare e mancano gli elementi per una valutazione complessiva.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Prossimo appuntamento il di 24 agosto</strong> in occasione della Conferenza dei servizi convocata dalla Provincia di Brescia che dovrà valutare questione della connessione alla rete nazionale, subordinata alla realizzazione dell’impianto.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>L’opposizione contesta in modo particolare il metodo e la gestione del calendario, come ha spiegato ai nostri microfoni il consigliere di opposizione e capogruppo di “Travagliato Bene Comune”, Alberto Trainini. <a href="https://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2026/07/Alberto-Trainini-Travagliato-Bene-Comune.mp3">Ascolta o scarica</a></strong></p>]]></description>
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            <category><![CDATA[energia]]></category>
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            <category><![CDATA[renato pasinetti]]></category>
            <category><![CDATA[travagliato]]></category>
            <pubDate>Thu, 23 Jul 2026 10:26:18 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[CRISI CLIMATICA: LOMBARDIA, EMILIA ROMAGNA, ABRUZZO E MARCHE COLPITE DA GRANDINATE E NUBIFRAGI. GRAVE SICCITA’ IN PIEMONTE]]></title>
            <description><![CDATA[<p style="text-align: justify"><strong><a href="https://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2026/07/doratorino_interno.jpg"><img src="https://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2026/07/doratorino_interno.jpg"></a>Continua l’ondata di nubifragi sul Centro-Nord Italia, con grandinate violente e forti raffiche di vento che stanno mettendo in ginocchio abitanti, aziende agricole e produzioni, ancora una volta alle prese con gli effetti sempre più devastanti degli eventi climatici estremi.</strong></p>
<p style="text-align: justify">In <strong>Lombardia</strong> le grandinate hanno interessato nuovamente le province di Brescia e Mantova, dove chicchi di ghiaccio del diametro di 4-5 centimetri hanno flagellato mais, meloni, angurie e zucche. La situazione più critica si registra nel Mantovano, dove si stimano perdite tra il 70 e l’80% delle produzioni orticole interessate. Alle conseguenze nei campi si aggiungono quelle sulle strutture aziendali e case civili, con tetti scoperchiati, automobili colpite dalla grandine, fienili crollati e serre gravemente compromesse.</p>
<p style="text-align: justify">In <strong>Emilia-Romagna</strong>, nuove grandinate accompagnate da raffiche di vento particolarmente intense hanno investito la provincia di Ferrara, provocando perdite irreversibili alle produzioni in pieno campo, soprattutto orticole e seminativi. Nel Modenese risultano inoltre gravemente compromesse le produzioni di cocomeri, meloni, pere e susine, in molti casi andate completamente perdute. Grave anche la situazione in <strong>Abruzzo</strong>, dove una violenta grandinata si è abbattuta su un’ampia area della provincia di Teramo, causando pesanti ripercussioni sulle campagne proprio nel pieno della stagione produttiva. Non solo. Nelle <strong>Marche</strong> sono stati colpiti anche i cittadini sfollati dal terremoto del 2016, che vivono da allora (e ancora oggi) nelle Soluzioni abitative d’emergenza (le Sae) in Appennino, nella frazione di Pieve Torina a Macerata. Qui gli abitanti segnalano danni ai tetti delle case prefabbricate dove ora si stanno verificando infiltrazioni d’acqua.</p>
<p style="text-align: justify"><strong>Situazione differente si registra in Piemonte.</strong> Qui la regione sta vivendo una grave emergenza siccità con precipitazioni inferiori alla norma e temperature da record. Il fiume Po presenta un deficit idrico che supera localmente il 75%, mentre oltre cento comuni hanno introdotto il razionamento dell’acqua potabile, specialmente nell’Alessandrino e nel Canavese. Il settore agricolo soffre, in particolare le colture di mais e riso che necessitano di tanta acqua.&nbsp;L’indice sintetico di siccità evidenzia condizioni di siccità severa in tutto il bacino del Tanaro, Scrivia e del Po a monte della confluenza con la Dora Baltea. Per fronteggiare la situazione la <strong>Regione Piemonte</strong> ha riattivato, in piena emergenza, l’Osservatorio per l’emergenza idrica e discusso della possibilita di aumentare i prelievi idrici dai fiumi da destinare all’agricoltura intensiva.</p>
<p style="text-align: justify">“La siccità viene ancora trattata come un’emergenza temporanea ma siamo ormai di fronte a un cambiamento strutturale che impone di ripensare la gestione della risorsa idrica. Ridurre l’impronta idrica delle nostre coltivazioni è un obiettivo fondamentale: la politica dovrebbe seguire le indicazioni della ricerca e della tecnica, dell’agroecologia, più che inseguire soluzioni propagandistiche”. L’intervista a <strong>Fabrizio Garbarino, presidente dell’Ari, Associazione Rurale Italiana e all’allevatore nell’astigiano <a href="https://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2026/07/Fabrizio-Garbarino-Associazione-Rurale-Italiana-siccita-emergenza-climatica-in-agricoltura.mp3">Ascolta o scarica&nbsp;</a></strong></p>
<p>&nbsp;</p>]]></description>
            <link>https://www.radiondadurto.org/2026/07/22/crisi-climatica-lombardia-emilia-romagna-abruzzo-e-marche-colpite-da-grandinate-e-nubifragi-grave-siccita-in-piemonte/</link>
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            <category><![CDATA[crisi climatica]]></category>
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            <category><![CDATA[piemonte]]></category>
            <category><![CDATA[ari]]></category>
            <category><![CDATA[caldo record]]></category>
            <category><![CDATA[grandine]]></category>
            <category><![CDATA[nubifragi]]></category>
            <pubDate>Wed, 22 Jul 2026 17:04:28 GMT</pubDate>
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