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            <title><![CDATA[Cinema in piazza per la Palestina]]></title>
            <description><![CDATA[<figure><img src="https://csoaipo.noblogs.org/files/2026/07/cinemapal-819x1024.jpeg"></figure>



<p>Torna il cinema all’aperto organizzato da Castelli Romani per la Palestina </p>



<p>Dove: Piazza della Rotonda, Albano </p>



<p>Venerdì 31 Luglio dalle 21.00</p>



<p><strong>“Ghost Hunting”</strong> </p>



<p>Il progetto del regista palestinese Raed Andoni è molto più di un film, è l’elaborazione collettiva dei traumi subiti quotidianamente, tramite il racconto dei prigionieri palestinesi sopravvissuti alle crudeli carceri sioniste.</p>



<p></p>



<p>Venerdì 7 Agosto dalle 21:00</p>



<p>“<strong>La rivolta del 1936-1939 in Palestina”</strong></p>



<p></p>



<p>Presentazione del libro di Ghassan Kanafani.  Lo scritto politico dell’intellettuale palestinese rappresenta un punto di riferimento utile alla comprensione del contesto, degli eventi e dei fattori che favorirono l’instaurazione del dominio economico e militare sionista in Palestina. </p>



<p>A seguire proiezione del film sulla rivolta.</p>



<figure><audio src="https://csoaipo.noblogs.org/files/2026/07/Spot-con-musica-Cinema-Castelli-Palestin-_qpuba_y.ogg"></audio></figure>



<p></p>



<p></p>]]></description>
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            <category><![CDATA[uncategorized]]></category>
            <pubDate>Sun, 26 Jul 2026 14:11:26 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Bologna, oltre la cronaca: l’omicidio di Abderrahim Fakir e la militarizzazione del Pilastro]]></title>
            <description><![CDATA[<p>Riceviamo e pubblichiamo questo comunicato della Federazione Emilia Romagna del PCARC sui gravi fatti di cronaca avvenuti al Pilastro di Bologna. Pur non condividendo l’accettazione dello scontro violento – che contrasta con la nostra linea editoriale basata sulla nonviolenza – riteniamo fondamentale dare spazio alle analisi, alle istanze e alla rabbia profonda di un quartiere che da mesi denuncia militarizzazione, speculazione, problemi ambientali e marginalità sociale. Il pluralismo e il diritto al dissenso passano anche dal dare voce alle diverse anime della protesta cittadina.</p>
<p>_________</p>
<p><strong>Bologna. Per Fakir: vendetta, organizzazione e prospettiva </strong></p>
<p><span data-olk-copy-source="MailCompose">Il </span><a href="https://www.carc.it/2026/07/20/bologna-per-fakir-nessuna-pace-senza-giustizia/">brutale assassinio di Abderrahim Fakir</a>&nbsp;materialmente eseguito nel quartiere Pilastro di Bologna il 19 di luglio da due agenti di Polizia non è un fatto isolato. Avviene in un <strong>quartiere militarizzato</strong>, dove da mesi, per piegare la resistenza dei residenti alla<strong> distruzione degli spazi verdi</strong> promossa dall’Amministrazione Lepore a fini speculativi, la Polizia ha malmenato e ferito decine di persone, sparato lacrimogeni ad altezza persona, pattugliato le strade giorno e notte perseguitando i residenti.</p>
Il brutale assassinio di Abderrahim Fakir avviene in un più generale contesto in cui le&nbsp;autorità politiche non alzano un dito di fronte a (assecondano attivamente) licenziamenti di massa, omicidi&nbsp;sul lavoro, smantellamento dei servizi essenziali, col degrado sociale che ne risulta.&nbsp;Avviene mentre&nbsp;contro gli immigrati e i loro figli, che sono una parte sempre più rilevante e combattiva dei lavoratori nel nostro paese, la propaganda di regime soffia sul fuoco della mobilitazione reazionaria, per trasformare in guerra tra poveri il disastroso corso delle cose funzionale agli interessi dalla classe dominante. Avviene nel corso della rappresaglia repressiva contro chi si oppone all’aggressione e allo sterminio indiscriminato dei popoli oppressi nel mondo e al procedere di una guerra che di fatto è già mondiale. Tutta violenza&nbsp;che, per lor signori, è&nbsp;evidentemente&nbsp;“normale”.

In sintesi, il brutale assassinio di Abderrahim Fakir sia per le cause che hanno portato un uomo, solo in mezzo a una strada, a gridare “aiuto” sia per il modo in cui i tutori dell’ordine (borghese) hanno soffocato quella voce è parte della guerra interna, che è guerra di classe. E quella voce non può spegnersi e non si spegnerà, perché risuona nei nostri cuori e nelle nostre teste,&nbsp;nei cuori e nelle teste di tutti coloro che non si rassegnano alla barbarie. E&nbsp;infiamma&nbsp;l’esistente.

Chi&nbsp;la sera del&nbsp;20 luglio si è ribellato alla barbarie, nonostante le minacce, i candelotti&nbsp;lacrimogeni&nbsp;sparati dai tetti,&nbsp;ad altezza d’uomo (<a href="https://www.instagram.com/p/DbFf-s5MB94/">ancor una volta</a>) e persino contro i&nbsp;Vigili del Fuoco, nonostante&nbsp;la caccia all’uomo, ha mandato a chiare lettere il messaggio che <i>se loro ci uccidono noi mettiamo a ferro e fuoco la città</i>, HA FATTO BENE. Ha protetto l’incolumità di tutte le masse popolari mettendo a repentaglio la propria. Piena e incondizionata solidarietà, complicità e supporto, dunque, ai compagni e le compagne fermate e ferite: sono un esempio per noi tutte e tutti.
Così come sono un esempio luminoso i lavoratori dell’Interporto,&nbsp;in larga parte&nbsp;immigrati organizzati&nbsp;dal Si Cobas, che, contro l’assassinio di un loro compagno, <a href="https://fb.watch/IwzHEgtkxb/">hanno bloccato per ore il traffico di merci</a>, creando file di chilometri intorno alla città. Ciò in barba ai decreti sicurezza, agli sciopericchi di due ore a fine turno e a chi dice che i lavoratori non sono più disposti a fare scioperi politici. Un fatto grande, passato sotto silenzio dalla propaganda di regime in un clima di generale diversione e intossicazione.

Sono un esempio i giornalisti&nbsp;del Comitato di Redazione del Tg regionale dell’Emilia Romagna che con un comunicato pubblicato hanno <a href="https://www.usigrai.it/comunicato-stampa-cdr-tgr-emilia-romagna-coordinamento-cdr-tgr-usigrai-aser-fnsi/">denunciato la censura</a>&nbsp;vigente nell’apparato mass mediatico di regime.

<strong>Abbiamo un problema con la Questura di Bologna&nbsp;</strong>

Presso la Questura di Bologna è operativo il VII Reparto mobile, che dal G8 di Genova ai recenti fatti del Pilastro ha una un’onorevole storia di “gestione dell’ordine pubblico” al servizio della reazione.<br>
Il VII Reparto mobile, e la Questura di Bologna più in generale, sono storicamente uno dei principali concentramenti di forze del Sindacato Autonomo di Polizia (SAP), che in questi giorni abbiamo sentito <a href="https://sap-nazionale.org/2023/news/il-sap-denuncia-il-sindaco-lepore-a-tutela-dei-poliziotti-feriti-nella-manifestazione-di-bologna/">minacciare il Sindaco e i manifestanti a ogni piè sospinto</a>.

Del SAP, in distacco sindacale fin dal primo giorno di servizio proprio da Bologna, è stato Segretario generale (2014-2018) Gianni Tonelli, uno che sull’impunità rispetto al razzismo di Stato e sulla violenza ha fatto carriera. Per capirci, proprio il giorno dopo la sua elezione a Segretario, la platea del Congresso del SAP tributò <strong>a chi ha assassinato Federico Aldrovandi</strong> una standing ovation di circa cinque minuti di applausi in “solidarietà”. Tonelli, oggi Presidente onorario del SAP, è poi diventato anche parlamentare (2018) e infine Responsabile del Dipartimento Sicurezza e Immigrazione della Lega.

Sono gli anni in cui la Prefettura di Bologna è guidata da un certo Matteo Piantedosi, che proprio in questo ambiente trova il suo trampolino di lancio.<br>
Tonelli è grande alfiere dell’introduzione del Taser per le forze dell’ordine e anche delle telecamere sulla divisa (per forzare la mano, il SAP diede le Spy pen ai suoi iscritti a Bologna), col presupposto che ovviamente questi filmati sono a uso e consumo del taglia e cuci della Questura, come dimostrano i fatti di questi giorni.<br>
Ma, parlando di Questura di Bologna, difficile non citare un altro dirigente del SAP, ovvero Marino Occhipinti noto <a href="https://www.nuovopci.it/dfa/avvnav79/avvnav79.html">esponente della Banda della Uno bianca</a>.

Insomma, è abbastanza evidente che abbiamo un problema con la Questura di Bologna. E non da ieri. Ci domandiamo e domandiamo al Sindaco, ai giornalisti di inchiesta, alla società civile: <strong>tutto questo è “normale”?&nbsp;</strong>

In questa situazione il polo di destra delle Larghe intese (governo Meloni e Ministro&nbsp;Piantedosi) cerca di barcamenarsi usando la situazione per dare l’assalto alla diligenza&nbsp;del “fortino Bologna” da sempre appannaggio del polo di sinistra delle Larghe intese&nbsp;e oggi amministrato da&nbsp;Lepore.

L’oggetto del contendere sono <strong>i miliardi che girano intorno al sistema delle cooperative</strong>, degli appalti pubblici, dell’indotto delle grande aziende, dei fondi statali per repressione, riarmo e guerra (l’unico vero “piano di ripresa e resilienza” che hanno in serbo per noi). Il teatrino Lepore – Piantedosi a favore di campagna elettorale&nbsp;è una contesa di affari sulla pelle delle masse popolari.

Sono, cioè,<i>&nbsp;uniti contro le masse popolari</i>. Ma sono anche effettivamente <i>divisi e</i>&nbsp;<i>in</i>&nbsp;<i>accanita concorrenza fra loro</i>. È opportuno vedere l’unità tra i due poli, per non farsi illusioni di sorta, ma è altrettanto opportuno anche vedere la lotta fra loro, perché la nostra azione sia tesa metterli uno contro l’altro e non a compattarli.
A tutti i compagni e le compagne attivi nelle organizzazioni che di fatto già compongono il variegato fronte anti-Larghe intese e che in questi giorni stanno discutendo sul che fare, sull’opportunità o meno degli scontri, diciamo che invece di tentare di fermare il vento con le mani dobbiamo spiegare le vele e ragionare di quale sbocco politico vogliamo dare al movimento cittadino e non solo.

Senza un ragionamento su <a href="https://www.carc.it/2026/07/03/pensare-e-agire-insieme-ora-per-un-governo-di-emergenza-popolare/">come costruiamo le condizioni</a>&nbsp;per <i>cacciare</i>&nbsp;le Larghe intese da Palazzo d’Accursio e dal governo del Paese le nostre mobilitazioni, non importa quanto disciplinate, combattive o partecipate, finiranno a uso e consumo della lotta tra gli sciacalli che oggi si contendono il palazzo.

Bologna e l’Emilia Romagna hanno una storia gloriosa di organizzazione popolare. Un solo esempio noto: nel quartiere Pilastro il <strong>Comitato Inquilini Villaggio Pilastro</strong> mettendo al centro il principio che è legittimo tutto quello che è negli interessi delle masse popolari, combinando occupazioni, scioperi al contrario, blocchi stradali, assemblee permanenti riuscirono a imporre all’amministrazione le misure necessarie al territorio.

Se ora da molto vicino guardiamo molto lontano, all’esperienza del movimento popolare americano <strong>contro l’ICE</strong>, il risultato non cambia: vediamo combinare <strong>video-controllo popolare</strong>, reti di mutuo soccorso, pattugliamenti di brigate in difesa del quartiere, assistenza porta a porta e campagne nazionali di carattere politico.

<strong>Le voci inascoltate che la politica non rappresenta più</strong>

Sul nostro territorio sono attive decine di realtà: sindacati, la Rete di resistenza legale, la campagna Lince, i comitati ambientalisti che fanno quotidianamente fronte alla repressione, le associazioni degli immigrati. Una convergenza cittadina di queste realtà che, oltre a promuovere mobilitazioni, sedimenta organizzazione e coordinamento, esercita il controllo popolare, esige l’epurazione delle cricche fasciste che si annidano nelle istituzioni (fuori i nomi dei due poliziotti!), tutela gli attivisti e le attiviste, organizza casse di resistenza, elabora le misure che servono al territorio e per questa via impone all’Amministrazione di essere riconosciuta come autorità popolare è la strada (l’unica) che possiamo&nbsp;percorrere.&nbsp;Questo è il modo, concreto, di mobilitarci PRIMA che avvengano le tragedie. Questo è anche il modo, concreto, di costruire un’alternativa qui e ora.

Anche per Fakir e per tutti i figli della Bologna operaia e popolare.
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/redazione-italia/">Redazione Italia</a></p>]]></description>
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            <category><![CDATA[questura bologna]]></category>
            <pubDate>Sun, 26 Jul 2026 13:43:34 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[La vicenda di Fakir ricorda che la salute mentale è (soprattutto) una questione di classe]]></title>
            <description><![CDATA[«La retorica della remigrazione che sta invadendo il dibattito pubblico lo terrorizzava»

di Samuele Maccolini, 23/07/2026



Dalle ultime informazioni rese pubbliche su Abderrahim Fakir emerge con chiarezza l’impatto delle politiche migratorie e della marginalità sociale sulla salute mentale. Chi ha chiamato la Polizia ha parlato di un uomo «in escandescenza» che stava urlando e prendendo a calci i portoni di un garage. Il presidente della Società italiana di medicina di emergenza-urgenza Alessandro Riccardi ha definito il comportamento di Fakir «delirio iperattivo», che è dovuto a «una predisposizione personale associata a stress emotivo». Un verbale del pronto soccorso suggerisce che l’uomo soffrisse di disagio psichico. Il 20 giugno Fakir era stato ricoverato al Pronto Soccorso dell’Ospedale Maggiore di Bologna perché si era fatto un taglio in un polso e aveva chiesto di parlare con uno psichiatra.

Al momento non si sa se l’uomo abbia ricevuto una diagnosi. Ma le ricostruzioni hanno accertato che negli ultimi mesi la salute mentale di Fakir stava peggiorando. I motivi sono legati alla condizione di straniero senza permesso di soggiorno. L’uomo era in Italia da quando aveva 7 anni. Al momento della morte era in attesa di ricevere la riconferma del permesso di soggiorno. Aveva comunque i documenti in regola poiché disponeva di un permesso temporaneo. Ma la possibilità di essere espulso dal Paese in cui viveva da oltre trent’anni lo preoccupava.

L’avvocata che stava seguendo la pratica, Barbara Spinelli, ha raccontato al Post che «la retorica della remigrazione che sta invadendo il dibattito pubblico lo terrorizzava». A giugno l’ufficio immigrazione della questura di Bologna gli aveva chiesto di presentarsi per chiarire la sua posizione. Nonostante fosse un passaggio ordinario nel processo per la richiesta di asilo, Fakir «era andato nel panico».
Secondo Spinelli, «il sistema penale e il sistema dei permessi di soggiorno sono un mix esplosivo che impedisce a tante persone di uscire dalla marginalità». La morte di Fakir fa luce sulle disuguaglianze nella salute mentale: chi vive ai margini subisce maggiormente la pressione psicologica del sistema, ma proprio quelle persone hanno meno possibilità di essere seguite e curate. Una questione (soprattutto) di classe.


<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/redazione-italia/">Redazione Italia</a></p>]]></description>
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            <category><![CDATA[fakir]]></category>
            <pubDate>Sun, 26 Jul 2026 13:12:52 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Sisma nelle Marche: il segretario CGIL smonta il racconto di Castelli]]></title>
            <description><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Una </span><a href="https://www.cronachemaceratesi.it/2026/07/23/grandinata-tetti-delle-sae-da-rifare-a-ussita-sfollati-due-volte/2089079/"><span style="font-weight: 400;">violenta grandinata il 21 luglio</span></a><span style="font-weight: 400;"> ha colpito gran parte del territorio marchigiano. Ad Ussita, sui Sibillini, è stata tale da sfondare i tetti delle SAE, le abitazioni di emergenza in poliuretano, in cui dopo dieci anni vivono ancora le persone colpite dai terremoti del 2016. Danni così ingenti, che diversi nuclei familiari saranno costretti a lasciare le strutture abitative per il periodo necessario al ripristino.&nbsp;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il 24 agosto cadrà il decimo anniversario della prima grande scossa che colpì Marche, Umbria e Lazio. Il mainstream istituzionale della destra da settimane ha iniziato la propria trionfante campagna per spiegare che la Ricostruzione è ad una fase fortemente avanzata.&nbsp;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il Commissario alla Ricostruzione (il quinto), nominato nel 2023 dalla Meloni, il sen. Guido Castelli (FDI), fino ad allora assessore regionale alla ricostruzione della prima giunta Acquaroli (FDI), lo scorso 22 giugno ha incontrato </span><a href="https://www.quirinale.it/it/comunicato/presidente-mattarella-ha-ricevuto-commissario-straordinario-governo-guido-castelli"><span style="font-weight: 400;">il Presidente Mattarella</span></a><span style="font-weight: 400;">, per consegnargli il “Rapporto sulla Ricostruzione 2026”. </span><span style="font-weight: 400;">Castelli è anche un forte sostenitore del concetto di ricostruzione ‘immateriale’ dei territori. Lo considera così estensivo che l’anno scorso finì al centro di un’inchiesta per l’</span><a href="https://www.rivieraoggi.it/2025/08/02/420344/guido-castelli-al-centro-di-uninchiesta-del-fatto-quotidiano-soldi-pubblici-per-la-comunicazione-ma-cantieri-post-sisma-fermi/"><span style="font-weight: 400;">uso dei fondi della ricostruzione</span></a><span style="font-weight: 400;">.&nbsp;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma a che punto è davvero la Ricostruzione nelle Marche? Basterebbe farsi un giro in questi luoghi, parlare con le persone, per sperimentare che la realtà è diversa. Ma la pressione politica ed istituzionale sui territori e sui Comuni è tale, che ben pochi hanno pubblicamente il coraggio di esporsi per raccontarla.&nbsp; </span><span style="font-weight: 400;">Ad averlo fatto è il segretario regionale della CGIL Marche Giuseppe Santarelli, che proprio in questi giorni ha deciso di rendere pubblico un </span><a href="https://docs.google.com/document/d/1I-aziyv5br3ltjmebFEEjPTcZGiL2oYHuB28SVy7mSE/edit?usp=sharing"><span style="font-weight: 400;">dossier fondato su dati e situazioni riscontrabili</span></a><span style="font-weight: 400;">.&nbsp;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“</span><i><span style="font-weight: 400;">La notizia – </span></i><span style="font-weight: 400;">scrive Santarelli riferendosi al rapporto del Commissario</span><i><span style="font-weight: 400;"> – sarebbe che i cantieri conclusi continuano a crescere</span></i><span style="font-weight: 400;">”. </span><span style="font-weight: 400;">Guardando i dati, nella ricostruzione privata su 36.149 richieste di contributo, ben 14.968 cantieri sono conclusi su 23.361 autorizzati e ben 8.393 sarebbero in corso. </span><b>A oggi sono rientrati a casa ben 5.452 nuclei familiari e quelli ancora fuori casa che sono nelle SAE (2.267) o che usufruiscono il contributo per disagio abitativo (5.796) sono in totale 8.759</b><span style="font-weight: 400;">. Questo determina uno scarto evidente tra le richieste di contributo fino ad adesso pervenute, cioè ben 36mila e le case danneggiate effettivamente occupate da nuclei familiari residenti, cioè 14.211.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“</span><i><span style="font-weight: 400;">Una seria analisi&nbsp; – </span></i><span style="font-weight: 400;">prosegue Santarelli </span><i><span style="font-weight: 400;">– dopo dieci anni dalla prima scossa dovrebbe quindi analizzare quanti cantieri conclusi riguardano fabbricati occupati effettivamente come prima casa, e quanti cantieri riguardano seconde, terze, quarte e altre tipologie di proprietà. In sostanza quanti dei 12,59 miliardi di euro finora concessi per la ricostruzione privata sono andati effettivamente per la ricostruzione di abitazioni della popolazione residente, quanti alle seconde case e quanti alla speculazione edilizia di case rivendute prima o dopo gli interventi ricostruttivi?</span></i><span style="font-weight: 400;">”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Scorrendo il dossier si evince che nella ricostruzione pubblica il ritardo è molto più marcato, infatti, su 3.667 interventi programmati sono stati stanziati 4,85 miliardi di euro e i lavori conclusi rappresentano solo il 18,6% del totale degli interventi. Sono il 21,3% i lavori in corso e quasi il 30% i progetti approvati ma ancora non partiti, quasi un terzo della ricostruzione pubblica non è stata ancora avviata o sta nella fase di progettazione. Riguardo al patrimonio scolastico su 459 interventi programmati per un valore complessivo di 1,6 miliardi di euro, solo 197 sono stati gli ordini di attivazione emessi.&nbsp;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“</span><i><span style="font-weight: 400;">Purtroppo – </span></i><span style="font-weight: 400;">commenta Santarelli</span><i><span style="font-weight: 400;"> – in questo specifico ambito i dati sono molto nebulosi poiché non c’è nessuna chiarezza su quanti cantieri sono terminati, quanti avviati e quanti ancora in fase di progettazione o addirittura di definizione delle gare</span></i><span style="font-weight: 400;">”.&nbsp;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La parte che riguarda l’analisi del programma Next Appennino è sicuramente molto importante, sia per il volume del valore complessivo del piano che è pari a 1 miliardo e 750 milioni, sia per le finalità del piano stesso che erano appunto quelle di contrastare l’abbandono attraverso la creazione di opportunità per vivere e lavorare nell’Italia centrale. Sono stati, infatti, 2353 i progetti di investimento attivati per un valore complessivo di 2,54 miliardi di euro e con 1,49 miliardi di contributi pubblici affiancati ad investimenti privati generati.&nbsp;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La misura A è pari a 1.080 milioni di euro e prevede oltre 800 interventi di cui 117 milioni per edifici pubblici, 124 man per sport e cammini, 216 milioni per la rigenerazione urbana, 62,5 mln per le strade comunali e 68 mln per le comunità energetiche rinnovabili.&nbsp;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La misura B pari a 700 mln di euro per sostegno agli investimenti e all’avvio di impresa con oltre 1300 progetti finanziati. Tra i vari contributi previsti nelle sottomisure anche il finanziamento con oltre 60 milioni di euro di 4 centri di ricerca universitari, a Camerino, della a Viterbo, a Spoleto e Teramo.&nbsp;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A tutto ciò vanno sommati gli interventi straordinari sul territorio attraverso i contributi del programma PNRR pari a 833,5 milioni di euro destinati ai comuni del cratere e gli investimenti della politica di coesione con i progetti FESR e FSE 2021/2027 che per i territori localizzati nell’area del cratere hanno significato altri 162,5 milioni di euro. Tra i progetti meritevoli di citazione il “Museo della Perdonanza” di L’Aquila, il progetto sulla “Perdonanza Celestiniana” e i “cantieri dell’immaginario” che hanno portato al capoluogo dell’Abruzzo quasi 7,5 mln di euro. Così come il “progetto di ibridazione tra Teatro e Tavola per rigenerare il territorio” assegnato al Comune di San Ginesio (Mc) per 3,5 mln di euro o quello assegnato al Comune di Montegiorgio dal titolo: “Montegiorgio, città della dieta mediterranea: verso la costruzione di un polo internazionale del benessere e del lifestyle” per 2,2 mln di euro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Poi il segretario della CGIL Marche arriva ad un’analisi prettamente politica, che fa proprie le diffuse valutazioni che nei territori sono ampiamente condivise, ma soffocate dal lobbismo politico molto intimidatorio della destra che governa la regione.&nbsp;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">“</span><i><span style="font-weight: 400;">Altro punto di grande interesse – </span></i><span style="font-weight: 400;">scrive Santarelli</span><i><span style="font-weight: 400;"> – è l’auto candidatura esplicita dell’on. Castelli alla gestione del nuovo programma di coesione europeo 2028-2034. In sostanza si propone il modello commissariale oltre le fasi di emergenza. Andrebbe infine analizzato a fondo proprio il modello del Commissario dal punto di vista politico, amministrativo e democratico e la personalizzazione del potere insita nel modello stesso. </span></i></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Le decisioni e gli obiettivi chiave della ricostruzione, nonché i criteri di allocazione delle risorse vengono definiti in modo fortemente discrezionale, sulla base di valutazioni di fattibilità e affidabilità operate dal Commissario in persona e da una cerchia ristretta di interlocutori selezionati. </span></i><i><span style="font-weight: 400;">Le vere vittime sono la partecipazione delle popolazioni colpite e il confronto democratico, sostituiti dalle relazioni fiduciarie e dalle affinità personali e politiche del Commissario. </span></i></p>
<p><i><span style="font-weight: 400;">Per queste ragioni andrebbe contrastato con forza il modello commissariale, non solo per la fragilità della governance, della dipendenza dalla persona e per l’opacità dal punto di vista democratico, ma perché questo modello di fatto rappresenta un dispositivo di supplenza che maschera le debolezza dello Stato, la frammentazione e la micro dimensione delle istituzioni locali e la crisi definitiva delle nostre democrazie. Così amministrazioni locali, professionisti e cittadini rischiano di trovarsi in una posizione di subordinazione rispetto alla struttura commissariale, dalla cui discrezionalità dipendono tempi, finanziamenti e possibilità di intervento. Ecco così che il potere pubblico rischia di trasformarsi da strumento di governo a meccanismo di autocelebrazione”.&nbsp;</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La notizia quindi, non è tanto la grandine che ha sfondato giorni fa i tetti delle SAE, ma il fatto che per molti marchigiani queste rimarranno ancora per anni la loro unica abitazione.&nbsp;</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/leonardo-animali/">Leonardo Animali</a></p>]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/07/sisma-nelle-marche-il-segretario-cgil-smonta-il-racconto-di-castelli/</link>
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            <category><![CDATA[contenuti originali]]></category>
            <category><![CDATA[politica]]></category>
            <category><![CDATA[ecologia ed ambiente]]></category>
            <category><![CDATA[rapporto commissario castelli]]></category>
            <category><![CDATA[ricostruzione sisma marche 2016]]></category>
            <pubDate>Sun, 26 Jul 2026 11:40:29 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[BRT Sedriano, Venerdì 24 agosto, si è discusso di Prevenzione e Sicurezza sul lavoro!]]></title>
            <description><![CDATA[<p>IL SI COBAS E LA RETE NAZIONALE LAVORO SICURO STANNO ORGANIZZANDO ASSEMBLEE RETRIBUITE SUI LUOGHI DI LAVORO AL FINE DI RENDERE EDOTTI I LAVORATORI SUL TEMA DELLA SICUREZZA SUI LUOGHI DI LAVORO.</p>
<p>STIAMO PARTENDO DALLA FILIERA BRT PER ESTENDERE LE ASSEMBLEE IN TUTTI I SETTORI.</p>
<p>LA SICUREZZA SUL LAVORO E’ PARTE INTEGRANTE DELLE RIVENDICAZIONI SINDACALI PER POTER ARRIVARE IL GIORNO PRIMA E NON IL GIORNO DOPO.</p>
<p>A PARTIRE DALLE MISURE PER IL CALDO DI QUESTO PERIODO PARTICOLARE DELL’ANNO CHE VEDE DEI MUTAMENTI CLIMATICI DEFINITI DAGLI ESPERTI STRUTTURALI, NEL SENSO CHE LA CANICOLA FA ORMAI PARTE DI QUESTA&nbsp; MUTAZIONE, CHE INCIDE SULLA SALUTE E LA SICUREZZA DI CHI LAVORA COSTRETTO A SOPPORTARE TEMPERATURE ESTREME.&nbsp; LE NS RIVENDICAZIONI IMMEDIATE,VISTO CHE I PADRONI NON HANNO INTENZIONE, AL SOLO FINE DI RISPARMIARE SOLDI, DI METTERE IN ATTO LE MISURE STRUTTURALI PER CREARE UN AMBIENTE DI LAVORO ADATTO ALLA STAGIONE, SONO LE SEGUENTI: 1- 10 MINUTI DI PAUSA OGNI ORA,2- FORNIRE ACQUA FRESCA GRATIS AI LAVORATORI, 3- MODIFCA ORARIO DI LAVORO, INTRODURRE STRUMENTI PER AREARE&nbsp; L’AMBIENTE,4-COSTRUIRE DEI LUNC-BOX RINFRESCATI DOVE I LAVORATORI POSSONO RIPOSARE I DIECI MINUTI. ANCHE QUESTE RIVENDICAZIONI IMMEDIATE VANNO CONQUISTATE CON LA LOTTA DEI LAVORATORI VISTO CHE LE AZIENDE NON SONO INTERESSATE A METTERLE IN ATTO.</p>
<p>BUONA LETTURA.</p>
<p>S.I. COBAS NAZIONALE.</p>
<p>-Resoconto-<br>
Venerdì 24 agosto nel magazzino BRT di Sedriano si è tenuta un’assemblea sui temi della prevenzione e della Sicurezza.<br>
L’incontro era stato preceduto e preparato con i delegati per meglio focalizzare le situazioni più rischiose che si debbono affrontare. Da subito era emerso un dato preoccupante che merita di essere indagato e studiate le cause. Altissimo è il numero di lavoratori con limitazioni e prescrizioni. Cause, quindi, da individuare ed arginare per tempo. Altrimenti tutto passa in cavalleria e le “colpe” restano a carico dei singoli lavoratori e di conseguenza viene sottostimato il ruolo dell’ organizzative del lavoro teso<br>
solo a velocizzare i processi. Uno dei problemi organizzativi da correggere riguarda la gestione dei pacchi di grandi dimensioni a cui non si abbinano sollevatori adeguati e ovviamente rimane un problema sempre ricorrente, e cioè, il peso di pacchi sopra la misura standard concordata. Questa questione per essere affrontata correttamente comporta una revisione/aggiornamento del DVR. Per tutte queste procedure costrittivie ad essere sollecitate oltremodo sono, le strutture osseo articolari. Accanto a questo nei mesi della canicola occorre che il medico aziendale svolga un ruolo attivo di sorveglianza per consigliare un impiego protetto ai lavoratori tcon patologie. Sempre a carico del medico aziendale ricade l’obbligo di legge ( art. 35 del Decreto 81/2008) di presentare i dati sanitari di ogni singolo lavoratore in forma anonima. Queste schede sanitarie vanno richieste e costituiscono la base per modificare i processi lavorativi che possono generare patologie. Diversi lavoratori presenti hanno posto domande e messo in luce aspetti che solo chi li vive in prima persone può testimoniare. Nella prospettiva di affinare meglio la conoscenza dei problemi abbiamo distribuito un questionario da cui attingere insegnamenti per il futuro. Alro modulo consegnato serve a raccogliere dati e circostanze degli incidenti e dei “quasi incidenti” che dovranno confluire in un registro per un proficuo studio statistico atto a prevenire e scongiurare incidenti che altro non sono che mancanza di prevenzione.<br>
Questa è una procedura prevista per legge che dovrebbe essere svolta dal datore di lavoro.</p>
<p>Così non è.&nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp; &nbsp;Arrivare il giorno prima per non dolersi poi è la ragione d’essere della Rete.</p>
<p>Rete Nazionale Lavoro Sicuro</p>
<p>LUGLIO 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://sicobas.org/2026/07/26/brt-sedriano-venerdi-24-agosto-si-e-discusso-di-prevenzione-e-sicurezza-sul-lavoro/">BRT Sedriano, Venerdì 24 agosto, si è discusso di Prevenzione e Sicurezza sul lavoro!</a> proviene da <a href="https://sicobas.org">S.I. Cobas - Sindacato intercategoriale</a>.</p>]]></description>
            <link>https://sicobas.org/2026/07/26/brt-sedriano-venerdi-24-agosto-si-e-discusso-di-prevenzione-e-sicurezza-sul-lavoro/</link>
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            <category><![CDATA[sicurezza sul lavoro]]></category>
            <category><![CDATA[nazionale]]></category>
            <category><![CDATA[in evidenza]]></category>
            <pubDate>Sun, 26 Jul 2026 11:32:00 GMT</pubDate>
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        <item>
            <title><![CDATA[Quale polizia per uno Stato democratico?]]></title>
            <description><![CDATA[<p>Riprendiamo dal sito <a href="http://volerelaluna.it">http://volerelaluna.it</a></p>
<p><b>Le manifestazioni per i 25 anni dal G8 di Genova e dalle violenze che l’hanno accompagnato e il gravissimo intervento contenitivo che ha portato alla morte assurda, a Bologna, di </b><span><b>Abderrahim Fakir </b></span>(nonché i fatti di ieri in <strong>Val di Susa</strong>, NdR)<b> hanno riacceso l’attenzione sulla polizia e la sua organizzazione</b>. Bisognerà parlarne ulteriormente nello specifico ma, prima, è necessario un inquadramento generale.</p>
<p><span>C</span>hi ha vissut<span>o la polizia&nbsp;</span>da dentro – come me, che ho vestito l’uniforme dal 1986 – sa che le conquiste democratiche non sono mai acquisite una volta per tutte. La riforma del 1981, la legge 121 che smilitarizzò la Polizia di Stato e riconobbe ai poliziotti il diritto di organizzarsi in sindacato, non fu un atto tecnico di riordino amministrativo, fu una scelta di civiltà, maturata dopo anni di discussione anche dentro le questure, con cui la Repubblica decise che la sicurezza dei cittadini doveva essere garantita da lavoratori con diritti, inseriti in un’amministrazione civile, sottoposti alla legge e non soltanto alla gerarchia. Quella scelta, destrutturata pesantemente dagli esiti del G8 di Genova, oggi viene ulteriormente erosa, non con un annuncio, ma con&nbsp;<b>una sequenza di provvedimenti, di simboli e di parole d’ordine che ridisegnano lentamente il volto della sicurezza pubblica in senso conservatore e militarista</b>.</p>
<p>Conviene intendersi su cosa significhi, concretamente, una deriva di questo tipo perché&nbsp;<b>non si tratta di elmetti e di parate, ma di un modello organizzativo e culturale nel quale l’obbedienza prevale sul discernimento</b>, la verticalizzazione del comando sostituisce la responsabilità professionale del singolo operatore e la polizia rinuncia ad essere un servizio pubblico tra i cittadini per tornare a essere un corpo separato, schierato di fronte a loro.</p>
<p>È un modello che l’Italia conosce bene, perché lo ha già praticato, e perché in parte lo conserva ancora:&nbsp;<b>delle quattro forze di polizia a competenza generale che il nostro Paese continua a mantenere, due sono tuttora ad ordinamento militare</b>. Un’anomalia europea che avrebbe dovuto essere risolta da tempo e che invece la destra oggi rivendica come virtù, come se la&nbsp;<i>stellettatura</i>&nbsp;fosse garanzia di efficienza e non, semmai, un residuo storico che complica coordinamento, trasparenza e diritti di chi ci lavora.</p>
<p>La destra di governo, davanti a questo quadro, non ripara ciò che non funziona, ma ne moltiplica criticità e disfunzioni. È un riflesso ormai riconoscibile dal momento che ogni problema di sicurezza genera la proposta di una nuova struttura, una nuova fattispecie penale, un nuovo decreto sicurezza, un nuovo reparto, mentre le questure restano sotto organico, i commissariati chiudono, la formazione viene compressa per accelerare l’immissione in servizio, la salute e sicurezza sul lavoro una chimera, il benessere organizzativo rimane una voce da convegno.</p>
<p>Chi conosce il mestiere sa che&nbsp;<b>la sicurezza non si produce per accumulazione di provvedimenti e direttive, ma con investimenti ordinari, noiosi, poco spendibili in conferenza stampa</b>: contratti dignitosi, tutele sanitarie e psicologiche, aggiornamento professionale serio, strumenti adeguati e regole chiare sul loro impiego. La retorica securitaria preferisce l’annuncio, perché l’annuncio non richiede competenza.</p>
<p>E qui sta un punto che ripeto da anni: la sicurezza non è materia di destra, è materia di chi la conosce. Affidarla a chi ne ha fatto soltanto una bandiera elettorale, senza averne mai attraversato la complessità tecnica, giuridica e umana, produce norme manifesto che scaricano sui lavoratori il peso di scelte politiche mal concepite.</p>
<p>Se poi qualcosa di nuovo andasse davvero istituito,&nbsp;<b>la struttura che manca all’Italia non è l’ennesimo reparto operativo ma un organismo indipendente di garanzia e valutazione</b>&nbsp;delle forze di polizia, sul modello dell’Inspectorate of Constabulary britannico, che – sin dal 1856 – ispeziona l’operato delle polizie del Regno Unito riferendo al Parlamento e all’opinione pubblica anziché al Governo, e la cui lunga esperienza dimostra che il controllo esterno non umilia chi lavora in divisa ma lo protegge, perché sottrae la valutazione professionale all’uso politico del momento.</p>
<p>Ma, soprattutto,&nbsp;<b>l’indirizzo, il funzionamento e l’organizzazione delle forze di polizia non possono essere elaborazione affidata al dicastero della Difesa</b>, per ragioni di opportunità istituzionale, politica e giuridica.</p>
<p>C’è poi il piano simbolico, che è tutt’altro che trascurabile.&nbsp;<b>La narrazione dell’agente eroe</b>, del superuomo in divisa che si sacrifica per la patria (tanto caro alla destra, ma non disdegnato da altre prospettive politiche) sembra un omaggio o un pubblico riconoscimento, e invece <b>è una trappola perché serve a coprire con la retorica ciò che manca nella sostanza</b>: se il poliziotto è un eroe, non è un lavoratore, e se non è un lavoratore non ha bisogno di contratti dignitosi, di riposi rispettati, di sostegno quando il mestiere lo consuma.<b>&nbsp;</b></p>
<p><b>I dati sul disagio psichico e sui suicidi tra gli operatori delle forze dell’ordine raccontano una realtà che la propaganda dell’eroismo non vuole vedere</b>, perché vederla significherebbe ammettere responsabilità organizzative e istituzionali. I suicidi sono 2,5 volte quelli della popolazione generale. La cultura militarista aggrava questo meccanismo, perché in una istituzione pensata militarmente la fragilità è una colpa, chiedere aiuto è un’ammissione di inadeguatezza, e il silenzio diventa la prima regola di sopravvivenza professionale. Inaccettabile la riproposizione dei cappellani militari per contrastare il cosiddetto “disagio”.</p>
<p><b>Ma il danno più profondo di una torsione autoritaria della sicurezza pubblica non lo pagano soltanto i poliziotti, lo paga la democrazia</b>. Una polizia concepita come strumento del governo di turno, anziché come funzione della Repubblica, cambia natura perché il dissenso diventa minaccia da contenere e non diritto da proteggere, la piazza diventa terreno di scontro e non luogo costituzionalmente presidiato, il manganello sostituisce la gestione professionale dell’ordine pubblico che le nostre migliori tradizioni operative hanno costruito in decenni di esperienza e di mediazione. Ogni nuova fattispecie penale pensata per colpire una forma di protesta, ogni norma che amplia i margini della discrezionalità repressiva, ogni parola d’ordine che divide i cittadini in amici e nemici,&nbsp;<b>mette gli operatori in prima linea in una posizione impossibile, chiedendo loro di essere l’interfaccia fisica di una conflittualità che la politica ha creato e che la politica avrebbe l’onere di disinnescare</b>.</p>
<p><b>L’efficacia stessa del lavoro di polizia, in un ordinamento democratico, si fonda su un capitale che nessun decreto può stanziare: la fiducia dei cittadini</b>. Un’operatrice o un operatore che la comunità riconosce come garanzia ottiene collaborazione, informazioni, prevenzione.&nbsp;<b>Una forza di polizia percepita come occupante ottiene silenzio e ostilità</b>, e finisce per lavorare peggio, con più rischi per sé e per gli altri. La deriva militarista, oltre che ingiusta, è dunque anche tecnicamente stupida perché consuma il capitale di fiducia costruito in più di quarant’anni di polizia civile per incassare un dividendo elettorale di breve periodo.</p>
<p>Un sindacato di polizia non corporativo (e, dunque, diverso dalla quasi totalità delle sigle odierne ad eccezione del Silp) non è un dettaglio di questa storia, ma uno dei suoi presidi.&nbsp;<b>La sindacalizzazione voluta nel 1981 nacque esattamente per impedire che gli apparati della sicurezza tornassero ad essere corpi opachi, impermeabili alla società, disponibili a qualsiasi uso</b>. Un poliziotto con diritti, che può discutere le condizioni del proprio lavoro, che può dissentire nelle forme che la legge gli riconosce, che soprattutto ha quel diritto di sciopero regolamentato mai concesso, ma anche mai rivendicato, è un poliziotto che ha imparato a distinguere tra l’ordine legittimo e l’ordine soltanto ordinato.</p>
<p>Difendere questa distinzione, oggi che qualcuno la vorrebbe sfumare, non è nostalgia riformista, è il modo concreto in cui chi porta la divisa continua a servire la Costituzione prima di qualsiasi governo, sapendo che una polizia democratica si misura non da come tratta chi la applaude, dai like sui social, ma da come garantisce i diritti di chi la contesta.<br>
Non si tratta di elaborazioni teoriche, ma della realtà che viviamo e che meriterebbe un approfondito e partecipato dibattito pubblico nel Paese.</p>
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/redazione-italia/">Redazione Italia</a></p>]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/07/quale-polizia-per-uno-stato-democratico/</link>
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            <category><![CDATA[diritti umani]]></category>
            <category><![CDATA[non discriminazione]]></category>
            <category><![CDATA[polizia e democrazia]]></category>
            <category><![CDATA[inspectorate of constabulary britannico]]></category>
            <category><![CDATA[silp]]></category>
            <category><![CDATA[sindacato dei lavoratori della polizia]]></category>
            <pubDate>Sun, 26 Jul 2026 11:26:32 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[La scintilla a Tell: come la Resistenza di un villaggio ha sconvolto la strategia israeliana in Cisgiordania]]></title>
            <description><![CDATA[<p>La Cisgiordania non rimarrà in silenzio per sempre; si solleverà nel momento e nel luogo scelti dal suo popolo, rendendo inutili le previsioni politiche convenzionali. Di Ramzy Baroud – 25 luglio 2026 Durante un incursione militare sulla piccola città di Tell, a Sud-ovest di Nablus, un momento di aperta Resistenza ha infranto l’illusione della totale … </p>
<p><a href="https://www.invictapalestina.org/archives/63223">Leggi tutto<span> "La scintilla a Tell: come la Resistenza di un villaggio ha sconvolto la strategia israeliana in Cisgiordania"</span></a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.invictapalestina.org/archives/63223">La scintilla a Tell: come la Resistenza di un villaggio ha sconvolto la strategia israeliana in Cisgiordania</a> proviene da <a href="https://www.invictapalestina.org">Invictapalestina</a>.</p>]]></description>
            <link>https://www.invictapalestina.org/archives/63223</link>
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            <category><![CDATA[tutti gli articoli]]></category>
            <pubDate>Sun, 26 Jul 2026 10:59:09 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[La storia di un’acciaieria, diossine, lavoro schiavo e campi di grano]]></title>
            <description><![CDATA[<p>All’indomani degli scontri in Val di Susa –&nbsp; sbandierati da tutti i tg nazionali che hanno pressoché taciuto delle migliaia di attivisti nonviolenti in marcia, per incrementare come al solito con la paura il bisogno indotto di sicurezza – riportiamo dal sito del <a href="https://serenoregis.org/2026/05/28/la-storia-di-unacciaieria-diossine-lavoro-schiavo-e-campi-di-grano/">&nbsp;Centro Studi Sereno Regis</a> un articolo di Nicoletta Dosio che spiega esaurientemente le ragioni del movimento No Tav. Ci piace inoltre ricordare che il corteo di ieri era parte integrante del Festival dell’Alta Felicità di Venaus, modello di condivisione e convivialità da anni ormai (d.m.)</p>
<p>I guai della Valle non sono finiti, lo sappiamo: i cantieri TAV avanzano imperterriti… l’autostrada non emette certo aria balsamica… i PFAS avvelenano le acque… Ma almeno, sul versante acciaieria, la tregua regge… E, invece, no!</p>
<h3>Il primo fu Cravetto</h3>
<p>Campi di granoturco coperti di polvere gialla; gialla la terra del cortile, la caligine che sporcava l’azzurro del cielo; gialla la patina che, nonostante le spolverature, tornava invariabilmente a ricoprire i mobili di casa, i libri accumulati sul tavolo; giallo il respiro che ti restava in gola e ritrovavi nel fazzoletto…..giallo di un giallo rossastro e bruciato il fumo che, giorno e notte si alzava dal tetto e tracimava dalle pareti dell’<strong>A</strong><strong>cciaieria Cravetto</strong>, al confine tra Bruzolo e San Didero, per allargarsi lungo la Valle, la mattina portata in alto dalla brezza di valle e, la sera, schiacciata in basso dalla brezza di monte, senza uscirne mai. Si lavorava ventiquattr’ore su ventiquattro. Di notte il cielo intorno all’edificio riverberava dell’inquietante bagliore della colata continua.</p>
<p>Finivano gli anni settanta. Mi ero trasferita in valle per lavoro e per passione. Avevo trovato casa a Bruzolo, in una specie di garage riadattato, poco più che una stanza con vista sulla fonderia e sul viavai dei treni che, dalla stazione vicina, attraverso un apposito binario, portavano ai forni vagoni di rottami. Infatti l’impianto era di seconda fusione, alimentato dagli scarti delle rottamazioni, per questo più pericoloso e inquinante.</p>
<p>La vita degli operai era grama, pericolosa, tra l’inferno arroventato del forno a colata continua e il gelo che entrava dai grandi portali aperti, l’unico sistema adottato per lo smaltimento-fumi. Alcuni degli addetti al forno appartenevano al collettivo che avevo cominciato a frequentare. Da loro giungevano notizie sull’alto numero di infortuni, i danni alla salute, la fatica che rendeva invivibile il tempo di lavoro e non si smaltiva mai, i salari bassi. Fu organizzato uno sciopero, i forni spenti. La risposta? Licenziamenti in tronco e denunce per sabotaggio. Col tempo e la mediazione dei sindacati, alcuni dei licenziati furono riassunti, ma con un pesante ricatto: l’impegno a rinunciare a scioperi e rivendicazioni.</p>
<h3>Da Badò come in trincea</h3>
<p>L’<strong>A</strong><strong>cciaieria Cravetto</strong>&nbsp;non era l’unica della Valle: nel Comune limitrofo di Borgone erano attive le&nbsp;<strong>Officine Ferriere Alpine Badò.</strong><strong>&nbsp;</strong>Situazione simile, scioperi assenti. Nessun contatto con i lavoratori, inquadrati e legati al padrone da vincoli di fedeltà militare. Infatti Badò, ex ufficiale degli alpini, assumeva solo i suoi soldati e i loro figli: generazioni di “penne nere” che andavano agli altiforni come al “campo dell’onore”. Tanta dedizione non evitò i licenziamenti, quando, nei primi anni ’80, la fabbrica chiuse, prendendo le compensazioni CEE per lo smantellamento della siderurgia italiana. Ricordo l’assemblea di chiusura, nel cortile dello stabilimento: la tarda mattinata di un giorno di pioggia, un gruppo nero di ombrelli, figure silenziose, consumate dalla fatica e dalla silicosi, fedeli fino all’ultimo.</p>
<p><strong>Poi vennero Ferrero e la mina del mega-elettrodotto.</strong><strong>&nbsp;</strong>A metà anni ’80 la&nbsp;<strong>Cravetto</strong>&nbsp;fu messa in vendita e divenne l’<strong>A</strong><strong>cciaieria Ferrero</strong>.<strong>&nbsp;</strong>Sì, proprio il&nbsp;<strong>“</strong><strong>colosso Ferrero</strong><strong>”</strong><strong>,</strong>&nbsp;la radice di un vasto impero che nelle attività di famiglia, sia pure con società separate, può esibire colate di acciaio e colate di cioccolato…</p>
<p>Allargata e ristrutturata la fabbrica aumentò la produzione e con essa l’inquinamento.<strong>&nbsp;</strong>In una valle da cui se ne erano andate, delocalizzate altrove, le produzioni sostenibili ed era aumentata la disoccupazione,&nbsp;<strong>Ferrero</strong>&nbsp;assumeva e, col ricatto del posto di lavoro, teneva in pugno le amministrazioni pubbliche ed alimentava la guerra tra poveri, contrapponendo operai e popolazione, diritto al lavoro e diritto alla salute, produzione sempre più inquinante e cura della terra e della vita. Essendo gli operai in buona parte abitanti della zona, le contraddizioni si incuneavano nelle famiglie, anzi, nella coscienza stessa di chi, ogni giorno tornava in fabbrica con rabbia e rassegnazione.</p>
<p><strong>A inizio anni ’90 scoppiò il caso del Mega-elettrodotto Grand Ile – Moncenisio – Piossasco,</strong>&nbsp;destinato a portare in Italia energia elettrica a 380 mila volt, proveniente dalla centrale nucleare francese a plutonio&nbsp;<strong>Superfenix</strong>. L’infrastruttura avrebbe dovuto affiancarsi a media costa, lungo tutto il percorso, ad un elettrodotto già esistente, con tralicci fino a sessanta metri. Una bomba, dal punto di vista sanitario, ambientale e paesaggistico: i rischi per la salute creati dai campi elettromagnetici, la fragilità dei versanti montani soggetti a continui smottamenti, l’impatto paesaggistico di un mega-impianto svettante su boschi e rocce.</p>
<p>Il progetto trovò l’immediata opposizione delle valle. Tra le ragioni anche il rifiuto a un tipo di produzione energetica che dal nucleare traeva alimento. La lotta, partita da un comitato spontaneo ed allargatasi, sia in Italia che in Francia, alle amministrazioni comunali dei territori interessati, si concluse nel 1994, con il NO del Ministero dell’Ambiente, contrario all’opera. Fu una vittoria faticosa, insidiata dalle ambiguità delle amministrazioni sovra-comunali, contrastata dalla lobby del nucleare, avversata apertamente dai potentati economici che coglievano nell’iniziativa popolare un allarmante segno di contro-potere.</p>
<h3>Il momento più difficile ed insidioso: l’acciaieria Ferrero</h3>
<p>Nel 1991, quando sembrano ormai prevalere le ragioni del NO, arriva, come un fulmine a ciel sereno, la notizia: senza l’elettrodotto, l’Enel non sarebbe più in grado di rifornire adeguatamente l’azienda.&nbsp;<strong>Ferrero</strong>&nbsp;preannuncia la chiusura. E’ la prospettiva di licenziamento per quattrocento lavoratori. I dipendenti, col sostegno dei sindacati, si schierano a favore dell’opera. A chi, sospettando sporchi giochi sotterranei tra padroni, mette in dubbio la veridicità del problema energetico e vede nel ricatto occupazionale il cavallo di Troia per imporre alla valle la Grande Mala Opera, si risponde:&nbsp;<strong>“Meglio morire di malattia domani che di fame oggi”.</strong></p>
<p>Davanti al ricatto occupazionale, le amministrazioni comunali sono in difficoltà (e tuttavia, in Consiglio di Comunità Montana il NO vince, sia pur di stretta misura).</p>
<p>Non vogliamo perdere i contatti con la fabbrica ed organizziamo un volantinaggio davanti ai cancelli, a cambio turni, per ribadire le ragioni dell’opposizione. I volantini vengono rifiutati. Gli operai se ne vanno a testa bassa. Più che ostilità, c’è rassegnazione.</p>
<p>Il 18 gennaio 1993 tocca alla Regione esprimersi: è l’ultimo passaggio prima della decisione definitiva, che spetta al Ministero dell’Ambiente. Per quel giorno i sindacati proclamano lo sciopero: uno sciopero inusuale, con il salario garantito e gli operai portati in pullman a manifestare davanti alla Regione. Nel pomeriggio la manifestazione si sposta a Bussoleno, con assemblea nell’aula consiliare della Comunità Montana. Decidiamo di partecipare: una delegazione minuscola, di due sole persone, e non per provocare, ma ancora una volta per denunciare i termini reali della situazione: non solo i rischi sanitari e ambientali, ma anche l’inverosimiglianza della penuria energetica dichiarata dall’Enel e sottoscritta dal padrone.</p>
<p><strong>Ricordare quell’esperienza ancora mi fa male</strong>: l’ostilità degli operai, le accuse da parte dei delegati sindacali, l’invito a uscire dalla sala… Alla fine, i fatti ci danno ragione: niente elettrodotto e niente chiusura dello stabilimento. In compenso chiude l’<strong>A</strong><strong>cciaieria Ferrero&nbsp;</strong>di Settimo Torinese. Dipendenti e lavorazioni vengono trasferiti in blocco a San Didero. Dentro la fabbrica le condizioni di lavoro si fanno critiche: turni massacranti, ritmi insopportabili, ambiente sovraffollato di uomini e lavorazioni, insufficienti misure di sicurezza, inquinamento fuori controllo. Gli infortuni e gli incidenti mortali sono all’ordine del giorno.</p>
<p>Di quell’inferno restano i titoli sui giornali dell’epoca:&nbsp;“Operaio alla Ferrero precipita da trenta metri”…”Operaio colpito alla testa da un tondino di trenta chili”…”Risucchiato dall’impianto aspirazione fumi, ha le gambe maciullate dalla ventola”….&nbsp;Si muore di fabbrica anche fuori dalla fabbrica, come l’operaio che, all’uscita dal turno di notte, viene ripetutamente investito dalle auto dei compagni che, morti di stanchezza e con gli occhi ancora abbacinati dalla vampa della colata continua, non si accorgono di lui che cammina a bordo strada.</p>
<p><strong>Oltre ai danni, anche le beffe</strong>: agli infortunati si riduce lo stipendio o peggio, come succede ad un addetto ai forni, se l’invalidità è permanente e non permette più di svolgere le funzioni di contratto, non vengono spostati ad altre mansioni, ma licenziati. In fabbrica si muore e sul territorio ci si ammala. I veleni dell’Acciaieria si assommano all’inquinamento prodotto prima dai cantieri autostradali, poi, dall’entrata in funzione dell’autostrada stessa, a metà anni ’80. Aumentano in modo esponenziale malattie come l’endometriosi, il cancro alla laringe, allo stomaco, alla vescica. Si guarda con preoccupazione anche agli allevamenti e ai prodotti agricoli. Da amministrazioni comunali e semplici cittadini partono a più riprese richieste di controlli sanitari e ambientali, ma per anni resteranno senza risposta.</p>
<h3>Beltrame. Diossina, PCB e Cesio 137</h3>
<p>Intanto, nel 2002 avviene l’ennesimo cambio della guardia: il&nbsp;<strong>G</strong><strong>ruppo Ferrero</strong>&nbsp;vende l’acciaieria al gruppo vicentino delle&nbsp;<strong>A</strong><strong>cciaierie Beltrame</strong>. Cresce la produzione e si aggravano ulteriormente i problemi: l’inquinamento ambientale travolge tutti i parametri di tollerabilità.</p>
<p>Sindaci e comitati di cittadini protestano. Petizioni ed esposti alla magistratura mettono in moto i controlli sanitari e infine l’<strong>Arpa</strong>&nbsp;entra in azione posizionando centraline di rilevamento-inquinanti in vari punti della valle. Nelle polveri dell’<strong>A</strong><strong>cciaieria</strong>&nbsp;vengono rilevate diossine in quantità che supera di venti volte i limiti di legge. Aria, acqua e suolo risultano avvelenati non solo nei Comuni adiacenti la fabbrica, ma in tutta la Bassa Valle, da Susa ad Avigliana.</p>
<p>Nel 2005, a San Didero e Bruzolo, i monitoraggi effettuati da&nbsp;<strong>ASL</strong>&nbsp;e&nbsp;<strong>ARPA&nbsp;</strong>su latte e suoli rilevano una tale concentrazione di diossina e PCB, da imporre il divieto di consumare e vendere latte, latticini e prodotti agricoli. L’anno prima, a fine ottobre, si era rischiato l’incidente nucleare: nel forno di fusione entra materiale radioattivo,&nbsp;<strong>Cesio 137</strong>, di cui si scoprono le tracce nei fumi e nei residui di lavorazione. L’<strong>ARPA</strong>&nbsp;interviene e blocca il forno, circoscrivendo in tal modo l’incidente.</p>
<p>Anche questo è il segno dei tempi: il materiale che arriva alla fusione è infestato da tutti i veleni del mondo, non solo vernici, oli, carburanti, ma anche l’uranio impoverito degli scarti di guerra: magari è la guerra in Jugoslavia a lasciare il segno anche in Val di Susa…</p>
<p>La storia va avanti ancora per dieci anni, tra ordinanze di chiusura, prescrizioni della Regione che impongono la messa a norma degli impianti per l’abbattimento-fumi, puntualmente disattese perché non convenienti ai profitti aziendali, azioni di protesta del&nbsp;<strong>Comitato Emissioni Zero</strong>, con sit-in ed assemblee davanti ai cancelli. Ma ecco che, a fine 2013, arriva il preavviso di chiusura, inaspettato perché parallelo a ripetute istanze di ampliamento, con la prospettiva di licenziamento per i trecentocinquanta lavoratori. Parte uno sciopero e un’assemblea sul piazzale d’ingresso. Anche questa volta, come al tempo ormai lontano di Badò, piove a dirotto, ma a differenza di allora, la folla di ombrelli dice la presenza massiccia: gli operai hanno portato le famiglie, compresi i bambini.</p>
<p>A questo punto la vicenda&nbsp;<strong>Beltrame</strong>&nbsp;si intreccia con la tattica di infiltrazione&nbsp;<strong>TAV</strong>&nbsp;in valle. Al tavolo di trattativa istituito in Regione tra assessori, azienda e sindacati, compare un personaggio ben noto: l’architetto Virano, già amministratore delegato della&nbsp;<strong>SITAF</strong>&nbsp;ed ora commissario governativo per la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità. Ai dirigenti&nbsp;<strong>Beltrame</strong>&nbsp;che, adducendo gli alti costi di gestione, si dicono costretti a chiudere “a meno che non intervengano aiuti economici”, risponde prontamente Virano ipotizzando di usare le compensazioni TAV “quali aiuti economici per trovare soluzioni”. Le soluzioni sono che si chiude, ma non del tutto:&nbsp;<strong>conviene&nbsp;</strong><strong>sempre tenere un piede in una&nbsp;</strong><strong>v</strong><strong>alle strategica dal punto di vista delle comunicazioni, la cui storia industriale insegna quanto sia facile il “mordi e fuggi”.</strong></p>
<p>A gennaio 2014 viene chiuso il reparto fusione, mentre rimane in funzione il laminatoio. La maggior parte del personale&nbsp;<a href="https://www.lavalsusa.it/de-profundis-per-lacciaieria-beltrame/" target="_blank">è licenziato</a>&nbsp;e, i pochi sopravvissuti sono a rapporto interinale, con contratti di pochi mesi. Naturalmente nessuna bonifica del territorio, nessuna sanzione per chi ha praticato l’usa e getta a livello sociale e ambientale…</p>
<p><strong>Oggi l’acciaieria è un gigante arrugginito silenzioso</strong>. Dai portali aperti si intravedono cumuli di ferraglia e di materiale indefinibile. Davanti al laminatoio sono posteggiate una decina di auto.</p>
<p>A qualche centinaio di metri, oltre la ferrovia e la statale, si aprono i piazzali del nuovo autoporto. “Si aprono” è un eufemismo, perché in realtà la zona continua ad essere blindata e militarizzata in funzione “anti-NO TAV”. Anche questa parte del territorio è legata alla storia delle acciaierie: qui, lungo le sponde della Dora per lungo tempo vennero scaricate le polveri e le scorie delle fusioni. Poi la natura si riprese quello che era suo e bonificò i terreni, con la nascita di un bosco giovane ma folto, che si popolò rapidamente di animali selvatici. Ora la sciagurata alleanza&nbsp;<strong>TELT-SITAF</strong>&nbsp;ha raso al suolo quel polmone verde per costruire svincoli autostradali, piazzali intasati di prefabbricati e percorsi da mezzi militari. Nella “terra di nessuno” tra acciaieria e autoporto resiste il presidio NO TAV.</p>
<h3>A volte tornano… e la lotta continua.</h3>
<p>La natura è forte, bella, materna e sa lenire le ferite. Oggi, nella zona che subì i veleni delle acciaierie il cielo è limpido e la terra sorride. Sui prati mucche al pascolo, negli orti un rigoglio di insalate ed erbe aromatiche. I frutteti promettono abbondanti raccolte. Sono tornati i campi di grano con papaveri e fiordalisi. Si punta su una filiera di prodotti alimentari a chilometro zero. All’ingresso di Bruzolo spicca un cartello di accoglienza: “Bruzolo città del miele”. A San Didero si tiene ogni sabato il “mercato contadino” di produzioni locali. I guai della Valle non sono finiti, lo sappiamo: i cantieri TAV avanzano imperterriti… l’autostrada non emette certo aria balsamica… i PFAS avvelenano le acque… Ma almeno, sul versante acciaieria, la tregua regge…</p>
<p>E, invece, no!&nbsp;<strong>Beltrame</strong>&nbsp;vuole rimettere in funzione il reparto-fonderia,&nbsp;<strong>riattivando e potenziando il forno a colata continua.</strong>&nbsp;La notizia è arrivata a bruciapelo, attraverso la Città Metropolitana, l’ente competente a concedere l’autorizzazione: dapprima una richiesta informale di verifica circa la congruità della documentazione, poi la richiesta ufficiale di autorizzare la riapertura.</p>
<p>I tempi per i ricorsi sono limitati. Insieme a Bruzolo e San Didero si stanno attivando anche i comuni confinanti.&nbsp;<strong>Le promesse sono quelle del passato, mai rispettate</strong>: centinaia di posti di lavoro, sistemi di sicurezza, impianti all’avanguardia contro l’inquinamento, benessere per tutti…. Davanti al ricatto occupazionale di sempre, le amministrazioni comunali si sentono prese tra l’incudine e il martello.</p>
<p>Nella popolazione c’è malumore e preoccupazione. ll passato brucia ancora e la memoria resta: i prelievi sanitari che rivelano diossina nel sangue, il blocco delle produzioni lattiero-casearie, la prospettiva di abbattere gli animali, l’avvelenamento degli orti e la tristezza della terra…&nbsp;<strong>NO, non si può rinunciare al progetto di una vita diversa.</strong></p>
<p>Oggi non è certo il momento di sì condizionati: l’illusione di poter controllare il “padrone delle ferriere” è da sempre perdente e pericolosa… e lo è più che mai, nel particolare e nel generale, in questi tempi bui, nei quali le conquiste sociali e ambientali del passato vengono cancellate e ritorna lo spettro del nucleare, si riaccendono le centrali a carbone, i lavoratori ridiventano schiavi, la guerra infuria nel mondo, si mette la mordacchia a chi si ribella e si torna a morire per un sì o per un no.&nbsp;<strong>Nella valle che, per sé e per tutti, rifiuta il destino di corridoio per gli affari e per la guerra e il degrado a pattumiera del sistema, la lotta continua.</strong></p>

<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/centro-sereno-regis/">Centro Sereno Regis</a></p>]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/07/la-storia-di-unacciaieria-diossine-lavoro-schiavo-e-campi-di-grano/</link>
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            <category><![CDATA[movimento no tav]]></category>
            <category><![CDATA[ecologia ed ambiente]]></category>
            <category><![CDATA[acciaieria di san didero]]></category>
            <category><![CDATA[telt-sitaf]]></category>
            <pubDate>Sun, 26 Jul 2026 10:36:06 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Il mondo visto da Cotonou]]></title>
            <description><![CDATA[<p>In agosto, a Cotonou, Benin, si svolgerà il Forum sociale mondiale. Si attende la partecipazione di movimenti sociali e popolari di tutto il mondo. In vista del Forum, la Convergenza Globale delle Lotte per la Terra e l’Acqua promuove (dal 19 luglio) la Carovana dell’Africa Occidentale: l’obiettivo, dicono i promotori, è radicare i movimenti locali di resistenza all’interno di un processo di trasformazione continentale. Nel paese oggi noto per il Mercato Dantokpa di Cotonou, uno dei più grandi al mondo con i suoi venti ettari e oltre 1 milione di visitatori al giorno, durante il Forum risuonerà forte – ma non tutti sanno riconoscerlo – il grido proveniente dalla storia e dalla dignità degli oppressi: questo angolo del mondo tra il XVII e il XIX secolo è stato uno dei principali centri nevralgici della tratta transatlantica degli schiavi gestita dalle potenze europee. Il mondo ha tanto da imparare dai movimenti africani su come resistere</p>
<p><strong>L’Africa con i suoi movimenti sociali e la società civile accoglie il ritorno del Forum Sociale Mondiale (FSM) in Benin.</strong>&nbsp;Questa 17ª edizione del Forum Sociale Mondiale nel continente non è né una coincidenza né una semplice questione di rotazione geografica: riflette una comprensione strategica delle dinamiche di lotta, resistenza e delle proposte alternative avanzate dalle comunità dell’Africa.</p>
<p>L’Africa occidentale che ospita il FSM è una regione in cui le popolazioni, spesso confrontate con sfide come l’accaparramento delle terre, gli effetti del cambiamento climatico, lo sfruttamento delle risorse minerarie e l’estrazione di petrolio e gas, i conflitti armati e non armati e le riforme imposte dall’esterno, hanno trovato soluzioni radicate nel sapere delle popolazioni locali, nella solidarietà comunitaria e nella difesa del diritto collettivo alle risorse naturali.</p>
<p>Il Benin è stato scelto per ospitare il Forum a nome di tutta l’Africa. Questo Paese si distingue per la sua gloriosa storia come territorio dell’ex Regno del Dahomey, culla delle Amazzoni e&nbsp;<strong>luogo di dolorosa memoria legata alla tratta degli schiavi</strong>, nonché per la sua vitalità contemporanea. Si trova inoltre al crocevia tra la spiritualità vudù e la cultura panafrican.&nbsp;<strong>Oggi rappresenta un luogo di ritorno e di riconnessione per le persone di origine africana che cercano giustizia storica</strong>&nbsp;e il recupero della propria identità.</p>

<figure><img src="https://comune-info.net/wp-content/uploads/2026/07/equipe-FSM-1024x577.jpg"></figure>

<p>È il quinto FSM che sarà ospitato dal continente Africano dopo il Mali a Bamako nel 2006, a Nairobi in Kenya nel 2007, a Dakar in Senegal nel 2011 e a Tunisi in Tunisia nel 2013 e 2015. Questa scelta è stata resa possibile grazie alla Convergenza Globale delle Lotte per la Terra e l’Acqua – Africa Occidentale (CGLTE-OA), che ha svolto un ruolo catalizzatore in questo processo presentando la candidatura del continente al Consiglio Internazionale del Forum Sociale Mondiale. Tale candidatura è stata ulteriormente rafforzata dalla forte mobilitazione della società civile beninese, che ha lavorato a stretto contatto con piattaforme africane, reti internazionali e movimenti sociali in cinque continenti. L’impegno è stato inoltre riconosciuto dal governo beninese, che ha espresso la propria disponibilità a sostenere l’organizzazione dell’evento.</p>
<p><strong>Si attende la partecipazione di movimenti sociali e popolari di tutto il mondo</strong>, di organizzazioni della società civile, dei movimenti sindacali culturali.&nbsp;I movimenti sociali italiani, le associazioni, le ong e la società civile hanno sempre avuto un ruolo importante nello scambio e nella cooperazione con l’Africa. In questo è molto importante anche il confronto con il piano Mattei lanciato dal governo italiano a detta di molte ONG italiane e africane non sembra sia realmente un supporto alla vita e all’economia africana ma soprattutto un progetto finanziario imprenditoriale con poche reali ricadute sulla società civile Africana.</p>
<p><strong>La Convergenza Globale delle Lotte per la Terra e l’Acqua – Africa Occidentale (CGLE-OA) è impegnata nella mobilitazione comunitaria in difesa dei diritti delle comunità. Per la quinta volta consecutiva, organizza la Carovana dell’Africa Occidentale dal 19 luglio al 9 agosto 2026.</strong>&nbsp;Convinti che solo attraverso la mobilitazione dei diritti delle comunità su terra, acqua, sementi tradizionali e tutte le risorse naturali e i beni comuni queste lotte possano raggiungere risultati concreti, le organizzazioni, i movimenti e i difensori dei diritti umani mantengono vivo il loro spirito di lotta. Quest’anno, la Carovana mira a rafforzare le comunità africane nella loro lotta per un accesso equo e sostenibile alle risorse naturali, a garantire una partecipazione massiccia al Forum di Cotonou 2026 e a condividere le esperienze dei dieci anni di storia della Carovana dell’Africa Occidentale, un vero modello di mobilitazione popolare e di educazione civica e attivista.</p>
<p>Questa quinta edizione comprende due assi: “L’asse del Sahel” (Mauritania, Guinea-Bissau, Gambia, Senegal, Mali, Burkina Faso, Niger), che inizia in Senegal, passa per il Mali, il Burkina Faso e il Togo, e termina a Cotonou, in Benin; “L’asse costiero” (Guinea, Sierra Leone, Liberia, Costa d’Avorio, Ghana, Togo), che parte dalla Guinea, attraversa la Costa d’Avorio, il Ghana e il Togo, dove si unirà all’asse saheliano per viaggiare insieme verso Cotonou. La novità di questa edizione è che al suo arrivo si unirà la carovana dell’Africa Centrale (Gabon, Repubblica Centrafricana, RDC, Congo, Camerun, Ciad), che partirà dal Camerun per Cotonou via Nigeria. Queste due carovane di movimenti sociali saranno accolte dalla carovana nazionale del Benin.</p>
<p>Con la partecipazione di delegazioni del Nord Africa, la Carovana dell’Africa Occidentale 2026 fa parte dello sforzo di mobilitazione sociale per il 17° Forum Sociale Mondiale, previsto in Benin, Africa, dal 4 all’8 agosto 2026 – da cui il nome “In cammino verso il FSM Cotonou 2026”. Questa edizione segna il 10° anniversario della Carovana dell’Africa Occidentale e ha un duplice scopo:&nbsp;<strong>radicare i movimenti di resistenza locali all’interno di un processo di trasformazione continentale</strong>&nbsp;e amplificare il loro impatto attraverso una presenza attiva al FSM Cotonou 2026, come forza trainante di questa edizione del Forum. Questa edizione mira quindi a continuare a rafforzare le lotte locali e le innovazioni guidate dai cittadini riguardo alle alternative alla pressione sulle risorse naturali da un lato e, dall’altro, a sostenere la creazione di ponti di dialogo tra autorità locali, comunità, ricercatori e decisori politici per sviluppare risposte locali e regionali adattate alle sfide del momento.</p>

<p>Informazioni&nbsp;<a href="http://www.fsm2026benin.org/">www.fsm2026benin.org</a>.</p>
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/comune-info/">Comune-info</a></p>]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/07/il-mondo-visto-da-cotonou/</link>
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            <category><![CDATA[diritti umani]]></category>
            <category><![CDATA[popoli originari]]></category>
            <category><![CDATA[ecologia ed ambiente]]></category>
            <category><![CDATA[carovana dell’africa occidentale]]></category>
            <category><![CDATA[convergenza globale delle lotte per la terra e l’acqua – africa occidentale]]></category>
            <category><![CDATA[forum sociale mondiale (fsm)]]></category>
            <pubDate>Sun, 26 Jul 2026 10:00:45 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Una vita da sfollato]]></title>
            <description><![CDATA[<p>La vita degli sfollati nella Striscia di Gaza continua a ruotare attorno ad avvertimenti e bombardamenti israeliani, che li spingono verso un nuovo esodo forzato che sembra destinato a non arrestarsi, poiché l’esercito di occupazione continua a inseguirli da un luogo all’altro. Non appena gli abitanti della Striscia di Gaza arrivano in un nuovo campo profughi, ricevono un avviso di evacuazione israeliano, che impedisce loro di raggiungere anche la più elementare stabilità.</p>
<p>Uno sfollato ha raccontato di aver ricevuto il quarto avviso di sfratto per il piccolo negozio che aveva aperto in una casa distrutta per sbarcare il lunario. Ha sottolineato che lo sfollamento è difficile a causa delle lunghe distanze e del sovraffollamento in spazi ristretti.</p>
<p>L’occupazione ha stretto la sua morsa, confinando due milioni di palestinesi in un’area che non supera il 30% della superficie totale della Striscia di Gaza, aumentando così la pressione sui campi profughi. Le famiglie che ricevono gli avvisi di sfratto si trasferiscono nei campi, che non sono più in grado di fornire tende per un numero così elevato di persone, costringendo molti a vivere all’aperto, senza riparo.</p>
<p>Questo deliberato aggravamento delle sofferenze degli abitanti della Striscia di Gaza non è un atto isolato o temporaneo, né fa parte di una specifica operazione militare. Piuttosto, è parte di un piano israeliano per rendere Gaza un luogo devastato e inabitabile, sepolto sotto le macerie, al fine di aggravare la catastrofe umanitaria e costringere la popolazione alla deportazione.</p>
<p>Intanto è offensiva generale dell’esercito di occupazione israeliano in Cisgiordania. Assedio delle città e villaggi, incursioni all’interno dei quartieri abitati per rastrellamenti. Attacchi dei coloni e confisca di altre terre per costruire avamposti coloniali.</p>
<p>La città di Tell, vicino a Nablus, è stata messa sotto sopra, dopo che un contadino palestinese, Farouk Ramadan, aveva strappato un mitra ad un colono che stava minacciando lui ed altri cittadini sul loro proprio terreno. Negli scontri aveva ucciso due soldati israeliani, arrivati in soccorso degli aggressori. Non è stato sufficiente per Netanyahu l’assassinio di quattro persone della famiglia Ramadan, ma ha annunciato la confisca di terreni della zona per la costruzione di altre colonie ebraiche.</p>
<p>A Qasra, i coloni hanno incendiato nella notte la moschea Rahma e scritto frasi razziste contro gli arabi, minacciando i nativi di vendetta. Nella sola giornata di ieri ci sono stati 80 arresti, 35 rastrellamenti e 54 attacchi di coloni contro comunità e villaggi palestinesi.</p>
<p>Yair Golan, leader del Partito Democratico Israeliano ha denunciato che “Il governo di Netanyahu sta deliberatamente trasformando la Cisgiordania in una polveriera. Invece di fermare gli attacchi dei coloni, il governo di Netanyahu li sostiene e li incoraggia, e sta anche annunciando, insieme al ministro della guerra, Katz, la creazione di nuovi avamposti e fattorie di insediamento”.</p>
<p><a href="https://www.pressenza.com/it/author/anbamed/">ANBAMED</a></p>]]></description>
            <link>https://www.pressenza.com/it/2026/07/una-vita-da-sfollato/</link>
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            <category><![CDATA[diritti umani]]></category>
            <category><![CDATA[pace e disarmo]]></category>
            <category><![CDATA[palestina occupata]]></category>
            <pubDate>Sun, 26 Jul 2026 09:38:38 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[Pace: Il Manuale per l'Azione Diretta Nonviolenta]]></title>
            <description><![CDATA[La nonviolenza offre uno strumento potente anche a chi è privo di risorse materiali o forza fisica: anziani, giovani, donne, persone con disabilità possono agire con altrettanta efficacia, facendo leva sulle qualità spirituali dell'amore, della comprensione, del coraggio e della perseveranza.]]></description>
            <link>https://www.peacelink.it/pace/a/51484.html</link>
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            <category><![CDATA[pace]]></category>
            <pubDate>Sun, 26 Jul 2026 09:36:52 GMT</pubDate>
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            <title><![CDATA[SunSet@LaTorre 26/7]]></title>
            <description><![CDATA[<figure><img src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t6d/1/16/2600.png"></figure>



<p>Torna la Domenica musicale in Torre con i nuovi orari estivi, partenza del dj set alle 18 per l’aperitivo, fino alle 24!</p>



<figure><img src="https://static.xx.fbcdn.net/images/emoji.php/v9/t8/1/16/1f4fb.png"></figure>



<p>Tanti djs, tanti stili e tanti generi si misceleranno e si alterneranno in console nel giardino, di domenica in domenica, ognuno col suo personale bagaglio di vibes da condividere.</p>



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<p>Questa domenica condivideremo la console con La Reina Del Fomento e The Rebel, pertanto vi consigliamo scarpe comode e ben allacciate!</p>



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<p>&nbsp;La Reina Del Fomento</p>



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<p>&nbsp;The Rebel</p>



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<p>&nbsp;Mauro Aniene</p>



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<p>From 18:00 to 00:00</p>



<p><strong>CSA La Torre – Via Bertero, 13 (Casal de’Pazzi)</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.romattiva.org/sunsetlatorre-26-7/">SunSet@LaTorre 26/7</a> proviene da <a href="https://www.romattiva.org">Romattiva</a>.</p>]]></description>
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            <pubDate>Sun, 26 Jul 2026 09:33:32 GMT</pubDate>
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